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Autore: Madison Alyssa Johnson    27/11/2016    8 recensioni
L'hanno chiamata abominio. L'hanno marchiata e scacciata, costretta a fuggire dai suoi stessi simili. Le hanno tolto tutto quando era poco più di una bambina.
Ma Vanya è ancora viva. Duecento anni dopo l'esilio, si guadagna da vivere come mercenaria tra le vie di Tyrissa. Non immagina che un semplice furto le cambierà la vita.
Genere: Avventura, Guerra, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Violenza
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PROLOGO
 
La Taverna dell’Impiccato era chiassosa. Avventori ubriachi intonavano canzonacce in onore delle puttane e innaffiavano chiunque stesse loro vicino con la birra scadente che l’oste solerte riversava nei loro boccali al doppio del prezzo. Un intenso odore di fumo veniva dal caminetto e si mischiava al profumo dello stufato e dell’arrosto che le cameriere servivano con sorrisi e occhiolini.
Solo due incappucciati in un angolo non prendevano parte all’allegro caos generale. Si squadravano sospettosi da sotto i mantelli pesanti, ben decisi a non scoprirsi nonostante il caldo li stesse divorando.
« Cinquecento khadìr. » mormorò la donna, appoggiata al tavolo con i gomiti. Si sporgeva in avanti, oltre il piatto vuoto, e teneva le mani intrecciate davanti a sé. « Non una moneta di meno, se vuoi che mi infili nella casa meglio protetta di Tyrissa. »
« Potrei trovare dozzine di ladri disposti a fare il colpo per la metà. » rispose il suo interlocutore, coperto fino all’ultimo pollice di pelle.
« Ladruncoli. » li liquidò lei. « Si farebbero beccare e tu perderesti ogni possibilità di mettere le mani su quei documenti. » Appoggiò il mento sul palmo della mano e sorrise. « Se ci tieni ad averli, mi darai i soldi che ti chiedo. »
L’uomo strinse i denti. « Pagamento alla consegna. » rispose, irritato. Non avrai un centesimo, finché non saranno nelle mie mani. »
La ladra sventolò la mano in aria. « Non hai bisogno di precisarlo. » disse. « Sempre che tu abbia i soldi. »
L’incappucciato si irrigidì. « Ripetilo e troveranno il tuo cadavere nelle fogne. »
« D’accordo, d’accordo. » rispose la donna. « Cosa puoi dirmi dei documenti? »
« Sono lettere. Portami tutte quelle che Mexen tiene sotto chiave. »
La mercenaria annuì. « Mi servono tre giorni per i sopralluoghi, poi farò il colpo. Ci rivediamo qui e ti indicherò il punto di consegna. » disse e si alzò. « Ah, la cena è a tuo carico. » Lasciò la taverna prima che l’altro potesse fermarla e si inoltrò tra i vicoli del quartiere.
Da est giungeva l’eco della risacca, nitido nella notte silenziosa, mentre il tanfo dei rifiuti e della conceria dietro l’angolo sovrastava quello della salsedine.
Superò la bottega di un fabbro e svoltò in un vicolo cieco.
Un gatto fulvo le soffiò contro, disturbato nel suo banchetto a base di ratti.
« Sh, Gil, sono io. » mormorò e si inginocchiò per tendergli la mano.
Il felino inclinò il capo e si avvicinò ad annusarle la mano. Miagolò, riconoscendo il profumo familiare di lavanda, e strusciò la testa contro il suo dorso.
« Adesso mi fai le moine, eh? » ridacchiò, ma gli elargì comunque qualche grattino dietro l’orecchio. « Torna al tuo posto, ora. » Si rialzò e imboccò l’ingresso del minuscolo condominio alla propria destra, una struttura fatiscente che anche nei suoi giorni migliori aveva avuto un aspetto desolante. Fece le scale a due a due fino al terzo e ultimo piano. Bussò alla terza porta alla propria destra – tre colpi in rapida successione, poi due più lenti.
Il chiavistello scattò e un giovane biondo con orecchie e coda da lince le aprì la porta. « Van. » disse e si fece da parte per lasciarla entrare. « A cosa stai lavorando, stavolta? »
« Te lo dirò quando smetterai di storpiare il mio bellissimo nome, Bal. »
Il felide rise e le richiuse la porta alle spalle. Da una piccola credenza prese una bottiglia quasi piena di liquido ambrato e da un’altra due bicchieri. Versò il liquore per entrambi e porse il bicchiere più pieno all’ospite. « Mettiti comoda e raccontami. » la invitò, cordiale.
La ladra tolse il mantello e sedette sulla parodia di divano con cui il padrone di casa aveva arredato quella specie di stanza che ambiva al titolo di appartamento. I lineamenti delicati del viso contrastavano con la severità degli occhi verdi, sormontati da sopracciglia sottili che contribuivano a darle un’espressione austera, quasi truce. I lunghi capelli neri, raccolti in una treccia, lasciavano scoperte le orecchie a punta e gli zigomi alti, che conferivano a quel viso affilato un che di selvaggio. « Devo fare un colpo nella casa di Mexen Nelinthar. » disse, tutto d’un fiato, e prese un lungo sorso per farsi forza.
Il ragazzo strabuzzò gli occhi dorati. « Intendi il mercante? Quello che controlla l’intera costa orientale di Myria? »
La mercenaria annuì e sorseggiò il liquore dolce, che le fece pizzicare la lingua.
« Ma è una pazzia! » protestò Balthasar.
« Che vale cinquecento khadìr. »
« Vanya, sii ragionevole: nemmeno tu puoi farcela. » la pregò il lynx. « Finirai per farti ammazzare. »
La donna fece ondeggiare il liquido nel bicchiere e sospirò. « Devo cambiare aria, Bal. » confessò. « Tyressa comincia a diventare pericolosa per me e non posso andarmene senza quei soldi. »
Il ragazzo annuì. Nonostante dimostrasse appena una ventina d’anni, il suo sguardo dorato tradiva quella maturità precoce che la strada dava a tutti gli sbandati come lui. « Come posso aiutarti? » chiese, rassegnato.
« Devi fare una cosa per me. »

 

Quel minuscolo studio non era alla sua altezza. La giovane donna lo pensò per l’ennesima volta, mentre la porta si apriva con un cigolio. Del resto, apparteneva a un mago, come testimoniavano gli scaffali stipati di libri, pergamene e cianfrusaglie magiche che non sapeva nemmeno identificare; se non fosse stato il luogo più sicuro della città, non se ne sarebbe servita.
« Mia signora. » la salutò il suo sottoposto, celato dal cappuccio. « Avete dunque deciso di servirvi di me? »
« Non compiacertene troppo. » lo ammonì. « La missione che ti affido non è certo semplice. »
L’uomo sorrise e la luce delle candele fece risaltare ancor di più i suoi denti, limati per somigliare a quelli degli squali. « Altrimenti non avreste scelto me. »
« La sua prossima apparizione in pubblico sarà per la fine dei lavori al Tempio di Alyra. Assisterà alla cerimonia e forse farà un discorso. » riprese la ragazza. « Mi aspetto che tu riesca a superare la sua scorta e tagliarle la gola. »
Il sicario si irrigidì.
« Se riuscirai, il titolo di barone sarà tuo. » promise, con un tono secco che lasciava intuire anche l’altra faccia della medaglia: se avesse fallito, lei non lo avrebbe salvato; sarebbe stato solo.
L’uomo annuì e si inchinò. « Sarà fatto, mia signora. » promise.
La nobile gli offrì il dorso della mano e lo soppesò dall’alto, mentre lui si chinava a baciarlo come una reliquia. « Ora puoi andare. » ordinò. « Ti convocherò presto per comunicarti il nome del tuo socio. »
L’uomo, già pronto a voltarsi, si fermò a metà del gesto. « Un socio, mia signora? » chiese. Non era mai stato il tipo che divideva la gloria, questo la sua padrona lo sapeva, ma era inutile protestare. Si morse la lingua ed espirò. « Come desiderate. »
La giovane lo lasciò andare e sorrise. Poteva anche essere in disgrazia, ma il nome della sua famiglia era ancora abbastanza potente da darle protezione e una discreta cerchia di leali su cui contare. In molti avevano perso tutto a causa di quel colpo di Stato, ma la corona ducale sarebbe presto tornata nelle sue mani. Sedette dietro la scrivania e si massaggiò le tempie. Tutta quella sfrontatezza nel suo sottoposto non le aveva dato alcuna fiducia; al contrario, era convinta che avrebbe fallito e non poteva permetterlo. Era stanca di vivere di nascondigli, sotterfugi, ma soprattutto della carità dei suoi. Lei era nata per dominare, non per sottomettersi. Lasciò la stanza e fermò una schiava. « Fai venire subito Saher. » le ordinò.
La donna chinò il capo. « Sì, padrona. » rispose e si allontanò senza alzare lo sguardo.
La ragazza tornò nello studio, dove il servitore la raggiunse due minuti dopo.
« Mi avete fatto chiamare, mia signora? » le chiese, con quel sorriso affascinante che ancora non era riuscito a irretirla. Quei modi eleganti e quel viso pulito erano ciò che faceva al caso suo.
Gli fece cenno di sedere e accavallò le gambe. « Il sicario è venuto, ma non ha le qualità che cercavo. »
« Vi avevo avvertito, mia signora. »
La nobile lo fulminò con un’occhiata. « Non sei autorizzato a rinfacciarmelo. » lo rimproverò, indispettita. Arricciò le labbra e fece schioccare la lingua. « Faremo a modo tuo. » gli comunicò, corrucciata. Dover ammettere di aver torto non le piaceva, ma ancor meno le andava a genio la condizione in cui era e se ingoiare l’orgoglio era il prezzo da pagare, lo avrebbe fatto. Sperava solo che Alyra l’avrebbe ricompensata per quel sacrificio. « Domani ti presenterai a lui come suo socio, poi starà a te decidere cosa fare. » decretò. « Qualunque cosa accada, finché lei sarà viva, tu per me non esisti. »
« Allora sarà bene che muoia in fretta. » commentò Saher, senza nascondere l’occhiata lasciva che rivolse al suo corpo.
« Non sarà così facile entrare nel mio letto. » ribatté la ragazza, ma il modo in cui si sporse verso di lui lo invitava a farle cambiare idea.
« Quando vi restituirò ciò che vi appartiene, cambierete idea, mia signora. »
Le labbra della giovane si distesero in un sorriso malizioso. « Lo vedremo. » sussurrò. « Ora va’ a prepararti, o le tue resteranno solo parole. »

 

La villa era immersa nel silenzio. Le guardie private del mercante ne pattugliavano il perimetro, due per lato, ma non si davano pena di controllare il tetto spiovente.
Vanya contava su questo, motivo per cui aveva convinto Balthasar a procurarle una corda capace di reggere il suo peso. Mirò al comignolo e fece girare il rampino per dare forza al lancio. Lo lasciò andare e quello si aggrappò al comignolo. Tirò, ma il gancio resistette. Legò l’altra estremità al comignolo alla propria destra affinché la corda fosse ben tesa e vi si aggrappò con le braccia e con le gambe. Lavorò di ginocchia  per attraversare la strada e superò sia le inferriate, sia le sentinelle, senza che un solo occhio si alzasse verso di lei, ma quella era la parte facile: doveva ancora raggiungere la cassaforte. Posò un piede sulle tegole, poi l’altro, e raggiunse il lucernario, che dava su una soffitta polverosa. Da quanto le aveva detto la cameriera, la usavano come lavanderia, quindi la porta era sempre aperta. Fece scivolare il grimaldello tra gli infissi e fece saltare il gancio, quindi si infilò dentro e appoggiò il vetro. Si fece largo tra le lenzuola e la biancheria dei padroni di casa con le orecchie tese.
Le stanze padronali, sempre secondo la ragazza, si trovavano nell’ala est, al terzo piano, mentre lo studio era al piano terra, vicino all’ingresso. La casa era immersa nel silenzio e il ticchettio degli orologi rimbombava ipnotico nelle orecchie dell’elfa, che scese le scale in punta di piedi.
Piegò la maniglia e aprì la porta dello studio come se tutti gli abitanti della casa avessero il suo udito, ma i cardini ben oliati scorsero senza il minimo cigolio. Entrò e se la richiuse alle spalle.
La stanza era ampia, ma spartana. Librerie alte fino al soffitto nascondevano i muri e una massiccia scrivania in mogano era posizionata davanti alla porta, ingombra di documenti.
La aggirò e apri i cassetti uno alla volta, ma non trovò niente che somigliasse a ciò che cercava. Se lo aspettava, soprattutto da uno che aveva fama di saper fregare anche i demoni. Fece saltare i doppi fondi dei cassetti, ma non trovò altro che conti, quindi passò a esplorare la scrivania con i polpastrelli. Accarezzò ogni intarsio per trovare gli inneschi dei meccanismi nascosti e, a uno ad uno, li fece saltare tutti. Scoprì diversi illeciti, ma non quelle dannate lettere. Si morse le labbra per non imprecare e tastò il legno, ma gli unici scomparti che riuscì a trovare erano quelli che aveva già aperto. Aveva quasi voglia di rinunciare e lo avrebbe anche fatto, se solo il suo orgoglio e la cifra pattuita glielo avessero impedito. Si massaggiò le tempie e si impose di pensare a qualcosa che nessun ladro avrebbe mai pensato di cercare. Un triplo fondo di cassetto, magari, o... era un’idiota. Nessuno, trovato il doppio fondo, ne avrebbe cercato un altro, specie se non avesse cercato il suo stesso bottino. Tirò fuori un cassetto, lo tastò e trovò l’interruttore.
Il cassetto scattò di lato. Non era più di un pollice di profondità e i documenti al suo  interno erano stirati e impilati con particolare cura. Non erano quelli che cercava, ma l’intuizione era giusta.
Dovette farne scattare altri cinque, prima di trovare ciò che cercava, ma le bastò leggere la data sul primo foglio, di due giorni prima, per capire che la missione era compiuta. Prese le pergamene e le infilò nella scarsella.
L’allarme scattò prima ancora che riuscisse a chiudere il cassetto.
Schizzò in piedi e si lanciò fuori dallo studio mentre i soldati sciamavano nell’atrio dalla porta principale. Salì le scale a due a due e vide con la coda dell’occhio Mexen che urlava ai soldati di prenderla a tutti i costi, sciagurati loro e lui che li pagava. Le venne da ridere, ma non ne aveva il tempo. Imboccò il lucernario e si arrampicò sul tetto, certa che qui goffi umani non sarebbero mai riusciti  a imitarla. Fece passare un fazzoletto sulla corda legata al comignolo e si lanciò verso l’edificio di fronte, che era più basso della villa. Non perse tempo a tagliarla, anche se era un indizio, e si lasciò cadere tra le vie della città.

 

Quella dannata ladra era in ritardo. Che avesse letto le lettere e trovato un compratore migliore per quelle informazioni? Poteva aver fatto il colpo da giorni, senza che lui lo sapesse, e persino trovato un altro acquirente. Ma no, si disse, non era così stupida da infilarsi in affari che non la riguardavano. Era una mercenaria e la cifra che gli aveva chiesto era più che sufficiente a soddisfare colleghi ben più avidi di lei.
La porta del casolare si aprì di schianto e si richiuse alle spalle della donna che aveva ingaggiato.
« Non fare domande. » gli ordinò, brusca. « Non vuoi sapere come ho seminato quei figli di troll. »
Annuì. « Le lettere? »
« Qui. » rispose lei e gli mostrò una scarsella chiusa. « Ma prima il denaro. »
Gliene lanciò metà. « L’altra... »
« Quando sarai sicuro che non ti stia fregando. » lo precedette l’altra. « Lo so, non sono stupida. » Slacciò la chiusura della scarsella, ma un picchiare violento contro la porta la convinse a lasciar perdere. Imprecò. « Nasconditi. » gli ordinò, mentre sguainava la daga.
Non se lo fece ripetere due volte. Si accovacciò nell’angolo dietro la porta e si avvolse nel mantello, mentre quella veniva sfondata.
Sei uomini armati, ma privi di protezioni pesanti, entrarono nell’angusto casolare e si gettarono sulla figura della mercenaria.
La donna si accovacciò per schivare un tondo e recise il tendine del soldato più vicino, che schioccò come una molla rilasciata all’improvviso.
L’umano urlò e si accartocciò su se stesso, mentre un altro urlava di tenere la posizione.
La mercenaria non si lasciò distrarre e sgozzò il secondo soldato, ma gli altri quattro erano pronti.
La accerchiarono, in posizione di guardia, e si gettarono su di lei.
Saltò e ruppe il naso di uno con un calcio, usando il suo vicino come appoggio per completare il movimento e atterrargli alle spalle. Ruotò su se stessa e affondò la daga tra le costole dell’uomo con entrambe le mani. La spinse nella carne fino all’elsa e la estrasse facendo forza con il piede.
Il capitano del manipolo urlò e tentò un affondo disperato.
Lo schivò, ma l’uomo le afferrò il mantello e la gettò a terra. Si mise sopra di lei e le strinse le mani al collo e le scoprì il volto.
L’elfa si dimenò, ma non lasciò la presa sulla daga. Strinse i denti e gliela affondò nel fianco. Non era abbastanza per ucciderlo, ma riuscì a fargli lasciare la presa. Lo spinse via e dalla cintura estrasse un pugnale per tagliargli la gola.
Il soldato a cui aveva rotto il naso urlò e trovò la forza di alzarsi. Barcollava, ma si gettò su di lei con tutta la forza del proprio peso.
Lo schivò, ma l’unico del gruppo ancora in grado di combattere la prese alle spalle e le strinse il braccio attorno alla gola per soffocarla. Gli pugnalò l’avambraccio, ma l’uomo resistette abbastanza da farle girare la testa, prima di lasciarla andare. Strinse i denti e lo accoltellò all’inguine con la forza della disperazione.
Naso Rotto non voleva proprio arrendersi. La caricò di nuovo, a testa bassa.
Si spostò dalla sua traiettoria e gli fece lo sgambetto.
Nella caduta, l’uomo ebbe a malapena la prontezza di gettare l’arma per non infilzarsi su di essa, ma non servì, perché in un attimo la ladra gli fu addosso e lo sgozzò.
Restava solo il primo soldato, che aveva rinunciato allo scontro e stava cercando di strisciare via.
L’elfa scosse il capo. Riprese la daga dal fianco del capitano e con un unico, fluido gesto la affondò nella nuca del disertore. « Non mi sono mai piaciuti i vigliacchi. » commentò, per poi voltarsi verso il suo datore di lavoro, in piedi accanto alla parete, a cui si appoggiava con le spalle.
Si era tolto il cappuccio e mostrava i denti in un sorriso beffardo. I capelli candidi splendevano, alla luce della luna, e disegnavano i contorni del viso cinereo.
« Oh, merda. »

 

Alla fine mi sono decisa e l'ho messa anche qua, sperando che non mi salga il terrore: sono eoni che non metto un'originale qui su EFP.
Ma parliamo di cose serie. Innanzitutto, chiedo perdono in ginocchio sui ceci per il banner a fallo di segugio, ma io e la grafica non siamo mai state in buoni rapporti. ç_ç Poi, poi, poi... Vanya si mostra fin da subito in tutta la sua dolcezza ed eleganza da bradipo. Del resto, quando sei un'outsider è piuttosto complicato restare viva e al tempo stesso conservare la finezza eterea degli altri elfi. Con il suo passato, poi... ma non facciamo spoiler, ché poi si perde tutto il divertimento. Di certo non vorrei essere al suo posto, tanto più che ora "il fato" ha messo sulla sua strada il peggior figlio di troll di tutti i tempi. Davvero, più scrivo di questi due, più mi rendo conto di essere una cattiva persona... e mi piace
Okay, forse non è il modo migliore di presentarmi, ma se siete qui è perché in fondo al cuore anche voi siete malvagi. Nel qual caso, sappiate che vi amo. E se non lo siete... beh, vi amo lo stesso solo perché siete qui a leggere. 
Ora non so più cosa aggiungere, ma spero di avervi incuriositi abbastanza e di ritrovarvi qui anche domenica prossima. Prometto di essere regolare negli aggiornamenti, ma voi non fatemi sentire sola, mi raccomando! >w<
   
 
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