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Autore: Damnatio_memoriae    07/01/2017    0 recensioni
Una storia come tante altre, di sicuro la più realistica che conosca. Una, cioè, in cui il mondo va come deve andare, e non certo come tu vorresti che andasse. E Chiara le regole del gioco le ha capite bene ormai da un po' e Beatrice in questo le ha dato una mano. Bhe, più che una mano, diciamo una spinta. Anzi, più che una spinta, diciamo una batosta.
Genere: Comico, Sentimentale, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Het, Yuri, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Atto I
 
Scena I
 
Sono sempre stata convinta del potere della risata, della parodia, della satira. Sono sempre stata convinta che per esorcizzare le persone catastrofiche, gli incidenti imprevisti, i fatti tragici, fosse necessario ricorrere all’ironia. Perché, alla fine, se non li metti sul ridere, alcuni pensieri possono mangiarti viva e alcune persone possono rimanerti sul cuore, a logorarti lo spirito. Come quei bei sacchetti dell’immondizia in centro, magari vicino all’entrata di Palazzo Reale, dove i turisti sono soliti farsi le foto. Ecco, di ritorno da Torino i cinesi faranno vedere ai parenti le immagini della Reggia e proprio lì, di fianco, eccoli. I sacchi neri. Belli. Vicino alle statue di Castore e Polluce spiccano, sai che eleganza. Proprio da esposizione d’arte d’avanguardia.
E anche per alcune persone bisogna fare così. O, comunque, per Beatrice bisognerebbe farlo di certo. E allora ridiamo, ridiamo. Ogni tragedia può diventare una commedia, se la si guarda dalla giusta prospettiva.
Prima regola dell’amore: più ti piace, meno gli piaci. E’ elementare, quasi fisiologico, perché cupido ha il senso dell’umorismo e sente la necessità di fartelo sapere. In tutti i modi. Sempre. E se te lo dimentichi, lui te lo ricorda, perché è uno stakanovista inferocito. L’amore non ammette ignoranza: tu lo devi sapere che, in un modo o nell’altro, se qualcuno ti piace, parti già in svantaggio.
Con Beatrice io ero già partita più che in svantaggio. Parecchio in svantaggio. Come un corridore sordo che non ha sentito il “Via!” e deve recuperare nei cento metri successivi. Quando gli altri hanno già vinto, per intenderci.
Avevo quindici anni, una vita tranquilla, sotto alcuni aspetti anche noiosa, progetti chiari per il futuro, qualche fidanzato alle spalle (durati tutti dai tre ai sessanta giorni e poi inevitabilmente scaricati per totale mancanza d’interesse). Mi ricordo ancora che uno di loro mi disse: “Troverai anche tu una persona che ti farà soffrire come tu hai fatto soffrire me”. Si bhe, insomma, io non è che gli avessi fatto tutto ‘sto gran male, alla fin fine, ma Beatrice deve averlo sentito bene. Solo che poi, come un usuraio, ha rincarando la dose di qualche paia d’unità. Così, per essere certa che la profezia si avverasse.
Infatuarsi di Beatrice (e quindi scegliere proprio lei per sperimentare la prima “cotta”) è come decidere di imparare a nuotare a Fraser Island, in mezzo agli squali. Solo che con gli squali puoi riuscire a cavartela. Era stata onesta, però, questo dovevo ammetterlo: mi aveva avvisata fin dall’inizio che mi stavo mettendo in un bel guaio. Ma io non ci diedi peso perché, insomma…io sarei stata l’eccezione! Che è all’incirca lo stesso pensiero che devono aver avuto gli altri cinquecentocinquanta aspiranti prima di me, ma sono solo dettagli.
Abitavamo in due città diverse e l’avevo conosciuta tramite Facebook. E ancora attendo che Zuckerberg mi paghi i danni. E tra una cosa e un’altra, da una battutina leggera ad una più spinta, da un racconto più superficiale ad uno più intimo, ecco lì che ero già bella che andata. E sinceramente non diedi neanche peso al fatto che fosse una ragazza, specie perché era su per giù un maschiaccio. Ma mi piaceva questo lato di lei e le altre non le guardavo nemmeno. Manco gli altri, a dirla tutta.
Poi, dopo la maturità, il momento tanto agognato era infine giunto.  Dopo quattro anni di attese, ripensamenti, sogni, desideri, pianti, pianti, pianti, riconciliazioni, litigate, pianti, pianti, pianti, qualche chilo in meno, qualche chilo di troppo, pianti, pianti, pianti, frasi sdolcinate (tutte mie, ovviamente) e sviolinate varie (anche queste tutte mie), ci saremmo viste. Ah, il momento della verità. Finalmente, eccoci. Avevo immaginato quel momento circa ventiquattro ore su ventiquattro, per trecentosessantacinque giorni all’anno, per quattro estenuanti anni. Ed era pressoché stata una delle poche cose che mi aveva dato la forza di andare avanti, anche se ogni tanto – devo ammetterlo – mi rassegnavo al fatto che non l’avrei mai vista e sarebbe finita così come era cominciata. E invece no, l’avrei vista. L’avrei vista davvero. Seduta sul sedile dell’aeroporto, mentre aspettavo arrivasse a prendermi con la sua macchina, pensavo al fatto che ci saremmo abbracciate, baciate, giurate amore eterno nei secoli dei secoli a venire. Nel caso in cui non fosse andata proprio così, comunque, avevo il piano di riserva e il piano di riserva del piano di riserva. Sono sempre stata una ragazza scrupolosa. Meglio prevenire che curare. Ma sinceramente…come cazzo ci si cura dopo che uno squalo ti ha morso?
In ogni caso pensavo che nulla sarebbe potuto andare storto, ora che potevamo stare insieme. Vabbè, per quattro giorni, ma saremmo comunque state insieme. Mi ero sempre ripetuta che tutte le litigate e le incomprensioni erano da attribuirsi alla lontananza. Caduta quella, sarebbero rimasti solo rose e fiori.
Seconda regola dell’amore: più alti sono i castelli che costruisci, più fanno rumore quando cadono.
Ecco. Appunto. La fine. “E giungerà l’Apocalisse, annunciata da sette trombe e quattro disgrazie”. Non era uno squalo bianco. Era il cavaliere della devastazione. Tra i vangeli apocrifi mi aspetto ancora di trovare “Beatrice secondo Giovanni”. Invece no, c’è solo “Beatrice secondo Chiara”.
Prima che mi arrivasse una sua chiamata (in quattro anni avevo sentito la sua voce solo un paio di volte e avevo avuto sempre l’impressione che la mia le desse fastidio), scrissi un messaggio alla mia amica storica. Ero già impanicata.
  • Chiara, devi stare tranquilla. Sei bella e intelligente e se non se ne rende conto è una stupida e non ti merita.
Si bhe, non mi aspettavo certo rispondesse qualcosa di diverso, nessuna amica l’avrebbe mai fatto. Nei momenti difficili, Ambra serviva proprio a questo: rassicurarmi sul fatto che stavo correndo verso un burrone, ma che ero come Bip-Bip e quindi lo avrei attraversato volando. In realtà lo sapeva anche lei che avevo l’intelligenza di Willy il Coiote e che mi sarei sfracellata al suolo, ma non è che me lo potesse dire. E se anche l’avesse fatto, non le avrei dato retta. So essere molto caparbia.
Alla fine mi chiamò ed io uscii, con il mio bagaglietto, fuori dall’aeroporto. Mi guardai intorno e la vidi sbracciarsi dall’altro lato della strada.
“Calma, calma, calma, calma, calma…”. Ormai era diventato un mantra.
Mi avvicinai, si avvicinò. Mi avvicinai sempre di più, lei si avvicinò sempre di più.
«Hey!» mi fece.
«Ciao» risposi, o almeno credo di averlo fatto.
Si sporse e mi diede un bacio su una guancia, poi uno sull’altra. «Dammi, mettiamo il trolley nel bagagliaio».
Mhm.
Ok.
Bene.
Fine? Tutto qui? Questo è l’antipasto, spero. E l’abbraccio trita-costole-spacca-scapole-devia-spina dorsale con la musica in sottofondo, i petali di ciliegio che volano nel vento, il tempo che si ferma e in quell’istante ci fa capire che siamo fatte l’una per l’altra? Non ci sono? Ma non arrivano? In che senso hanno dato buca?
«Sei uguale alle foto!» mi disse, salendo in macchina e allacciandosi la cintura. E’ un bene o è un male?
«Eh, già».
«Senti, che ne dici se facciamo un salto in un posto?» mi chiese e mi sembrò tranquilla.
«Certo!» risposi io, più tranquilla di lei (sono sempre stata brava a fingere). Bella furbata.
Regola numero tre: non c’è mai – mai – nulla di certo quando si parla di Beatrice. L’ha scritto anche Dante nel quinto girone dell’Inferno, in una postilla lasciata apposta per me: “Chiara, non ti devi scomodare/ se non ci son riuscito io / non hai nulla da sperare”.
«Andiamo dal mio ex». Ah, sì, bene. No, aspetta, come scusa? Davvero? Quale ex? Ma sono appena arrivata, devo ancora capire da quale parte mi sono girata.
«Ah…sì» annuii, con un sorriso tirato. Sì? No, non “Sì”, è “No”. Categoricamente, inevitabilmente ed indiscutibilmente “No”.
«Perfetto!». Perfetto come uno scontro frontale. «Così ci prendiamo un caffè e parliamo un po’». Ma io non bevo caffè. O, meglio, non lo bevevo ancora il caffè. Ma in quel momento mi importava poco, perché il mio cervello aveva elaborato solo le parole “Parliamo un po’”. Potevo parlarle e guardarla in faccia! Dio, che bello! Ah, spegnere per quattro anni le candeline di compleanno ed esprimere un desiderio era servito a qualcosa! Mi correggo, tre anni, perché sulle candele dei diciassette avevo chiesto che i suoi esami universitari andassero bene. Ero un sacco tenera. Tenera, piccola e ingenua. Tenera, piccola, ingenua e stupida. Se invece avessi desiderato diventare ricca magari a quest’ora sarei stata miliardaria. Bhe, oramai è tardi, non si piange sui desideri sprecati.
«Il suo è il caffè che preferisco, in assoluto!». Mi sa non solo il caffè.
Mi ricordavo chi era. Quando l’avevo conosciuta, stavano insieme. Avevo elaborato un discreto disprezzo nei suoi confronti, ma più per il ruolo di fidanzato che ricopriva piuttosto che per la persona in sè. Bhe, di sicuro non mi sarei prodigata per farli tornare insieme, ma non mi ero neanche impegnata per farli separare. Poteva stare sereno, non sono mai stata così importante da condizionare le scelte di Beatrice. Aveva fatto tutto da solo.  Lo chiamerò Ildegardo. Ancora meglio, li chiamerò tutti Ildegardo. Tanto ce ne sono un po’ e non mi ricorderei i loro nomi nemmeno se volessi farlo. Ma comunque non voglio, quindi ancora meglio. Quell’autunno l’avrei rivisto alla sua festa di laurea, ma ancora non lo sapevo. “Ah, ma ci sei anche tu?” mi avrebbe chiesto, salendo in macchina e guardandomi appena. Eh, sì. Sì, ci sono anche io, guarda un po’. Ma puoi stare tranquillo, ha messo me sul sedile posteriore e te su quello del passeggero – come sempre, aggiungerei - quindi i nostri ruoli sono abbastanza ben definiti.
Parlammo del più e del meno, ma alla fin fine non è che parlammo molto, eravamo entrambe imbarazzate. Mi fece una foto, non so perché, mentre bevevo il mio succo di frutta. Succo di frutta, oddio! Come cambiano i gusti col tempo. Mi sporsi sul tavolino e feci per prenderle il cellulare. Ridemmo e lei finse di nasconderselo nella maglietta. Ma mi piaceva il fatto che volesse scherzare, adoro il gioco. Ridemmo ancora, ma questa volta era una risata piu` leggera, piu` sincera.
«Siete due belle ragazze» ci disse un signore, quando lei uscì per fumare la sua sigaretta ed io la accompagnai «Sembrate sorelle!». Ma in quale specchio? «Tu sei un po’ più alta, però». Modestamente.
Mi accompagnò nel B&B dove avevo prenotato. Era un posto molto carino e la ragazza con cui avrei dovuto condividere la casa al piano di sotto aveva disdetto all’ultimo, quindi avrei avuto quella bella sala, quella bella camera da letto, quella cucina e quel bagno tutti per me. E col senno di poi meno male, altrimenti se ne sarebbe andata per i miei sbalzi di umore.
Il signore che mi diede le chiavi era nato anche lui in Piemonte, prima di trasferirsi, e così attaccammo una piccola conversazione sui portici di via Roma e su Piazza San Carlo. E sulla FIAT. Perché quando si parla di Torino tutti si sentono in dovere di parlare della FIAT. Ma lui era scusato, perché se non sbaglio ci aveva lavorato.
«Ascolta» mi disse Beatrice «Venerdì ho casa libera, i miei partono per farsi le vacanze giù. Che ne diresti di venire a dormire da me? Così sabato ti posso accompagnare in stazione».
Dormire da lei?
 «Si!» le risposi subito, probabilmente un po’ troppo in fretta, di sicuro con troppa energia. E lo sapevo che non mi sarei dovuta portare il pigiama con l’orsacchiotto, specie contando che l’orsacchiotto in questione recitava: “Voglio dormire con te”. Di bene in meglio. Ma almeno saremmo state vicine e già ci vedevo a scambiarci qualche abbraccio, qualche carezza qualche coccola. Come ho detto, tenera, piccola, ingenua e stupida. Tenera, piccola, ingenua, stupida e romantica. Una combo micidiale quando giochi con gli squali. Specie se gli squali sono più grandi di te e hanno già capito che, in alcune circostanze, il romanticismo è meglio evitarlo del tutto.
Ma io avevo diciotto anni ed evidentemente il destino aveva scelto Beatrice per farmi capire come funzionava il mondo.

 
   
 
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