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Autore: De Bello Fautore    09/03/2017    0 recensioni
Il "De Bello Fallico" narra le gesta e le miserie di un drappello di sfigati intento a compiere la più ardua delle imprese: assassinare Giulio Cesare e diventare famosi su Internet.
Una storia demenziale, un contesto storico odiato dai liceali, un grande ritorno nei palcoscenici di EFP dopo anni di assenza, finalmente completo e in edizione restaurata come la migliore delle Pompei letterarie.
"Quale stoltezza, quale insanità mentale si celava in quella troia di mia madre! Proprio in cotal modo doveva nominarmi? Gnégné, come quegli assurdi comportamenti che si hanno verso i bambini, fingendo di provare ludo! Pompinus, come quelle mimiche facciali assunte nel tirare su il latte con la cannuccia!" (De Bello Fallico, Introduzione)
Genere: Avventura, Demenziale, Parodia | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: Nonsense | Avvertimenti: nessuno
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DBF Intro

Correva l'anno 708 a.U.c. perché andava di fretta.

(De Bello Fallico, Introduzione)

L'Opera che quest’oggi mi appresto a mostrarvi è stata rinvenuta nellumile scantinato di famiglia, mentre mi accingevo ad eseguire le consuete pulizie e amministrazioni decennali delle mie personali suppellettili.

Esso è un antico e polveroso libro, rilegato e marchiato con materiali di chiara origine romana, e la sua evidente e preziosa fragilità mi ha impedito di portarlo subito ad un istituto darte antica per farlo esaminare 1, dunque ho preferito metterlo sottochiave nella mia modesta stanza e impegnarmi nella traduzione di quella che d’ora in poi chiamerò semplicemente Somma Opera, con l'aiuto dell'inseparabile IL e di tanto caffè. L'urgenza che ho avvertito nell'impegnarmi in questo compito è descrivibile come un fortissimo sommovimento nel mio stomaco, una passione che brucia come una fiamma, o come un coltello puntato alla gola dagli editori; scegliete pure limmagine che ritenete più poetica.

Nei prossimi paragrafi e nei futuri capitoli, pertanto, vi proporrò la mia personale interpretazione del testo, trascrivendo in corsivo le citazioni dal manoscritto originale. 

L'autore di questo tomo, tale Gnégné Pompinus, introduce il testo spiegando come l'anno 45 a.C. sia un’epoca particolarmente difficile 2. Questi, infatti, deve urgentemente correre verso i servizi igienici, ma è stato superato dall'anno 87 (anno 666 a.U.c.) che corre più veloce di di lui, e non era riuscito a giungere in tempo ai vespasiani per svuotare i suoi dispiaceri e le sue ben comprensibili difficoltà fisiologiche, dovendo aspettare la bellezza di 42 anni romani prima di poter finalmente liberare esclamazioni di piacere in latino.

Al di là di queste futilità riguardanti le epoche, ritorniamo all'autore. Gnégné Pompinus pare essere uno dei classici personaggi secondari che spesso popolano il nostro mondo e i mondi di fantasia: si sente spregevolmente dimenticato dalla Storia ed è per questo abbastanza depresso. Egli ci narra, nella prima parte del suo libro, la sua travagliata nascita:

Mio padre era sì nobile generale ed abile politico, ma non comprendeva affatto la potenza e la coercizione dei rapporti carnali. Egli conobbe mia madre in una festa organizzata dai suoi luogotenenti e la ingravidò ancora prima di accorgersi che era stato colto da quel malefico liquido che stava ingerendo rapidamente da inizio serata, e che i suoi compagni d’armi avevano semplicemente ribattezzato con “shottino”.

Ella, che di nome fa Maxima Ingroppa, si rifiutò di rivolgere ulteriormente la parola al generale, si allontanò spontaneamente dall'accampamento e, rifugiandosi in una stalla presieduta da un bue, un asinello, una mangiatoia e una stella cometa fissata sullo stipite come insegna, mi diede alla luce dopo nove mesi romani tra atroci ed indescrivibili dolori, riassumibili facilmente con “bestemmione post-partum”.

Quando i tre magi le chiesero chi fosse il nobile che aveva contribuito col suo seme a generale quella bella creatura, «Gneo Pompeo» rispose la mia matrona, non senza una dose di disgusto: subito essi si rifiutarono di consegnare l'oro, l'incenso e la birra, invocando come scusa presunti diritti d’autore. «Torneremo tra sessantanove anni, per ricordare al mondo questo numero!» gridarono inoltre, prima di allontanarsi verso mete ignote.

(De Bello Fallico, Introduzione)

Proseguendo nella lettura, scopriamo come Pompinus possegga un amaro ricordo della sua prima infanzia 3. Il suo nome venne ispirato da un amico di Maxima che, venendola a trovare nella mangiatoia per consegnarle uno dei classici doni che si facevano ai bambini maschi romani, ovvero il completo del giovane gladiatore trucida-cristiani 4, le chiese ironicamente a chi avesse offerto supplizi orali per trovarsi in quella lussuosa suite. Ella, meravigliata da tanto acume, decise dunque di denominare suo figlio in codesto modo, per ricordare a sé stessa sia attraverso quali disgustose circostanze egli fosse venuto al mondo, sia che l’universo non possiede mai abbastanza ironia.

Pompinus, a proposito del suo nome, ci apre il suo cuore in maniera molto commovente, esprimendo tutta la sua tragica malinconia in queste poche righe:

Quale stoltezza, quale insanità mentale si celava in quella troia di mia madre! Proprio in cotal modo doveva nominarmi? Gnégné, come quegli assurdi comportamenti che si hanno verso i bambini, fingendo di provare ludo! Pompinus, come quelle mimiche facciali assunte nel tirare su il latte con la cannuccia!

(De Bello Fallico, Introduzione)

É legittimo pensare, comunque, che l'epiteto che l'autore dona alla propria madre si riferisca alle nobili origini mediorientali della donna, che Pompinus ha giustamente voluto ricordare per dare a Omero quel che è di Omero. Tale omaggio si ripeterà spesso nel corso di tutta l'Opera, schiettamente o con un sinonimo, e venendo utilizzato principalmente per donne passeggere o per le madri altrui.

Pompinus prosegue il racconto con la storia della sua infanzia: durante tutto il suo percorso scolastico, il nostro eroe viene picchiato, preso a sassate nei genitali, emarginato e più volte ammonito con l'ellenica definizione di «figlio di puttana». Egli, comunque, non rimpiange gli anni dell’innocenza, visto che la maggior parte sono stati passati nello studio dei grandi fautori della storia della Urbe, che ha imparato presto a conoscere e apprezzare menandosi ripetutamente una falange con diversi e possenti colpi 5.

Tutti gli autori, tranne uno, che non era nei libri perché la storia la stava ancora scrivendo.

Non voglio rovinare la sublime suspense che Pompinus fa aleggiare nel suo testo, perciò non vi rivelerò subito chi sia questo autore 6.

Gnégné Pompinus giunge dunque a raccontarci il motivo per il quale ha deciso di scrivere questo libro: esso è una sorta di diario di viaggio, raccontato in prima persona, nel quale illustra il suo peregrinare verso la Urbe in una missione che definisce «incredibile e mai vista», durante la quale incontrerà illustri personaggi, validi alleati e nemici temibili.

L'attento lettore potrebbe ora chiedersi: se il titolo dell'Opera è De Bello Fallico (traducibile con “La guerra fallita”), perché Pompinus parla di un viaggio?

È presto detto: egli ritiene che il suo iter verso la Urbe 7 possa essere descritto come una guerra morale e di grandezza filosofica al fine di rovesciare lo strapotere del Dittatore di quei tempi, e non ha dubbi che tale grandiosissima impresa verrà senz’altro tramandata nei libri di storia. Purtroppo per lui, i suddetti libri hanno censurato le sue nobili imprese sostituendole con le banali e volgari azioni di un imperatoluccolo di nome Augusto: ma chi sarà mai l'imperatore del tempo di Cristo in confronto al grande Pompinus? Ricordiamo, inoltre, che il nome del nostro eroe non compare nei testi anche a causa della sua facile mal interpretazione linguistica, che tanto danno ha causato alla sua nomea 8.

Gnégné Pompinus però non si ferma qui, e ci informa anche delle motivazioni personali che l'hanno spinto ad intraprendere questa biblica impresa:

Mia madre, della quale ho già parlato, ritiene che io mi debba impegnare per dare nuovo lustro al nome del mio ormai defunto padre. Me lo ripete circa dall'anno 705 a.U.c., anno della morte di Gneo Pompeo, e proprio da quel dannato giorno mi incita a caricare armi, cavalieri e batteria del telefono. Io so benissimo che Giulio Cesare, fortissimo condottiero e abile politico, non può essere così facilmente sconfitto nel suo stesso terreno, e che dunque muovere un esercito contro di lui a cuor leggero e senza alcun tipo di piano significherebbe morte sicura, oltre che pubblico ludibrio. Tuttavia, l'insistenza di quella troia è sempre maggiore, e sebbene a me non importi significativamente della vendetta, è forte la tentazione di ritagliarmi un piè di pagina nei libri di Storia.

Inoltre, ella ha sequestratomi di nascosto il mio album con tutte figurine dei centurioni, lasciandomi pertanto con poche alternative: in nome della mia collezione, sarà compiuta tale tenzone.

(De Bello Fallico, Introduzione)

Pompinus, dunque, ci descrive abilmente tutti i viaggi mentali che ha sviluppato prima di giungere alla fatidica conclusione che ormai tutti noi eravamo ansiosi di conoscere.

Ma qui, miei cari lettori, devo lasciarvi. È mio dovere andare a recuperare la pagina mancante che include tale altissima riflessione, giacché nelle pagine fin ora tradotte non se ne fa cenno.

Avrete presto mie notizie.


1: se lo rivendo in nero ci guadagno di più.

2: ricordiamo ai lettori ignoranti che l'anno 0, per i romani, era l'anno 753 a.C., cioè l'anno della fondazione di Roma. Il loro sistema di calcolo numerico si definiva, dunque, con a. U. c., cioè Ab Urbe Condita, cioè dalla fondazione della Città con la C maiuscola. Sapevatelo!

3: tra le varie cose ci comunica anche l'anno della sua nascita, del quale non ci importa assolutamente niente.

4: spada ed armatura non sono vendibili separatamente.

5: "a menadito", riporta il testo.

6: Giulio Cesare.

7: chiaramente non si parla di Pavullo nel Frignano, ma questo penso l'abbiate capito da soli.

8: non ci si spiega, però, come possa invece essere citato il filosofo Pomponazzi. Forse favoritismo editoriale?

 

   
 
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