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Autore: NobodyUnderstandsMe    05/04/2017    9 recensioni
Roberto e Christian.
Studente e professore.
Una storia come tutte. Purtroppo.
[Tratto dal quarto capitolo]
"La luna
Sporca il mio viso
Con speranze bugiarde -
Non mi odierai mai, vero?
[...]
Sarò per te carne smunta che si accascerà su un divano a forma di tomba: bianco nel pallore e avorio nelle parole mai pronunciate. E tu non mi ascolterai: tacerai nel baccano stridente del mio cuore. E non mi comprenderai; non ci avrai nemmeno provato. Ma mi dirai di avermi amato. Come il più paterno dei padri. Come il più bastardo dei padri. E io ti crederò. E i nostri cuori decadranno nel medesimo silenzio. E non ci saranno più parole da pronunciare. Perché non avremo più nulla in comune. Se non il rimpianto. E, forse, neanche quello.
_
[Tratto dal quinto capitolo]
- Perché, dal dolore, nasce la scrittura.
- E, dalla scrittura, nasce il bello.
- E lei ama il bello.
- E noi amiamo il bello.
- Tautologico.
- Per nulla.
[...]
- Se tutti gli uomini fossero egoisti, morirebbe la società.
- Se tutti gli uomini fossero egoisti, morirebbe la morale.
[...]
- L'arte è solo il riflesso del proprio egocentrismo.
[...]
- Perché siamo tutti dei bastardi manipolatori.
Genere: Angst, Erotico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lemon, Lime | Avvertimenti: Contenuti forti
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Aggiornamento 09/04/17: aggiungerò/ho aggiunto una prefazione che prende volutamente spunto da quella de "Il Ritratto di Dorian Gray", per poi distaccarsene, mantenendo, comunque, il tono aspro e giudicante. Per leggerla, credo che dovrete cercarla tra i capitoli, dato che, se ricordo bene, essendo questo il primo capitolo pubblicato, vi indirizzeranno direttamente qui. Grazie a tutti coloro che mi hanno recensito, veramente!

N.d.a: quando ho scelto di scrivere questa storia, non avevo nessuna certezza, anzi, inizialmente la trama sarebbe dovuta essere totalmente differente; quando ho iniziato a scrivere questa storia, non sapevo neanche come l'avrei strutturata da un punto di vista sintattico né sapevo se sarei sfociato in una prosa dalle tinte liriche; quando ho iniziato a scrivere questa storia, avevo paura di pubblicarla, perché pensavo che a nessuno potesse piacere, poi, però, mi sono detto che, fino a quando non l'avessi pubblicata, non avrei avuto nessuna conferma. Ecco, quindi, che vi presento un grandissimo progetto, in cui i ragionamenti filosofici - a volte istruiti, a volte no - moriranno tra le braccia di una passione sbagliata, non perché, banalmente, sia una passione nata tra uomini, tra prof. e alunno, ma perché l'amore non dovrebbe fare male. Mai. Non voglio dire altro, se non che gli aggiornamenti saranno, all'incirca, ogni due-tre settimane, se questa storia avrà un seguito. Perché si scrive sempre per un pubblico.
Grazie a tutti coloro che mi hanno letto in passato, a coloro che mi leggeranno e a coloro che smetteranno di seguirmi, soprattutto a costoro, perché saprò di non essere perfetto. Vi avviso che, ogni volta, vi sarà una sorta di revisione in collaborazione di una mia carissima prof. di italiano, perciò non dovrebbero esserci grossi strafalcioni grammaticali, escludendo il solito stile estremamente asciutto che userò in certi casi. Ora vi lascio alla storia. Fatemi sapere.

Principe del Caos, Re del Cinismo, Imperatori del Disastro.
[Prologo]


[Roberto's Pov]
Italia, Monza. 
Camminavo, lento, tra le memorie del passato e il languore per il futuro, in bilico tra il dolce perire e l'amaro vivere; camminavo, veloce, tra girasoli che cominciavano ad appassire sotto i colpi del nascente autunno e un sole che, tremulo, splendeva e illuminava il mio volto con speranze bugiarde. Sedotto dalla bellezza di tutto ciò, mi persi in un sorriso, che sarebbe sbiadito quando, a passi di usignolo, avrei salito le scale del luogo in cui avrei portato avanti la più grande finzione, la mia vita, fatta di Crisantemi e di note sussurrate, ingoiate, trattenute, cosicché le sentisse solo la mia mente stanca.

Era tempo di smettere di cantare nenie maledette affinché vivessi nel beneficio del sonno; era tempo di alzarsi da quel letto di comodità dove mi ero accasciato, gravido di lacrime da rimettere, qualche mese prima, per recitare copioni passati, che, amabili, si sarebbero esauriti l'uno dopo l'altro, dando vita a un nuovo spettacolo, caratterizzato dal medesimo, incapace attore.

Vidi dei bambini giocare, soli, in un parchetto di cui ancora non avevo memorizzato il nome: belli. Sorrisi: dovevo farlo. Del resto, sorridevo sempre: per mostrarmi cordiale, per assecondare sterili moralismi umani, per apparire normale. Sempre. Anche quando fossi stato stanco di fingere, il mio sorriso si sarebbe erto contro cieli di parole compassionevoli e li avrebbe silenziati con la sua luce opaca; anche quando avessi desiderato di morire tra le braccia di libri mai scritti, avrebbe brillato, gioviale, sul mio viso; anche quando avessi sentito il bisogno di frantumarlo, sarebbe rimasto, impavido, lì dove si trovava. Senza muoversi. Senza crollare. Portando avanti la sua finzione. Portando avanti la mia finzione.

Sospirai: avevano litigato ancora. Si erano inflitti parole di ghiaia, che sarebbero decadute nell'Oceano del Tempo, destinate a imprimersi nella mente come il Seme sul petto dell'amato; delle rose erano state strappate, dei baci non erano stati donati e gli abbracci si erano persi in un piatto colmo di violenza, frantumatosi contro un terreno di parole gridate.

Affogai nella coltre di pensieri, che m'annebbiò il cuore, corrompendolo e uccidendone una parte. Sarei diventato la parola sottaciuta, poco a poco. E a me andava bene così: soffrire ci rendeva umani, perché ci permetteva di comprendere il valore stesso del Bene - il Male, almeno quello che veniva così denominato dalla società, era utile, perché, come il fuoco in Da Lentini, era destinato a diventare qualcos'altro, Bene. E, poi, ero a mio agio in questo mio patire. Perché non tutti avevano il dono del non stare bene. E non tutti avrebbero potuto passare una vita a fingere. Io ero speciale. Come pochi altri.

Intrapresi il vialone che mi avrebbe portato al liceo, dove, tra piogge che avrebbero penetrato la siccità di marzo, morti preannunciate come l'unica speranza di salvezza a questa vita e venti che avrebbero sbattuto contro le finestre chiuse, avrei dovuto frequentare il terzo anno. Tentai di trovare il viso di qualcuno a me familiare, ma trovai solo gridi pregni di noia per il rientro a scuola. Mi avvicinai all'entrata, aspettando che tutto iniziasse da capo. Carezzai lo stomaco, affinché il baratro di emozioni in cui rischiavo di sprofondare si preparasse a nutrirsi solo di sapienze sperperate agli stolti, soprattutto perché, quell'anno, avrei cominciato le vere Letterature, quelle con la "l" maiuscola, che avrebbero creato ponti di tristezza con ciò che ero, per poi vezzeggiare delicatamente il mio cuore, prenderlo tra le mani, strizzarlo e ucciderlo, senza uccidere me - perché un uomo avrebbe potuto vivere anche senza un cuore. Perché il cuore era solo il simbolo di un'umanità da me abbandonata tempo addietro. Perché non si nasceva umani, bensì si sceglieva di esserlo: quando si incontrava un'anima in fiamme e si decideva di bruciare insieme a lei, anziché tentare inutilmente di spegnerla con le proprie lacrime di misera compassione, vile pulsione umana; quando ci si imbatteva in un anziano la cui gioventù pulsava ancora nella mente e si sceglieva di non donargli il posto sull'autobus; quando si vedeva un corpo a pezzi e si optava per il lasciare che si ricomponesse da solo, senza porgergli pezzi del tuo, lurido. Complimenti per l'incoerenza, Roberto.

Un suono. Un cancello aperto. Passi lontani. Passi vicini. Passi lontani. Passi vicini.*

Entrai, piano, continuando a donare carezze di miele al mio stomaco: stava per ricominciare tutto, quindi era normale sentirsi agitati. Non così tanto, però. Stavo per tornare a essere il ragazzo perfettamente inserito all'interno della società, perché, se fossi apparso normale, non ci sarebbe stata alcuna domanda: una battuta ogni tanto, un lascivo complimento su qualche ragazza di cui non mi interessava nulla, una citazione filosofica per stupire, perché era questo il mio compito: stupire. Avrei dovuto fingere. Sempre. Anche quando fossi stato stanco di farlo.

Mi avvicinai alla mia classe, che, lo sapevo, si trovava al piano terra; varcai la soglia della porta, ricacciando lacrime vicine, incollate alla retina, rimestando ricordi passati, che, veloci, passarono dalla mia personale stazione di paure, per poi andarsene, con la consapevolezza che sarebbero presto tornati a farsi sentire, e, allora, mi sarei piegato e avrei pregato persino divinità inesistenti affinché non si riversassero sul mio corpo di rosa senza spine; mi sedetti al banco in prima fila, incapace di guardarmi dietro, mentre, con sorrisi liquidi, salutavo i miei compagni di classe.

Aspettavo Clara: credeva che fossimo amici, ma non lo eravamo - era solo l'ultimo mio barlume d'essere normale. Stavamo bene insieme, certo, ma non eravamo amici: io sapevo tutto di lei; lei non sapeva nulla di me. Perché non avrei mai potuto farla entrare in contatto con ciò che ero. Non in quella situazione. Avrei rischiato. Giacché non mi avrebbe capito. E la mia recita sarebbe crollata. E io avevo ancora bisogno di quel palco. Del dolce applauso del silenzio. Ero falso. E amavo esserlo.

Intravidi Clara tra gli altri: boccoli di piume di corvo cadevano dal capo, posandosi, in maniera stridente, sulla schiena di scottature mai guarite; il corpo di usignolo con una mente da aquila risplendeva grazie alle sue forme sinuose; qualche sostanza non identificabile intorno agli occhi e un rossetto rossastro sulle labbra sancivano una bellezza primigenia, indebolita dal pacchianismo. Sorrisi: ero obbligato a farlo: dovevo mostrarmi contento di vederla. Perché lei mi voleva bene. Perché noi ci volevamo bene.

- Rob, ciao! 
- Clara, cara, come stai? - Un abbraccio: troppo intimo.
- Benissimo, tu?
- Sto bene, ti ringrazio.
- Quante volte ti dovrò dire che non devi ringraziarmi?
- L'educazione è alla base della nostra società.
- Quanto cazzo vuoi che me ne freghi della società?
- Aggraziata come tuo solito.
- Rompipalle come tuo solito.
- Dovrebbe fregartene, della società: ci giudica, spogliandoci delle nostre difese e ponendoci nudi di fronte agli altri. Noi siamo chi siamo in virtù di essa e non possiamo far altro che accettare ciò: se non lo facessimo, verremmo etichettati come pazzi. E il pazzo è visto come un malato nella nostra società, non come un genio.
- Ti piacerebbe essere etichettato come pazzo? - chiese, ammirata: lei mi venerava; io la apprezzavo.
- La follia è l'unico veleno che berrei, conscio del fatto che, folle o meno, finirò in pasto ai vermi, come gli stolti.
- Questo chi sarebbe?
- Io.
- Ogni volta mi sorprendi.
- Sorprendersi è il primo passo per conoscere.
- E perché io mi sento infinitamente ignorante al tuo confronto?
- Perché sei umana. 
- Egocentrico.
- Come sempre. - Ridemmo. Lei appoggiò la sua borsa sul banco, per poi provare, con successo, a lasciare cadere la giacca con eleganza sulla sedia e sedersi di fianco a me, con le gambe da Donna ormai temprata dal Passato accovacciate e le braccia poste come muraglia fallace intorno al corpo. Aguzzai la vista: il suo corpo, squassato dalle Serpi di Ieri, parlava per lei; vi era qualcosa che non andava, che stonava in quel canto tanto bello, ma, allo stesso tempo, maledetto persino da Dio. Mi osservò, regalandomi un sorriso stropicciato.
- Mi stai psicanalizzando?
- Non dovrei?
- Non dovresti.
- Perché?
- Perché non è il periodo giusto per sentirmi sbattere la verità in faccia.
- Lo rispetto.
- Grazie. - disse, appoggiando il capo sulla mia spalla, ricercando un affetto che, veloce, cadde sul suo capo sotto forma di carezze melliflue.
- Ragazzi, - urlò Jessica, una ragazza la cui euforia era un canto di usignoli innamorati in un mondo abituato al silenzio dell'anima. - Sta arrivando un professore: è meglio che ci sediamo!

Seguimmo gli ordini: nessuno più in piedi. Perché era la regola. E noi avremmo sempre dovuto seguirle, quelle regole. Non perché fossimo brave persone. Né perché ci importasse qualcosa di esse. Bensì perché avremmo dovuto evitare la nota: c'era sempre un secondo fine, dato che la nostra società era corrotta, e noi avremmo dovuto obbedire pedissequamente a ciò, affinché non venissimo definiti cinici. O, peggio, affinché non prendessimo una nota.

Entrò un uomo: un cielo di ghiaccio in tempesta, i cui capelli, all'apparenza di seta imbevuta nell'inchiostro, contrastavano tristemente con gli occhi di neve sporcata da un Tedio leopardiano, mentre la camicia azzurrastra, leggermente bistrattata, adornava il corpo di Angelo decaduto - era bello, differentemente bello: era la rappresentazione del Bello nella forma più rovinata da una cura fatta passare come noncuranza. 

Si sedette sulla sedia posta dietro alla cattedra, appoggiandoci sopra la ventiquattrore.
- Cominciamo la lezione. - esordì.
- Scusi? - eccepì Davide, fin troppo svogliato per cominciare a studiare.
- Dimmi.
- Non ci presentiamo?
- Dovremmo?
- Be', è una consuetudine...
- Quindi dobbiamo adeguarci a essa?
- Credo...
- Volete che mi presenti? - Un silenzioso annuire. - Mi hanno sempre definito come un bastardo; forse lo sono veramente, bastardo, ma, a voi, di questo, non deve fregare poi molto. Forse vi interessa sapere qualche strana informazione su di me, che dimenticherete o, probabilmente, ricorderete solo quando, uscendo coi vostri amici, scherzerete sui vostri professori. Probabilmente. Ma a voi non deve interessare nulla di ciò che sono o di ciò che faccio nel mio tempo libero: a voi deve importare solo del fatto che io possa non svolgere bene il mio lavoro. Come a me non importerà nulla di ciò che amiate, di quello che facciate nel tempo libero, di chi amiate, a meno che questo "chi", e sarebbe un grosso errore grammaticale, non sia un cavallo: in quel caso, sì, potrei preoccuparmi. - Una risata colpì il viso di tutti noi, accompagnata, poi, dal suo sorriso giudicatore, che, carnefice, penetrò le mie ossa, rendendomi vittima della soggezione. - Mi importerà, però, di come stiate: se avrete un problema, potrete parlarmene, ma non aspettatevi parole di sostegno, bensì la verità sbattutavi in faccia. Non importa se starete peggio: meglio vivere nel peggio che in un meglio menzognero; non importa se crederete che io abbia torto: la mia  opinione esula dallo sbagliato e dal giusto, perché è un'opinione, quindi sbagliata in partenza; non importa se definirete la mia opinione relativa: il relativismo esiste solo nella mente dei codardi. Abbiate il coraggio di prendere una decisione, di non cadere nel paradosso dell'assolutizzazione di ciò che, più di ogni altra teoria filosofica, dovrebbe difendere il non-assoluto. Non cadete in contraddizione con voi stessi. Mai. Questo è ciò che mi sento di dirvi.

Silenzio. Non una parola, non un sussurro, non un pensiero: tutti, accecati dal suo fascino, si erano lasciati trasportare in una dimensione fallace, in cui avrebbero incontrato solo saggezza e presunzione. E io l'avevo già etichettato. Come sempre. Sbagliando. Le persone non erano etichette: le persone erano persone e basta.

- Partiamo da una domanda semplice, ricordandoci che è nella semplicità che si nasconde la complessità e che, nella complessità, si nasconde o uno stolto o un genio, un fottuto genio: avete in mente quesiti filosofici?
- Io, forse... - intervenne Jessica. - Perché esistiamo?
- Ottimo, sai anche darti una risposta? - Si abbracciò, in uno sterile tentativo di difendersi, apparendo indifesa.
- Non so: è una domanda astratta, troppo astratta.
- In che senso?
- Nel senso che non è concreta.
- Ottima tautologia.
- Scusi?
- La tautologia è un'ovvietà, un qualcosa di talmente chiaro da essere ridondante; cosa intendi dire?
- Che è molto complesso dare una risposta...
- Pas de soucis pour moi... - ribatté, veloce. - Imparerete, insieme a me, a rispondere a questa domanda, passo dopo passo, lungo il bellissimo e, allo stesso tempo, estremamente complesso percorso che ci aspetta.
- Prof., così ci spaventa... - eccepì Marco.
- Dovete esserlo, soprattutto quando vi interrogherò, vi guarderò, capirò che avrete imparato a memoria la lezione e vi metterò zero... ah, sì, do zero, soprattutto se mi accorgo che è un'interrogazione eccellente in cui non vi è alcun spunto di riflessione. Non mi interessa che impariate a memoria decine e decine di informazioni: mi interessa che le capiate, che le svisceriate poco a poco e che sappiate offrire una vostra visione, alla fine di questo triennio, di questo mondo tedioso. Accettate, per ora, di non avere certezze.
- Siamo giovani. - pensai ad alta voce.
- Scusa? 
- Nulla, stavo solo riflettendo. - risposi, accennando a un sorriso, consapevole che non avrei dovuto mostrargli quanta soggezione mi mettesse, cosicché evitassi di diventare un'inerme preda nelle sue mani di predatore.
- Riflettiamo insieme.
- Non è nulla di interessante...
- Giudicherò io.
- Veramente, non è nulla di che...
- Credi di avere competenze migliori delle mie per poter distinguere l'interessante dal non interessante?
- Non lo penserei mai, prof.
- Allora parla.
- Pensavo solo che quello che lei ha detto, cioè di non avere certezze, suonasse anch'esso come una tautologia.
- In che senso?
- Nel senso che, essendo giovani, sappiamo a malapena cosa sia la vita; stiamo gettando le basi di ciò che saremo, ordunque mi domando quali certezze dobbiamo avere.
- Tu hai una famiglia?
- Sì. - Apatico.
- E questa famiglia ti vuole bene o è una di quelle famiglie moderne che lasciano i loro figli a se stessi? - Braccia intorno al petto.
- Non dovrebbe?
- Non dare nulla per scontato: il legame famigliare è solo un legame di sangue, quindi non delinea nulla; ci si vuole bene solo perché ci si deve volere bene, non perché c'è qualcosa di autentico.
- Un concetto certamente anarcoide, ma anche duro da affermare.
- Sono le frasi dure che cambieranno il mondo, non quelle con le quali non ci si espone: hai un pensiero? Esprimilo, giacché, solo esprimendo ciò che si pensa, può nascere un dialogo.
- A lei non importa dell'impatto che le sue frasi potrebbero avere sugli altri, soprattutto su un pubblico di adolescenti?
- Stai sviando dalla domanda.
- Anche lei.
- Dovrebbe?
- Ha una funzione educativa.
- Quindi dovrei attenermi a una vacua abiura? 
- Non si tratta di abiura: si tratta di rispetto.
- La verità è sempre superiore al rispetto.
- E l'educazione è sempre superiore alla verità.
- Si può esprimere una verità anche in maniera educata.
- La si può anche mitigare.

Sguardo contro sguardo. Belve che si incrociavano dopo essersi appena svegliate, che ricercavano carne con cui nutrirsi, con cui porre fine alla loro brama di vittoria, di fronte a un pubblico, perché era sempre il pubblico a decidere chi avrebbe vinto. E io, certo, non avrei perso.

- Cosa non ti è piaciuto della mia frase? - chiese.
- Ho solo trovato uno spunto per innescare una discussione.
- Ti piace discutere?
- Molto.
- Ti piace anche giudicare?
- Credo che sia nella natura dell'uomo farlo: la società ti spoglia, ti mette a nudo di fronte agli altri, ti dona un giudizio e, poi, ti lascia inerme sul terreno, incapace di reagire.
- Anche questo è duro da affermare.
- Crede che un giovane non possa avere un'opinione?
- Credo che tutti, a maggior ragione un giovane, debbano mettere in conto di poter sbagliare.
- La mia filosofia di vita è che tutto è un dialogo aperto.
- A una certa ora, bisogna mettere un punto fermo.
- Cosa intende dire?
- Bisogna essere in grado di raggiungere una verità soggettiva da oggettivare, almeno per sé, per sentirsi meglio con se stessi, sempre tenendo conto che troverai persone che, per un volere difensivo delle proprie teorie, smonteranno le tue idee. Una verità che, però, non è certezza, perché, alla vostra età, sarà difficilmente giustificabile da un procedimento che unisca l'aspetto razionale a quello dell'esperienza dei sensi. Concordi?
- Sì.
- Ottimo... qualcun altro ha in mente dei quesiti filosofici?
- Perché esiste Dio? - Intervenne Clara.
- Sei credente?
- No.
- Perché?
- In che senso?
- Motiva il tuo non credere in Dio.
- Semplicemente non riesco a concepire qualcosa di superiore all'essere umano.
- Perché?
- Perché è perfetto nel suo essere imperfetto.
- Perché?
- Perché è dotato di ragione.
- Anche Dio.
- Sì, ma è una figura astratta: non è visibile.
- Quindi ti affidi all'esperienza sensibile?
- Sì.
- Interessante, ma avremo tempo per approfondire ciò. Ricordatevi, inoltre, che non c'è peggior ateo di uno che non sappia motivare il suo ateismo: brava.
- Grazie! - Arrossì.
- Altri quesiti? - proseguì lui. Non un battito di ciglia. - Tu, ragazzo, non hai nulla da dire? - domandò, rivolgendosi a me e sventrandomi coi suoi occhi grigiastri.
- Tempo al tempo.
- Perché aspettare? Possiamo comandare il tempo.
- Solo l'arte può farlo.
- E noi possiamo avere l'illusione di avere il potere dell'arte: scegliamo noi quando fare qualcosa.
- Così comandiamo le nostre azioni, non il tempo.
- Il tempo è padrone delle nostre azioni: se comandiamo loro, abbiamo, tautologicamente, in mano anche esso.
- Questa è logica portata all'estremo.
- Noi geni portiamo tutto all'estremo.
- Vero.
- Ti consideri un genio?
- Non credo nella genialità.
- Anche questo è interessante: spiegami il perché.
- Il termine "genialità" viene usato dall'uomo per indicare il pane che egli non può mangiare, in quanto possedente i denti, certo, ma incapace di usarli nel modo corretto. 
- Quindi, per te, la genialità è un semplice non avere le capacità per comprendere qualcosa?
- I mezzi, più che altro.
- E, nella stupidità, ci credi?
- Sì, è intrinseca alla maggior parte degli esseri umani, che, come serpi affamate, divorano dall'interno l'intelligente, colui che è conscio di valere qualcosa dal punto di vista intellettuale, corrodendone il cuore e facendolo entrare in una spirale ego-distonica, se troppo fragile, e, purtroppo, l'uomo nasce, vive e muore da persona fragile, perciò è destinato a stare male per colpa degli altri.
- Quindi, per te, la stupidità si identifica, in generale, con la società?
- Sì.
- Essendo la società formata da un insieme di individui, credi, quindi, che la maggior parte sia stupida?
- Esattamente.
- E gli intelligenti?
- Soccombono.
- Altra idea molto interessante. Ottimo, ragazzi, direi che possiamo cominciare con un brevissimo tema, e, prima che mi chiediate a cosa serva scrivere temi, vi anticipo, dicendovi che, scrivendo, eviterete di partorire quelle cazzate pseudo-poetiche che, poi, trascrivete sui muri dei cessi della scuola, in stile "ti amo più di quanto Petrarca amò Laura, più di quanto Dante amò Beatrice, e più di quanto il mio amico là sotto ami la tua amica laggiù", okay? - Ridemmo. - Prendete un foglio e cominciate: potete scrivere tutto ciò che volete; avete circa trenta minuti, ma mi basta anche solo una pagina, perciò non preoccupatevi.

Scrivere: avrei scritto per ore; avrei voluto che narrare storie di personaggi schiavizzati dalla superbia di parole passate divenisse il mio lavoro, che potessi vivere del respiro di uomini mai esistiti, che potessi elargire parole di miele contro la società, che, lenta, ci distruggeva, facendoci crollare di fronte a speranze cartacee che lei stessa aveva creato. Così scrissi. E, scrivendo poco, scrissi tanto.

[Christian's Pov]
"Ogni volta che rinasco 
Tra le braccia della notte,
Dimenticando lacrime gettate
Su carta bruciata,
E fiele biancastro assaporato
In giornate silenziose,
Rincorro nomi
Che non voglio ricordare,
Nutro belve
Che non si lasciano domare,
Cucio ferite con un ago
Che si perde nelle vene,
E muoio una seconda volta.

Esiste qualcosa di più filosofico di una poesia?"


Un sorriso sulle mie labbra: io e quel ragazzo ci saremmo divertiti.



*Questo ragionamento è complesso da seguire: sono lontani, dapprima, perché non si sono ancora avvicinati, cosa che, poi, fanno (vicini), per poi superare il protagonista (lontani), il quale, alla fine, sceglie di seguire la massa (vicini).
   
 
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