Storie originali > Favola
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Autore: Beauty    06/04/2017    0 recensioni
Nel mondo delle favole, tutto ha sempre seguito un preciso ordine. I buoni vincono, i cattivi perdono, e tutti, alla fine, hanno il loro lieto fine. Ma le cose stanno per cambiare.
Quando un brutale omicidio sconvolge l'ordine del Regno delle Favole, governato dalla perfida Regina Cattiva, ad indagare viene chiamato, dalla vita reale, il capitano Hadleigh, e con lui giungono le sue figlie, Anya ed Elizabeth. Attraverso le fiabe che noi tutti conosciamo, "Cenerentola", "Biancaneve", "La Bella e la Bestia"..., le due ragazze si ritroveranno ad affrontare una realtà senza più regole e ordine, in cui niente è come sembra e anche le favole più belle possono trasformarsi nel peggiore degli incubi...
Inizia così un viaggio che le porterà a scoprire loro stesse e il Vero Amore, sulle tracce della leggendaria "Pietra del Male" che, se nelle mani sbagliate, può avere conseguenze devastanti...
Il lieto fine sarà ancora possibile? Riusciranno Anya ed Elizabeth, e gli altri personaggi delle favole, ad avere il loro "e vissero per sempre felici e contenti"?
Genere: Avventura, Dark, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: AU, Cross-over, What if? | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo IV
 
Who is Afraid of the Big Bad Wolf?
 
 
 
Il lupo non aveva ancora finito la frase
che subito saltò fuori dal letto e con un sol boccone
inghiottì la povera Cappuccetto Rosso
 
Grimm, Cappuccetto Rosso
 
 
 
LA CHIAZZA COLOR DELL'EBANO si stava allargando a macchia d'olio. Elizabeth scostò quasi di riflesso la gamba sinistra quando il liquido toccò la suola della sua scarpa da tennis.
Sentì Anya muoversi accanto a lei.
- Liz? Che succede?
La maggiore delle sorelle Hadleigh si sporse fino a poggiare una mano sulla spalla di Elizabeth. Quest'ultima non replicò né reagì in alcun modo al tocco. Anya vide che teneva lo sguardo fisso sul libro che le era scivolato dalla borsa, gli occhi sgranati e le labbra semidischiuse come se fosse stata un pesce fuor d'acqua in procinto di tirare le cuoia per mancanza d'ossigeno. E a proposito di ossigeno, le sembrava che sua sorella non stesse neppure respirando, in quel momento.
La scosse.
- Che hai? Cos'è quella roba?- la seconda domanda venne accompagnata da una smorfia disgustata e da un'occhiata diffidente alla pozza nera in mezzo alla quale giaceva il volume. Elizabeth sembrò aver elaborato il messaggio – aveva come l'impressione che il suo cervello stesse procedendo alla velocità di un bradipo –, ma non rispose e neppure guardò Anya.
Non riusciva a distogliere lo sguardo dal libro di favole. La scritta Fiabe del focolare le appariva alla stregua di una carcassa di animale abbandonata sull'asfalto, una visione di cui chiunque avrebbe fatto a meno ma dalla quale non era in grado di distaccarsi.
Io l'avevo lasciato a casa, alla fine trovò il coraggio di lasciare che quel pensiero prendesse forma. L'avevo lasciato a casa. L'avevo lasciato a casa. Non l'avevo messo nella borsa, ne sono sicura.
Anya si fece più vicina.
- Allora, che cavolo è?!
Elizabeth sentì che si stava spazientendo, ma di nuovo non le rispose. Sollevò il libro da terra con la punta delle dita, attenta a non imbrattarsi i jeans con quella strana cosa nera che continuava a strabordare dalle pagine.
- Che cos'é?- Anya accennò al liquido.
- Il libro di favole che stavo leggendo a casa.
- Fin qui c'ero arrivata. Intendevo: che cos'é quella roba che sta colando?
Elizabeth si morse il labbro inferiore e intinse la punta dell'indice nella pozza accanto alla sua scarpa. Il liquido, caldo e viscoso, le sporcò anche le unghie e i polpastrelli del pollice e del medio, ma non ci furono altri effetti.
- Sembra...sembra inchiostro...- osservò.- Forse...deve essersi sciolto quando si è bagnato, prima, sotto la pioggia...
- E da quando un libro stampato perde inchiostro per un po' d'acqua?
Da quando quello stesso libro si sposta dalla poltrona a una sacca senza che nessuno ce lo abbia messo, pensò Elizabeth, ma non esplicitò la sua considerazione ad alta voce.
L'inchiostro aveva smesso di colare. Anya le strappò il libro di mano e lo aprì su una pagina a caso. Elizabeth vide che sua sorella era capitata sull'incipit di una fiaba: era Cappuccetto Rosso, come recitava in cima al foglio un'elegante font in corsivo, le cui lettere avevano le estremità affusolate e decorate con stilizzazioni di foglioline nere e boccioli di fiori.
Sotto di esso, le parole della storia erano pressoché cancellate: non si capiva nulla di ciò che vi era scritto, l'inchiostro era sbavato e rendeva le lettere illeggibili. Elizabeth socchiuse gli occhi – le faceva uno strano effetto leggere senza occhiali – e cercò di decifarare come meglio poteva le scritte, senza troppo successo. A mano a mano che scorreva le righe, si rese conto che mancavano alcuni termini qua e là, e dopo un'occhiata più attenta realizzò che non si trattava di omissioni casuali: qualcuno aveva cancellato deliberatamente le parole nonna e Cappuccetto Rosso.
Non erano sbavate come il resto del testo...erano mancanti, come se fossero state coperte con del bianchetto o eliminate totalmente dalla storia.
Elizabeth guardò sua sorella: Anya teneva le sopracciglia aggrottate in un'espressione confusa e insieme accigliata. Elizabeth voltò rapidamente la pagina, e così fece con un'altra, e un'altra, e un'altra ancora. Non perse altro tempo a cercare di decifrare le parole, poiché aveva compreso che sarebbe stato inutile; concentrò invece le sue energie nella ricerca di altre parole eliminate dalla storia. C'erano, ed erano sempre le stesse: nonna e Cappuccetto Rosso.
Giunse all'ultima pagina della fiaba, occupata interamente da un'illustrazione ad acquerello che all'apparenza non era stata danneggiata. L'immagine mostrava alcuni dettagli che facevano pensare a una camera da letto – un rettangolo di coperta sulla sinistra, mezz'anta di armadio sulla destra, un comodino –, probabilmente quella della nonna, ma in cui regnava un disordine tale – erano stati dipinti cocci di vetro e brandelli di stoffa sul pavimento d'assi, ed Elizabeth identificò come sangue una macchia rossa all'angolo inferiore sinistro dell'illustrazione – da far pensare a un soqquadro dovuto a un'incursione di ladri, o alla furia di un tornado.
Al centro dell'illustrazione, seminascosto da un'ombra tratteggiata al fine di celare buona parte del suo corpo, incluso il volto, era inginocchiato un uomo che indossava abiti scuri – forse marroni o neri – stivali pesanti e un'accetta legata alla cintura di cuoio. Reggeva fra le mani una mantella rossa.
Elizabeth spostò di nuovo la sua attenzione sul testo della fiaba: il finale della storia era in assoluto la parte più danneggiata, il tutto si riduceva a file di macchie nere senza più forma né significato; faceva eccezione un'unica parola, comunque deformata, ma ancora leggibile nonostante le lettere fossero sbavate e tracciate con mano tremolante.
La parola era Cacciatore.
Anya abbandonò il libro sull'erba.
- Andiamo via da qui, prima che quella pazza ritorni...- bisbigliò; ispezionò lo spazio circostante per un minuto intero, prima di essere sicura di potersi alzare in piedi. Elizabeth recuperò il libro e si tirò su.
- Anya, sta succedendo qualcosa...- mormorò.- Se questo è davvero il Regno delle Favole, allora c'è qualcosa che non va...
- E lo credo che qualcosa non va! Una schizzata ha appena cercato di ammazzarci!- Anya esaminò il taglio che Biancaneve le aveva fatto all'altezza della spalla: si trattava di una ferita superficiale, aveva persino già smesso di sanguinare, ma Elizabeth vide che sua sorella tremava.
Le sfiorò l'avambraccio.
- Ti senti bene?
Anya si ritrasse bruscamente, come se si fosse appena scottata.
- Sì - bofonchiò, poi aggiunse:- Non possiamo lasciare che quella vaghi a piede libero...forse è il caso di lasciar perdere quell'albero, tornare indietro e raccontare tutto a papà...
- Papà?
- Va arrestata, Liz. Lui e Crawford sapranno cosa fare...
- Ma cavolo, Anya, quella era Biancaneve!- imprecò Elizabeth, sentendosi il sangue salire alla testa. L'ostinazione di sua sorella a non voler vedere come stavano le cose iniziava a darle sui nervi, stava diventando ottusità.- Biancaneve, hai capito? Biancaneve, e ha cercato di farci fuori! E guarda questo coso!- le sventolò il libro di favole sotto al naso.- L'inchiostro non può essere colato a causa dell'acqua, l'hai detto anche tu! E io l'avevo lasciato a casa...l'avevo lasciato sulla poltrona in salotto prima di uscire, e adesso è ricomparso nella sacca senza che nessuno ce l'abbia messo...!
- Sarai stata soprappensiero, l'hai messo dentro e ora non te ne ricordi più!- insistette Anya.- E per favore, non diventare anche tu una povera demente come la mamma! Quella non era Biancaneve, quella era una malata mentale!
Elizabeth le colpì il braccio con il libro di favole. Anya si allontanò di un passo e si massaggiò la parte offesa.
- Ma sei deficiente?!
- Non mi paragonare alla mamma!- ringhiò Elizabeth.- E se quella era una pazza come dici tu, allora come lo spieghi che il libro...
- Non me ne frega niente se quell'affare perde inchiostro, va bene?! E abbassa la voce, quella squilibrata potrebbe...
- Squilibrata? Suppongo parliate di Biancaneve.
Anya trasalì e si voltò di scatto, allungando istintivamente una braccio per proteggere sua sorella, ma vide subito che non si trattava di Biancaneve come aveva temuto.
Elizabeth rimase interdetta. Si strinse il libro di favole al petto e guardò lo sconosciuto di fronte a loro. A parlare era stato un uomo alto e magro, vestito con pantaloni e camicia neri e stivali di pelle scura lucidissima; portava un mantello del medesimo colore dei vestiti, ma foderato internamente di un tessuto rosso scarlatto. Era abbastana giovane, a occhio e croce non doveva avere più di venticinque o ventisei anni, ma i lineamenti del suo viso erano troppo affilati per poter essere definito bello. Il mento era appuntito, il naso dritto, le guance lievemente infossate e gli zigomi alti e spigolosi che accentuavano i suoi occhi neri e penetranti, in cui era presente una luce attenta e furba, a tratti maligna. Aveva i capelli castani lunghi fino alle spalle raccolti in una coda dietro la nuca.
Una faccia da furetto, a Elizabeth sfuggì spontaneo il paragone.
Lo sconosciuto stava sorridendo, ma era un sorriso bizzarro; non di cortesia e neanche di allegria; si limitava a sollevare l'angolo della bocca in una smorfia beffarda e malandrina, come se stesse sorridendo di qualcosa che solo lui sapeva e non aveva intenzione di rivelare.
Sarebbe stato lo stesso sorriso che avrebbe avuto una volpe che avesse appena individuato il pollaio.
- Ehm...salve...- mormorò Anya, scostandosi una ciocca dei capelli ormai sciolti dietro l'orecchio. Elizabeth fu colta dal forte sospetto che sua sorella si sentisse intimidita da quell'uomo, il che era abbastanza singolare, poiché non riusciva a ricordare una sola occasione in cui Anya avesse mostrato timidezza o soggezione di fronte a qualcuno; comunque, non poteva darle torto: lo sconosciuto, forse per i suoi abiti scuri o per i suoi lineamenti affilati, le trasmetteva una strana sensazione di disagio, misto anche a un certo timore.
- Senta, noi...- Anya si ravvivò ancora i capelli, anche se quel gesto aveva un che di automatico.- Noi...siamo state aggredite...c'è una donna che...
- Sì, non mi stupisce - la interruppe l'individuo con noncuranza.- Povera principessina...da quando il Principe Azzurro l'ha...beh...- finse di pensarci su.- Come dire...non si è comportato esattamente da gentiluomo con il suo corpicino addormentato - ghignò.- Poveretta. Da allora è andata fuori di testa. In senso letterale.
- Fuori di testa è dir poco...- ironizzò Elizabeth a bassa voce.
Anya le regalò un'occhiata di rimprovero.
- Senta - esordì poi, diretta allo sconosciuto.- Noi...ci siamo perse, dovremmo tornare a casa. Sa dirci se per caso c'è un albero qui vicino che...
Lo sconosciuto schioccò le dita, e scomparve di fronte a loro.
Entrambe sgranarono gli occhi.
- Un albero, bella gioia?- fece una voce alle loro spalle.
Tutt'e due si voltarono: lo sconosciuto era ricomparso dietro di loro, e se ne stava con le spalle appoggiate al tronco di una quercia, le braccia conserte. Elizabeth avrebbe voluto cacciare un urlo o fare qualsiasi altra cosa, ma tutto ciò che le riusciva era fissarlo boccheggiando come uno scorfano.
- Ci sono tutti gli alberi che vuoi nella Foresta Incantata - proseguì l'individuo.- Parecchie varietà, anche: querce, abeti, salici...la tua domanda è un poco insensata, non trovi? O forse...- schioccò un'altra volta le dita, e scomparve di nuovo.
Ricomparì alla loro destra, appollaiato su un salice piangente con le mani dietro la nuca, la schiena appoggiata al tronco e le gambe distese lungo uno spesso ramo.
- Forse...- ripeté.- Tu stai parlando di un Portale. In tal caso sarebbe una richiesta legittima, ma...fossi in te lascerei perdere. Non è facile farli funzionare, a volte si attivano anche da soli, e ho sentito dire che la Regina Cattiva ha confuso le destinazioni con la magia per chiunque non abbia un Amuleto...rischieresti seriamente di ritrovarti in guai più grossi di quelli in cui sei adesso.
- Ma che accidenti vai farneticando?
- Come hai fatto ad arrivare fin lassù?- Elizabeth superò una stralunata Anya e arrivò a un metro dalle radici dell'albero.
- Magia, raggio di sole - ghignò lo sconosciuto.- Mai sentito parlarne?
- Solo nei libri...- ammise la ragazza, ma subito se ne pentì. Si stava facendo prendere un po' troppo dalle circostanze, si rimproverò. Era vero che si trovava nel Regno delle Favole – ormai l'ipotesi era diventata certezza –, ma questo non significava potersi concedere il lusso di abbassare la guardia. Ciò che era accaduto con Biancaneve ne era stata una prova sufficiente, e in più questo sconosciuto che le stava di fronte aveva tutto meno che l'aria innocente della bella principessa di poco prima.
Il suo volto sembrava innocuo tanto quanto poteva sembrarlo il muso di una lince.
A confermare il suo ragionamento ci pensò la punta dello stivale di sua sorella, dritta nel polpaccio.
L'individuo sorrise e balzò a terra. Si avvicinò alle due ragazze.
- Intendi libri come quello, raggio di sole?- indicò il volume che Elizabeth teneva fra le braccia. Anya prese un lembo della felpa di sua sorella e la tirò indietro. L'uomo si aprì in un sorriso, scoprendo due file di denti bianchissimi, e tese loro la destra con il palmo aperto.
- Suvvia, non c'è bisogno di allarmarsi tanto...- sdrammatizzò.- Voglio solo dare un'occhiata al tuo libro, nulla di più.
Elizabeth aprì la bocca per rispondere, ma sua sorella le marciò davanti, piantandosi a pochi centimetri dall'uomo.
- Senti, fenomeno da baraccone - ringhiò.- Non m'incanti con i tuoi giochi di prestigio. Chi ti conosce, eh? Cosa credi di fare? Noi vogliamo solo delle informazioni, e se non ce le vuoi dare, allora puoi anche toglierti dalle scatole!
Lo sconosciuto non si scompose, ma arretrò di un passo.
- Ma che maleducato!- esclamò.- Hai proprio ragione. Dunque, mi presento - detto questo, si esibì in un inchino a dir poco plateale, piegandosi in avanti e stendendo il braccio destro orizzontalmente mentre portava il sinistro all'altezza dell'addome.- Il mio nome è Tremotino, lieto di fare la vostra conoscenza - alzò lo sguardo su di loro.- Quanto alle informazioni...- sibilò.- Sì, posso darvi delle informazioni.
- Bene, sentiamo - Anya si mise le mani sui fianchi.
Tremotino, ripeté mentalmente Elizabeth. Dove aveva già sentito quel nome? In una favola, certo, non poteva essere altrimenti. Ma non riusciva a ricordare quale favola. Doveva averla letta di sfuggita da qualche parte, ricordava solo che c'entravano una bella fanciulla rinchiusa in una torre, della paglia e un bambino.
E che Tremotino non fosse esattamente l'eroe.
- Facciamo un accordo - propose Tremotino.- Io vi darò le informazioni a patto di poter avere il vostro libro. Che ne dite?
- Avere? Non è in vendita - replicò Elizabeth, sulla difensiva.- Posso fartelo leggere e poi tu me lo restituisci subito.
Negli occhi dell'uomo balenò una strana luce, che Elizabeth non fu in grado di decifrare, ma ebbe la certezza di averlo irritato. Tremotino inclinò lievemente il capo di lato e la guardò con un angolo della bocca sollevato nel suo sorrisetto sghembo, ma stavolta quella smorfia era più innervosita e amare che canzonatoria.
- Tratti sull'accordo, raggio di sole?- sibilò.- Hai la stoffa della mercante. O della strega.
Elizabeth sentì che sua sorella si era fatta vicina a lei e che cercava di porsi di fronte al suo corpo per difenderla. La strana luce negli occhi di Tremotino scomparve e l'uomo si schiarì la voce.
- Allora, affare fatto?
Le due sorelle si guardarono. Anya si morse l'interno della guancia, dubbiosa, ma alla fine cedette.
- Va bene - concesse.- Daglielo, Liz.
Elizabeth gli porse il libro, che Tremotino quasi le strappò di mano. Nel farlo, le sfiorò il dorso della mano con la punta delle dita, e la ragazza avvertì una forte vibrazione, come una scossa. Ritrasse la mano in fretta.
Tremotino cominciò a sfogliare le pagine del libro; le fece scorrere tutte nel giro di pochi secondi, quasi senza leggerle, quindi lo restituì a Elizabeth.
- Come immaginavo - commentò.- Era prevedibile, dopo quello che è successso alla povera piccola Cappuccetto Rosso e alla vecchietta...
- Allora?- incalzò Anya, senza badargli.- Le informazioni?
- Oh, sì! Giusto. Dunque, vediamo...- Tremotino si accarezzò il mento.- Bene, ecco qui: come avrete già intuito, madamigelle, le cose qui non stanno andando come dovrebbero. Non so se questo sia un bene o un male per voi, ma il sottoscritto ha solo da guadagnarci. Che altro? Beh, c'è una profezia, qualcuno che vuoi che i Signori Oscuri tornino a sconvolgerci la vita e le Forze del Male dietro l'angolo. Il tutto, naturalmente, orchestrato da lei.
- Lei, chi?- chiese Elizabeth.
- Brutto stronzo!- sbottò Anya.- Mi stai prendendo in giro?! Sarebbero queste le informazioni?!
Tremotino alzò le mani in segno di difesa.
- Tu non hai specificato che genere di informazioni volevi, carina. Fossi in te, mi accontenterei di quello che vi ho detto e lo terrei a mente. Anche se non credo che resterete qui ancora a lungo...
Un ululato squarciò l'aria. Era lo stesso ululato che avevano udito prima di entrare nella casa di Biancaneve, cupo e agghiacciante, ma molto più vicino.
Tremotino ascoltò e si aprì in in ghigno soddisfatto.
- Il punto è, carine...che questo è lo scenario perfetto per l'arrivo della Salvatrice...e poiché siete in possesso del libro, è molto probabile che sia una di voi due...
L'ululato tornò a diffondersi nell'etere. Elizabeth si fece più vicina a sua sorella.
- Ma che stai dicendo...?- mormorò quest'ultima.
- C'è solo un modo per scoprirlo: se una di voi è la Salvatrice, le Forze del Bene la proteggeranno dal nostro nuovo arrivato. Se nessuna di voi due lo è...beh, buona fortuna comunque. Spero vi piacciano i cani - sorrise beffardo e arretrò di qualche passo.- E' stato un piacere conoscervi, bellezze. Arrivederci...o almeno, me lo auguro per voi.
Schioccò le dita e scomparve dalla loro vista.
L'ululato tornò a farsi sentire, vicinissimo.
Elizabeth afferrò il polso di sua sorella, e Anya quasi incespicò in una radice nell'atto di indietreggiare. Un rumore di foglie secche e rami calpestati seguì l'ennesimo ululato, accompagnato da un ringhio. Entrambe le ragazze erano paralizzate; Anya si sentiva le gambe pesanti e inerti, come se gliele avessero inchiodate al terreno.
Qualcosa in mezzo alle fronde e alle sterpaglie ringhiò di nuovo. Le foglie di un alto cespuglio vibrarono, e attraverso di esso s'intravide un paio di occhi gialli.
Elizabeth fece per gridare, ma l'urlo le morì sulle labbra. Le due ragazze indietreggiarono, vedendo la bestia di fronte ai loro occhi.
Era un lupo, ma non si trattava di un canide come gli altri. Era un ibrido fra un lupo e un essere umano: camminava in posizione eretta, con le spalle ricurve, reggendosi sulle zampe posteriori; il torace era ricoperto da folto e ispido pelo marrone scuro, ma s'intravedeva la muscolatura caratteristica dell'addome umano; le zampe posteriori erano lupesche, così come il muso, la testa e le orecchie ritte sul capo, mentre quelle anteriori erano dotate di avambracci e bicipiti e terminavano con mani umane provviste di quattro dita con lunghi artigli affilati. Era privo di coda e doveva essere alto all'incirca due metri.
La bestia ringhiò e puntò gli occhi gialli in direzione delle due ragazze; si piegò sulle zampe posteriori e piantò a terra quelle anteriori, in posizione d'attacco.
Con un balzo si avventò su di loro.
- Sta' giù!- Anya spinse Elizabeth di lato e si gettò a terra un attimo prima che il Lupo le piombasse addosso. L'animale saltava troppo in alto e copriva distanze troppo elevate per un canide comune; atterrò a tre metri da loro. Scoprì le zanne ed emise un altro ringhio.
Elizabeth si sollevò su un gomito e cercò sua sorella: Anya era accasciata sull'erba a pochi metri da lei, lo sguardo puntato in quello selvaggio del Lupo.
L'animale si pose nuovamente in posizione d'attacco. Annusò l'aria, quindi puntò il muso in direzione di Elizabeth e spiccò un balzo verso di lei. La ragazza gridò, ma fu in grado di rotolare verso destra per evitare che il Lupo l'attaccasse. L'animale si sollevò eresse sulle zampe posteriori e alzò una mano artigliata per colpirla.
Anya scattò in piedi e afferrò la prima cosa che le capitò a tiro, una pietra a pochi centimetri da lei; senza rifletterci ulteriormente la scagliò verso il Lupo, colpendolo a una scapola.
L'animale ringhiò e si voltò verso di lei.
Aveva cambiato obiettivo.
- Vai, scappa!- strillò Anya, ma Elizabeth rimase paralizzata mentre il Lupo si avventava contro sua sorella. Anya si scansò appena in tempo e prese a correre nella direzione opposta rispetto a sua sorella. L'animale le fu subito alle calcagna.
Anya si addentrò nella Foresta Incantata, correndo a perdifiato, ma comprese subito che non sarebbe stato abbastanza. Dal terreno spuntavano numerose radici, arbusti e pietre che l'intralciavano, senza contare che quella belva era tre volte più veloce di lei e copriva falcate più ampie con meno movimenti. Lo sentiva avvicinarsi sempre di più alle sue spalle, e poi, dannazione!, lei stava correndo alla cieca. Era buio, non si vedeva pressoché niente e non sapeva dove stesse andando né dove trovare un posto dove nascondersi.
Le era andata bene con Biancaneve, non sarebbe stata altrettanto fortunata, ora.
Incespicò, finendo distesa in avanti sull'erba, ma non si era fatta nulla. Cercò di rialzarsi, ma qualcosa le bloccava le caviglie. Vide che sottili radici le si erano attorcigliate attorno ai polpacci; si dimenò e scalciò per liberarsi, ma il tentativo di liberarsi sortì l'effetto opposto: alcune radici si spezzarono, ma subito altre presero il loro posto, e quelle che non riuscì a staccare si fortificarono. Dai polpacci salirono fino alle ginocchia, sembrava che fossero dotate di vita propria.
Anya inorridì quando altre radici sbucarono fuori dal terreno, alcune strisciando come serpenti altre sfondando la terra che le ricopriva, e le si aggrovigliarono intorno alle gambe fino a raggiungere l'altezza delle cosce. La ragazza si puntellò sui gomiti, quindi agitò le gambe con quanta forza possedeva: riuscì a districarsi da alcune radici e ne spezzò altre con le mani, ma appena fu libera subito un altro fascio spuntò dal terreno e si avvolse intorno al suo braccio destro.
Parecchie ciocche di capelli le erano finite davanti agli occhi per la concitazione, ma Anya vide con chiarezza che quel fascio che le stringeva l'arto aveva fattezze molto somiglianti a quelle di una mano umana, ossuta e rachitica, con dita nodose che le si attorcigliavano intorno all'avambraccio.
La ragazza afferrò la radice e la spezzò per liberarsi; si rialzò, ma capì immediatamente che il terreno non era l'unica cosa di cui preoccuparsi: nello stesso istante in cui sentì un ringhio lupesco a pochi metri da lei, i rami degli alberi sopra la sua testa si staccarono piano dalle fronde e presero a calare su di lei, come mani e braccia pronte a stritolarla.
Una mano di legno piombò a pochi passi da lei, affondando nel terreno e stringendo erba e sassi fra le dita nocchiose. Un altro braccio bitorzoluto danzò sopra il suo capo cercando di afferrarle i capelli e di graffiarle il volto.
Anya sollevò le braccia all'altezza della fronte per proteggersi dall'aggressione e indietreggiò nel tentativo di allontanarsi, quand'ecco il ringhio sommesso farsi strada fra gli arbusti, e la ragazza e il Lupo si ritrovarono faccia a faccia.
L'attacco dei rami cessò. Anya si sarebbe aspettata che la bestia le saltasse addosso, invece avanzò con lentezza esasperante, quasi volesse sfidarla a scappare per avere il piacere di agguantarla alle spalle. La ragazza indietreggiò velocemente, ma finì per inciampare e cadere di schiena. Fece appena in tempo a sentire un forte splash! prima di ritrovarsi bagnata da capo a piedi.
Non era caduta in una pozzanghera, o in un piccolo laghetto. Si trattava di uno stagno, la cui acqua fangosa insozzava le canne e le ninfee.
Anya boccheggiò, capelli e faccia ricoperti di acqua e fango.
Il Lupo era pronto ad attaccare. La ragazza strisciò nell'acqua e toccò un tronco d'albero con la schiena. Era un albero cavo, abbastanza grande da potervicisi entrare. Non ci rifletté troppo e s'infilò nella cavità un attimo prima che il Lupo la raggiungesse.
L'animale iniziò a strappare a morsi i pezzi di corteccia e a colpirla a zampate. Anya gridò, non trovando modo migliore di ripararsi dalle schegge di legno e dagli artigli affilati se non quello di stringersi le ginocchia al petto. Aveva compreso troppo tardi l'errore commesso: quello non era un nascondiglio, era una trappola per topi!
Il Lupo riuscì nell'intento di scavarsi una via d'entrata abbastanza grande da potervi infilare il muso e una zampa. Scoprì i denti in un ringhio e le graffiò una coscia con una zampata. Le divelse i pantaloni strappandoli in quattro lunghe aperture, dalla quale iniziò a zampillare sangue. Il Lupo avvicinò le fauci sempre di più, e Anya chiuse gli occhi, in attesa di un morso che non arrivò mai.
Invece, udì solo un guaito.
Il Lupo abbandonò il suo bersaglio, voltandosi per vedere chi o cosa l'avesse colpito.
Elizabeth si allontanò di diversi passi e brandì il pezzo di legno che aveva usato per cercare di tramortirlo, anche se sapeva che si trattava di un'arma ridicola e inutile. Si diede dell'imbecille. Aveva agito d'impulso per aiutare Anya, ma non c'era modo che lei, da sola, potesse tenere testa a una belva come quella. Arretrò, agitando il pezzo di legno in direzione dell'animale, ma la bestia glielo fece volare via dalle mani con una zampata. L'arma improvvisata si schiantò al suolo, frantumandosi.
Elizabeth stessa perse l'equilibrio a causa della violenza del colpo, e cadde inerme nel fango. Il Lupo sollevò la zampa artigliata, pronto a calarla su di lei. La ragazza alzò un braccio come unica difesa e voltò il capo.
Udì il Lupo guaire. Sbirciò verso di lui per vedere cosa stesse succedendo, ma venne accecata da una luce fortissima e abbagliante, che dal nulla aveva circondato lei, la belva e Anya. Dovette stringere le palpebre per proteggersi dai raggi che le ferivano le pupille. Sentì il Lupo guaire di nuovo, e riuscì a socchiudere gli occhi abbastanza per vedere la sua sagoma fuggire via e scomparire nei meandri della foresta.
Lentamente, la luce si avvievolì fino a cessare del tutto.
Elizabeth si stroppicciò gli occhi, cercando di scacciare le macchie violacee che l'abbaglio aveva causato alla sua vista. Quando queste scomparvero e lei tornò a vedere normalmente, in piedi fra lei e Anya – ancora con il fondoschiena a mollo nello stagno e mezza nascosta nell'albero cavo – c'era una donna vestita con un lungo abito blu che le arrivava fino ai piedi. La gonna aveva un taglio a ruota, e quando Elizabeth riuscì a vedere al massimo delle sue – peraltro neo acquisite – capacità, notò che era molto pulita – neppure l'orlo era sporco di fango, e sì che si trovavano nei pressi di uno stagno –, ma vecchia e dall'aria di essere stata rattoppata innumerevoli volte. Il tessuto era grezzo, e qua e là recava qualche toppa dello stesso colore originario, ma più chiara o più scura, e segni di rammendo. Il corpetto e le spalline del vestito erano nascosti da uno scialle la cui coda terminava all'altezza delle ginocchia della donna, un triangolo di lana grigia che aveva conosciuto giorni migliori.
La stessa proprietaria non era più molto giovane, di certo doveva aver superato i quarantacinque anni: i contorni degli occhi erano solcati da ragnatele di rughe, la pelle delle guance aveva iniziato a perdere la sua tonicità e le labbra erano strette in una fessura severa e dolorosa. Nonostante ciò poteva ancora essere definita piacente; a Elizabeth venne quasi spontaneo paragonare il suo volto a quello di sua madre – o per essere più precisi, all'unica fotografia rimasta di Christine; Elizabeth non aveva mai saputo come avesse fatto a sfuggire all'accurata ecatombe che papà aveva fatto di ogni oggetto appartenente alla mamma, sapeva solo che aveva trovato quella foto infilata sotto la lavatrice durante l'ultimo trasloco, e che l'aveva nascosta in mezzo alle pagine di 1984 di George Orwell, dove si trovava tutt'ora.
La Christine Mason della fotografia aveva la stessa forma a cuore del viso come ce l0 aveva quella donna di fronte a loro, gli stessi zigomi alti e la stessa aria di chi ne ha passate troppe per ogni umana sopportazione. Ma Christine era più giovane e aveva i capelli corti e neri, mentre la sconosciuta portava la lunga chioma biondo paglia sciolta sulle spalle e la schiena, fatta eccezione per un fermacapelli azzurro appuntato all'altezza della tempia sinistra.
- Ti senti bene?- le domandò la donna; aveva una voce molto dolce e gentile.
No, Elizabeth avrebbe voluto rispondere; invece annuì e si rialzò.
- Grazie...- borbottò fra i denti. Era chiaro che era stata quella donna a salvarle dal Lupo. Guardò nella direzione in cui era scappato.
- Non temere - la rassicurò la donna.- Non siamo più in pericolo, ormai - indicò il cielo.- La luna piena calerà fra qualche ora, ma per stanotte non tornerà. Pover'uomo, avrei almeno voluto evitargli quest'altro supplizio...- aggiunse in un sussurro, coperto da un mugolio di dolore di Anya. Elizabeth vide sua sorella strisciare fuori dal tronco cavo e farsi strada arrancando nell'acqua fino a raggiungere la riva. La sua gamba spillava sangue, ma non sembrava avesse emorragie o che la ferita fosse molto profonda.
La donna si avvicinò ed esaminò la ferita da lontano.
- Non sembra grave - decretò.- Anzi, direi che lo possiamo sistemare subito.
Anya boccheggiò. Era smorta e sembrava sotto shock. La donna esaminò ancora la gamba, quindi infilò una mano nello scialle e ne estrasse un bastoncino bianco e sottile, lungo circa dodici pollici, e avvicinò la punta alle ferite di sua sorella.
Anya si ritrasse di scatto.
- Stai ferma, cara - la riprese la donna, ma non sembrava arrabbiata. Toccò con la punta del bastoncino ad una ad una le ferite di sua sorella. Da esso si sprigionò un bagliore simile a quello di poco prima, ma meno intenso, come la fiamma di una candela.
Un attimo dopo, Anya sgranò gli occhi di fronte alle ferite completamente rimarginate oltre la stoffa divelta.
- Diamo una sistemata anche alla spalla, che ne dici?
Senza lasciare che le rispondesse, la donna toccò anche la ferita inferta da Biancanevea a sua sorella, e anche quella si rimarginò del tutto.
Elizabeth deglutì. Se lei fosse stata Anya – l'Anya solita, non quella palesemente bisognosa di pronto intervento psicoterapeutico che le stava davanti ora – avrebbe iniziato a riempire quella donna di domande, su cosa fosse successo e perché, chi fosse lei, come avesse fatto a mettere in fuga quella belva e a guarire le ferite di sua sorella.
Invece, si limitò a gracchiare:- Chi è lei?
- Sono la Fata Turchina - rispose l'altra, con semplicità, del tutto ignara della doccia fredda che quell'affermazione era per loro due.- E voi due siete in disperato bisogno di aiuto e possibilmente di un bagno. Venite. Non è prudente stare qui, la Foresta Incantata non è un luogo sicuro. Non più - aggiunse.
Anya sembrava lobotomizzata. Elizabeth la raggiunse e l'afferrò sotto le ascelle per aiutarla a rialzarsi. Dopo quello che era successo con Biancaneve, Tremotino e il Lupo, fidarsi dell'ennesima sconosciuta equivaleva ad attraversare la strada con una benda sugli occhi, e ne era consapevole anche lei: ma diceva di essere la Fata Turchina, e le aveva salvate da quel mostro.
E loro non avevano poi molta scelta. Elizabeth aveva la sensazione che non sarebbero tornate a casa presto come avevano sperato. Ed erano da sole, perse in mezzo a una foresta in un posto che non conoscevano e che si stava rivelando pericoloso.
Seguì la donna trascinandosi dietro Anya.
- Sei convinta, adesso?- le bisbigliò. Sua sorella non rispose, ma dopo poco Elizabeth la sentì sussurrare qualcosa.
- Che hai detto?- fece, accigliata.
E' assurdo - ripeté Anya.- E' assurdo.
 
***
 
LE DUE RAGAZZE SI ALLONTANARONO seguendo la Fata Turchina. Poco dopo, la loro immagine scomparve dallo specchio, e la superficie tornò a riflettere il volto bellissimo e perfetto della Regina Cattiva.
Raccolse un rossetto dalla toeletta e se lo passò sulle labbra. Una tinta rosso sangue le colorò la bocca carnosa, e la sovrana mimò un bacio prima di rimirarsi nuovamente.
- Grazie, Specchio. Non ho più bisogno dei tuoi servigi, per il momento.
Lo Specchio rimase muto. La Regina Cattiva scrutò ancora la propria immagine con compiacimento misto a una certa noia. Afferrò con la punta delle dita il telo di seta nera posto sopra lo Specchio e lo tirò delicatamente in basso, in modo che la superficie riflettente e la stessa cornice venissero coperti.
L'intero castello era pieno di specchi. Solo nella sua stanza ce n'erano cinque: quello della toeletta, due sul comodino, uno alto quanto la sua intera figura posto accanto al letto e lo Specchio. Lo Specchio era l'unico fra i tanti a essere diverso, anche se all'apparenza non sembrava differente da qualsiasi altro. La cornice era nera e incisa in modo tale che desse l'idea di un motivo di rose rampicanti, ed era in grado di riflettere l'intero busto della Regina Cattiva dal capo sino alla vita.
E non solo quello.
Si trattava di un dono prezioso nonché di una potente arma strategica sia in guerra che in pace, motivo per il quale la Regina Cattiva si premurava di tenerlo sempre nella sua stanza da letto – di cui possedeva lei stessa l'unica copia di chiavi – e coperto con un telo nero.
L'ultima volta che qualcuno – era una domestica di cui non conosceva il nome – aveva fatto notare la stranezza di tenere uno specchio sempre coperto, era stato fatto frustare a morte insieme a coloro che aveva messo a parte di questa riflessione.
Lo Specchio era il suo miglior confidente, e non raccontava mai altro se non la verità. Era in grado di mostrarle qualsiasi cosa lei domandasse di vedere, sebbene avesse dei limiti: non poteva mostrare ciò che era stato né ciò che sarebbe avvenuto; e non poteva varcare i confini posti da magia più potente della sua.
La Regina Cattiva giunse le mani in grembo e si diresse al centro della stanza, pensosa. Ciò che le aveva mostrato lo Specchio non le era piaciuto, ma non se la prese con nessun altro se non con se stessa.
Avrebbe dovuto intuire che inviare il Cacciatore a uccidere le ragazze non era un piano che avrebbe avuto un certo successo. Non sentiva di aver sottovalutato le due sorelle: erano sprovvedute e stupide come le erano sembrate la prima volta che aveva chiesto allo Specchio di mostrargliele. Ciò che non aveva messo in conto era che anche altri esseri erano stati informati del loro arrivo, prima fra tutti Turchina.
E Tremotino...
La Regina Cattiva si morse l'interno della guancia e strinse le mani a pugno. Non poteva permettere che lui si mettesse in mezzo. I suoi passati tentativi di trattativa erano falliti: ciò significava che Tremotino non aveva intenzione di unirsi a lei, ma non era certo il tipo che si sarebbe opposto al ritorno dei fratelli Grimm.
Il che poteva voler dire soltanto che, qualsiasi fosse il suo piano, andava contro di lei e intralciava i suoi obiettivi.
La porta della camera da letto venne scossa da tre colpi sordi.
La Regina Cattiva sospirò e si ricompose.
- Avanti - concesse.
I battenti della porta vennero aperte dalle due guardie poste a sentinella, e il Primo Ministro venne fatto entrare. La porta si richiuse alle sue spalle, e l'uomo si inginocchiò in segno di saluto. Rimase con un avambraccio poggiato sul ginocchio sinistro e lo sguardo basso fino a che la Regina Cattiva non gli fece cenno di alzarsi.
- Vostra Maestà ha chiesto di vedermi?- domandò il Primo Ministro.
- E' così - i loro sguardi s'incrociarono; la Regina Cattiva studiò silenziosamente la luce negli occhi azzurri dell'uomo, prima di iniziare a passeggiare lentamente per la stanza.- Primo Ministro, sapete dirmi qual è lo svantaggio di possedere un Uomo Lupo e di impiegarlo per i propri fini?
- Che esso è solo attivo nei giorni di luna piena, Vostra Maestà. Per il resto del tempo, è un uomo come tutti gli altri. Un peso inutile, se ciò che ci occorre di lui è la sua forma animalesca.
- Esattamente.
La Regina Cattiva si fermò.
- Il Cacciatore non è riuscito nell'ordine che gli avevo dato, uccidere le due ragazze. All'alba la luna piena sarà scomparsa e non potrò più fare affidamento su di lui per dare la caccia alle due figlie di Richard Hadleigh. Comprenderete che questo è un problema.
- Certamente, Vostra Maestà. Volete che dia ordine al capitano Navarre di inviare un manipolo dei suoi soldati a prelevarle?
La Regina Cattiva sogghignò.
- Ammiro il vostro modo di ragionare e riconosco che sarebbe una mossa opportuna, ma dovete sapere che il Cacciatore ha fallito a causa di Turchina. Le ragazze sono protette da una fata appartenente alla corte di re Oberon, il che avvalora ancora di più la mia ipotesi.
- Voi siete certa che una di loro sia la Salvatrice, Vostra Maestà?
- La più giovane è in possesso del libro. Non può essere altrimenti. Resta sempre il quesito su chi delle due sia la vera Salvatrice, ma sarà un problema che passerà in secondo piano quando saranno morte.
- Cosa volete che faccia, Vostra Maestà?
La Regina Cattiva sorrise; si prese il tempo che desiderava per rispondere. Riprese a passeggiare per la stanza, lanciando di tanto in tanto delle occhiate di sottecchi al Primo Ministro. L'uomo non mostrava segni d'impazienza nonostante stesse attendendo una risposta. Nonostante non facesse parte del suo esercito né del corpo di guardia reale, la sua postura e i suoi modi lasciavano intuire senza ombra di dubbio il suo passato da militare.
Aveva avuto delle remore nel momento in cui si era trovata a dover decidere se accettare la sua richiesta di unirsi alle sue fila, ma dopo cinque anni di fedele servizio era quasi certa di aver compiuto un'ottima scelta nel nominarlo suo Primo Ministro. Quasi.
- Ho dato ordine di punire il Cacciatore con cinquanta frustate. Avrebbe meritato la morte per il suo fallimento, ma mi sono resa conto che la sua vita può ancora essermi utile. Ha ucciso Cappuccetto Rosso e la nonna quando gliel'ho ordinato, e il prossimo plenilunio sarà di nuovo un feroce assassino. Tuttavia, come avete giustamente osservato, per tutto questo tempo egli sarà un peso inutile. E io ho bisogno di un intervento immediato - la Regina prese alcune ciocche della sua chioma corvina fra le dita e iniziò a lisciarsele con fare lezioso.- Mi metteste a parte del vostro passato da soldato e ufficiale, Primo Ministro, e ho avuto modo di constatare con i miei occhi che siete un abile cacciatore e combattente.
- Vostra Maestà mi sta chiedendo di occuparmi personalmente della questione?
- Non sono mai rimasta delusa da voi o dal vostro operato, e confido non lo sarò neppure questa volta. Ma badate bene, mi occorre rapidità e discrezione. La situazione si sta facendo complicata, il Dipartimento Favole è entrato in azione dopo l'assassinio della nonna e di Cappuccetto Rosso, ma ho preso le mie precauzioni e ho buoni motivi per credere che la mia spia non fallirà. La mia preoccupazione più grande sono le due ragazze. Possiamo affermare che la profezia sia vera...- la Regina esitò, ma poi proseguì risoluta:- Ma ciò non significa che si debba avverare. Voi sapete cosa sto cercando, Primo Ministro, e anche a questo ho già provveduto. L'importante è che loro non arrivino prima di me. E' questo il vostro compito. Siete un abile spadaccino, un capace arciere, e conoscete alla perfezione la Foresta Incantata. Non dovrebbe esservi difficile trovarle. Le voglio morte, Primo Ministro - la Regina Cattiva tornò a guardarlo.- Non so chi delle due sia quella di cui parla la profezia, ma non posso permettermi di rischiare. Trovatele e uccidetele.
Il Primo Ministro fece un cenno di assenso con il capo.
- C'è qualcos'altro che Vostra Maestà desidera che io faccia?
- Il libro. Dovete portarmi il libro - disse la Regina Cattiva.- Lo credevamo perduto da anni, e invece ha deciso di palesarsi alla mocciosa più giovane. E' certamente un tassello fondamentale per il rituale, non possiamo permettere che vada perduto di nuovo. Partirete non appena sarete pronto. Posso fornirvi tutto ciò che desiderate.
- Ho le mie armi, Vostra Maestà, ma vi ringrazio per la cortesia.
La Regina Cattiva gli diede le spalle e si avvicinò all'unica finestra della camera da letto. La vetrata era alta e stretta, e oltre di essa si stagliava fino all'orizzonte il regno che aveva tanto sudato per ottenere, e che presto avrebbe varcato anche le soglie della Foresta Incantata e di ciò che la vista poteva giungere a scrutare.
- Vi faciliterò il compito. Vi permetterò di usare uno dei Portali che ho sottomesso al mio volere. Turchina avrà certamente protetto la sua dimora e le ragazze con la sua magia, ma posso riuscire a farvi arrivare abbastanza vicino a essa. Naturalmente...- la Regina Cattiva si voltò di scatto e si avvicinò a lui.- Questo non l'ho specificato, ma naturalmente la ricompensa per i vostri servigi sarà molto generosa.
Negli occhi azzurri del Primo Ministro balenò un guizzo di cupidigia. Sorrise. Era fin troppo facile: si trattava di null'altro che scovare e ammazzare due ragazze sole e indifese.
La Regina aveva già fatto tanto per lui. Era sicuro che avrebbe mantenuto le sue promesse, come aveva fatto cinque anni prima.
La sovrana ricambiò il sorriso.
- Uccidetele e mozzate loro le teste, poi portatele da me insieme al libro e ai loro cuori. Li voglio serviti su un piatto d'argento. Sono certa che non fallirete.
Il Primo Ministro fece per rispondere, quando altri tre colpi contro uno dei battenti della porta riecheggiò all'interno della camera da letto. Le pupille della sovrana si restrinsero in due fessure.
- Incompetenti, avevo detto loro che non volevo essere disturbata per nessuna ragione...!- sibilò.- Chi è?- domandò poi ad alta voce.
- Sua Altezza la Principessa Rosarossa domanda di essere ammessa alla vostra presenza, Vostra Maestà - rispose una delle guardie all'esterno.
- Fatela entrare.
I battenti si spalancarono di nuovo e si richiusero solo dopo che nella stanza fu entrata una fanciulla che non poteva avere più di quindici anni. Il Primo Ministro si scostò dalla Regina Cattiva per poter salutare con un inchino la nuova arrivata. Dato il suo rango di principessa si limitò a portare una mano all'altezza del busto e a inclinare lievemente il torace e la testa nella sua direzione, e la ragazza rispose con una profonda riverenza, prima a lui e poi alla Regina.
La sovrana la guardò.
- Ebbene?- incalzò.
- Perdonatemi se vi ho disturbata, Vostra Maestà - squittì la principessa Rosarossa.- Ma volevo informarvi che il capitano Thorne ha disposto che il capitano Navarre e torni ad Hagenheim con altri soldati per accertarsi che non vi sia rimasto più nessuno.
- E da quando spetta a te informarmi delle disposizioni del capitano Thorne?
La principessa arrossì violentemente.
- Mi ha chiesto di riferirvelo.
- Il capitano?
- No, sua moglie - Rosarossa avvampò ancora di più.- Lady Danielle ha detto che suo marito sarebbe dovuto andare ad Hagenheim al posto del capitano Navarre, ma lei ha insistito affinché rimanesse, dal momento che aspetta l'arrivo del bambino di qui a pochi giorni e vuole che egli le sia vicino. Ha chiesto a me di riferirvelo nel timore che vi sareste adirata perché lei lo ha pregato di restare.
L'espressione della Regina Cattiva divenne di ghiaccio, ma non disse nulla e si ricompose in fretta. Il Primo Ministro provò pena per la principessa Rosarossa; non poteva dire di averla vista molto, poiché conduceva una vita abbastanza ritirata e generalmente si trovavano sempre in posti diversi impegnati in occupazioni differenti, ma le poche volte che l'aveva incontrata lei era sempre stata così: spaurita, tremante, patetica.
Rosarossa aveva quindici anni ed era la secondogenita di re Mathias e della sua prima moglie. Era meno bella rispetto alla sorella maggiore Biancaneve – fatto che l'aveva salvata dalle ire della Regina Cattiva –, ma restava comunque graziosa. Era bassa di statura e aveva un fisico esile e minuto, una carnagione rosea, e un volto ovale e piacente, con zigomi alti, naso all'insù, labbra a bocciolo occhi neri come la notte. La fronte era alta e l'intero viso era incorniciato da una cascata di capelli neri e mossi, che spesso la principessa lasciava ricadere sulle spalle e sul dorso.
In quel momento era strizzata in un vestito color giallo canarino dal collo alto e dalle maniche lunghe e strette, con una spilla all'altezza del seno e la gonna stretta.
La Regina Cattiva le riservò un'occhiata di sufficienza, poi tornò a rivolgersi al Primo Ministro.
- Partirete il prima possibile - ripeté.
- Domattina stessa, Vostra Maestà.
- C'è altro?
Il Primo Ministro esitò. Non era certo di poter avanzare la sua richiesta senza adirare la sovrana o infastidirla, né se fosse il caso di porla di fronte alla principessa. Ma si disse che Rosarossa non avrebbe comunque compreso, e che la Regina Cattiva stessa gli aveva raccomandato massima discrezione.
- Vostra Maestà, c'è la possibilità che cali la notte prima che io possa fare ritorno al palazzo - disse.- Vi chiederei di fornire un palliativo al mio problema.
La Regina Cattiva lo guardò per un istante, e comprese. Si diresse a grandi passi verso la toeletta, aprì un cassetto e ne estrasse un portagioie d'argento tempestato di perle di fiume. Prese un mazzo di chiavi dalla tasca dell'abito e infilò una di esse nella serratura del portagioie: dentro vi era un sacchetto di stoffa nero, chiuso con una cinturina di cuoio.
La Regina Cattiva lo porse al Primo Ministro, il quale lo intascò e la ringraziò.
Non si scambiarono altre parole. Il Primo Ministro s'inginocchiò nuovamente per salutare la Regina e la principessa, quindi uscì, lasciando la sovrana sola con Rosarossa.
L'atmosfera nella stanza da letto si fece improvvisamente pesante e tesa. Rosarossa si rattrappì su se stessa, torcendosi nervosamente le dita delle mani. La Regina Cattiva sospirò, e si sedette su una poltroncina foderata di velluto viola.
- Non disturbarmi mai più per faccende tanto futili, Rosarossa.
- Sì, Vostra Maestà. Vi chiedo perdono.
- E non dare confidenza a Lady Thorne. E' la tua dama di compagnia, il che la pone allo stesso livello di una serva.
- Desiderava avere suo marito accanto qualora avesse partorito, e ha inviato me a chiarire la situazione con voi per timore che...
- E tu prendi ordini da una inferiore?!
Rosarossa abbassò lo sguardo, paonazza in volto, e si scusò ancora. La Regina Cattiva la guardò, gelida.
- C'è altro che vuoi dirmi?
Rosarossa scosse la testa in segno di diniego, ma quando la Regina la congedò esitò a uscire dalla stanza. La sovrana si spazientì.
- Cosa c'è?
- Nulla, Vostra Maestà.
- Perché sei ancora qui? Cosa stai fissando?
Alla Regina Cattiva non sfuggì lo sguardo della sorella di Biancaneve che correva lungo tutta la sua persona. Rosarossa provò a negare, ma poi ammise la verità.
- Vostra Maestà indossa il colore rosso - soffiò infine.- E' il colore proibito.
La Regina Cattiva rise, una risata che aveva dello scherno e del compiacimento insieme.
- E tu osi farmi una tale osservazione? Tu, con il nome che porti?
Rosarossa si pentì immediatamente di aver aperto bocca. Aveva sempre avuto soggezione della matrigna, ancor prima che si rivelasse nella sua vera natura, e dopo che aveva ucciso re Mathias e sua sorella Biancaneve viveva nel terrore di farla adirare.
Rosarossa aveva perso la madre quando era molto piccola, lei e sua sorella Biancaneve a stento la ricordavano. Il loro padre aveva atteso diversi anni prima di prendere una seconda consorte, e quando aveva sposato la Regina lei e Biancaneve erano subito state messe in ombra dal suo carisma e dalla sua bellezza.
Rosarossa aveva temuto la Regina Cattiva ancor prima che si rivelasse crudele e spietata. Ogni giorno si domandava perché avesse deciso di risparmiare lei, dopo che si era mostrata così senza pietà nei confronti di suo padre e sua sorella maggiore.
La Regina Cattiva le fece cenno di avvicinarsi. Rosarossa ubbidì, con il cuore che aveva preso a martellarle nella cassa toracica. Quando fu abbastanza vicina, la Regina le fece un altro cenno, invitandola ad inginocchiarsi accanto a lei.
Non appena Rosarossa si fu messa in ginocchio, aggrappata al bracciolo della poltrona, la Regina Cattiva le afferrò il mento, premendole le lunghe unghie laccate contro le guance. La principessa emise un gemito di dolore che si affrettò a soffocare.
La Regina Cattiva le regalò un sorriso dolce e gelido.
- Il rosso è il colore del trionfo. Del nostro trionfo - precisò.- E' il colore di cui si tingeranno i tetti e le strade quando l'Oscurità verrà liberata e i fratelli creatori torneranno. Il rosso diventerà il simbolo del potere e non più un vessillo da temere e celare, mia cara Rosarossa. Sarà meglio che lo impari...- le lasciò le guance, ma continuò a tracciarle il contorno della faccia con la punta dell'indice; sfiorò prima il mento poi l'angolo del labbro inferiore, poi tracciò una linea in salita lungo l'orecchio fino alla tempia e poi lo zigomo, dove si bloccò.
La Regina Cattiva ritrasse la mano.
- Cos'è questo?- ringhiò. Prima che potesse difendersi, Rosarossa sentì la mano della Regina affondarle nei capelli dietro la nuca e stringerli con furia. La principessa gridò di dolore e si lasciò sfuggire un gemito.- E'...trucco? Ti sei truccata?
All'angolo della palpebra sinistra di Rosarossa era rimasto un residuo di ombretto rosa. Si era lavata la faccia prima di presentarsi al cospetto della sovrana, ma quell'ombra di trucco le era sfuggita per la fretta e la disattenzione.
- Perdonatemi, io non...
La frase venne mozzata a metà da un sonoro schiaffo. Rosarossa perse l'equilibrio sulle sue ginocchia e finì a terra ai piedi della Regina Cattiva. La sovrana si alzò in piedi, imperiosa.
- Vattene - ringhiò.- Sparisci dalla mia vista, se non vuoi fare la fine di tuo padre!
Rosarossa iniziò a singhiozzare, ma fu rapida a rimettersi in piedi e a lasciare la stanza da letto, non senza prima aver fatto una riverenza con le guance rigate dalle lacrime.
Per l'ennesima volta quella notte, i battenti della porta si richiusero facendo riecheggiare il lori tonfo nella camera.
La Regina Cattiva chiuse gli occhi e sospirò, quindi andò a sedersi alla toeletta. Si ravvivò i capelli con qualche colpo di spazzola, sistemò il rossetto e si alzò ancora, dirigendosi verso lo Specchio.
Fece scivolare a terra la seta che lo ricopriva, e rimirò la propria immagine riflessa come sempre, prima di pronunciare la formula di rito.
- Specchio, Specchio delle mie brame...dimmi, cosa ordisce Rosarossa nelle sue trame?
  
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