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Autore: Carlo Di Addario    14/05/2017    0 recensioni
Secondo uno dei tanti fascicoli, custoditi gelosamente e con meticolosa cura negli archivi Vaticani, nell'Oceano Indiano sono avvenuti, nel secondo scorso, diversi fenomeni para-scientifici.
Luci, rumori, strane sagome sui fondali marini... dilungarsi ora, sull'esatta natura di quei fenomeni, sarebbe quanto mai vano: l'archivio e tutti i suoi fascicoli, compreso quello da noi preso in esame, sono andati perduti in un rovinoso incendio, che devastò la Santa Sede.
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"E se non fossimo noi, che non funzioniamo??" esclamò all'improvviso la musicista, presa da una folgorante illuminazione nel mentre componeva.
L'ingegnere, il medico e il lottatore la guardarono, perplessi.
"E se non fossimo noi i disadattati, ma il resto del mondo a essere disadattato...?!" spiegò, concitata, la chitarrista.
Il medico scosse il capo: "No, non credo" e tornò a occuparsi dei propri intrugli sintetici.
"Grunf" grugnì il luchador messicano, tornando a portare scatoloni.
Rimase solo l'ingegnere.
"Lei, lei ha compreso cosa volevo dire...?" domandò la musicista, un poco sconfortata.
"Il mondo è rotondo, ahahah" esclamò l'ingegnere, iniziando a ridacchiare fra se e se.
E la musicista rimase lì, sconcertata.
Genere: Avventura, Generale, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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(Premessa: la storia verrà aggiornata molto di rado, tenterò comunque con una certa costanza)


CAPITOLO 1: Margherite Autunnali

L’uomo si sistemò la tuba.

Si guardò allo specchio, tirandosi un baffo.

Annodò per bene la cravatta.

Si grattò il pronunciato mento.

E, infine, si assicurò che tutti i lucenti bottoni del lungo cappotto fossero ben chiusi: lo erano.

Il professor Emory sorrise, soddisfatto.

Prese il lungo bastone da passeggio e, dall’alto del suo metro e novantacinque d’altezza, uscì dai propri alloggi: quel giorno in città tirava un freddo vento autunnale.

Il professor abbassò il capo, riparandosi come meglio poteva nell’elegante cappotto beige.

Detestava quel clima, detestava il freddo e, sopratutto, detestava l’autunno: gli alberi che perdevano le foglie insudiciando le strade, per esempio! Storse il naso, vedendo come si stesse impantanando nel fogliame le scarpe… 

Sospirò, continuando a camminare torvo e malcontento. Com’era di consueto.

“Via dei cipressi, numero dieci…” borbottò fra se e se.

Era lì che doveva arrivare. Una sua vecchia amata, di origine aristocratica e di ambiente mondano, l’aveva invitato a partecipare.

Odiava quelle stupide feste, ma non se la sentiva di rifiutare un invito tanto gentile, soprattutto da parte di Margherita per la quale, inconsciamente, provava forse ancora un poco d’affetto.

Così il professore percorse la via, svoltò a destra e a sinistra, salì una rampa di scale e ne discese un’altra, superò un naviglio e passo sotto un cavalcavia, svoltò ancora e attraverso la strada, quindi passò sotto un portico, svoltò ancora, attraversò un piccolo parchetto e una piazza, superò una grossa fontana e, finalmente, arrivò.

Alzò lo sguardo: era davanti al cancello d’ingresso del parco di una villona… decisamente più grande del suo monolocale con vista sulla discarica comunale. Ma lui non era ricco.

Din-don!

Suonò trillante il campanello.

Dal citofono si sentì una squillante voce: “Siiiii?”

“Margherita, sono Ventuno” rispose secco.

“Ventuno chiiii?” rispose la voce.

Il professore sbuffò. Detestava dover pronunciare il suo nome.

“Sono Emory”

“Emoriuccio! Sei venuto alla fine! Che gioia!”

Il professore alzò lo sguardo al cielo: “Ventunuccio” lo avrebbe anche gradito, ma quel vezzeggiativo con suo nome anagrafico gli dava un fastidio… 

Tant’è, la porta si aprì, e il professore entrò. Cosa poteva farci…? Due lustri, che quella donna lo chiamava così.

Superò un immenso cortile con le più varie specie di piante e le più variegate siepi, con tanto di lampioni a gas per illuminare il vialetto.

Non si soffermò molto su quel tripudio vegetale: detestava il giardinaggio. Anche se, con la coda dell’occhio, gli parve fosse un po’ tutto trascurato, con le rampicanti che iniziavano a prender possesso del vialetto.

E finalmente, superata una scalinata di marmo, arrivò al portone della villa.

Non fece in tempo ad alzare il braccio per bussare, che la porta si aprì: chiunque si sarebbe aspettato un maggiordomo, compreso Ventuno.

“Emoriuccio! Da quanto tempo!” esclamò una grassoccia, prosperosa e giovanile signora, dalla pallida carnagione e indossante un violaceo e raffinato abito di marca con tanto di ampio cappello decorato con variopinte piume.

“Margherita! Da quando non fai più aprire alla servitù?” domandò perplesso il professore, malcelando un accenno di sorriso sotto i baffoni.

“Da quando ci sei tu!” rispose canzonatoria.

Poi agguantò l’uomo e tentò di baciarlo.

Tentò, perchè Ventuno scansò il goffo gesto della donna.

“Uffa! Emoriuccio! Non ti piace più baciarmi?!” si lagnò.

Ventuno scosse il capo, sorridendo beffardo: “Non da quando mi tradiste per quel balordo di… di… come si chiamava? Eugenio…?”

Margherita arrossì: “Oh… Emoriuccio, è stato tanti anni fa…”

“Due lustri, per l’esattezza. Ma sai com’è, sono sempre stato una persona incredibilmente rancorosa” rispose secco il professore.

La nobildonna lo guardò affranta per un momento.

Ma solo uno. Tornando entusiasta, esclamò: “Su, inizia a far freddino, entra, entra!”

E si scostò, per farlo passare.

Ventuno ringraziò con un leggero cenno del capo e entrò.

-

La villa di Margherita era immensa: solo il salotto era probabilmente grande come la casa del professore.

Il pavimento era in lucido marmo, i muri con ampie vetrate ad arco, il tutto con un lungo colonnato e un maestoso tetto a volta, con tanto di candelabri pendenti.

La nobildonna notò un’attimo il meravigliato stupore di Ventuno, che era ormai da due lustri disabituato a quell’inutile sfarzo.

“Se ti piace puoi anche venirci a dormire qui, il mio letto è tanto grandeeee…” gli propose maliziosa.

La proposta non dispiacque al professore a dir la verità: non certo per l’allusione della donna ad avvinghiarsi sotto le coperte, per la quale dopo il tradimento di tanti anni prima provava una sorta di inconscia repulsione. Più che altro perchè il suo letto era da qualche settimana mezzo sfasciato, e dormire su un comodo giaciglio gli avrebbe certo giovato all’artrite che si era preso con l’inizio della brutta stagione.

“Vediamo…” borbottò, guardando le pompose tende rosse appese sopra le vetrate.

“Lo fai solo per il letto comodo, vero?” domandò provocatoria la nobildonna, che sapeva intuire i pensieri del professore.

“Brillante intuizione, mia cara” rispose sarcastico.

“Susu, seguitemi verso la cucina, che ti preparo un buon tè” eclissò sorridendo lei.

Nuovamente Ventuno storse il naso, mentre passavano sotto a un grosso quadro raffigurante un distinto nobil’uomo con tanto di monocolo e divisa, probabilmente il padre di Margherita.

“Preparare il cibo non dovrebbe esser mansione di servitù…?” domandò, sempre più perplesso.

“…e poi, non doveva esserci una festa? Perchè ho la sensazione che, a parte noi due ,questa villona sia deserta??” aggiunse, guardandosi intorno.

“Confesso, la festa l’avevo inventata solo per convincerti a presenziare…” ammise arrossendo la nobildonna.

Ventuno sospirò, accennando un tragicomico sorriso: non sapeva se esserne lusingato o scocciato. 

“…per quanto riguarda la servitù, è da due mesi che l’ho congedata” finì di spiegare.

Il professore annuì silenzioso, osservando una raccolta di antichi vasi dentro una teca di vetro.

“Quindi e da due mesi che vivi sola fra queste mura?” domandò distrattamente.

“Proprio sola sola no, ogni tanto ho la compagnia di qualche brillante borghese…” accennò vaga.

Ventuno annuì distrattamente. 

“Dai Emoriuccio, siediti mentre ti porto un tè con dei biscottini fatto con le mie manine!” squillò di colpo, facendo accomodare l’ospite su una pomposa sedia di velluto rosso. 

Il professore non contestò e si sedette, affondando nel morbido tessuto.

Per uno abituato a sedere su scomode e scricchiolanti sedie di legno, fu veramente una piacevolissima sensazione, sentire il giaciglio adattarsi alla forma del proprio corpo.

“Veramente comoda, Margherita” commentò.

“Grazie, puoi starci seduto quanto vuoi Emoriuccio caro” rispose lei, scomparendo in cucina.

Ventuno annuì, socchiudendo gl’occhi accennando un sorriso di profondo appagamento.

-

“Quindi, cosa fai adesso nella vita, Emoriuccio?” domandò la nobildonna, inzuppando un biscottino nel tè.

Ventuno, che stava masticando, deglutì e spiegò: “Lavoro ancora per gli archivi del Vaticano… come da due lustri del resto” aggiunse.

Margherita prese un lungo sorso di tè. Poi domandò: “E non t’annoi mai, in quel mare di scartoffie?”

Il professore fece spallucce, bevendo anch’esso un sorso: “Dipende quali scartoffie…” poi sorrise: “…su alcune si leggono cose molto interessanti…”

“Del tipo??” incalzò la nobildonna, curiosa.

Ventuno mangiò un’altro biscotto.

Mentre masticava, Margherita si sentì fremere: sempre così il suo Emoriuccio, a interrompersi sul più bello e a lasciarla col fiato sospeso.

Mentre guardava Margherita fremere, Ventuno dovette trattenere una risata: sempre così la nobildonna, a emozionarsi per i suoi modi di fare teatrali.

Deglutì e spiegò: “Secondo alcuni documenti, che potrei aver casualmente visto durante il mio lavoro di smistamento…”

“Casualmente…” gli fece eco Margherita, divertita.

Ventuno annuì con sguardo complice: “..potrei aver scoperto di misteriosi fenomeni parascientifici avvenuti recentemente nell’Oceano Indiano…”

“Che tipo di fenomeni??” esclamò trepidante la nobildonna, avvinghiando le dita al manico della propria tazza.

“Luci, strani rumori, la presenza ai radar di un qualcosa sui fondali di natura ignota…” spiegò in sintesi il professore.

“E la chiesa come l’avrebbe scoperto, tutto ciò?” domandò ingenuamente la donna.

“La chiesa vede, sa e giudica tutto” rispose secco Ventuno, che ben conosceva i meccanismi dietro il sistema clericale.

Poi aggiunse: “E se ha giudicato queste informazioni riservate, vuol dire che nell’oceano indiano questi fenomeni sono stati messi in relazione con qualcosa di pericoloso per le verità di fede, altrimenti non mi spiegherei il motivo di nasconderlo negli archivi”

Margherita si mise le mani fra i rossi capelli: “Oddio, oddio, Emoriuccio, ti rendi conto di cosa mi stai dicendo con tutta questa nonchalance?!”

“La chiesa ci nasconde tante di quelle cose…” rispose pragmatico Ventuno, tornando a inzuppare uno dei biscotti nel tè.

“Fammi indovinare, vuoi andare a scoprire di cosa si tratta!” esclamò di colpo la nobildonna, indicandolo con il grassoccio braccio teso.

“No, non credo” rispose noncurante il professore, malcelando il brivido che aveva avuto quando le sue recondite intenzioni erano state così di colpo messe a nudo.

“Oh si, si che vuoi scoprirlo! Eri archeologo prima di imbruttirti in quell’archivio, ce l’hai nel sangue la ricerca!!” replicò lei, galvanizzata.

Ventuno sospirò. Si stiracchio e si adagiò nuovamente su quella comodissima poltrona che, da quando era entrato in quella mastodontica villa, si era rivelata la cosa più bella che avesse trovato.

“Potrebbe darsi che si, sia da qualche mese che una mezza idea di farmi una gita sulle coste dell’Oceano Indiano mi frulli per il capo…” rispose vago.

“Ma quale gita e gita! Qui ci vuole una spedizione con personale specializzato e strumenti! Una cosa in grande stile!” esclamò la donna.

“Eh… con quali soldi?” domandò sarcastico Ventuno.

“Non faccio più parte da due lustri del Circolo Archeologico Gioele, e di certo non posso andare a pretendere finanziamenti… senza contare che nessuno finanzierebbe una spedizione per una semplice pratica riservata che parla di misteriosi fenomeni, diamine!”

“Dimentichi che ci sono io…” rispose ammiccante la donna, alzando la mano adornata con anelli che, da soli, valevano cinque mesi di stipendio per Ventuno.

“Cosa, vorresti finanziarmi tu? Che è da diec’anni che vivi come un’ameba in questo ridicolo sfarzo!?” rispose sarcastico il professore, che odiava l’ostentazione di ricchezza e soprattuto si sentiva un filo indispettito, da quell’improvvisa collaborazione di una donna che gli aveva sempre remato contro.

“Appunto!!” si lagno lei: “E’ da diec’anni che non alzo il mio grasso culone da queste poltrone di velluto, buttando la mia vita in un’esistenza annebbiata da lussi e artificio!”

“Ah! E’ la vita che ti sei scelta tu, mia cara!” esclamò accusatore Ventuno, indicandola.

“E che non voglio più! Ho già smesso con le feste mondane e con la servitù, ora voglio anch’io viaggiare, e vedere quel mondo che per tutta la vita non ho fatto altro che vedere in foto e leggere nei libri!!” replicò lei.

“Si, e pensi che quest’improvvisa voglia di industriarsi cancellerà una vita intera passata a gozzovigliare nell’opulenza? Pensi nobiliterà il tuo viziato animo e il tuo esserti sempre posta sopra la povera gente e le loro stentate esistenze?! IPOCRITA!” sbraitò di colpo Ventuno.

Margherita di colpo si incupì. Quell’ultimo urlo di Emoriuccio era stato troppo doloroso. Non riuscì più a ostentare un finto sorriso di allegro entusiasmo.

Lo stesso professore si rese conto che forse si era lasciato prendere dalla foga e dal rancore passato. Deglutì e si sistemò la cravatta, un filo immalinconito.

“Hai… hai ragione Emoriuccio… sono un’ipocrita…” mormorò la nobildonna, con la voce tremolante.

Ventuno annuì piano, anche se non provò la consueta soddisfazione che provava quando qualcuno doveva ammettere che aveva ragione. Anzi, sentì quasi una sorta di fastidio, a sentire la donna autocriticarsi.

Passò qualche istante di silenzio.

Ventuno iniziò a contare le bollicine nel propio tè, mentre Margherita guardava china verso il le decorate gambe del tavolino, in stile rococò.

Poi la donna strinse i pugni, alzo lo sguardo e, seria in volto, disse: “Però voglio davvero cambiare!!”

Il professore alzò anch’esso lo sguardo, inarcando un sopracciglio sotto la vistosa tuba.

“E…e ti prometto che dopo questa spedizione donerò tutti i miei averi in beneficenza, rinunciando al mio status di nobile!!” esclamò all’improvviso la nobile, con un luccichio di follia nello sguardo.

Ventuno sgranò gl’occhi: non poteva aver sentito una cosa del genere, non da quella donna, non da chi da oltre quarant’anni faceva dell’ostentazione di disgustosa plutocrazia sicumera la propria esistenza.

Ma la vita è piena di sorprese, e Margherita ribadì quello che aveva affermato cogliendo l’incredulo stupore del professore: “Si, Emoriuccio! Finanzierò questa spedizione e dopo darò tutto il mio patrimonio in beneficenza, cercandomi un lavoro!”

Ventuno scosse il capo: “Ma… Margherita, la vita di noi poveri è dura, sicura che…”

Margherita annuì, sorridendo: “Sicura…” poi commentò provocatoria: “E’ ora che smaltisca un po’ di ciccia!”

Il professore accennò un sorriso, divertito. 

“Allora, organizziamo questa spedizione nell’Oceano Indiano?” domandò quindi la nobildonna, tirando le somme.

Ventuno si arricciò il baffo destro, contemplando quella signora che aveva dinanzi… quant’era  stata controversa fin dalla loro giovinezza… quanto l’aveva amata quanto odiata… e ora, all’improvviso, manifestava quella volontà viscerale di cambiare, di mutare vita… e gli proponeva un’ultima, emozionante, avventura come archeologo, di quelle che da due lustri non viveva più!

E sorrise, annuendo: “La organizziamo”

“Si, Emoriuccio dolce!” esclamò la donna, di colpo slanciandosi verso il professore tanto era l’entusiasmo.

Questi non si scostò e i due iniziarono a baciarsi appassionatamente, lì, su quella comoda poltrona di velluto rosso, illuminati dall’alto dall’enorme candelabro che pendeva dal soffitto, in quello sfarzoso salotto coi pavimenti in marmo.

 

TO BE CONTINUED…

   
 
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