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Autore: Ulisse Degli Architravi    15/06/2017    1 recensioni
Questa è una storia che va narrata ad alta voce, sull'epidermide del mulo.
Una strana, zozza famiglia. Una casa piena di zitelle occhiute e spione; qualcosa di macabro forse, ma sicuramente grottesco e manesco, a volte.
La dimora di peti dissonanti e i recinti dai forti fanculo.
Occupazioni ignobili e noiose, mentre nelle profonde pentole gorgogliano minestre d'avanzi e tante frattaglie.
Quando a Londra Dracula cercava di non farsi fare allo spiedo e ad Est qualcuno beveva sangue inveendo contro il suo molestatore a botte di "sacripante", a sud... ci si poneva una domanda (forse) abbastanza grossolana e ingombrante:
Può un cretino innamorarsi di un capro?
Genere: Comico, Erotico, Satirico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, Crack Pairing
Note: Lemon, Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Non-con, Violenza
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Amo solo alcuni.
Nell’inevitabile bruttura del resto.
 
**** Avvertenza: strane forme del periodo, similitudini a caso, sgradevoli assonanze, parlata sciatta dei personaggi e sciatto uso di certi tempi, sono assolutamente voluti. Non lo sono i refusi, che certo ci saranno. Ma il vostro Ulisse si annoia di correggerli e quindi lo perdonerete. ****
 
Intanto lo guardava. Non poteva smettere di guardarlo. Il tizio era buttato sul tavolaccio di legno, circondato dal gruppo di uomini che l’aveva preso e che ora gli girava attorno bevendo e discutendo di lui. E la vecchia Rimasuglia lo guardava.
Doveva avere il volto incorniciato da capelli marroni, come le feci animali nelle quali era stato ritrovato faccia in giù, per la parte del corpo che non era bagnata dall’acqua fangosa e sporca. Era stato trovato in mezzo a ciò che era rimasto dopo il mercato, e solo alla fine qualcuno si era accorto che a terra, tra tutto, vi era quel corpo.
Ora, per come l’avevano sistemato, non vedeva più il viso, ma Rimasuglia pensava che ciò che guardava fosse anche meglio e di una bellezza che si mostrava anche più chiaramente nel difetto, quello che contemplava: il segno di una graticolata sul culo. Ritrovato a sera, in quelle condizioni, era stato portato via rapidamente da un gruppo di uomini del paese, già brilli, che pure non avevano idea se fosse morto o altra cosa che pure vi somigliava, tanto sembrava gonfio e pieno di gas, che sfuggiva in dissonanti accordi, strombazzando, in quella stanza, dal retto del suo retro esposto.
Steso su quel tavolaccio, ma faccia in giù, perché faceva impressione più davanti che dietro, gli avevano tolto quasi tutto di dosso, perché troppo bagnato, e poi non avevano fatto altro, ricominciando a bere alla sua salute, vivo o morto che fosse, perché in fondo l’avevano messo lì senza sapere che farsene o volerci capire qualcosa.
Già puzzava, in ogni caso.
Quando era stato tirato su dalla merda animale, più di qualcuno aveva gridato: “un morto, un morto!” e attorno gente, senza nessuna impressione. Era così che si era avvicinata Rimasuglia, perché i morti le piacevano sempre tanto ed erano gli unici a non protestare, se pure aveva modo di avvicinarsi troppo e le veniva voglia di fare qualcosa. Nota tra molti per essere una “resuscitatrice” ai bei vecchi tempi, aveva avuto a che fare sempre con salme, anche se d’altro genere, e di lei si diceva che fosse capace di tirare su anche le carni molli loro malgrado; ma non certo interi corpi! E quello lo era.
Per il suo istinto di conservazione, Rimasuglia si era subito unita alla fila che si era portata via il “morto” e nessuno degli uomini aveva pensato di scacciarla. Spesso si aggregava ai funerali piangendo sinceramente e finiva per rimediare un po’ di pane e formaggio. Era bene o male come le mosche e più di qualcuno credeva che portasse sfortuna cacciarla. Era certo più facile dargli da mangiare rimasuglie e frattaglie, come per i cani, ed aspettare che l’istinto per la carogna la portasse altrove. Ma in quel momento era lì. Con loro. Ma come fosse sola con lui, anche se purtroppo non lo era.
Quando Rimasuglia si sedette su una delle sediacce di paglia sfatta e si piazzò accanto al morto, vicino al tavolo, gli uomini nella stanza sembravano aver finito da bere ma non di parlare e camminare. Continuavano a girare attorno alla tavola. E il tizio lì; immobile e quasi muto, poiché il petare, per quanto espressivo, non era propriamente parlare. Sapevano chi era, l’uomo in questione. Ma nessuno si azzardava a dirne il nome. A Rimasuglia pareva un culo familiare, ma non per quel segno. Era poi giovane, “il morto”. Pensò che forse aveva conosciuto padre e nonno, somiglianti, ma tra tante chiappe passate, poca chiarezza, a quel punto della vita. Le sarebbe molto piaciuto sapere il nome, ma tacevano tutti su quello.
- Se pure è morto, e non è detto, com’è morto? – chiese finalmente uno di loro.
Completamente sbronzo, più degli altri, si era messo in testa un secchio come elmetto, ostentando, senza saperlo, una caricatura di compostezza militare, del tutto inconsapevole anche del fatto che in quel secchio vi avevano precedentemente pisciato. Poco male, rispetto al resto. L’odore del morto era forte.
- Per quanto sembra… pare intero fuori, più o meno. Ma per capire se è intero dentro dovremmo farlo a pezzi e quindi intero non sarebbe più – all’acuta riflessione, gli uomini vicini al genio annuirono gravemente.
- Io mi chiedo come si sia fatto questa – un altro di loro indicò la bruciatura sul culo.
- Non che sia gran cosa. E certo non vi è morto – rispose a quel punto il signor Carnefrolla, che pure iniziava ad innervosirsi, nella situazione – e comunque sia, ci tengo a farlo presente, io non ce lo volevo mica, sul mio tavolo.
- Non lo volevate morto?
- Certo che no! E non lo conosco.
- Il solo… - mormorò uno di loro.
- Ma io intendevo dire…
- Che neanche è detto che sia morto! – lo interruppe il tizio con in testa l’elmetto pisciato. Il nervoso signor Carnefrolla alzò gli occhi al cielo, che poi era il tetto della casa in cui si trovavano.
- Defunto o addormentato, che pure non pare, io intendevo dire che portarlo qui è stato uno schifo, cari signori! – continuò stizzito – vi ho visti arrivare dal mercato e con questo tizio dietro, che pareva ubriaco. Vi siete accomodati, vi ho offerto del vino e poi vengo a scoprire che razza di dono m’avevate portato! Io che speravo in una visita di cortesia.
- Lo è diventata!
- Scortese, invece! – indicò il corpo riverso che sottolineò l’esclamazione esclamando a suo modo – ecco! Ma che razza di situazione inverosimile!
- Mi fido su cosa voglia dire, signore.
- Da non credersi, ecco che vuol dire! Che dovrei farmene di costui, in ogni caso, delle salsicce da seccare?
- Sarebbe utile nel suo peso, certo parlando di lui come fosse un animale – accennò uno che intanto si era azzardato a tastarlo.
- La carne è carne ma questa… è da buttare – gli rispose il nervoso signor Carnefrolla, mentre girava attorno al tavolo, come facevano anche gli altri.
- Se è vivo, mettiamo il caso… che cosa gli è successo?
- Certo gli è successa la cosa che non lo ha ammazzato.
- Se invece è morto?
- Non lo sappiamo e non mi interessa! Io non lo toccherò ancora – lo disse Bernardo Bernababbeo che del tipo, come gli altri, sapeva nome e cognome ma che da lui sembrava ancora più disturbato di quello che l’aveva sul tavolo della sua cucina – certo speravo di non vederlo tornare indietro da queste parti. Sapevo che l’avevano mandato lontano per un po’, forse per riprendersi da quel male che dicevano avesse addosso.
 - Quale? – chiese il nervoso signor Carnefrolla e tutti si rivolsero verso Bernababbeo guardandolo con occhi di bella triglia, tanto erano storditi, anche se l’intenzione sarebbe stata quella di fargli capire che avrebbe dovuto tacere sulla cosa. Funzionò lo stesso, perché intuì acutamente che, nonostante sembrassero ambigui ammiccamenti, nessuno lo trovava particolarmente affascinante. Con un sospiro, forse deluso, scosse il capo come avrebbe fatto con un sonaglio e ci mancò poco che ne facesse il rumore. E intanto continuavano a fare il giro del tavolo e un giro di sguardi come fosse di carte, e sempre ignorando la vecchia sulla sedia tra loro.
I vestiti del tizio erano in fondo, vicino al fuoco, ma solo come sarebbe stato per degli stracci da buttare. Le scarpe erano da parte, solitarie anche se in paio. Rimasuglia pensò che sembravano incazzate e pronte a prendere a calci nel culo i presenti. Sorrise, senza denti, perché marci li aveva inghiottiti alla fine, uno ad uno, per noia della loro inutilità e insieme per fame. Intanto notava come gli uomini sicuramente vivi, sembrassero persino piccoli, rispetto al tizio faccia in giù sul tavolo e altre glorie in mostra. Era proprio una gran bellezza. Anche se era morto. Forse.
- Se pure glielo restituiamo, a… “quelli”, in qualche modo… potremmo cavarci qualche cosa? – disse uno ad un tratto. Nessuno gli rispose.
- Possibilmente sì – una voce indecisa spezzò il silenzio come pane duro.
- Per loro, vivo o morto fa certo uguale! – esclamò quasi entusiasta un altro e poi si afflosciò di colpo, di corpo e parole – intendo dire… visto che glielo ridiamo indietro, dovrebbero ringraziarci tanto.
- Ma se dici così, pare che ce lo siamo rubato! – osservò l’uomo dal secchio pisciato. Di nuovo annuirono gravemente gli altri.
- A tal proposito… non certo per interesse, ma ho notato che non aveva niente in tasca! Che peccato! Le monete si perdono facilmente…
- Niente di niente, infatti. Aveva solo … quell’anello – lo teneva il nervoso signor Carnefrolla e questo perché il tavolo era il suo e pure la casa, così pensava – è d’oro, oro vero. Questo è sicurissimo – lo era, si capiva bene. Ma si trattava pure di un oggetto bruttissimo. Il tizio sul tavolo, lo portava al medio ed era così spesso e pesante che glielo aveva quasi teso in un bel gesto garbato al prossimo. Inciso, sulla grossa testa tonda, un asino nano con cinque zampe. Carnefrolla si stava chiedendo perché ne avesse cinque. Ma una di quelle, era davvero una... zampa…? E cosa sembrava uscirgli da dietro, sotto la coda alzata? L’anello era comunque un oggetto di valore, anche se Carnefrolla si chiedeva chi potesse aver impiegato denaro e tempo per realizzare una simile cosa. Ma almeno aveva un certo valore.
- L’anello… se lo teniamo da parte per qualche tempo, intendo dire che se lo fa qualcuno, ci si potrebbe farci qualcosa…
- Farlo sparire e fonderlo!
- Non sarebbe facile, c’è gente che si rifiuterebbe pure di toccarlo. E a ragione – il signor Carnefrolla divenne ancora più nervoso allora, che pure se lo rigirava tra le mani, come nulla fosse, e apprendeva solo adesso del perché glielo avessero mollato senza storie. Avrebbe, a quel punto, dato un colpo sul tavolaccio; ma il tizio l’ingombrava tanto e farlo avrebbe fatto tremolare quelle bianche chiappe offese da quell’insolito danno. L’aveva immaginato con disgusto, anche di averlo immaginato, e si decise ad usare solo un tono più offeso.
- Ma insomma, signori miei! – sbottò
- vi pare corretto tutto questo?
- Che cosa intendete per tutto? – biascicò uno di loro. Il signor Carnefrolla divenne ancora più nervoso.
- Ma come “tutto”? Io intendo proprio dire “cosa”! – tutti lo guardarono con aria confusa e realizzò di essersi confuso anche lui, a parlare – intendevo dire – riprese con tono più stridulo – che se non va fatto neanche il suo nome e quello della sua famiglia, perché vi siete dati la pena di toglierlo dalla merda e portarvelo in spalla, così conciato, fino alla mia casa?
- Per carità cristiana – disse uno di loro. - Perché un uomo morto è sempre un uomo morto! – aggiunse un altro.
- Questo anche se ancora non sappiamo se è morto! – ricordò un altro, per l’ennesima volta.
- E in ogni caso non si poteva lasciarlo a quel modo, come stava – disse Bernardo Bernababbeo come stesse per fare una precisazione intelligente – e voi non avete moglie.
- Ma cosa c’entra?
- Tale lerciume sarebbe stato impossibile da portare in una delle nostre case a caso! Ce l’avrebbero fatto scaricare a terra, pure lontano dalla soglia. Se non si può mangiare e non si può vendere, una donna non capisce cosa farci.
- Ma questo è un uomo!
- E’ bene allora che non sappia cosa farci – sghignazzò il tizio con il secchio in testa.
- Non che ti vada così bene, se la tua donna non sa cosa farci, con un uomo...
- C’hai ragione pure tu...
- Ma non che con un morto ci si possa fare qualcosa, anche volendo, se sei una donna - osservò un altro. Ma la sua precisazione si tirò al seguitò occhiate allusive, sempre per quanto possibile visto lo stato di tutti. Non vide invece, il tizio, che a quelle parole Rimasuglia aveva sorriso maliziosamente. La vecchia era lì, in mezzo a loro, ed era ignorata da tutti come parete e pavimento insieme. Neanche il padrone di casa aveva detto una sola parola.
Sembrava invisibile. Lo era? Forse l’ubriachezza stava rendendo tutti più perplessi, ma gli uomini in quella stanza, dopo aver bevuto troppo e discusso, non avevano voglia di fare altro.
E neanche sapevano cosa fare. Era evidente che a quel punto desiderassero solo tornarsene alle rispettive case, ma non potevano perché il problema restava. E continuava a petare.
Visto che dovevano fare qualcosa, dopo essersi passati un’altra mano di sguardi e avendo evidentemente preso uno di loro una brutta carta, questo si rivolse al nervoso signor Carnefrolla, che pure sembrava stesse per avere un colpo, con il tono migliore che la lingua impastata gli consentiva.
- Signore, ci terremmo tutti a dire che quello che abbiamo fatto non è stato per dispetto. Voi siete un uomo perbene, anche se non siete di queste parti. E’ il pensiero di tutti.
- Ma lo credo bene! – disse il signor Carnefrolla.
- Infatti. A questo punto, riflettendoci meglio, avremmo fatto pure bene a portarlo al prete…
- … è a puttane…
- O chiamare il medico, che dev’essere da qualche parte…
- … sempre a puttane. Forse…
- Ma sì, da chiunque altro! Ma dove avete la testa? – ringhiò il nervosissimo signor Carnefrolla – era la cosa più ovvia da fare, da subito!
- Non ovvia come pensate, siete qui da troppo poco – disse Bernardo Bernababbeo – ma anche fosse stato libero, il prete non l’avrebbe voluto e il medico non c’era sicuramente. Abbiamo fatto la cosa giusta senza volere. Per ricompensa del disturbo, potreste pure tenervi l’anello d’oro, che certo io non lo voglio – gli fecero eco gli altri, con parole simili, tra qualche singhiozzo e un barcollar di passi, striscianti verso la porta in modo sempre più evidente. Il tizio con il secchio in testa, fece un teatrale sospiro.
- Non era il suo caso, ma mi pesa non potermi portare a casa qualcosa…! – mormorò – poi però pazienza! Si fa anche questo, per le donne che ci siamo presi!
- Amen, Amen – dissero uno dopo l’altro.
- Ma… io cosa faccio, adesso? – protestò acutamente il signor Carnefrolla, fuori di sé per un pezzo.
- Non scoraggiatevi, signore. Solo scorreggia! E al peggio per lui, non si muove! – tutti i presenti risero, senza neanche molta considerazione. Il signor Bernardo Bernababbeo mise una mano sulla spalla del signor Carnefrolla, prendendosi di confidenza come lui non avrebbe permesso, più da sobrio.
- Non è poi male come sembra. Avete l’anello, potete prendervelo.
- Ma io…
- Avanti, non abbiatela a male! Vi promettiamo tutti, solennemente, che domani saremo di nuovo qui a riprendercelo. Se poi non fosse morto, altra storia
- e lo aggiunse con tono sinistro. Il padrone di casa ebbe un brivido.
- Ma costui è un assassino? – chiese impallidito Carnefrolla con voce tremolante.
- Certo che no! – esclamò con voce carica di convinzione Bernababbeo – ma in caso, la prudenza di un giro di chiave, alla vostra stanza, non vi farà torto sicuro.
- Oddio…- gemette piano Carnefrolla. Bernababbeo gli rifilò una forte pacca alla schiena e quindi fece cenno agli altri di prendere la porta.
- Siamo uomini di parola, signor Carnefrolla. Non temete, quindi! Domani mattina presto ce lo portiamo via. E se resta morto come pare, lo restituiremo alla famiglia. Non vi daremo più noie al proposito – l’affranto signor Carnefrolla annuì lentamente, gli occhi incollati sulle chiappe chiare del tizio sul tavolaccio e pareva davvero che lo guardasse, anche se non era così e fissava solo un posto come un altro, pur di non guardare più nessuno negli occhi.
Uno dopo l’altro, gli uomini uscirono. Restò quindi solo. Con l’ignorata vecchia sulla sedia, ancora messa lì a guardare il morto.
Il signor Carnefrolla rimase immobile per qualche istante e quindi, con fare disgustato e sparando una bella bestemmia, così parve quella commossa confusione tra canidi e divinità, gettò con disprezzo l’anello con l’asino sul tavolo dove giaceva il tizio.
- Se pure tutti non l’hanno voluto, meglio che te lo restituisca! Chissà che cosa hai fatto o chi sei stato, se pure gente simile ti ha stimato il peggiore di tutti! – dette quelle significative parole, il signor Carnefrolla pestò i piedi piagnucolando, per non poter prendere a pedate nessuno, neanche il morto, e quindi se ne uscì dalla stanza con uno strascico di lamento. Non una parola alla vecchia che se ne continuava a stare in cucina, con il tizio sul tavolaccio, come fosse una sedia o una pentola a caso. Non si era però portato via la lampada, che continuava a fare luce. Rimasuglia alla fine non aveva neanche mangiato nulla. Era rimasta digiuna ma ora era sola con lui e stavolta ne valeva la particolare pena.
A lei piaceva davvero, farsela con i morti. Trovava sempre un modo.
Si alzò lentamente dalla sedia e quindi si avvicinò al corpo. Mise le mani secche, sul fondello pallido e accarezzò con le unghie lerce la cicatrice a croci incisa a fuoco sulla chiara chiappa.
Era così bello, toccarlo! Le venne spontanea, perché le piaceva la poesia, una delle sue lagne che rimediava in rima.
 
“Son io, la più lurida delle tue porche;
E tu il mio pastore, che mi sbatte forte”
 
Mise la guancia rattrappita sul sedere del tizio e fece un amoroso sospiro.
Rispose, quasi a tono, un sussurrato peto.
   
 
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