Storie originali > Introspettivo
Ricorda la storia  |      
Autore: Flavio_G    13/07/2017    1 recensioni
Nero era un ragazzo solo, e per questo si odiava.
Nero aveva una famiglia, una sorella e un padre, e odiava anche loro, poiché le reputava persone orribili, in grado di farlo sentire estraneo nonostante fossero consanguinei, perché la loro presenza nella sua vita era un morsa mortale, e gli causava una sensazione claustrofobica che gli toglieva il respiro, che lo faceva soffocare.
Nero viveva in una piccola casa, spoglia e disadorna, con un pianoforte verticale come unica suppellettile, uno strumento un tempo della sorella, ormai abbandonato a sé stesso da anni, tanti anni.
Nero vedeva passare davanti a sé le sue giornate grigie una dopo l’altra, affrontandole con apatia e passività, isolandosi in un mondo tutto suo fatto di buio e rifiutando qualsiasi contatto con l’esterno.
Un giorno però conobbe Rosso.
Genere: Introspettivo, Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Nero era un ragazzo solo, e per questo si odiava.
Nero aveva una famiglia, una sorella e un padre, e odiava anche loro, poiché le reputava persone orribili, in grado di farlo sentire estraneo nonostante fossero consanguinei, perché la loro presenza nella sua vita era un morsa mortale, e gli causava una sensazione claustrofobica che gli toglieva il respiro, che lo faceva soffocare.
Nero viveva in una piccola casa, spoglia e disadorna, con un pianoforte verticale come unica suppellettile, uno strumento un tempo della sorella, ormai abbandonato a sé stesso da anni, tanti anni.
Nero vedeva passare davanti a sé le sue giornate grigie una dopo l’altra, affrontandole con apatia e passività, isolandosi in un mondo tutto suo fatto di buio e rifiutando qualsiasi contatto con l’esterno.
Un giorno però conobbe Rosso.
Rosso era un ragazzino completamente diverso da lui, completamente agli antipodi: Nero aveva una personalità debole, era sempre pronto a chinare il capo sotto le pretese altrui, per questo odiando sé stesso e tutti gli altri, nonostante il suo fisico dicesse tutt’altro, essendo lui piuttosto grosso e con uno sguardo indurito dai torti subiti; al contrario, Rosso, un ragazzino alto e magrolino, era così pieno di vigore, così felice, così dedito alla vita… che quasi quasi Nero lo invidiava.
Nero ricordava ancora come lo aveva conosciuto: non aveva mai sentito qualcuno ridere così sinceramente, così serenamente.
Rosso rideva spesso, sempre in quella maniera così amabile, e aveva riso quando Nero, pressato contro un angolino della sua classe di primo liceo, lo aveva notato.
Non sapeva nemmeno perché stesse ridendo, ma Nero aveva percepito quella risata come un richiamo, un richiamo per la gioia.
Due giorni dopo erano in giro, a parlare del più e del meno, da soli, girovagando a vuoto per le fredde strade del paese nuovo, cercando qualcosa da fare, mentre Rosso gli raccontava una divertente storiella su un sovietico che viaggiava in Africa.
Fu insieme che trovarono un piccolo covo, dove ragazzi strambi quanto loro si riparavano da odiosi sguardi indiscreti, un piccolo negozietto di oggettistica usato alla stregua di un baretto.
Fu Rosso a convincerlo ad entrare, fu Rosso a fare subito amicizia coi i presenti e a ottenere il permesso per stare lì con loro, a osservare quello che facevano con tanta dedizione, fu Rosso a imparare presto qualche loro gioco di carte, e fu Rosso che si impose presto come capo, guidando quella squinternata combriccola secondo i suoi voleri, mentre Nero osservava rapito ogni singola azione del compagno, studiando ogni suo movimento, seguendo ogni suo passo.
Nero non aveva nulla da perdere, andando dietro quel nuovo branco, e per la prima volta si sentiva davvero parte di qualcosa, ma soprattutto, ora sentiva riempito un vuoto che prima sentiva tra lo stomaco ed il cuore: ora aveva relazioni con il mondo esterno, ora, stentava a crederlo anche lui, aveva amici.
Egli era così tanto rapito dal suo amico che nemmeno si preoccupava dell’alone di mistero che lo circondava: Rosso non aveva mai parlato dei suoi genitori, che Nero per giunta non aveva mai visto, né  parlava del suo passato, e la sua casa, la cui ubicazione era sconosciuta a tutti, era zona proibita per chiunque.
Rosso non si preoccupò mai di rispondere a domande che Nero non si poneva, troppo preso dal fissare ogni attimo passato col compagno, e non lasciò mai modo all’amico di interrogarsi su tali faccende.
Passarono tre anni, e il legame tra Rosso e Nero si fece sempre più forte, ma più Rosso legava con Nero, più Nero vedeva gli altri allontanarsi da loro due, e percepiva di nuovo il baratro in cui precipitava ogni volta che la solitudine lo prendeva.
A scuola erano soli, mentre nel covo erano al sicuro, confortati, ciechi di fronte alla ruggine che si accumulava di nascosto tra di loro, ciechi di fronte agli ingranaggi che ogni tanto perdevano per strada, sordi al lieve cigolio che andava crescendo ad ogni passo che facevano.
Il covo li cullava, li proteggeva, li assuefaceva, nascondendo loro il piccolo difetto che ormai lo divorava: gli amici di un tempo complottavano tra di loro e contro di loro, si sussurravano all’orecchio sibilando infamie, corrompendo gli animi e avvelenando i rapporti.
Alcuni di loro abbandonarono il covo, di loro spontanea volontà o costretti, ma ciò a Nero e Rosso non importava: l’importante era che loro due rimanessero insieme, sempre.
O almeno, così pensava Nero.                                                               
Rosso iniziava ad essere frustrato, vedendo la sua stretta sulle persone allentarsi, mentre coloro che prima gli prestavano sempre orecchio ora arrivavano a voltargli le spalle.
Poi venne il teatro.
Rosso decise di darsi alla recitazione, cercando qualcosa di nuovo da fare, e Nero non poté non seguirlo in questa nuova bizzarra impresa.
Passò un altro anno, un anno in cui Rosso ritrovò il piacere di sentirsi osservato, di essere al centro dell’attenzione, di considerarsi il protagonista.
Nero invece si confondeva col fondale, osservando nell’ombra il suo compagno prendersi tutte le luci.
Eppure non fiatava, perché nonostante tutto gli stava bene, perché non importava per lui quanto venisse amato, ma solo che qualcuno lo amasse, e quel poco che Rosso dimostrava nei suoi confronti a lui non solo bastava, ma lo riempiva, dandogli forza, dandogli vita.
Intanto, a casa di Nero la situazione diveniva sempre più tragica.
La sorella, di molto più grande di lui, era sempre stata una figura indisponente, che adorava intromettersi nelle questioni del fratello nonostante le opposizioni di quest’ultimo, e Nero, forte ora delle sue esperienze con Rosso, aveva ormai deciso di mettere fine a queste continue ingerenze, convinto ormai che nessuno gli avrebbe mai più messo i piedi in testa.
Il litigio fu violento, distruttivo, qualcuno avrebbe potuto dire.
Era ormai l’estate dei suoi diciotto anni, e Nero aveva avuto la malaugurata idea di seguire Rosso in una scuola guida.
Fu così che non ci pensò due volte, con le lacrime agli occhi per le parole cariche di bile che la sorella gli aveva lanciato contro, quando rubò l’auto del padre e sparì di casa per tre giorni.
Suo padre era lontano da casa, Nero non sapeva nemmeno perché, ma approfittò della situazione, sicuro di non poter essere punito e di avere il covo ad accoglierlo.
Sua sorella lo chiamò, in lacrime, la sera del secondo giorno, e così fece anche la mattina successiva, e continuò, finché Nero non si decise a risponderle, accettare le sue richieste e tornare a casa.
Si strinsero gettandosi sul letto dei loro genitori, piangendo entrambi copiosamente, a lungo, finché il sonno non colse entrambi.
Un mese dopo sua sorella era nuovamente fredda come i ghiacci dell’Artico, ma almeno non osava più intromettersi in maniera indesiderata nei suoi problemi.
Altri due mesi, e la tanto odiata donna abbandonò la loro casa, trasferendosi altrove insieme al suo amato, ormai cullati dalla sicurezza di un lavoro e di una nuova famiglia.
Nero rimase da solo col padre, che nulla aveva saputo del suo pesante litigio e della sua conseguente fuga, e continuò così a comportarsi col figlio come aveva sempre fatto: era spesso apatico, distaccato, e nei rari momenti in cui i due si rapportavano, diveniva burbero, facilmente irascibile, a tratti vendicativo.
La casa ora sembrava ancora più vuota, senza una presenza femminile.
La casa ora era triste quanto lui.
Ora Rosso andava sempre più lontano, a volte senza di lui, e questo iniziò a corrodere il loro rapporto, facendo nascere in Nero un’invidia mai provata prima: odiava essere lasciato a casa, da solo, mentre i suoi amici erano altrove a divertirsi.
Fu una sera di tarda primavera che Nero sentì qualcosa rompersi.
I due erano in giro come al solito, da soli, saltando da un gruppo all’altro in cerca di compagnia.
Erano dietro un bar vicino alla costa su cui sorgeva il loro paese, l’ora era tarda, i loro amici ormai iniziavano a ritirarsi, ma loro no, troppo abituati a fare le ore piccole ogni volta.
Un ragazzo, già a loro vagamente familiare, era rimasto ormai solo con la sua bici, con davanti l’aspettativa non molto gradevole di tornarsene a casa con le luci dei lampioni come unica compagnia, costretto a raggiungere l’altro capo del paese ormai addormentato, e spazzato da un vento freddo che spirava dal mare.
Rosso decise di accompagnarlo, e Nero decise di seguirli.
Camminarono per una ventina di minuti, forse più, prima che il ragazzo chiedesse loro se non lo avessero accompagnato per troppo tempo, data l’ora, se non avessero un letto ad attenderli.
Nero effettivamente voleva tornare a casa, ma non aveva intenzione di abbandonare Rosso.
Rosso invece voleva continuare a camminare, interessato troppo dal discorso che aveva ormai cominciato: parlava col nuovo ragazzo di amore, di ragazze perdute, di ragazze mai avute, di ragazze mai affrontate.
Il discorso sembrava dover durare ancora tanto, e molta strada vi era ancora tra loro e la loro meta.
Nero sentì la rabbia ribollirgli dentro quando Rosso gli disse di tornare a casa da solo, perché lui, invece, voleva continuare a camminare col ragazzo.
Ma Nero non capiva: l’auto di Rosso era davanti a casa sua, e Rosso avrebbe dovuto per forza tornare a prenderla prima di rincasare, e quindi trovava assurdo venir cacciato sapendo che poi il suo compagno avrebbe dovuto percorrere di nuovo tutta quella strada.
Per la prima volta Nero era geloso, geloso delle attenzioni che Rosso dava a qualcun altro e non a lui.
Si fermarono in una piazzetta poco distante per accomodarsi e parlare con ancor più calma.
Il ragazzo si rollò una sigaretta, nulla di eccezionale o eccessivamente fastidioso per Nero, che però sentì il suo cuore fermarsi quando vide Rosso estrarre un pacchetto di sigarette e mettersi a fumare col suo nuovo amico.
Nero ebbe un senso di dejà vu, ricordando la sensazione che aveva provato quando, finite le medie, aveva visto per caso tra la folla la ragazzina di cui era così terribilmente e maniacalmente innamorato a quel tempo accendersi una sigaretta, e ora provava la stessa cosa.
Si sentiva tradito.
Non fu l’ultima volta.
Era ormai finita la scuola, ma Rosso e Nero continuavano a muoversi insieme, persino con i loro nuovi studi all’università.
Nero riuscì ad organizzare un picnic con alcuni amici, un piccolo evento speciale il cui fulcro erano Rosso e la sua piccola, sgangherata auto, fondamentali affinché l’evento tanto atteso da tutti i partecipanti avvenisse.
Rosso annullò il tutto la mattina stessa, a causa delle grosse nubi plumbee che si erano accumulate in cielo fino a nascondere il sole, e nonostante a Nero fosse stato offerto un tetto sotto il quale trasferire la piccola festicciola.
Rosso, che già aveva aderito di malavoglia, all’ultimo aveva deciso che preferiva rimanere a casa a studiare, mentre gli altri tre invitati, sentendosi di troppo in un ambiente familiare solo a Nero, trovarono più opportuno rimanere ognuno a casa propria, complice anche la mancanza di un passaggio.
Nero si divertì parecchio quel giorno, circondato da amici vecchi e nuovi, ma l’abbandono da parte di Rosso gli rimase impresso a fuoco nella mente.
Così smise di parlare a Rosso per qualche giorno, ma non riuscì a trattenersi dal fare pace con l’amico non appena lo vide qualche tempo dopo in stazione, diretti entrambi verso la città dove studiavano.
Nero non sapeva perché, ma proprio non riusciva a tenere il broncio a Rosso, nonostante tutti i continui, anche involontari, sgarbi che quest’ultimo gli faceva.
Nero sentiva che qualcosa stava cambiando tra loro due, purtroppo in maniera irreparabile, ma non riusciva a spiegarsi cosa fosse, né come poteva rimediarvi.
Rosso era sempre più assente, mentre Nero diventava sempre più sicuro di sé e iniziava a cercare nuove amicizie, un lavoro, una ragazza.
Fu così che il duo conobbe una graziosa ragazzina, schiacciata anche lei in un angolo della sede della loro compagnia teatrale, e fu così che Nero cercò poco a poco di sostituire con lei la sua dipendenza da Rosso, che ormai stava finendo all’interno di una spirale autodistruttiva.
Una notte, di ritorno da una festa a cui i due erano andati, Nero prese coscienza che era arrivato il momento di allontanarsi: per tutta la serata Rosso era stato terribilmente apatico, al limite della depressione, insensibile ai deboli tentativi di Nero di avvicinarsi e capire quali problemi lo affliggevano.
Finita la festa, toccava a Nero guidare per riportarli in città, attraverso strade buie e desolate che tagliavano la campagna.
Insieme a loro due, in auto, erano presenti altri tre ragazzi, dei poco di buono che Rosso aveva raccolto durante la festa e aveva fatto accomodare sui sedili posteriori.
Nero e Rosso, seduti uno affianco all’altro non fiatavano, il secondo troppo concentrato a tenere gli occhi sulla strada, il primo invece troppo preso dal vedere gli scheletrici ulivi secolari passare davanti ai suoi occhi, nere ombre che costellavano i campi.
Troppo preso dallo spettacolo di quelle ombre, Nero non badò molto all’incitamento che all’improvviso uno dei tre seduti dietro lanciò a Rosso; sentì però il rauco gracchiare del freno a mano inserito con l’auto ancora in moto, e il sofferente stridio delle ruote sull’asfalto, mentre l’auto iniziava a sbandare verso sinistra.
Fu questione di un attimo, un interminabile attimo che lasciò Nero senza fiato e senza il tempo di reagire, mentre le immagini fuori dal finestrino cambiavano repentinamente come il loro senso di marcia.
Poi apparve il muretto in pietra viva, improvvisamente illuminato dai fanali dell’auto, che si fece sempre più paurosamente vicino.
L’auto inchiodò a nemmeno trenta centimetri da quel pericolo mortale, bloccata in diagonale davanti all’ostacolo, con Nero proprio sul posto più vicino al pericolo.
Solo quando furono perfettamente fermi tutti iniziarono a urlare, finalmente liberi dal terrore in cui erano rimasti congelati in quel terribile, lunghissimo secondo.
L’unico a rimanere in silenzio fu Rosso, gli occhi fissi su ciò che li avrebbe potuti benissimo uccidere.
Non appena le urla si smorzarono un poco, lui scoppiò in una risata roca.
Dopo quell’evento, Nero iniziò a preferire la compagnia di altra persone e a rimanere da solo con la sua nuova compagna, ormai spaventato da ciò che Rosso poteva ancora fare.
Poi, ad un tratto, Rosso sparì, senza lasciare traccia.
Nero sprofondò nella solitudine, abbandonando gli studi per lo sconforto, di nuovo solo come un tempo.
Se non avesse smesso di bere da un pezzo, probabilmente si sarebbe dato all’alcolismo.
Fu dopo una triste estate segnata dalla solitudine che ritrovò la forza di andare avanti.
In lui si riaccese una fiamma che non ardeva più da tempo, e tutto grazie ad una scintilla oltremodo casuale.
Era di ritorno dalla sua ricerca di conforto tra le braccia ed i seni della sua ragazza, quando ad accoglierlo in casa fu il suono perfettamente intonato del loro vecchio pianoforte.
Suo padre l’aveva completamente ripulito da ogni traccia di polvere e lo aveva riaccordato, mettendosi a suonare una malinconica melodia di cui Nero non conosceva il nome, e che ora risuonava per tutta la grande e vuota casa.
Nero non aveva il coraggio di entrare nella stanza in cui suo padre stava suonando,  non voleva rischiare di rompere la magia che causava in lui reminiscenze di eventi passati.
La musica gli causava una terribile tristezza, ed in qualche assurda maniera gli ricordava la madre, nonostante le difficoltà di ricordare un viso che non si vede da quando si hanno tre anni.
Per qualche strana ragione, per un meccanismo che mai avrebbe avuto spiegazione logica, Nero sentiva il suo cuore sanato.
Non appena la musica finì in un dolce smorzando, non appena sua padre, ancora ignaro della presenza del figlio, sollevò le sue dita nodose dai tasti bianchi, Nero uscì di casa e tornò dalla sua amata.
 
Erano ormai passati dieci anni da quando Rosso era sparito nel nulla, senza mai più farsi vedere.
Eppure Nero ancora ricordava perfettamente ogni cosa fatta con lui.
Per qualche ragione, non lo sbalordì trovare il suo nome sul giornale locale, leggendolo la mattina prima di andare a lavoro.
Ormai Nero aveva una sua vita, una sua casa, un lavoro serio, e conviveva amorevolmente con la sua compagna, e sapeva che doveva tutto quanto, seppur indirettamente, a Rosso.
Capiva ora cosa era successo in quei sette anni passati insieme, tra i piaceri e le difficoltà.
Nero non aveva fatto altro che copiare il suo mentore, quasi succhiando la sua forza vitale: aveva roso la personalità del compagno, fino a divorarla completamente, e mentre la sua anima si riempiva sempre più, così quella di Rosso si svuotava, priva di qualcuno con cui alimentarsi.
Nero si vergognava di ciò che aveva fatto, eppure sentiva che quello era stato un processo necessario a farlo crescere, a farlo divenire un uomo maturo.
Rosso era morto suicida, impiccato al lampadario del suo spoglio monolocale, solo e dimenticato.
Si era spento nel silenzio e nell’ombra, dopo una vita di palcoscenici e di luci, cercando ciò che ora mancava a lui, cercando qualcosa con cui riempire il vuoto che sentiva tra lo stomaco ed il cuore.
Nero sapeva che, involontariamente, la colpa era sua.
Nero sapeva che Rosso era morto per lui.
Nero sapeva però  ancora una cosa: avrebbe pagato un tributo per ciò che Rosso gli aveva donato, dando la sua vita.
D’ora in poi, Rosso sarebbe vissuto in lui.
Anzi, lui, Nero, sarebbe stato Rosso.
   
 
Leggi le 1 recensioni
Ricorda la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Introspettivo / Vai alla pagina dell'autore: Flavio_G