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Autore: joellen    04/08/2017    0 recensioni
Cento anni orsono, la Terra è stata colpita da eventi misteriosi e devastanti che hanno decimato la sua popolazione tanto da risultare un pianeta deserto a chi lo vede attraverso i telescopi di altri mondi. E che la sta usando come discarica per liberarsi dell'immondizia metallurgica da cui è afflitto... O per cercare e procurarsi minerali preziosi per la propria sopravvivenza.....Ma non tutto è come sembra...
Genere: Avventura | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Area 51

 

 

L'aereo su cui Stefano ed Heron volavano era un piccolo gioiello di meccanica e tecnologia.

Nonostante le dimensioni non certo gigantesche (apertura alare totale di appena 12 metri),  era un quadrimotore, con motore principale di diecimila cavalli ed era in grado di volare nella stratosfera a quindicimila chilometri l'ora con possibilità di decollo ed atterraggio quasi in verticale, caratteristica che favoriva le due operazioni in qualsiasi tipo di territorio, anche il più accidentato.

Giunti in effetti dopo circa un'ora di volo, a quota relativamente bassa, notando il terreno piuttosto piatto ed un accenno di pista, Stefano si concesse un atterraggio abbastanza comodo in diagonale. Toccato il suolo, una voce alla radio - quella di Forrest - lo avvertì di non scendere dal velivolo ed attendere sue istruzioni. Stefano ed Heron si limitarono a liberarsi parzialmente dei vari impedimenti che bloccavano i loro corpi durante il volo e aspettarono qualche minuto in cui, dopo uno scossone, l'aereo cominciò ad abbassarsi fino ad essere inghiottito dalla terra e terminare il suo viaggio dentro ad un immenso hangar sotto la pista. Arrestato il meccanismo di discesa e chiusosi il soffitto sopra le loro teste, la voce di Forrest comunicò a Stefano che poteva spegnere tutto e rilassarsi. I due si slacciarono tutte le cinture di sicurezza, ma Heron non abbandonò la maschera ad ossigeno, allacciandosi i legacci dietro al collo, quindi scesero dal velivolo e si avviarono verso il fondo dell' hangar la cui enorme porta si aprì automaticamente introducendo i due in un'altra grande sala dove Forrest li accolse con calore, stringendo forte le loro mani.

Attraversarono anche quel vasto vano e la loro passeggiata finì dentro l'ultimo locale, più illuminato degli altri,  pieno di macchinari e schermi, in cui ricevettero il benvenuto da Edwards, Hardings e Weaver, di tutti, in apparenza, il più felice di vederli e conoscerli, il quale si complimentò subito, con molto sussiego, per l'esito positivo del ripristino del telescopio.

"Merito suo. - si tirò indietro Stefano - E' lui il genio dei telescopi" disse, battendo amichevolmente una mano sulla spalla di Heron che sorrise, timido e modesto. A quel punto, Forrest riapparve con le bottiglie di birra promesse per festeggiare gli ospiti e la visita.

"Come ha fatto a restituire le immagini del pianeta?" domandò Weaver.

"Ho trovato un satellite funzionante" rispose Heron,  pronto.

"Perché? - intervenne Forrest - Non mi dica che ce n'è ancora qualcuno!".

"Evidentemente si" constatò Stefano.

"Buon Dio! - esclamò Forrest - Allora non è andato tutto a puttane!".

"Evidentemente no" replicò Stefano.

"Certo che c'è" confermò Heron con aria soddisfatta.

Tutti gli sguardi degli occupanti la sala conversero su di lui.

Weaver tornò allo schermo e mise mano alla tastiera.

Pochi secondi dopo, all'interno di un piccolo riquadro in basso a destra del monitor  gli comparve l'immagine di un apparecchio a cilindro, nero lucido, che con non eccessiva ma costante andatura si muoveva sopra la superficie della Terra. Weaver non ricordava di averlo mai visto ma c'era.

"E' il Black Night. - informò Heron -  Gira intorno al pianeta da molto tempo".

Da lui gli sguardi dei presenti si spostarono effettuando un rapido muto scambio  fra gli uomini.

In quel momento, nessuno ricordava che fosse esistito un satellite di nome Black Night.

 

 

"Un ulteriore buon motivo per brindare" commentò Forrest, allegro, cominciando a stappare le bottiglie.

Sugli schermi accesi si alternavano ad intervalli regolari foto in lento movimento ritraenti vari angoli della Terra e squarci dello spazio nero e profondo dentro il quale tutto ciò che c'era, a tratti pareva quasi immobile in un silenzio talmente denso da sembrare che si propagasse anche nella sala. Ma il silenzio fu presto rotto dai leggeri urti tintinnanti delle bottiglie che si scontrarono nel brindisi di buon auspicio.

In Siberia c'è una base militare, un pò come la nostra, diretta da uno stron...... da un tipo che ha il viziaccio di sparare a chiunque scenda nelle immediate vicinanze,  che non abbia un aspetto decisamente terrestre e viaggi con mezzi sospetti di essere carichi di spazzatura.......

Sul momento non ci aveva pensato. Non ci aveva dato peso, ma ora Heron si sorprese a ritornare con la mente a quella frase pronunciata dall'uomo che aveva davanti, occupato a bere dalla bottiglia.

E nel suo cervello, un terribile sospetto cominciò a formarsi come l'embrione di una nuova creatura.

Ora, forse sapeva, o credette di intuire dove e com'era morto suo padre ma stabilì di non rendere partecipe il suo compagno di viaggio alla scoperta. Non voleva essere fermato nei suoi propositi.

A Stefano però, non sfuggì l'espressione cupa che il volto dell'ormai amico alieno assunse, l'indurimento dei tratti del viso, l'abbassamento del braccio la cui mano teneva la bottiglia,  e si avvicinò a lui per chiedergli se tutto andava bene.

"Si, certo. - gli garantì Heron abbozzando un sorriso tirato - Niente paura. E' tutto a posto" e così dicendo, buttò giù qualche altra sorsata di birra. Era fresca e frizzante. Gli piaceva.

Anche Forrest gli domandò se andasse tutto bene e Heron rassicurò anche lui.

Finiti birra e brindisi, l'uomo raccolse le bottiglie e andò a gettarle in un contenitore di rifiuti a scomparsa semi nascosto in un punto di una delle pareti della sala, dietro all'ala destra del lungo tavolo ad "elle" sormontata da uno schermo, dopodiché chiese a Stefano e a Heron di aspettarlo, poi però, cambiò idea e li invitò a seguirlo fuori dalla sala.

"Voglio mostrarvi una cosa" annunciò, apparentemente orgoglioso di quello che sembrava un appetitoso segreto.

Curiosi, Stefano ed Heron lo seguirono per corridoi e sale finché giunsero ad un altro vastissimo hangar in mezzo al quale troneggiava un grosso veicolo aereo che, tuttavia, non aveva di certo l'aspetto di un normale aeroplano bensì quello di un'autentica astronave, non molto grande ma con le classiche caratteristiche di un mezzo adatto a viaggi interspaziali. E rivelò loro che quel veicolo era stato realizzato con la spazzatura raccolta tutt'intorno all'Area 51.

"Complimenti. - si congratulò Stefano - Questo si che è un uso intelligente dell'immondizia".

Forrest sorrise soddisfatto.

"E adesso, pensiamo alle necessità immediate" dichiarò spegnendo la luce dell' hangar e uscendo dall'enorme locale. Ritornarono alla sala comandi dove il capo dell'area pregò i due di aspettarlo.

Stefano e Heron lo attesero conversando amabilmente con Weaver e soci.

"E così venite dall'Europa" esordì Weaver a cui brillavano gli occhi chiari dietro le lenti degli occhiali.

"Si. - confermò Stefano, quasi fiero - Credo di si".

"Ehi! - s'intrufolò Hardings, allegro, dando una leggera gomitata ad Edwards - Ci siamo stati anche noi! Dov'è che siamo stati? In quella città dove c'è quel grande palazzo con la cupola".

"Roma" specificò Stefano sorprendendosi di saperlo.

"Si. - strillò Edwards entusiasta - Siamo stati proprio lì, credo".

Stefano avvertì una strana punta di nostalgia, come se i due stessero parlando di un posto da lui conosciuto e forse amato. E di colpo ricordò suo padre , o probabilmente suo nonno, che gliel'aveva nominata una volta, indicandogliela su una vecchia cartina geografica stinta, rivelandogli che la sua famiglia proveniva da quella città. Doveva aver assunto un'aria triste perché Hardings gli si accostò, preoccupato.

"Abbiamo detto qualcosa che non dovevamo?"domandò, contrito.

Stefano si ridestò da quella specie di sogno ad occhi aperti e tranquillizzò l'uomo sorridendo.

"No, no. - disse - E' che...".

"Piacerebbe anche a lei andarci?" ammiccò Hardings.

"Dovrebbe assolutamente. - s'intromise Edwards - Ci sono molte belle donne!".

Hardings appioppò ad Edwards una gomitata più potente, che strappò al collega un lamento ed un'imprecazione.

"E che avrò detto mai! - protestò l'uomo - E' la verità e le hai viste anche tu".

Roma! Stefano sentì la mente essere attraversata da improvvisi ma vividi flashes di una memoria che non gli parve nemmeno sua ma che gli riportò bocconi di frasi udite in casa sua:

"Non riesco ancora a crederci!" un giorno aveva sospirato suo padre.

"Già. - aveva confermato sua madre - Sembra assurdo ma siamo qui perché i nostri vecchi sono dovuti scappare dal caos totale".  

In quel momento, Forrest rientrò nella sala con una borsa blu e nera che consegnò a Stefano e che aprì davanti ai suoi occhi. La borsa conteneva un certo numero di armi di tutti i tipi, dalle dimensioni piccole ma, come tenne a specificare fiero, dal potenziale ragguardevole.

Stefano prese in mano una piccola pistola dalla linea essenziale, tutta metallizzata e leggera.

"Questa è veramente un portento! - illustrò Forrest, soddisfatto - Triplo uso: a proiettili, elettrica e a raggio laser" e nel dirlo, indicò a Stefano una levetta rossa nascosta sotto il calcio, istruendolo sul suo utilizzo per la verità molto semplice: bastava infatti alzare ed abbassare la levetta per variare l'uso.

"Interessante. -  commentò Stefano, laconico, ma ironico  - Dove le ha trovate?".

Forrest alzò gli occhi verso il soffitto come per cercare di ricordarlo.

"Mmmm - fece meditabondo - Bottino di guerra?"rispose, fingendo una vaga ipotesi .

Stefano capì,annuì e sorrise.

"Andata" assentì, schioccando uno sguardo furbo e complice all'uomo

Forrest ridacchiò.

 "Vi saranno molto utili. - dichiarò poi, gongolante - Ma non usatele a sproposito. Assicuratevi di adoperarle a momento ed occasione giusta".  Stefano annuì di nuovo e, con Heron, alzarono il pollice destro in contemporanea, nel tipico gesto di chi aveva capito tutto.

Allorché Stefano  e Heron lasciarono la base, all'esterno stava imbrunendo e la giornata volgeva lentamente al tramonto. Il Sole stava calando arrossendo le rocce di quella zona semidesertica conferendole una magnifica colorazione rosso scuro. Ritornati all'aria aperta, riconquistata la posizione di decollo e riassicurati i loro corpi ai sedili dell'aereo con i vari legacci, Stefano riaccese i motori e  ripeté per la seconda volta in quel giorno le manovre per alzarsi in volo.

Giunti ad un certo punto del viaggio, Stefano fece per  salire di quota quando, dirigendosi verso nord ovest, sotto di loro, intravide un autentico oceano di luci fittissime indicanti un gigantesco agglomerato urbano.

"Oh, cavolo !" esclamò a mezza voce e invitò Heron a guardare. Anche Heron restò senza parole.

"Una città-stato!" esclamò a sua volta, rammentando la definizione che Weaver aveva dato al complesso edilizio. I due si scambiarono una veloce occhiata d'intesa di sbieco.

"Visitina? -  propose Stefano strizzando l'occhio all'alieno - O ha molta fretta di raggiungere la meta?".

Heron ci pensò su qualche secondo. In effetti, aveva una certa premura ad andare alla meta ma la curiosità di vedere un centro urbano più grande della cittadina di montagna in cui era precipitato e vissuto fino a qualche ora prima, superò la fretta di recarsi al luogo di destinazione e gli fece sollevare il pollice per l'ok.

Stefano consultò la mappa digitale sul pannello dei comandi dell'aereo e anche grazie al ritorno in funzione del telescopio e del satellite, il display rivelò che quel mare luminoso corrispondeva a Washington. Comunicò la scoperta a Heron che, malgrado non sapesse neanche cosa fosse, approvò incondizionatamente la decisione di Stefano di scendere e fare un giro.

Stefano avviò le procedure per chiedere permesso ad atterrare nell'area della città.

   
 
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