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Autore: Deni_Mas    09/08/2017    1 recensioni
Grace West e Daniel Reed sono due giornalisti freelance che si occupano di viaggi. Si detestano, ma un'inaspettato viaggio in mongolfiera si trasformerà in un'avventura divertente e frizzante.
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«West! Che cazzo fai? Fermati! FERMATI!»
«Oddio! Come si fa? Aiutami, Reed!»
«Ma non ce l’ha un’àncora, quell’affare?»
«Maccheneso! Aiutamiii!»
Le prime luci del mattino scacciano la notte quando questo coso maledetto sta per prendere il volo. Il cestone struscia sull’erba trascinato dall’enorme pallone sul punto di sollevarsi. Non ho la più pallida idea di come fare per fermarmi e Reed-Lo-Stronzo corre per raggiungermi seguito da Omar, il proprietario di questa mongolfiera del cavolo.
Genere: Avventura, Commedia | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
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Ciaoooo! Vi sono mancata?
Come "no"??  Uff, e io che ci speravo...  :)
Va beh, non importa. Ho deciso di condividere con voi la storia con cui ho partecipato a un Contest il cui tema era "Aria", quindi forse alcune di voi l'avranno già letta.
Come sempre, fatemi sapere cosa ne pensate :)
Un abbraccio e buona estate a tutte!




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«West! Che cazzo fai? Fermati! FERMATI!»
«Oddio! Come si fa? Aiutami, Reed!»
«Ma non ce l’ha un’àncora, quell’affare?»
«Maccheneso! Aiutamiii!»
Le prime luci del mattino scacciano la notte quando questo coso maledetto sta per prendere il volo. Il cestone struscia sull’erba trascinato dall’enorme pallone sul punto di sollevarsi. Non ho la più pallida idea di come fare per fermarmi e Reed-Lo-Stronzo corre per raggiungermi seguito da Omar, il proprietario di questa mongolfiera del cavolo. Ormai è a poche decine di centimetri, mi sporgo più che posso per afferrare la sua mano tesa, ma l’enorme cesto fa un sobbalzo e inizia a prendere il volo.
«Merda! Reeeeed!!» urlo in preda al panico.
«Merda!» ripete lui un attimo prima di spiccare un balzo verso di me. Purtroppo manca il cestone di pochi centimetri e cade a terra imprecando.
«Reed!» Urlo stizzita e arrabbiata. Scoppio a piangere disperata mentre la mongolfiera mi trascina su.
«West! West!» Sbraita Reed con il panico nella voce. Mi sporgo e lo trovo aggrappato alla corda di ancoraggio, quella che, non si sa come, si è sciolta dal suo ormeggio permettendo a questo maledetto aggeggio di portarmi via.
«West! Tirami su!»
«No! Fammi scendere! Fammi scendere!»
«Tirami su! Come cazzo faccio a farti scendere?»
«Questo è il peggior salvataggio della storia, te ne rendi conto Reed?»
«West! Non rompere il cazzo e tirami su!» urla rosso in viso, mentre siamo ormai a una decina di metri da terra.
Mi sporgo ancora, Reed-Forse-Non-Così-Stronzo si sta lentamente arrampicando sulla corda. Io afferro l’altro capo, quello all’interno, e con tutto il mio peso cerco di trascinarlo dentro. Per me però è troppo pesante e non riesco a tirarlo su che di pochi centimetri. Mi sporgo ancora, per fortuna ormai è quasi arrivato.  «Forza! Dai, Reed, ci sei quasi!» lo incito, visto che è l’unico modo in cui possa aiutarlo. Ringraziando il cielo è un tipo atletico e allenato: non ci mette molto a risalire la corda e finalmente la sua mano si aggrappa al bordo del cesto. Lo afferro per un braccio, poi al torace, ben consapevole di non essergli di nessun aiuto ma anche di aver bisogno di fare qualcosa. Si issa puntellandosi con i piedi sul bordo inferiore del cesto per spingersi su. Lo tengo stretto e mi butto di peso all’indietro cercando di tirarlo dentro. Un’ultima spinta e roviniamo a terra, sul pavimento in vimini.
Evidentemente sotto shock, trovo conforto abbracciandolo e perdendomi nella fresca fragranza del suo profumo, un lieve sentore di agrumi e sandalo. Senza rendermene conto inizio a singhiozzare mentre Reed, ancora col respiro affannato, si mette seduto, appoggia la schiena al bordo del cesto e mi tira a sé. Mi lascio andare al suo abbraccio e gli appoggio il viso al petto. Il suo profumo ora è più intenso e sento chiaramente il suo cuore battere all’impazzata.
Appoggia la guancia alla mia testa e, con un tono che non gli ho mai sentito usare e che potrebbe essere addirittura dolcezza, sussurra: «Ssshh! Dai, è tutto finito.»
Mi sfugge una risatina nervosa e tiro su con il naso, «Che stai dicendo, Reed? È appena iniziata! Ora come ne usciamo?»
«Oh, West! Che cazzo ne so, è la prima idiozia che mi è venuta in mente. Lo sai che non sono bravo con le persone,» fa una pausa e un sospiro, «però vedrai che usciremo sani e salvi da questo casino.»
Rimaniamo seduti a terra qualche minuto, io appoggiata a lui e il suo braccio ancora attorno alla mia vita, finché i nostri respiri ritornano regolari, poi mi fa segno di alzarci e inizia ad armeggiare con il bruciatore. «Non capisco un tubo di tutti questi strumenti ma, in teoria, se diminuiamo la fiamma, dovremmo atterrare.» mormora tra sé.
«“In teoria”? “Dovremmo”? Reed, stai scherzando?»
«Senti, West, non ho il brevetto di volo e di questi aggeggi non capisco un cazzo! Hai un’idea migliore?»
Scuoto la testa.
«Bene.» sbuffa. «Senti, guarda là,», dice indicando terra, «in quella macchina che ci sta seguendo ci sarà sicuramente anche Omar, troveranno il modo di mettersi in contatto con noi e ci spiegheranno cosa fare, ok? Però ora non possiamo continuare a salire quindi devo trovare il modo di stabilizzarci e, magari, di scendere. E poi non abbiamo chissà che autonomia, questi cosi volano per un’ora e mezza, forse due. Dobbiamo assolutamente scendere prima che finisca il combustibile.»
«Così poco? Tu come lo sai?»
Lui mi dà le spalle mentre studia l’attrezzatura di bordo, «Perché mentre tu giocavi alla piccola-pilotessa-di-mongolfiere, io ascoltavo Omar che orgasmava mentre mi raccontava di quanto sia bella e fatta bene la sua bambina, qui.»
Riesce a strapparmi un sorriso. Sono spaventata da tutta questa situazione, ma allo stesso tempo rassicurata dal fatto che lui sia qui. Lo guardo mentre gira attorno al bruciatore per cercare una soluzione, poi inizia a inveire contro una valvola e una maniglia cercando di allentarle. È assorto, concentrato, lo sguardo severo e pensieroso. È piuttosto raro per noi parlare senza urlarci reciprocamente contro e senza offenderci. Abbiamo due caratteri opposti: io sono gentile con tutti, solare, mi piace scherzare e stare in compagnia, fondamentalmente sono dolce e altruista. Mentre Reed sembra sempre arrabbiato col mondo: è scorbutico, risponde male a tutti e spesso fa battute sessiste. Quando scherza coi colleghi lo fa prendendo in giro qualcuno, generalmente per un difetto fisico o una debolezza, e riesce sempre a tirare fuori la parte peggiore di me. Inoltre è caparbio, testardo e senza mezze misure. Sul lavoro è un mastino, uno schiacciasassi che passa sopra a tutto e tutti solo per il suo tornaconto personale, quello che gli interessa è il suo articolo e nient’altro.
In parole povere: uno stronzo. L’ho già detto?
Quando Alfred, il direttore della rivista, ci ha comunicato che avremmo fatto insieme questi viaggi per il nuovo allegato del giornale, una serie di guide turistiche delle principali città europee, Reed prima è impallidito e poi si è rifiutato categoricamente.
«Io lavoro da solo!» ha sbraitato alzandosi dalla sedia «Non ho nessuna intenzione di fare da baby-sitter a West!»
«Ehi!» Ho ribattuto, seccata, «Non ho bisogno di un baby-sitter. Semmai, sono io che non ho nessuna intenzione di lavorare con un idiota come te!»
«Vede, capo? Non possiamo lavorare insieme, non siamo compatibili.» ha ringhiato Reed.
«Stronzate!» ha risposto Alfred, «Siete perfetti insieme. Polvere esplosiva! Quello che piacerà a uno sarà ridicolizzato dall’altro e viceversa, sarà fantastico! Oh, e naturalmente voglio un servizio completo, solo dei piccoli accenni a quei luoghi turistici che si trovano in ogni guida. Voglio posti nuovi, idee nuove: per single a caccia di avventure, per coppie in cerca di romanticismo e per famiglie che vogliono divertirsi. Dovete scoprire i segreti di ogni città, parlare con la gente, vedere luoghi e scrivere le guide! Sarà fantastico!»
Lui non stava più nella pelle e noi eravamo neri. Purtroppo non abbiamo potuto rifiutare: siamo entrambi freelance e il compenso per questi viaggi è ottimo. E così, due settimane dopo siamo partiti per Venezia, dove abbiamo rischiato di ucciderci reciprocamente decine di volte. Però il capo ci aveva visto giusto: per principio, se uno dei due trovava interessante qualcosa, l’altro scovava qualsiasi motivazione per deriderlo. Alla fine abbiamo scritto il fascicolo a quattro mani e devo ammettere che ne è uscita una guida splendida, unica e divertente. Siamo giovani e amiamo viaggiare, entrambi scriviamo molto bene, i nostri stili sono frizzanti, complementari l’uno all’altro e abbiamo saputo mescolarli per rendere il lavoro davvero originale. L’unico lato negativo è che dobbiamo stare assieme e non ci sopportiamo. Non c’è un motivo particolare, è solo un’antipatia a pelle, accresciuta dal fatto che lui è un emerito stronzo. L’ho già detto?
Ah. Ho dimenticato di dire che è bellissimo. Alto almeno un metro e novanta, capelli castani chiari tendenti al bronzo, scompigliati come se si fosse appena alzato dal letto dopo un’intensa notte di sesso, occhi di una strana sfumatura di verde, che virano al grigio quando è preoccupato o arrabbiato e che tendono all’azzurro/verde quando è di buon umore. Ha il viso di una bellezza spaventosa e quasi irreale: il naso dritto, importante, le labbra rosse, non troppo corpose ma invitanti e la mandibola ben segnata su cui ti viene voglia di passare la lingua in languide carezze. Sulla sua vita privata non si sa nulla: molte ragazze del giornale gli muoiono dietro, ma sembra che non si sia mai intrattenuto con nessuna di loro e non si sa se abbia una compagna o una moglie.
«Guarda, West.» La voce di Reed mi strappa ai miei pensieri sul come sia iniziata questa pazzia. Lo osservo incuriosita per via del tono stranamente dolce che ha usato, e con un cenno del capo mi indica di guardare alla mia sinistra: sta sorgendo il sole.
«L’alba è meravigliosa! Da quassù è uno spettacolo! Il silenzio, la pace… non trovi?» mormora guardandomi. Il suo sguardo è strano, così intenso, così profondo. Sembra che mi stia leggendo dentro e improvvisamente mi sento a disagio. Faccio un passo verso di lui e mi rendo conto del perché mi sento a disagio: desiderio. Ho il desiderio assurdo e irresistibile di assaggiare le sue labbra e di sentire che sapore abbia la sua bocca. Desidero passare le dita tra i suoi capelli per sentire se sono così morbidi come sembra. La leggera brezza mi porta ancora il suo profumo, delicato e piacevole, e sulle dita la sensazione del suo petto scolpito.
Oh, Dio! Devo essere impazzita. Non c’è altra spiegazione. Evidentemente è un effetto collaterale dell’adrenalina o dello shock. O dell’altezza, ovvio. Certo! È sicuramente colpa dell’altezza, probabilmente sono allergica. Si può essere allergici all’altezza, no? Certo che sì e il mio cervello sta andando in overdose e vorrebbe-
«West! Mongolfiera chiama West! Mongolfiera chiama West! Rispondi West!».
Ecco, appunto. Il mio cervello vorrebbe ucciderlo.
«Tutto bene?» Però ora il suo sguardo è così… così… Niente, è solo preoccupato. Anche se per un attimo ho scambiato la preoccupazione per tenerezza o dolcezza. È lui ora ad avvicinarsi a me, mi mette dietro l’orecchio una ciocca di capelli che era sfuggita sul viso e, nel farlo, le sue dita sfiorano la mia guancia. Trattengo il respiro ma il mio cuore galoppa veloce mentre i suoi occhi guardano nei miei.
Che cavolo mi prende? È solo Reed-Lo-Stronzo quello che ho di fronte.
«Sono anni che non vedo l’alba, non mi ricordavo fosse così bella.» mormora con un filo di voce e lo sguardo fisso nel mio, poi si volta a osservare il sole sorgere. Fa un passo indietro e piega il busto in avanti appoggiando i gomiti sul bordo del cesto e incrociando le caviglie.
«West! Non mi piace essere fissato!»
Sussulto e distolgo lo sguardo da lui, dai suoi capelli mossi dal vento fresco e dal suo viso, ora colorato di arancione dal sole che nasce.
«Guardala anche tu, la prossima volta che ti capiterà di vedere l’alba non avrai l’onore di essere accanto a me!»
Il suo tono è scherzoso, si volta verso di me e mi fa l’occhiolino, poi si gira nuovamente verso l’orizzonte lasciandomi incapace di ribattere in maniera adeguata. La mia mente, infatti, sta vagliando varie situazioni in cui potremmo vedere l’alba assieme e tutte comportano l’essere nudi, molto vicini e sudati.
Avvampo e ritorno a guardare il sole sorgere, ma subito rabbrividisco per un’improvvisa corrente d’aria fredda. Lui se ne accorge e si sposta dietro di me, appoggia il torace alla mia schiena e mi abbraccia, quindi copre le mie braccia con le sue.
Avvampo ancora, sento il viso in fiamme e uno strano formicolio tra le cosce. «Non-»
«Ssshh! Non rovinare questo momento con qualche cazzata, West. È l’alba, merita silenzio.»
Chiudo la bocca, completamente inebetita dal momento: il suo profumo addosso, il mento appoggiato alla mia testa, il suo corpo caldo così vicino, anzi, attaccato al mio. Ho smesso di respirare, il mio cuore invece batte velocissimo come se stessi ballando la tarantella da un’ora.
L’alba è meravigliosa. Sono almeno dieci anni che non la vedo e assistere alla nascita del sole nel silenzio più assoluto e da una posizione così privilegiata è qualcosa di davvero unico e speciale. Resa ancora più speciale dal gemello gentile di Reed-Lo-Stronzo.
Intanto, quello che era solo un puntino di fuoco ha raggiunto le sue dimensioni normali. È quasi impossibile continuare a guardarlo per quanto splende, ma non riesco a spostarmi, non riesco a rinunciare a questa pace e all’abbraccio di Reed.
Oddio, no! Ditemi che non l’ho pensato davvero!
Come avesse percepito i miei pensieri, lentamente si allontana, fa un passo indietro e io mi volto a guardarlo. Vorrei ringraziarlo per aver avuto la gentilezza di scaldarmi, ma il suo sguardo mi blocca. È fisso nel mio e non riesco a decifrarlo, a capire se sia arrabbiato, triste o affettuoso.
Reed è un rebus.
«Cazzo, West!» Per un attimo i suoi occhi sono attraversati da un lampo di dolore. Non faccio in tempo a chiedermi cosa voglia dire che fa un passo verso di me, azzerando completamente la distanza tra noi. Infila la mano destra tra i miei capelli nell’istante esatto in cui le sue labbra sono sulle mie. Le accarezza piano con le sue e un attimo dopo la sua lingua invade la mia bocca in un bacio eccitante, sconvolgente, uno scontro di labbra, denti e lingue che danzano frenetiche insieme. Porta la mano libera sulla mia schiena stringendomi forte, come se temesse che gli sfugga tra le dita. Appoggio una mano sul suo fianco e l’altra sul petto, la faccio scivolare indietro fino alla scapola e lo stringo a mia volta.
«West, dimmi di smettere.» ansima continuando ad accarezzarmi le labbra con la lingua.
«No, Reed, non smettere!» mi assale la paura che stia davvero per tirarsi indietro e sposto la mano dal suo fianco al viso, accarezzandolo. «Non smettere, ti prego!»
Per tutta risposta mi stringe ancora più forte e il bacio diventa più intenso, profondo. Spinge i fianchi contro miei e sfrega la sua erezione sul mio inguine. Non bastano i nostri jeans a fermare l’eccitazione, è davvero come se stessimo facendo sesso: i nostri gemiti e i sospiri si mescolano alla brezza, l’eccitazione è alle stelle e mi sento sull’orlo di un orgasmo pazzesco.
«Dio, West non possiamo…»
«Non fermarti, Reed. Non fermarti.»
Continua quel folle movimento col bacino sul mio inguine, all’improvviso un tremito e affondo il viso nell’incavo tra il suo collo e la spalla, mordendomi il labbro e cercando di soffocare i gemiti del mio orgasmo.
«Cazzo!» un’ultima spinta e anche lui appoggia il viso sul mio collo cercando di trattenere un gemito, ci stringiamo forte e lo sento tremare. «Che ti è saltato in mente, West?» ansima mentre, ancora col fiato corto, mi accarezza il collo con le labbra scatenando la pelle d’oca.
«Io?» rispondo incredula, «hai fatto tutto t-»
«Ma sta zitta!» esclama serio un attimo prima di baciarmi ancora, mentre ci cedono le gambe e ci ritroviamo a continuare il nostro bacio avvinghiati sul fondo del cesto.
All’improvviso il ritornello di “We Are The Champions” dei Queen rompe il silenzio e invade lo spazio tra noi, separandoci. Ci guardiamo, dapprima sorpresi, poi la consapevolezza si dipinge nello stesso istante sui nostri volti.
«Reed! Avevi il cellulare e non l’hai usato? Sei impazzito?» gli urlo mentre scatta in piedi e afferra lo smartphone dalla tasca posteriore dei pantaloni.
«Omar! Come cazzo si tira giù quest’affare?» urla al microfono non appena premuto il tasto verde per rispondere. «Non sapevo di averlo! Ti avrei chiamato subito altrimenti, no? Dovevo lasciarlo in albergo, probabilmente me lo sono infilato in tasca sovrappensiero.» Si sposta davanti al bruciatore e annuisce mentre, col telefono incastrato tra il viso e la spalla, cerca di girare una leva con entrambe le mani e per un istante chiude un occhio nello sforzo. «Sì, West sta bene,» mi lancia un’occhiata alzando un sopracciglio con fare interrogativo, io annuisco e lui riprende a parlare, «un po’ spaventata, ma sta bene. Sì, l’indicatore segna che la pressione sta scendendo.»
Lo osservo mentre continua ad eseguire le istruzioni che riceve al telefono. Ho ancora il cuore in tumulto e rimango seduta perché non sono del tutto sicura che le gambe possano sorreggermi. Quello che ho vissuto con Reed è stato indescrivibile: non solo i suoi baci, ma la reazione del mio corpo al suo, alla sua vicinanza, al tocco delle sue mani. Non ho mai provato nulla di simile e ne sono sconvolta.
«West! Mongolfiera chiama West! Mongolfiera chiama West! Rispondi West!».
La sua voce mi riporta nuovamente alla realtà, alzo lo sguardo e vengo attratta come una falena dagli occhi magnetici di Reed. Tutto sparisce e rimaniamo a guardarci in silenzio per alcuni secondi, finché si schiarisce la voce e rompe il contatto visivo fissando un punto alle mie spalle per un attimo.
«Stai bene?»
Annuisco.
«Stiamo scendendo. Qui sotto ci sono prati e campi, non avremo difficoltà ad atterrare.»
Annuisco ancora. Reed si avvicina e appoggia un ginocchio a terra per mettersi alla mia altezza. Quando parla, il suo tono è una miscela di premura e conforto con un cucchiaino di dolcezza, che unito al suo sguardo intenso mi annoda lo stomaco. «È tutto finito, stai tranquilla.» sembra sia combattuto tra il dire altro e il tacere, tra il restare vicino a me e l’alzarsi. Mi accarezza lentamente la guancia con tocco leggero e apre la bocca per dire altro, quando Freddy Mercury ci interrompe ancora.
Sbuffa, si alza, prende il cellulare e risponde. «Omar, dimmi.» mentre ascolta si sporge dal bordo del cesto, incastra il telefono tra spalla e guancia e infine si mette a trafficare con l’attrezzatura del bruciatore. «West, stiamo per atterrare. Tieniti a qualcosa, non credo che riuscirò a farlo bene.»
Lo guardo: è bellissimo ai limiti della legalità. Ma è anche teso, concentrato, serio e attento mentre mette in pratica le indicazioni di Omar per riportarci a terra.
«West, preparati, siamo vicini a terra.»
Non mi guarda neppure tanto è concentrato. Mi alzo in piedi, mi metto di fronte a lui e lo abbraccio allacciandogli le braccia attorno ai fianchi e appoggiando il viso al suo petto.
«Andrà tutto bene,» sussurra accarezzandomi la testa e posando le labbra sui miei capelli per un piccolo bacio, «ora mettiti lì.» dice, probabilmente indicando un punto all’interno della grande cesta.
«Voglio stare qui.» sussurro, riempiendomi il naso del suo profumo e le orecchie del battito veloce del suo cuore.
«Non è sicuro, potresti farti male.»
«Voglio stare qui.» ripeto stringendolo ancora di più.
«Ok. Ora però tieniti forte.»
Lo stringo più che posso e lui mi cinge con un braccio. Percepisco la nostra velocità da come l’aria mi scorre attorno.
«Piano! Piano!» sento urlare vicino a noi, probabilmente da Omar. All’improvviso uno scossone e poi un altro. Senza parlare Reed mi trascina a terra e si mette sopra di me con fare protettivo, mentre gli scossoni provocati dal terreno continuano a farci sobbalzare. Veniamo trascinati dal pallone per qualche metro e poi, finalmente, il cesto si ferma. Reed si solleva leggermente e mi guarda, «Stai bene?»
Annuisco incapace di parlare, poi le voci concitate attorno a noi ci fanno alzare. Omar si assicura che entrambi stiamo bene e, mentre ci aiuta ad uscire dalla cesta, si scusa mille volte, ripetendo che non capisce proprio cosa possa essere successo.
Reed si avvicina, lo sguardo preoccupato, «Sei pallida, sicura di stare bene?»
«Sì, ho solo bisogno di stare un po’ coi piedi per terra.»
«A chi lo dici. Senti West, per prima-»
Come nei migliori film è interrotto dalla suoneria del suo cellulare. Impreca e guarda lo schermo, forse per decidere se rispondere o meno.
Non rispondere! lo imploro col pensiero, ma lui abbassa la testa e accetta la chiamata, allontanandosi di qualche passo e dandomi le spalle mentre parla con il suo interlocutore.
Chissà cosa voleva dire? Parlare di quello che è successo? Forse dire “Scusami” oppure “facciamo come se non fosse mai successo,” o magari “è stato stupendo”.
Non riesco a capire come mi sento: ho sempre detestato Reed-lo-Stronzo con tutte le mie forze. Ma lassù è stato diverso dal solito, sconvolgentemente gentile (rispetto al solito, ovviamente), a volte dolce, perfino premuroso. Quando eravamo vicini il mio cuore batteva a mille e quando mi ha baciata… e quando mi ha baciata mi ha fatto provare l’esperienza più eccitante della mia vita. Nessuno mi ha mai fatta sentire così, con un semplice bacio, per quanto passionale, e uno sfregamento di fianchi. Non sono più una ragazzina ma sono venuta come un’adolescente arrapata.
Non riesco a fare a meno di origliare alla sua lunga telefonata. Parla a voce bassa e ha un tono così dolce. Anche la postura del suo corpo è diversa dal solito, non più così rigida come chi vuole tenere il mondo alla larga: sta giocando con un sassolino, con la punta di una scarpa lo gira e lo rigira, lo seppellisce sotto a un po’ di terra e poi lo ritira fuori. Il suo sorriso è così sincero e genuino da sembrare alieno sul suo volto, in cui ho sempre visto solo un sorriso freddo e a volte meschino.
Chi sei davvero, Reed?
«Sì, amore. Ho fatto il viaggio in mongolfiera.»
Quelle parole, anzi, quella parola, mi mozza il respiro. Oddio, è sposato. Mi ha baciata ed è sposato. Lui ha tentato di smettere e io l’ho pregato di continuare! Sono una persona spregevole! E anche lui, visto che mi ha baciata per primo! Stronzo!
Mi appoggio con la schiena al tronco di un albero e mi lascio scivolare fino a sedermi a terra, dove mi copro la faccia con le mani continuando ad ascoltare.
«Sì, è stato bellissimo. Siamo andati molto in alto. La prossima volta lo facciamo insieme, va bene amore? Pensa che la mia collega era a bordo da sola quando la mongolfiera ha iniziato ad alzarsi,» risatina, «sì, anche lei era molto spaventata. Per fortuna sono riuscito a salire a bordo prima che decollasse. Cosa?» rimane in attesa ad ascoltare, l’espressione curiosa.
Sono stupita che racconti alla moglie di me, ma pensandoci è ovvio che lei sappia che non è solo in questi viaggi. E mica le sta raccontando che mi ha baciata.
«No, se la sarebbe cavata anche da sola, è una in gamba.»
Cooosa? Volto la testa di scatto verso Reed. Sono sorpresa, anzi, scioccata. Reed non ha mai, e sottolineo mai, detto una parola gentile su qualcuno. Mai.
Mi sta fissando, lo sguardo divertito mentre scoppia in una risata improvvisa, «Cosa? No, amore, non assomiglia per niente ad Elsa. Direi piuttosto ad Anna, è un po’ pasticciona.»
Lo guardo ancora, sconvolta. 
«No, non l’ho… va bene, va bene, hai ragione, l’ho salvata come Kristoff ha salvato la principessa Anna, ok?»
Mentre cerco di ricordare se e quando lui abbia battuto la testa, che giustificherebbe questi suoi discorsi sconclusionati, lo osservo nel suo misero tentativo fallito di rimanere serio, visto che sta sghignazzando senza ritegno.
«Cosa? Vuoi conoscere la mia principessa Anna?»
Mi fissa, ora è serio. Deglutisce e sembra prender fiato. «Sì, amore. Papà lo chiede a W- cioè ad Anna, e quando torniamo a casa te la presento, va bene?» Allontana lo smartphone dall’orecchio e sento un lungo urlo di gioia arrivare fino a me. Quando finalmente l’urlo cessa, Reed si riappoggia il cellulare all’orecchio, «Piccola, non è ora che vai a scuola? No, non ti passo Anna, altrimenti farai davvero tardi a scuola, glielo chiederai quando la vedrai. Sì, anche papà ti vuole bene. Ciao amore.»
Rimango basita. Reed-lo-Stronzo è padre? Di una bimba adorabile, per giunta! E con lei si comporta in maniera meravigliosa!
«West! Chiudi la bocca o ci entrano le mosche!» dice sorridendo mentre torna ciondolando verso di me.
«Reed! Tu hai… e sei…? Cioè, ma prima…»
Scoppia in una bellissima risata, «Non ti ho mai vista senza parole. Devo averti veramente sconvolta!»
Annuisco incapace di mettere in fila due lettere.
«Allora, vediamo se ho capito giusto: sì, ho una figlia. No, non sono sposato, la madre di Alice è morta quando lei era molto piccola e siamo rimasti solo noi due. E prima…» tentenna e guarda altrove, seguendo per qualche secondo i lavori di manutenzione alla mongolfiera, poi finalmente si volta nuovamente verso di me e sospira. «Prima è stato stupendo, non ho mai provato nulla di simile. Non so cosa mi abbia spinto a baciarti, ma so che non avrei più smesso.»
«Ma tu mi odi! Odi il mondo intero!»
Fa un sorriso triste, «No, non odio nessuno, tantomeno te. Solo che quando sono rimasto solo ho creato un muro attorno a me e non ho mai potuto permettermi di far entrare nessuno. Il lavoro mi ha sempre portato via un sacco di tempo e quel poco che mi restava lo dedicavo solo a mia figlia. Ma ora…» sul suo volto serio compare un sorriso sghembo e divertito, «Ora mia figlia vorrebbe incontrare la mia principessa Anna, quella così coraggiosa da voler affrontare un viaggio in mongolfiera completamente da sola. E così mi chiedevo se ti andrebbe di venire a conoscerla, quando torniamo da questo viaggio.»
Lo ammetto: non saprei rifiutare nulla a quel sorriso, assolutamente nulla, così annuisco timidamente.
«Perfetto.» sussurra facendo un passo verso di me e appoggiando nuovamente le labbra sulle mie in un tenero bacio. 

*** Fine***
   
 
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