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Autore: Elianapi    11/08/2017    1 recensioni
Olanda, 1631
La vita di Elaine June Zwaan scorre tranquilla nella magione di famiglia, circondata da campi sconfinati e interminabili serre di tulipani, tanto in voga in quell'epoca. Le sue giornate si susseguono con serenità una dopo l'altra tra galoppate con il vento tra i capelli, piacevoli passeggiate in riva al lago Borgmeren e romanzi d'avventura letti al lume di una candela.
Cosa potrebbe mai andare storto?
Un matrimonio indesiderato. Un rapimento. Un tragico naufragio nel mezzo dell'Atlantico.
June, dopo giorni aggrappata strenuamente alla misera zattera che l'ha salvata dall'annegamento, crede di essere senza alcuna speranza, è ormai certa che la morte sopraggiungerà tra non molto, quando all'orizzonte intravede un'imbarcazione in avvicinamento. Non le importa a chi essa appartenga, né con chi si ritroverà ad avere a che fare; l'unica cosa che desidera è sopravvivere.
È così che, suo malgrado, una volta tratta in salvo si ritroverà a bordo di un vascello di pirati. Ed è sempre così che farà la conoscenza dell'enigmatico Galen Morgan, il Capitano dell'Alba Scarlatta, tanto affascinante quanto taciturno.
Genere: Avventura, Romantico, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza | Contesto: Epoca moderna (1492/1789)
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ACQUE NERE


  Il cigolio della porta destò June dal sonno inquieto nel quale indugiava. Del resto, non avendo altro da fare in quella fetida stiva divenuta per lei prigione, la ragazza trascorreva dormendo quasi tutto il tempo. Gli occhi chiusi e la mente altrove, le sembrava che in quel modo l'ondeggiare delle onde fosse meno feroce, attenuando, anche se appena, l'angoscia della veglia.

  Elaine June aveva quasi del tutto perso la cognizione del tempo che passava: a volte, i giorni le strisciavano addosso con esasperante lentezza; altre, la mente preda di deliri e allucinazioni, era come se scorressero in un battito di ciglia.

  Faticava a comprendere quando fosse giorno e quando notte. Gli unici momenti in cui le veniva concesso di vedere la luce del sole era quando Danso – il gigante dalla pelle d'ebano che aveva il compito di badare a lei – la scortava alle latrine, oppure quando le portava del cibo, il più delle volte rancido.

  Quello, in particolare, era uno di quei momenti.

  «Alzati» proruppe l'uomo, non appena ebbe raggiunto il suo giaciglio. Teneva le mani poggiate sui fianchi in una posa rigida, severa, e, dal tono con cui aveva parlato, non sembrava affatto disposto ad accettare un no come risposta.

  June sollevò appena il capo, gli occhi feriti dal debole riverbero che entrava dalla porta in cima alle scale, rimasta spalancata. Nonostante il bruciore, si ritrovò a fissare con insistenza quei raggi di sole, appena oltre la sagoma tenebrosa di Danso. Li desiderava, agognava di avvertirne il calore sulla pelle, eppure sembravano così distanti, così irraggiungibili.

  «Non ci riesco» sussurrò, dopo aver tentato di attirare a sé le gambe per tirarsi su. Era così debole, che persino tenere il viso alzato le richiedeva un certo sforzo: la fame, la mancanza di luce e le precarie condizioni igieniche stavano portando il suo corpo al limite della sopportazione. Odiava con tutta se stessa farsi vedere tanto fragile, ma non poteva farne a meno, giacché si sentiva sul punto di svenire da un momento all'altro. Mai, in vita sua, avrebbe pensato di potersi ridurre in un simile stato.

  In risposta alla resa di June, Danso grugnì qualcosa, spazientito, dunque si chinò su di lei e la afferrò sotto le ascelle, così da sistemarla in posizione eretta. Nonostante le sue maniere fossero rudi, di solito, questa volta l'uomo si sforzò di essere garbato, comprendendo che quello di June non fosse un semplice capriccio, bensì una reale difficoltà. Come se non pesasse più di una bambola di pezza, sollevò la giovane e le fece appoggiare il capo ciondolante alla parete della cambusa; dopodiché si chinò davanti a lei e disse: «Ho portato da mangiare.»

  Elaine June scosse piano la testa, sforzandosi di ignorare il fatto che la stanza avesse preso a girare su se stessa. Malgrado ciò, poco dopo, si ritrovò di nuovo accasciata nel suo giaciglio, un cumulo di paglia sul quale giorni prima aveva adagiato la sua vestaglia, ormai logora, così da renderlo appena più ospitale. «Non ho fame» biascicò nel mezzo di un sospiro. L'attimo dopo tuttavia, nel silenzio, il suo stomaco protestò, come a voler smentire ciò che aveva appena detto.

  «Devi mangiare» insistette Danso a voce bassa, trascinando un vassoio sulle assi di legno per avvicinarlo a lei. «Avanti.» Nella penombra, i monili che gli adornavano il viso mandavano leggeri riflessi.

  «Quella roba è avariata!» replicò la ragazza, esasperata. Scalciò con le gambe, imprimendo in quel gesto tutta la rabbia che covava dentro di sé, dunque tornò a rannicchiarsi ancor più stretta sul pagliericcio, le braccia allacciate attorno al corpo. «Dalla al tuo Capitano, quella brodaglia; io non la voglio.»

  L'uomo capì che insistere non sarebbe servito: quella ragazza sapeva essere più ostinata di una mandria di muli. Si alzò quindi in piedi con uno sbuffò, lasciando perdere. Indugiò per qualche istante, indeciso sul da farsi, poi si avviò alle scale. Invece di salirle, però, si sedette sul terzo gradino scricchiolante, poggiando i gomiti sulle ginocchia. «Vuoi lasciarti morire di fame?»

  June non replicò a quelle parole, non sapeva cosa rispondere. Voleva morire di fame? No, certo che no. Ma non voleva nemmeno essere venduta a un qualche signore senza scrupoli, una volta a Port Royal. Se fosse stata abbastanza fortunata, il suo padrone si sarebbe limitato a esibirla come un trofeo; diversamente, avrebbe anche potuto finire per essere stuprata, o persino uccisa. «Non voglio morire» mormorò con voce inespressiva, gli occhi serrati e un rivolo di saliva che, pigro, le colava dall'angolo della bocca dischiusa, per poi essere assorbito dalla paglia sottostante. «Voglio solo che tutto questo finisca.»

  «Siamo solo a metà della traversata, mancano altre sei settimane, almeno.»

  La notizia non la rincuorò, tuttavia, nonostante la debolezza che la pervadeva, Elaine June si sforzò di tirarsi di nuovo a sedere. «Non era questo ciò che volevo dire. Io...»

  «So cosa intendevi» replicò Danso, senza permetterle di terminare il discorso. A differenza del solito, nella sua voce traspariva qualcosa di vagamente rassomigliante alla gentilezza. Dopo qualche istante di silenzio, l'uomo si alzò in piedi, lanciando un'occhiata alle scale, dunque tornò a guardarla, benché nel buio riuscisse a malapena a distinguere la sagoma raggomitolata della giovane. «Ora siamo nel mezzo dell'Atlantico: è troppo tardi per pensare di fuggire.» Si avviò su per i gradini con una calma esasperante, poi, una volta in cima, si voltò e, con appena un soffio di voce, aggiunse: «O, almeno, dipende da quanto sei disposta a rischiare.» Dopodiché, uscì alla luce del sole, richiudendosi la porta alle spalle.

  June tornò a essere sola, circondata dalle stesse tenebre che le avevano tenuto compagnia fino a quel momento. Si rannicchiò nel suo scomodo giaciglio e attirò le ginocchia al petto. Era confusa dalle parole con cui l'uomo di colore si era congedato: che cosa volevano dire? Avevano un senso, o Danso le aveva pronunciate senza motivo, soltanto per turbarla?

  La ragazza chiuse gli occhi, sperando di riuscire a sprofondare nuovamente nell'incoscienza. Fin da subito, i pensieri presero a vagare per la sua mente agitata, a rincorrersi, ad aggrovigliarsi e, infine, a sfilacciarsi. Non riusciva a giungere al termine di una riflessione senza che questa venisse contaminata dal riverbero di un'altra, era inevitabile.

  Dapprima, si ritrovò a pensare alla sua bella stanza a Scharmer, dunque al diario che aveva abbandonato sul fondo dell'armadio. La sua mancanza da casa avrebbe portato le domestiche a profanarlo senza timore di essere scoperte e, June avrebbe potuto scommetterci, quelle pettegole non avrebbero perso l'occasione di malignare sul suo conto, specialmente dopo aver letto ciò che lei aveva scritto riguardo il matrimonio con Aksel Jennsen.

  Ma, in fin dei conti, cos'avrebbe dovuto importarle di quello che avrebbero pensato di lei le domestiche? Elaine June non sarebbe mai più tornata a casa, non avrebbe mai più rivisto l'Olanda, tantomeno Scharmer. Un destino avverso al quale non avrebbe potuto sottrarsi la stava conducendo dall'altra parte del mondo.

  In balìa dell'agitazione, la giovane prese a giocherellare con l'orecchino di perla che portava all'orecchio destro. Quel contatto le concesse quel minimo di sollievo che permise ai suoi pensieri di rallentare la loro corsa. Fu così che, all'improvviso, un'intuizione la folgorò.

  «La porta» sussurrò. Alzò il busto da terra, animata da nuova energia, e il suo sguardo percorse le scale buie, fino a posarsi sul rettangolo bordato dall'oro della luce solare alla loro sommità. Non voleva illudersi inutilmente, ma, ripensandoci con attenzione, era quasi del tutto certa di non aver sentito scattare il chiavistello della porta. Possibile che lo scrupoloso Danso se ne fosse dimenticato?

  June non permise alla sua mente di porsi altri domande. Si alzò in piedi, invece, seppur con molta fatica, e si incamminò verso la rampa di scale.

  Barcollava, si sentiva preda della spossatezza che pervadeva ogni suo arto; tuttavia, la meta non era troppo lontana, e questo le diede la forza di raggiungerla. Si afflosciò sul primo gradino, stanca, e si sforzò di riprendere fiato. Era percorsa da brividi, la testa le girava, aveva i polmoni in fiamme, ma ciò non fu sufficiente a fermarla. Anzi, l'essere arrivata fino a quel punto convinse la ragazza che sarebbe riuscita nel suo intento; dunque raccolse tutte le energie rimastele in corpo e prese a salire la scala, un passo alla volta.

  Quando raggiunse la porta, Elaine June vi si accasciò contro, nel tentativo di riacquisire un respiro quantomeno regolare. Era terrorizzata e, contemporaneamente, eccitata e impaziente di agire: una pericolosa combinazione di emozioni.

  Da appena oltre la porta giungevano pochi rumori: il vociare lontano di qualche d'uno dei pirati e il leggero mormorio del vento. Del resto, secondo i calcoli approssimativi della giovane, avrebbe dovuto calare la notte, di lì a non molto.

  June prese coraggio: si accostò con tutto il corpo alla porta e, piano, fece per dischiuderla.

  Con suo sommo stupore, l'uscio si aprì senza alcuna difficoltà, dandole modo di intravedere, attraverso quel sottile spiraglio, una porzione del ponte di coperta, illuminato dalla luce aranciata del tramonto.

  Non appena fu certa che la porta fosse realmente aperta, June si catapultò di nuovo al suo giaciglio: non doveva sprecare quell'occasione. Avrebbe aspettato il buio, dunque... dunque, cos'avrebbe fatto? Anche se fosse riuscita a uscire da quella stiva senza farsi vedere, dove sarebbe andata? Si trovava su un veliero nel mezzo dell'oceano: non aveva modo di fuggire.

  A meno che... «A meno che, non riesca a calare una scialuppa in acqua, in qualche modo, e ad allontanarmi il più possibile da qui» concluse, pensando ad alta voce, rannicchiata contro la parete di legno del deposito, le ginocchia strette al petto e le dita di nuovo indaffarate nel torturarsi l'orecchino di perla.

  Era cosciente che, anche se il suo piano fosse filato liscio e fosse riuscita a scappare, avrebbe facilmente perso la vita tra le onde impietose dell'oceano, ma ciò non fu sufficiente a distoglierla dai suoi intenti: se ne sarebbe andata dalla Calliope, viva o morta.

  Erano trascorse ormai diverse ore da quando Elaine June aveva ideato il suo piano di fuga: era finalmente giunto il momento di metterlo in pratica.

  Con tutta la calma possibile, la giovane risalì le scale e si accostò alla soglia, pregando che nessuno si fosse accorto della dimenticanza di Danso e che, dunque, fosse ancora agibile. Fortunatamente, la situazione non era cambiata, quindi June, poco a poco, schiuse la porta fino a quando non le fu possibile sgusciarci attraverso.

  Una volta sul ponte di coperta, si bloccò, incerta sul da farsi. Giù nella stiva aveva programmato ogni minimo passo da compiere; ora, tuttavia, il suo corpo sembrava come paralizzato. Il cuore le batteva contro il petto con tanta forza da sembrare sul punto di scoppiare e, di nuovo, le mancava il respiro. Ciò nonostante, si sforzò di calmarsi: avrebbe avuto tempo più tardi per avere una crisi di nervi.

  La buona sorte era dalla sua parte: il ponte sembrava deserto. June si sforzò di allontanare ogni timore e si convinse ad agire. Con estrema circospezione, si richiuse la porta alle spalle, dunque si diresse in prossimità del parapetto, lontana da qualsiasi fonte di luce, così da rendere più difficile l'essere scoperta. Una volta nei pressi della balaustra intagliata del ponte, decise di seguirla per tutta la sua lunghezza, finché non avesse trovato una scialuppa.

  Svariate volte, June si ritrovò a inciampare nell'accozzaglia di oggetti disseminati sulla superficie di legno del ponte; una di queste, quasi rischiò di tagliarsi il palmo nudo di un piede, ma fortunatamente riuscì a evitare in tempo l'oggetto tagliente. Addirittura, la giovane tramutò quel mezzo disastro in un vantaggio: si era procurata una lama con cui recidere le corde della barchetta che avrebbe fatto sua.

  Finalmente, giunse nei pressi di una delle scialuppe del veliero. Era ben più grande di quanto si sarebbe aspettata: sarebbe stato parecchio difficile calarla in mare da sola. Nonostante questo, June non si lasciò scoraggiare. Al contrario, iniziò subito a passare la lama su una delle funi che tenevano l'imbarcazione fissata al suo alloggio.

  Le ci volle parecchio per riuscire a tagliare tutte le corde: del resto, più volte aveva dovuto interrompersi, a causa del dolore alle mani, sulle quali erano già comparse diverse vesciche, e per le ronde dei pirati, che spesso le passavano a soli pochi passi di distanza, ciarlando ad alta voce.

  Quando la scialuppa fu pronta da calare in mare, June era sfinita. Tuttavia, non poteva permettersi di riposare: avrebbe recuperato le forze una volta in mare. Con un sistema di leve e manovelle, riuscì a portare la piccola imbarcazione al livello del parapetto, dunque, a forza di spintoni, la fece precipitare tra le acque tumultuose dell'oceano, simili a una voragine senza fondo. Per grazia divina, la scialuppa non si rovesciò durante la caduta e, dopo un momento in cui sembrò sul punto di inabissarsi, si stabilizzò, accostata alla Calliope per mezzo dell'unica fune che June, previdentemente, non aveva reciso.

  Non appena capì che la barchetta era abbastanza resistente da combattere le imponenti onde che la squassavano, la ragazza trasse un profondo respiro e scavalcò il parapetto, pronta a raggiungerla.

  Una volta aggrappata al lato esterno della balaustra, June guardò giù, verso le acque che l'attendevano. Ora che era giunto il momento di saltare, non si sentiva più così sicura di voler procedere. Aveva paura. Più precisamente, era terrorizzata. Si sentiva il cuore in gola, tremava. In parte era dovuto al vento freddo, che tentava di strapparle di dosso la sottoveste, ma soprattutto era per l'agitazione.

  In ogni caso, sapeva che se avesse continuato a tergiversare, non sarebbe mai riuscita a racimolare abbastanza coraggio da lanciarsi. Dunque inspirò profondamente, trattenne il respiro nei polmoni e mollò la presa delle dita attorno al parapetto.

  Le acque nere sottostanti la accolsero nel loro gelido abbraccio.

   
 
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