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Autore: dimest    29/08/2017    0 recensioni
La mia era una vita deprimentemente tranquilla e normale, finché una sera sono incappata in qualcosa di spaventoso che mi ha trascinata con sé in un mondo che mai avrei immaginato, ma nel profondo ho sempre voluto.
"Qui è la vita stessa che ti offre una seconda occasione e sta a te scegliere di afferrarla o lasciarti andare [...]."
"Le scelte che farai, d'ora in avanti, ti porteranno a combattere al fianco della morte; dovrai essere abbastanza forte da sopravvivere agli eventi, ma, soprattutto, a te stessa."
Genere: Angst, Azione, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 3

 
Se mai ho creduto che sarei morta per mano di un demone, in breve tempo ho capito di sbagliarmi: sicuramente la serie di allenamenti preparati da Lucky mi ucciderà molto prima.
Ho dovuto pensarci su una notte intera prima di prendere la decisione di combattere. Può sembrare la scelta migliore, ma… lo sarà stata davvero?
“Affrontare il problema o scappare” è una scelta che dobbiamo fare tutti i giorni nella nostra vita, certe volte anche inconsapevolmente. Qui però non c’è in gioco una qualche stupida decisione ma la vita stessa e, nonostante morire fosse una cosa che desideravo da tempo, mi terrorizza.
Per questo motivo non è stato facile scegliere.
Ho dovuto fare qualche pro e contro per giungere ad una conclusione: morire combattendo o provare a vivere la mia vita aspettando che la sfortuna decida di sbarrarmi il cammino con un demone. Su questo punto l’esser preparati a fronteggiare l’avversario ha giocato un ruolo fondamentale.
Lucky si è da subito prodigato a prepararmi una serie di esercizi da fare: corsa, pesi, rinforzo muscolare e una dieta equilibrata, e poiché il centro possiede una palestra molto ben equipaggiata, mi alleno qui dove un istruttore mi segue passo dopo passo.
Ovviamente il mio percorso ha richiesto un rinvio fino al momento in cui il dottore non ha decretato che il mio corpo potesse sopportare la fatica: con mio sollievo ho scoperto che le costole che credevo essermi rotta, in realtà erano solo incrinate e, in meno di tre settimane, mi ero ristabilita quasi completamente. Più difficile fu spiegare a mia madre il perché dei lividi.
– Sono caduta sul selciato. – le snocciolai in fretta.
Lei rimase a fissarmi con preoccupazione mista a terrore, poi, dopo qualche giorno, vedendo che mi ristabilivo in fretta, prese a calmarsi. Qualcosa, dentro di lei, deve essersi messo in allarme perché continua tuttora a guardarmi con attenzione ogni volta che ne ha la possibilità; non è facile mantenere il segreto.
In aggiunta, tutti i giorni, devo presentarmi in sede ad un orario ben preciso, tuttavia, solo quando ho portato a termine i vari esercizi in programma, posso tornare a casa. Questo è stato motivo di litigio con i miei genitori in diverse occasioni.
– Non puoi perdere il ritmo proprio all’inizio del tuo percorso. – mi ha riferito l’istruttore soprannominato Lo spartano da tutto il personale della palestra; il motivo non è così difficile da intendere.
“Estenuante” è la parola che riassume perfettamente questo nuovo presente.
Il mio spazio personale è stato completamente distrutto nel giro di pochissimi giorni - due per essere precisi.
Con grande sorpresa, ho scoperto che anche Drew fa parte del gruppo di Iniziati che si allenano al centro. È qui da circa sei mesi, ma, piuttosto che cominciare a prepararsi per affrontare le missioni, preferisce continuare ad allenarsi con gli ultimi arrivati. Dice che non è ancora pronto ad affrontare un nuovo tipo di allenamento; forse la sua è solo paura, magari del cambiamento o di qualche altra cosa più spaventosa e grande di lui. E come gli si può dar torto?
Almeno il fatto di affrontare insieme la preparazione muscolare ci ha avvicinati: dopo un iniziale attrito, si è creata una bella intesa.
Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo e, pian piano, incomincio a sentirmi parte di questo mondo. In verità non ho ben compreso se il sentimento che mi esplode in corpo sia felicità o un’ansia tremenda. Per ora cerco solo di godermi la giornata così come si presenta, o almeno lo farò finché il futuro rimane un orizzonte incerto.
 
In mensa però il sentimento di ambientazione svanisce.
Nei tavoli si radunano persone di ogni genere: “ognuna con la propria triste storia” che l’ha portato inevitabilmente a far fronte a questo stile di vita. Vi è una varietà infinita di persone uguali ma differenti tra loro che convivono liberamente e, in qualche modo, in sintonia. Sarà forse per il comune destino o per lo stesso attaccamento alla vita che ci sentiamo così vicini l’uno all’altro.
Poi, dall’altra parte della stanza, quasi come se a dividerci ci fosse un muro di vetro, siedono i purosangue, in altre parole persone che vivono in questo mondo fin dalla nascita e che si sono riconosciuti il dovere di farci sentire in debito con loro.
Possiamo dire che la loro filosofia di accettazione si avvicina molto alla xenofobia che talvolta è presente in uno Stato; ovviamente la questione non coinvolge tutti i purosangue, ma una buona e gran parte di essi.
Negli spazi comuni condivisi con loro, non mancano le battutine e i nomignoli offensivi nei nostri confronti quali bastardelli o infetti. Fortunatamente sono pochi questi luoghi e si restringono principalmente alla mensa ed alla palestra attrezzata come arena. Bisogna ringraziare il progettista ed il fatto che abbia deciso di suddividere la struttura in base alla necessità dei differenti gruppi, altrimenti sarebbe stato molto più difficile riuscire ad accettare questo nuovo stile di vita.
Alcuni dicono che il loro modo di essere sia dato dall’influenza subita dai genitori o dal gruppo di cui fanno parte, altri invece pensano che il loro modo di essere sia dato solo da puro piacere personale.
Io opto in favore della seconda.
Tra i purosangue, spicca Eys: un ragazzo alto quasi un metro e ottanta, con una muscolatura definita e ben proporzionata; i capelli rossicci dal taglio moderno e i tatuaggi sugli avanbracci gli danno un’aria che si potrebbe definire “normale”. È, sotto molti aspetti, un bel ragazzo, ma il suo carattere strafottente rende impossibile condividere la stessa aria per più di una frazione di secondo. A rendere peggiore la sua figura, c’è l’egoismo di cui sembra essere composto per un buon 90% e, a completare il tutto, vi è una spietata sete di potere. È a capo di un gruppo che abbiamo soprannominato “Killers” a causa delle loro missioni suicide, ma, dietro la scelta del nome, è nascosta una duplice ragione: chi vi entra ha poche speranze di tornare indietro, mentre, chi riesce a sopravvivere, acquista una maggior potenza grazie al numero di demoni che uccide durante la liberazione - chiamata anche pulizia o annientamento - dei covi.
– Più un demone è forte, più potere acquisisce chi lo uccide. – mi ha detto un giorno Drew insieme alla raccomandazione di stare ben lontana da quella cerchia di persone.
Nonostante Eys veda gli Iniziati come mosche fastidiose, nelle missioni che organizza, non disdegna affatto la loro partecipazione.
A chiunque fa gola una simile opportunità: la sete di successo e la voglia di scommettere con la morte, o semplicemente di farla finita, spingono molti a desiderare di farne parte.
Comunque è sempre Eys a scegliere chi possiede i requisiti per far parte della sua squadra: lui seleziona accuratamente le proprie vittime, soprattutto quando si avvicina la data per un’importante missione. Qualche giorno prima fa una distinzione partendo dalle persone più disperate, di coloro a cui non importa nulla della loro vita e che possono essere facilmente sacrificabili, per poi usarle come pedine per avanzare e raggiungere il suo principale obiettivo. Durante l’attacco, non si schiera mai in prima linea se non quando si mostra un demone più forte degli altri. Anche per questo è una persona da evitare: questo mondo è già crudele di per sé senza che gli altri si mettano a giocare con la tua vita per i propri tornaconti.
Mi guardo intorno cercando un posto a sedere, ma evitando accuratamente di girarmi verso i purosangue aggruppati su due tavoli in fondo alla sala, troppo intenti a schiamazzare e gesticolare tra loro. Nel frattempo riesco ad individuare Drew che mi fa cenno di raggiungerlo; con lui vedo anche Giulia e Bill, anche loro Iniziati, un po’ come tutti quelli seduti ora nella mensa. Giulia si è unita a noi da qualche settimana: ha grandi occhi marroni e corti capelli di un biondo paglierino. Bill invece si è unito al gruppo da poco più di un mese: ha occhi neri cerchiati da profonde occhiaie che riprendono un po’ il colore dei suoi capelli; è un transgender che fa coppia fissa con Giulia. Da quando si sono incontrati, tra loro si è subito creata una forte complicità.
Se fossi più sincera con me stessa, ammetterei di invidiarli.
Lui cinge con un braccio la vita di lei, mentre parlano animatamente con Drew, la attrae a sé e le schiocca un bacio o due tra i capelli. Davanti a loro c’è solo il vassoio vuoto con piccole rimanenze di cibo. Probabilmente hanno già finito da qualche minuto di pranzare e di lasciare il posto per svolgere qualche compito affidatogli dal loro tutore, non hanno voglia.
Mi siedo al fianco di Drew cercando di inserirmi nella conversazione. Non è tanto difficile farlo: nessuno di noi può riferire ciò che accade al di fuori della struttura.
È stato Lucky ad avvertirmi di questa regola non scritta. Dice che serve a proiettarci verso questa nuova realtà, a legare meglio con quello che stiamo imparando a conoscere; come spiegazione, per il momento, me la faccio bastare.
Quando ho scelto di combattere, oltre a recidere i rapporti con la mia vecchia vita, ho deciso di gettare via anche il mio nome. È un modo per proteggere e separare il nostro passato dal nostro futuro, per dividerci da chi eravamo costretti ad essere e ciò che siamo realmente, ma credo vi sia una ragione più profonda alla base di tutto di cui Lucky non mi ha parlato – non so se per volere o dovere.
Luna è il nome che ho scelto per quest’inizio: è l’astro che mi guida e l’unico a cui rivolgo (o al cui rivolgevo) lo sguardo ogni notte da quando ne ho memoria. Con Giorgia perdevo ore a rimirare quella grande palla lattiginosa sospesa al centro della volta celeste, mentre noi, sedute sulla panchina o sull’erba fresca, parlavamo di ogni cosa. In un qualche sciocco modo penso che, così facendo, lo spirito della mia migliore amica possa proteggermi ed accompagnarmi.
Forse è anche per questo motivo che nessun altro nome potrà mai essergli comparato.
 

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Mi guardo allo specchio e noto solo le occhiaie violacee fare da contrasto con l’incarnato pallido del viso. Un’altra notte passata a leggere quante più informazioni possibili sul nuovo mondo che, da qualche mese, mi ha inglobato.
Durante uno dei giri di visita alla struttura insieme a Drew, sono incappata nella biblioteca della sede. Una grande, enorme, biblioteca.
Sviluppata su due piani, entrambi ricolmi di libri; conta una varietà molto ben fornita di scritti, con una sala lettura abbastanza ampia e ben illuminata. Se visto superficialmente, il piano inferiore assomiglia ad una normalissima biblioteca, mentre il piano superiore pare più un archivio per quanto è stipato di documenti e saggi ormai vecchi ed ingialliti.
Il primo giorno mi sono persa a rimirare i volumi antichi e i titoli più famigliari: ero assolutamente rapita da tutto ciò che i miei occhi vedevano, tanto che volevo rimanere lì per sempre.
Man mano che prendevo confidenza con quei tomi, mi accorsi della vera differenza che intercorreva tra i due piani: il primo contiene libri che puoi trovare in qualsiasi edicola o biblioteca del Paese, mentre al secondo piano sono custoditi saggi che riguardano esclusivamente i demoni e molte altre curiosità e ricerche su questo mondo.
Spinta dalla curiosità, la sera stessa, ne presi uno (ovviamente promettendo di nasconderlo alla vista dei miei parenti). In breve tempo divenni schiava di quelle informazioni che m’incatenavano al libro fino a notte tarda, purtroppo a discapito della mia salute fisica. Mia madre per questo motivo, e per il trascurarsi dello studio, mi rimproverò molto; così, per non farla insospettire, decisi di prelevare un libro ogni due settimane da leggere con calma mentre alternavo lo studio e gli allenamenti alla lettura. Tuttavia, come ogni buon lettore sa, quando uno scritto ti prende, non c’è modo di riuscire a staccarsene finché il sonno o gli impegni ti reclamano a sé.
Ed è proprio quello che mi è capitato in questo caso. Sfortunatamente non sono riuscita a riemergere dalla lettura fino a quando la sveglia non ha suonato; a soli due capitoli dalla fine, ho dovuto accantonare il libro ed iniziare a prepararmi per la scuola.
Faccio una boccaccia al mio riflesso e mi dirigo verso l’armadio con la cadenza di un morto vivente: scelgo una pesante felpa scura, dei jeans scoloriti e li indosso con la stessa voglia che solo un condannato a morte che si dirige al patibolo può avere. Poi volgo lo sguardo verso il titolo sulla copertina del piccolo volume senza vederlo realmente: i caratteri, scritti in un elegante corsivo dorato, recitano “Le quattro classi e il rito di Pandora”. Per quello che ho letto, il libro descrive dettagliatamente di come gli Iniziati scoprano la loro classe di appartenenza, di come possono imparare ad utilizzarla sul campo e gli effetti che questa ha; uno studio che riprende la storia delle tecniche dai tempi antichi fino ai giorni nostri.
Nascondo velocemente il volume tra le fodere dei cuscini ed esco da casa prima che mia madre si accorga del mio stato attuale.
Lucky non sarà felice di scoprire che non ho dormito questa notte.
Sapendo quel che mi aspetta nel pomeriggio, decido di marinare la scuola: passo dal forno e, con una fetta di gnocco tra le mani, mi avvio verso il parco, aspettando il momento più adatto per rincasare senza destare sospetti.
Anche se da sola, di giorno mi sento più tranquilla: i demoni escono allo scoperto soprattutto di notte quando possono assumere una vera forma per cibarsi di piccoli animali restando, però, nascosti nelle tenebre, mentre di giorno possono muoversi solo se attaccati allo stato emotivo di una persona o di un animale. Può sembrare che durante le ore diurne siano più pericolosi, ma non avendo un vero corpo possono intaccare solo lo stato fisico dell’ignaro ospite, sensibilizzando il loro stato immunitario e acuendo i pensieri tristi, nulla di più. Piuttosto, è nelle ore notturne che sono temibili: possono prendere possesso del corpo di qualcuno e renderlo succube della loro maligna influenza, portando l’ospite o alla morte o alla pazzia. Tra le loro vittime più comuni, ci sono i Marchiati, in altre parole ragazzi che sono stati morsi o feriti da un demone e che, infettati dal loro veleno, hanno la possibilità di entrare a far parte di un mondo - fino a quel momento - sconosciuto.
È raro, tuttavia, che la vittima sia attaccata senza che prima sia stata morsa da un demone Marcatore, ed è ancora più raro che la medesima persona sopravviva. Io rientro a far parte di questi rarissimi casi, ma non per questo i miei allenamenti sono diversi dagli altri.
Lucky dice che i primi sono mesi di adattamento e non importa come la persona sia arrivata fino a qui. Il corpo deve abituarsi a un nuovo stile di vita che comprende soprattutto la sopravvivenza tramite il combattimento; nessuno è escluso o può saltare questo trattamento.
Mi adagio sulla prima panchina un po’ isolata che trovo: il cielo è limpido con poche nuvole all’orizzonte, l’erba germoglia qui e là sul prato sporco di fanghiglia e, sugli alberi, comincia a spuntare qualche fiore; siamo alla fine dell’inverno ormai, ma io, calato il cappuccio della felpa sul viso, non ho ancora superato il dolore che m’impedisce di guardare in alto verso il cielo azzurro.
 
Quattro ore di sonno non recuperano un’intera nottata passata a leggere, una mancanza vista nel rendimento fisico e, a causa di ciò, Lucky mi ha severamente rimproverato.
– Il tuo corpo è ancora in fase di sviluppo e non puoi permetterti di passare una nottata insonne. – mi ha detto prima di cominciare l’allenamento.
Nonostante il fastidio dovuto alla paternale, già sentita e risentita troppe volte durante questa breve vita, ho portato a termine l’allenamento. Non è stato facile però: una parte di me voleva andarsene dalla stanza sbattendo la porta con rabbia, e di certo non ha aiutato la presenza di Magic che, ridendosela, continuava a ripetere canticchiando le parole di Lucky, l’altra parte, quella che ho imparato a coltivare in questi mesi e che è diventata parte integrante di me, ha preferito rimanere e scaricare l’irritazione negli esercizi.
Un’oretta e mezzo dopo, sono sdraiata sul materassino, intenta a riprendere fiato.
Osservo con la coda dell’occhio Lucky avvicinarsi e temo voglia sgridarmi ancora. Sul volto gli leggo una profonda serietà. Qualsiasi cosa sia, è molto importante.
– Ottimo lavoro. – dice mentre si appoggia con la schiena al muro.
Scatto a sedere e lo guardo sbalordita: tutto mi sarei aspettata, ma, di certo, non un complimento. Magic sogghigna, scherza sull’espressione buffa che ho stampata in viso e, per cercare di farlo smettere, gli sbuffo contro.
– Sembri un toro. – sghignazza, poi si nasconde alle mie spalle, lontano dalla vista di tutti.
– Stupido demone. – penso.
Riporto tutta l’attenzione su Lucky che, invece, ha lo sguardo fisso su alcuni ragazzi intenti a svolgere una serie di esercizi di parkour. Può sembrare un allenamento stupido a prima vista, soprattutto per chi è abituato a frequentare palestre attrezzate con macchinari e con corsi di aerobica, ma vi assicuro che non lo è; salto, coordinazione, previsione e calcolo sono elementi fondamentali in questo mondo. Non sempre gli avversari si nascondono in distese d’erba pianeggiante, talvolta i covi o le segnalazioni di gruppi di demoni arrivano da edifici in disuso, quartieri malfamati, cantieri o in qualche centro città. Il parkour ci insegna a prendere confidenza con atterraggi bruschi su qualsiasi tipo di superficie, a calcolare la traiettoria di un salto e scegliere velocemente quale tipo eseguire (secondo quale tra i molti è più efficace e ti permette di raggiungere l’obiettivo in meno mosse) e, non meno importante, prevedere cosa si deve affrontare una volta fatta una mossa in base a ciò che ti circonda. Ad esempio: se bisogna affrontare un demone in un parco pubblico, è possibile che ci si ritrovi a dover eseguire un certo tipo di mosse per aggirare una costruzione per bambini. La scelta più logica sarebbe, appunto, aggirarla, tentando di non andarci a sbattere contro durante il combattimento, ma la scelta migliore è muoversi attraverso la stessa costruzione sfruttando uno scivolo, un’altalena o un’asta metallica a proprio vantaggio.
Ogni cosa può fare la differenza tra la vita o la morte, niente deve essere lasciato al caso.
– Domani ti aspetto alle diciassette precise nell’atrio principale. Ti porterò dal Direttore generale. – rivela l’uomo dopo qualche minuto d’attesa.
Lo fisso come se mi avesse appena rivelato di aver ucciso una persona.
Da quando sono arrivata qua, non ho incontrato il Direttore nemmeno una volta. Quest’appuntamento mi terrorizza: mi chiedo cosa ho fatto di male, il motivo per cui Lucky ritiene che debba presenziare di fronte un uomo così importante e, ogni risposta che il mio cervello in preda al panico sembra trovare è il vuoto totale; un’infinità di azioni avrebbero potuto portarmi dove sono ora e nessuna pare peggiore rispetto ad un’altra.
Lucky mi appoggia una mano sulla spalla, mi dice di stare tranquilla e che è solo un incontro formale, ma dentro di sono già persa in un guazzabuglio di sentimenti contrastanti e il poco che registro nella testa lo dimentico la sera stessa.
Questa volta, a tenermi sveglia è l’ansia.
 
Mi presento nell’atrio principale con mezzora di anticipo. A casa non riuscivo a concentrarmi sullo studio e al centro di allenamento sbagliavo sempre gli esercizi. Lo Spartano mi ha urlato contro tutto il tempo prima di decretare che era meglio rivedersi l’indomani.
Sotto l’acqua bollente ho tentato di lavare via qualsiasi pensiero, ma come potevo calmarmi quando nemmeno io sapevo su cosa dovessi farlo?
Ho parlato anche con Drew e quello che ne ho riscavato è stato… zero. Tentando di riprendere fiato dopo aver eseguito una serie di mosse, mi ha dato lo stesso avviso di Lucky: tranquillità.
Avrei voluto prenderlo a pugni.
Gli ho chiesto come si presenta il Direttore, il suo aspetto, che persona è, ma anche qui Drew è stato di pochissime parole: con un “non saprei dire” e un “è difficile trovare una parola per descriverlo”, mi ha liquidato.
Cattivo segno.
Mi siedo su una delle panchine vicino al muro. Guardo l’orologio posto sopra l’ascensore, il quadrante nero con i numeri digitali di un bianco brillante spicca sull’intonaco bianco,  e vedo che mancano ancora più di venti minuti.
Mi alzo, giro un po’ per il piano nel tentativo sia di scaricare la tensione sia di far passare il tempo.
Adesso solo venti minuti.
Mi siedo. Accendo il telefono e apro qualche applicazione. Controllo i messaggi, scorro la home di facebook, passo a Youtube…
… Dieci minuti e trenta secondi.
Non ho mai odiato l’orologio come adesso. Se avessi avuto qualche informazione in più, probabilmente non sarei così agitata.
– È inutile che continui a controllare l’ora. Finché non compare Lucky, continuerai ad essere in anticipo. – m’informa Magic seguendomi in un’altra passeggiata in giro per l’atrio.
Tento di ignorarlo mentre cammino avanti e indietro davanti la porta metallica dell’ascensore, aspettando che il mio tutore possa uscirne da un momento all’altro.
Otto minuti.
– Puoi guardare quel quadrante quanto vuoi. I tuoi begli occhioni non faranno girare quelle lancette più velocemente. –
Sbuffo e cerco di pensare ad altro. Faccio un altro giro.
Cinque minuti.
– Te l’avevo detto. – canticchia vicino al mio orecchio.
– Vuoi farla la finita? – gli urlo contro.
– Farla la finita per cosa esattamente? – domanda una voce a qualche metro da me.
Squittisco, voltandomi colta di sorpresa. In piedi vicino all’ascensore sta Lucky che mi guarda con un cipiglio confuso stampato in viso.
Balbetto un niente e mi affretto a raggiungerlo.
Lucky indossa un pantalone nero abbastanza morbido da permettergli di compiere qualsiasi movimento con facilità, la T-shirt bianca gli fascia i muscoli delle braccia e dei pettorali, al polso indossa un orologio moderno dal cinturino nero. Il tutto è corredato dai soliti anfibi neri lucidati perfettamente.
– La tenuta di un combattente: elegante e comoda. – penso con una nota di amarezza.
Non posso fare a meno di fare un paragone col mio abbigliamento povero: una maglietta rossa con una scritta stupida semi-nascosta da una felpa grigia, dei pantaloni di una tuta scura seguiti da delle banalissime scarpe da ginnastica bianche; in questo momento impersono il classico esempio di ragazza che non si cura del proprio aspetto.
Se prima ero in ansia per via dell’incontro, adesso, oltre al concentrato di emozioni, mi sento anche inadeguata. Vorrei poter correre a casa a cambiarmi.
– Vieni. – mi esorta l’uomo mentre preme il pulsante dell’ascensore.
Con quel gesto, riesco ad intravedere un dettaglio molto particolare del mio tutore che finora non avevo mai notato: nell’interno del polso, sono tatuate due L quasi sovrapposte tra loro e incorniciate da quello che mi pare essere un triangolo. Quando entriamo nell’abitacolo, scorgo un altro tatuaggio all’interno del polso sinistro. Questa volta è una data con sotto un nome.
Lucky sembra percepire il mio sguardo su di sé perché mi chiede se li ho visti.
– In uno è scritto il mio nome o, per meglio dire, il nome che ho scelto quando sono entrato qui, posto all’interno di un triangolo equilatero a significare la vista che ho acquisito quando sono stato marchiato. L’altro… – prende un grosso respiro, guarda in basso e poi in alto verso il quadrante in cui è segnato il numero del piano corrente. Negli occhi scuri gli leggo una profonda tristezza, non posso fare a meno di chiedermi il motivo – l’altro è il nome del mio tutore. Nicky. Era un grande uomo, forse ti sarebbe piaciuto. Purtroppo è morto molto tempo prima che tu arrivassi. La data indica il giorno in cui è scomparso. –
Rimaniamo in silenzio finché le porte non si aprono sul quarto piano. Anche volendo, non avrei mai potuto trovare le parole giuste per continuare la conversazione.
Un pavimento liscio di marmo scandisce i nostri passi. Statue e fotografie moderne s’intervallano a dipinti con pennellate decise; le opere sono appese per tutto il corridoio.
A fianco della vetrata, dietro una grande scrivania circolare, siede una segretaria troppo intenta a pigiare i tasti del computer per alzare lo sguardo nella nostra direzione.
– Abbiamo un appuntamento con il Direttore. – esordisce Lucky.
Lei, senza sollevare gli occhi dallo schermo, ci chiede di attendere qualche minuto.
Il mio tutore, probabilmente abituato a questo tipo di formalità, si avvicina alla finestra ed ispeziona il panorama fuori. Io mi perdo ad osservare l’interno.
Il biancore dello spazio è spezzato dai colori dell’arredo e dalla capigliatura viola della segretaria. Deve avere circa una trentina d’anni: i segni del tempo non le hanno ancora intaccato il viso lungo, ma la stanchezza dovuta alla continua vicinanza al computer e alle ore di lavoro, è ben visibile sotto gli occhi scuri vivacizzati da un trucco leggero. Porta un paio di occhiali rotondi che toglie non appena si ferma a parlare per qualche istante con Lucky dopo averci informati di poter entrare.
Ecco, il momento è finalmente giunto.
Sento l’ansia vibrare nelle vene e nemmeno l’inspirare profondamente aiuta ad alleggerire la tensione.
Le porte a vetri opachi si aprono, ma tutto quello a cui riesco a pensare è il motivetto di Star Wars.
Stupido cervello che partorisce idee ancora più sceme nei momenti meno appropriati.
Scuoto la testa nel tentativo di allontanare tale pensiero, addossando la colpa alla mancanza di sonno e all’impellente bisogno di smorzare l‘atmosfera; in altre circostanze, mi sarei sicuramente presa a sberle. Forti magari, così da non correre il rischio di averle accantonate in un qualche angolino della testa.
Lo studio che ci accoglie ha un aspetto straordinariamente ordinario rispetto all’immagine che mi ero fatta di esso; se togliamo le vetrate sulle due pareti e i quadri simili a quelli in corridoio sul muro alla mia destra, solo qualche oggetto etnico dà un’identità alla stanza. Purtroppo non riesco a vedere altri dettagli, tutta la mia attenzione è per la scrivania ricolma di documenti e per l’uomo di là di quella.
– Benvenuti. – ci accoglie il Direttore sfoggiando un caloroso sorriso e alzandosi in piedi per riceverci.
I capelli brizzolati, tirati indietro sulle parti, gli conferiscono un’aria giovanile anziché di autorevolezza; gli occhi di un verde brillante son messi in risalto dalla carnagione olivastra, mentre il viso è segnato da una cicatrice che parte dal sopracciglio e si ferma sullo zigomo. Non supererà il metro e ottanta d’altezza, eppure il modo in cui si pone - da vero soldato mi viene subito da pensare - lo fa sembrare più alto. Una catenina d’argento scompare dietro il colletto della camicia bianca arrotolata fino ai gomiti.
Mi porge la mano ed io la stringo con timore, sperando che la mia non sia sudata.
– Piacere, Luna. – mi presento meccanicamente.
– Benvenuta. –
– Siamo qui oggi per avere il permesso di procedere con il rito di Pandora. – enuncia Lucky, impassibile anche al mio sguardo sconvolto.
Il Direttore si appoggia contro lo schienale della poltrona e tira un gran sospiro.
– È già arrivato quel periodo, eh? – sussurra.
È una domanda che rivolge più a se stesso che a noi.
Sono confusa: da come il libro ne parlava, sembrava un momento di gioia da condividere con tutti perché il rito è in grado di dare un’identità al combattente. Conoscendo la classe a cui appartiene, l’Iniziato comincia ad allenarsi secondo l’elemento che lo contraddistingue.
Allora perché il Direttore ha un’espressione malinconica stampata in viso?
Poi, con la coda dell’occhio, vedo Lucky irrigidirsi un poco.
Ok, ora sono decisamente spaventata.
– Da quanto sei con noi? – mi chiede l’uomo seduto di fronte a mesi passa una mano tra i capelli.
– Tre mesi, signore. – gli rispondo imbarazzata.
– Due mesi in verità. – rimbecca Lucky.
– Non è vero sono tre. Ho accettato di unirmi a voi a Dicembre. –
– Questo è vero, ma sei rimasta ferma per un mese circa a causa delle ferite che hai riportato. Hai cominciato ad allenarti in sede da due mesi, quindi è giusto affermare che sei entrata qui da tre mesi, ma sei effettivamente con noi da due. – spiega il mio tutore.
Mi stringo nelle spalle cercando di farmi più piccola.
– È pronta? – chiede l’uomo di fronte scambiandosi un’occhiata seria con Lucky.
– Sì, signore. – gli risponde prontamente l’ultimo.
Entrambi tengono un tono di voce basso, grave perfino, e passa qualche secondo prima che il Direttore, sospirando pesantemente, pronunci: – Ebbene, benvenuta tra noi, Luna. –
Non so per quale motivo, dentro di me, sento che questo “benvenuta” abbia un significato ben diverso da quello che ha usato alcuni minuti fa.
 

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Guardo la porta davanti a me senza vederla davvero.
Il cuore mi batte forte per l’emozione, ingoio boccate d’aria cercando di calmarmi, ma è impossibile farlo in circostanze simili.
Finalmente è arrivato il giorno del rito, ossia il momento in cui conoscerò la mia classe di appartenenza.
È passata una settimana dall’incontro con il Direttore e ancora non so bene cosa sia successo e, più cerco di dare un logica a quegli attimi, più quest’ultimi paiono nascondersi dietro una coltre di nebbia - dovuta specialmente alla poca lucidità di quegli attimi.
Con Lucky non ho parlato molto in questi giorni. C’erano molte domande che volevo porgli dopo il colloquio, ma non ho trovato mai il momento giusto per farlo. Dopo quel breve scambio di parole, ero troppo furiosa e confusa per chiedere qualsiasi cosa: dalla bocca uscivano solo risposte a monosillabi, qualunque altra frase di senso compiuto fu espressa tramite sbuffi e versi gutturali. I giorni successivi, invece, sono stata assorbita dal vortice di allenamenti che Lo Spartano sentiva la necessità di farmi recuperare.
– Ti sei allenata male e con incostanza. – ha detto come per giustificare la fatica degli esercizi.
Così il tempo è volato e, prima che avessi la possibilità di accorgermene, eccoci all’evento fatidico.
Lucky mi ha accompagnato dall’atrio fino al piano interrato. Il corridoio stretto e freddo incuteva timore, ma la curiosità che mi esplodeva in corpo, distorceva il campo visivo: non vedevo nulla tranne la passeggiata interminabile davanti a me. Arrivati, la prima cosa che mi ha colpita è stato l’architrave in pietra sul cui sono incisi caratteri latini che Lucky mi ha prontamente tradotto: “la conoscenza al di là di questa porta, ti guiderà attraverso il tuo cammino”. Poi l’uomo mi ha lasciato sola, consigliandomi di entrare solo quando fossi stata pronta. Odio quando il mio tutore termina con frasi simili (ad effetto come direbbe qualcuno) per lasciarmi nel caos totale.
Al momento mi trovo nella stessa situazione di uno studente quando riceve il voto di un esame: da una parte c’è la curiosità di conoscere la risposta, dall’altra l’ansia che ti ferma l’istante prima di vedere se il punteggio è positivo o negativo.
– Allora, vuoi entrare oppure no? – domanda Magic.
Nonostante i suoi commenti puntigliosi, la sua vicinanza mi rilassa. Non glielo confesserei mai, questo è ovvio.
Prendo un grosso respiro, appoggio la mano sulla maniglia ed entro nella stanza.
Ci vogliono pochi secondi per abituare gli occhi alla luce soffusa all’interno, completamente differente dalla quella artificiale che mi ha accompagnata per tutto il tragitto.
L’ambiente è in realtà un piccolo giardino interno circondato dal muro della sede; erba di un verde brillante si estende per un paio di metri davanti a me; alla mia destra le lunghe fronde di un salice accarezzano la terra mentre un piccolo cerchio di pietre compare alla vista pian piano che avanzo per raggiungere l’esaminatore il cui, con una maschera bianca a coprirne il volto e una pesante tunica nera a nascondere il corpo, mi aspetta con aria solenne. Se il suo è un abbigliamento realizzato con il fine di intimorire la gente, è sicuramente riuscito nell’intento.
Sollevo lo sguardo, qualche metro più in alto vedo comparire il viso di Lucky assieme a quello di Athena, entrambi in piedi che mi osservano con interesse: Athena mi sorride, tentando di incoraggiarmi, Lucky, invece, è concentrato sui miei movimenti. Sembra preoccupato, ma in merito a cosa non saprei dire.
– Adesso assisteremo a qualche magia o magari un bel sacrificio. Immagina come sarebbe divertente se scoprissimo che il tributo fossi tu. – a quelle parole un brivido mi passa attraverso la spina dorsale.
Ritiro ciò che ho detto di buono su Magic: nella mia testa immagino di inscatolarlo e gettarlo in qualche angolo lontano, sarebbe fantastico se fosse dall’altra parte del pianeta.
– Chiudi gli occhi e pensa a te stessa, alle cose che ti piacciono e che ti fanno arrabbiare, alla tua vita partendo dalla tua infanzia. – enuncia l’esaminatore allargando di poco le braccia.
– Sembra un corvo che sta per spiccare il volo. – osservo un attimo prima di assecondare i suoi ordini.
Piano, vengo avvolta dall’oscurità della mia mente, tuttavia solo nel momento in cui riesco a rilassarmi, provo a scavare dentro di me. Immagini del mio passato si riversano davanti a me senza che abbia la possibilità di fermarle: come in un caleidoscopio, mi rivedo bambina giocare sul prato con le amichette, gli errori sciocchi commessi negli anni e quanto sia stato facile, a quel tempo, essere felice.
Effettivamente da piccola era tutto più semplice: quegli occhioni sognanti non si soffermavano sui dettagli, ammiravano la complessità del mondo senza afferrarne le sfumature cupe che, successivamente, cominciai a notare.
I peli sulle braccia si raddrizzano nel percepire l’aria fredda cominciare a soffiare nell’ambiente, ma persevero nell’intento di trovare un’identità di me stessa. È un arduo compito, ma grazie alla brezza, ora mi sento più leggera ed anche i pensieri sembrano riversarsi con naturalità dietro le palpebre.
Penso a quanto ami andare in bicicletta, alla sensazione del vento tra i capelli e quanto mi rilassi stare immersa nell’acqua.
Rimugino sulla magia dell’autunno, al camminare sotto gli alberi mentre cadono le foglie.
Ed ecco arrivare l’azzurro del cielo e rimugino sul quanto fosse meraviglioso fino a qualche tempo fa.
Improvvisamente le immagini si fanno nebbiose. Sento la voglia di reagire - fino a quel momento repressa in fondo all’anima - tentare di fuoriuscire da quell’incubo e, quasi come fosse una punizione, insieme a quel ricordo, il fantasma di Giorgia mi assale: rivedo l’autobus che la trascina sotto le ruote e la mia voce spezza l’illusione.
Riapro gli occhi di scatto, appena in tempo per vedere il vortice scuro che mi vortica attorno prima che questo si dissolva in una coltre di polvere. Davanti a me galleggia una sfera azzurrognola spaccata a metà. I bordi frastagliati si espandono fino a dissolvere tutta la superficie.
Ho il fiato corto e sento le lacrime pungere al lato degli occhi. Dinanzi a me c’è l’esaminatore, le spalle contro il muro e lo sguardo atterrito che s’intravede dalle fessure della maschera.
Guardo in alto, spaventata. Incrocio lo sguardo stupefatto di Athena e gli occhi scuri e seri di Lucky. Ha la solita espressione distaccata, eppure, dopo aver trascorso del tempo con lui, riesco a scorgere i sentimenti attraverso quegli stessi occhi. Li osservo e rabbrividisco: dietro quel vetro stoico, c’è preoccupazione profonda che a tratti pare quasi terrorizzata.
Scoppio a piangere senza nemmeno rendermene conto.


 


N.A:
Salve a tutti.
Avrei tanto voluto postare questo capitolo qualche giorno prima di partire per le vacanze, ma gli impegni non me l'hanno permesso.
Al mio ritorno ho deciso di aggiungere qualche evento in più e, prima che me ne accorgessi, eccoci arrivati alla fine di Agosto.
Ma, bando alla ciance, ringrazio infinitamente tutti coloro che hanno letto e sono arrivati fino a qui e, un grazie speciale va a chi spenderà qualche minuto per lasciare un commento a riguardo. Come sempre ci terrei a sapere se qualche cosa non va all'interno del testo, così da poterlo correggere il prima possibile.
A presto (spero) ~

   
 
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