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Autore: LavandaIsabella    08/09/2017    0 recensioni
"Dedico queste memorie ai cari luoghi che ho visitato.
A Fiore, che mi ha accompagnato qualche volta.
Ad Alma, che ho sognato di notte sperando di tornare.
Vagabondando, Eric"
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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La costa opposta era ben diversa da quella che li aveva accolti con il confusionario porticciolo. Non vi erano spiagge né barche né case. La scogliera dove si trovò era tutta grosse pietre appuntite e scoscese, incastrate l'una all'altra in modo impreciso e ostico che sembravano precarie e pericolanti, protese verso il mare.

L'impatto con il tutto fu estremamente aspro: non camminava senza la giusta ansia di cadere. Le stesse pietre, con il loro aspetto scostante, sembravano suggerirgli di restar fermo. Si succedevano senza delineare alcun percorso nitido e sicuro; celavano invece piccoli strapiombi, cave incuneate scavate nella roccia - le più nuove ancora verdognole di acqua stagnante, le più arse brillanti di sale secco - pietre ancora più giganti, aguzze, e gonfie di calore, le carcasse di quelle che si sono spaccate.

Dovette saltare lunghe crepe scure, ancora vibranti: improvvisamente gli si figurarono candide nella mente mentre, fulminee, si schiudevano, e rimbombò nelle orecchie lo schiocco terribile che - immaginai - rimbombò al momento della rottura.

Man mano che si proseguiva verso l'alto braccio destro del golfo non c'era anima viva  né insetti né tremule piante grasse: il sole era troppo alto, ruggiva.
Il mare era il più tremendo: inquieto quant'era piatto quello del porto, sembrava straripare dal golfo, menando spietato contro le rocce, biancheggiante di spuma e sfavillante, di un blu intenso e profondo. Non si vedevano isole da quella costa, solo il mare. Tonante, come una belva contro la sua gabbia di pietra, impotente, torturata senza sosta con sibili e scrosci. Un'estranea desolazione gli inondò l'animo e la mente: che fosse un'inconscia paura? Ma lui era lì, distante e immobile spettatore di una scena inerte che si perpetuava all'infinito senza mutare mai.

Eppure lo feriva, lo tormentava come fosse una roccia, una tempesta che ribolliva instancabile. Il mare, di un blu che sapeva di mistero, lo attraeva e rapiva nelle spire della sua danza violenta. S’avvicinò, gli schizzi pungenti sulla pelle calda: gli piaceva sentirselo addosso. E non è vivo. Come può non esser vivo? Cosa c'è di più turbolento, passionale, combattuto, vitale del mare?

Lo starnazzare del porto era ormai un ricordo sbiadito. Era solo, ipnotizzato dal rumore pressante, la sua voce sulla roccia. E quella costa selvaggia era come la faccia nascosta della Luna: esposta, travagliata, mefistofelica.
 
  
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