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Autore: Mary P_Stark    13/09/2017    2 recensioni
Inghilterra - 1830
Il regno viene scosso dalla morte di re Giorgio IV e, più nel personale, per l'improvvisa malattia di Whilelmina, la madre di Christofer Spencer. Questo richiama a casa tutta la famiglia che, in quel momento, si trovava a Londra per la sessione estiva in Parlamento. Al gruppo si unisce un amico di Maximilian, Samuel Westwood, molto affezionato alla nonna di Max. Questo rientro anticipato a York consente alla coppia di amici - oltre che rassicurarsi sulle condizioni di Whilelmina - di conoscere una coppia di sorelle, Cynthia e Sophie, che colpiranno in modo travolgente i due giovani.
Ne seguiranno sorprese a non finire, un inseguimento rocambolesco e un finale inaspettato, che metterà di fronte Max a una verità che, fino a quel momento, aveva rifuggito come la peste. (3^ parte della trilogia Legacy - riferimenti alla storia nei racconti precedenti) SEGUITO DI "UNA PENNELLATA DI FELICITA'"
Genere: Avventura, Romantico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago, Storico
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Serie Legacy'
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1.
 
 
26 giugno 1830 – Londra
 
 
Il Re è morto! Evviva il Re!

 
Ciò che era stato paventato per giorni, forse per mesi, era infine avvenuto.

Le campane di San George’s Chappel risuonavano a lutto, segno che la fine del sovrano era infine giunta.

Non che qualcuno fosse sorpreso, ben inteso. Re Giorgio IV non aveva mai tenuto un comportamento esemplare, o morigerato, nella sua vita.

Ogni suo gesto, ogni sua follia, era stata portata avanti con il massimo impegno, e tutti i suoi vizi lo avevano infine portato alla morte.

Il re si spegneva a sessantasette anni, solo, senza affetti reali, e con la sua stirpe decimata dalle disgrazie e dalla spietata e cieca falce nera.

Osservando dalla finestra della sua stanza il cielo terso, Maximilian Gregory Spencer, terzogenito di Christofer e Kathleen Spencer, sospirò leggermente e si decise infine a uscire.

Indossata una semplice camicia in lino bianco e brache al ginocchio, Max discese quasi trottando le scale principali del palazzo in Grosvenor Square, dirigendosi verso lo studio del padre.

Lì, lo trovò seduto dietro la sua imponente scrivania di quercia intarsiata, lo sguardo perso nel vuoto e l’aria di avere mille pensieri per la testa.

“Padre…” mormorò a mezza voce, dando un paio di colpetti alla porta aperta per farsi notare.

Subito, Christofer sobbalzò leggermente e si volse verso di lui, appuntandosi un sorriso sul volto segnato da qualche ruga.

Poteva anche avere una cinquantina d’anni, ma agli occhi di Max rimaneva un uomo dall’aspetto sano e giovanile.

Fosse per merito della moglie, o per una salute naturalmente forte, ma restava un dato di fatto.

Christofer Spencer non sembrava subire più di tanto i segni del passaggio del tempo.

“Max, buongiorno! Ti hanno destato le campane? E’ un po’ che suonano” dichiarò Christofer, tornando a volgere lo sguardo verso la finestra, quasi volesse scorgere i contorni della cappella di San Giorgio.

Cosa impossibile, da Grosvenor Square.

“Ero desto da un po’, ma non mi ha sorpreso sentirle. Davano il re morente ormai da parecchi giorni” asserì Max con una scrollatina di spalle, appollaiandosi su una delle sedie imbottite dirimpetto alla scrivania. “Ora, che avverrà? Non ha eredi diretti.”

“Con tutta probabilità, se non avverranno colpi di Stato di qualche genere, gli succederà Guglielmo, suo fratello” gli spiegò Christofer, tamburellandosi un dito sul mento con fare pensoso.

“Lo conosci, padre? Com’è?” si interessò Max.

Sapeva che, in linea generale, erano imparentati con la famiglia reale, ma non era una parentela che loro avessero mai sfruttato granché.

Dacché ricordava lui, aveva visto il sovrano solo un paio di volte, durante tutta la sua vita, e unicamente in occasione di uno dei suoi sontuosi banchetti.

“Guglielmo servì nella Royal Navy, in gioventù, anche sotto il comando di Horatio Nelson, durante gli scontri nei caraibi, quando gli Stati Uniti stavano combattendo per la loro indipendenza” asserì Christofer, pensieroso. “Abbandonò il corpo pochi anni dopo, combattendo poi strenuamente le sue battaglie politiche, in barba ai consigli del padre, prima, e del fratello, poi.”

“Se non erro, si divertì anche molto” ironizzò Max, facendo sorridere il padre.

“Tra fratelli, si somigliavano molto, in questo. Pur se va detto che, quando Guglielmo sposò la moglie Adelaide, ebbe maggior fortuna rispetto a Giorgio IV. I due si amano molto, nonostante lui abbia il doppio dell’età di lei” dichiarò Christofer con un sorriso. “Ho avuto il piacere di incontrarla una volta, e posso dire che è una donna assai gradevole.”

“Quindi, pensi che le cose potrebbero migliorare, con lui a reggere la corona?” gli domandò a quel punto Max, da sempre un fervente sostenitore delle Poor Law, leggi promulgate a favore del popolo ma mai risultate efficaci sul piano pratico.

In quanto figlio cadetto, non poteva avere il suo seggio in parlamento come il padre o il fratello Andrew, così aveva deciso di impegnarsi a livello civile al di fuori di esso.

Ormai da un paio d’anni presiedeva ai comizi che si svolgevano durante il periodo delle Sessioni di Parlamento, parlando di fronte alla gente o partecipando a riunioni con i membri della Camera dei Comuni.

Anche grazie al cognato Alexander, da sempre impegnato in tal senso e con forti agganci all’interno dei Whigs, era riuscito a perorare la causa in maniera incisiva quanto diretta.

Come il resto della famiglia, poi, si occupava degli orfanotrofi aperti a Londra e a York o, per quel che riguardava Lizzie, ad Aberdeen.

Agli occhi di molti loro amici, erano considerati degli eccentrici, ma poco importava.

Come Maxwell Chadwick era solito dire in questi casi, ad ascoltare tutto ciò che usciva dalle cloache di certe persone, si poteva rischiare di rimanere soffocati.

Adorava il suocero di Lizzie, perché era una delle persone più sincere e dirette che conosceva.

In lui non c’erano mascheramenti e forse, se non avesse avuto al suo fianco Alexander, avrebbe rischiato di finire più volte nei guai, a causa di questa sua virtù.

Purtroppo, nel mondo della nobiltà, il doppiogioco era all’ordine del giorno, e spesso si doveva accettare anche l’inaccettabile, per ottenere un bene superiore.

Sperava soltanto che, con l’avvento di questo nuovo sovrano, qualcosa potesse cambiare per il popolo.

“Penso che prenderò il cavallo e andrò a fare un giro nei dintorni di Windsor… voglio capire come il popolo ha preso la notizia” dichiarò Max, levandosi in piedi con un movimento fluido delle gambe.

“Stai attento. Un assembramento di persone può causare qualsiasi genere di guai e, anche se sicuramente ci saranno già i bobbies in giro, non vorrei ti succedesse qualcosa” si raccomandò Christofer.

“Presterò la debita attenzione, promesso. Tu prevedi di andare alla Camera, oggi? O la seduta di oggi sarà annullata?”

“Presenzierò di sicuro. Ho idea che il duca di Wellington vorrà parlarci del passaggio di poteri da Giorgio IV al nuovo re, per cui sarà meglio essere in loco, per capire se il Primo Ministro ha già parlato con il prossimo sovrano.”

“Pensi si sia mosso così alla svelta?” esalò sorpreso Max.

Christofer sorrise furbo e asserì: “Ricordati che non stiamo parlando dell’ultimo arrivato, ma di colui che sconfisse Napoleone. Una volpe rimane tale fino alla morte, Max.”

“Non stento a crederlo” assentì il giovane, omaggiando il padre di uno svolazzante inchino, prima di avviarsi verso la porta.

Christofer colse l’occasione per dire con ironia: “Ah, e se ti capitasse di portarmi a casa anche una nuora, non piangerei.”

Max si bloccò a metà di un passo, si volse lentamente per fissarlo male e, storcendo la bocca, bofonchiò: “Come, scusa?”

“Andiamo, Max, hai ventidue anni, e non sei neppure lontanamente interessato a trovarti una ragazza da portare all’altare. I tuoi fratelli sono già debitamente sposati e con prole al seguito, per ciò che riguarda Lizzie, mentre tu snobbi tutti i balli di società e rifuggi le gentildonne come se avessero lo scorbuto, preferendo andartene in giro per Londra a parlare ai comizi.”

“Ma è…”

Interrompendolo, Christofer si levò in piedi e, sorridendogli calorosamente, aggiunse: “Non sto dicendo che non fai bene. Ammiro il tuo interesse per la politica sociale del Paese, ma vorrei anche che pensassi al tuo futuro. Ogni tanto, magari.”

“Se sposassi Sarah o Lorainne, andrebbe bene? Mi stanno simpatiche” buttò lì Max, sapendo bene che la sola idea era folle.

Erano come sorelline, per lui, al pari della sua adorata Lettie, e sapeva benissimo che quelle due pesti lo adoravano al pari dei loro fratelli.

No, non avrebbe mai funzionato.

Christofer rise, scuotendo il capo, e replicò: “Anthony è venuto a patti con il fatto che Violet e Andrew si amano, ma non credo sopporterebbe che tu sposassi una delle sue figlie per mancanza di… stimoli esterni. Ti ucciderebbe, piuttosto. E credo anche le ragazze, se lo sapessero.”

“Onestamente, padre, trovo del tutto assurdo mettermi a caccia come un segugio, se non sento l’esigenza di convolare a nozze con qualcuna.”

“E’ anche vero che, se non ti guardi intorno, non potrà mai venirti questo desiderio” sottolineò il padre, ammiccando.

Con un sospiro esageratamente prolungato, Max borbottò: “Parteciperò al prossimo ballo di lady Crosby, va bene?”

“Perfetto” assentì Christofer, tornando a sedersi.

“Non è colpa mia se, donne come la mamma, sono più uniche che rare” brontolò il giovane.

“Non posso darti torto” annuì il padre, osservando il figlio mentre usciva mogio dal suo studio.

Quando la porta si chiuse alle sue spalle, Christofer perse il sorriso e tornò a volgere lo sguardo verso la missiva che era giunta da York.

Whilelmina, sua madre, stava male, e William gli chiedeva di tornare quanto prima a Green Manor, temendo un potenziale peggioramento prima del loro ritorno.

Gli impegni a Londra erano quanto mai pressanti e, con la morte del re, tante cose sarebbero state messe in discussione.

I partiti erano in subbuglio già da mesi, e i Tories erano divisi tra loro in due fazioni così agli antipodi che, presto o tardi, avrebbero fatto implodere il gruppo su se stesso.

Questo, però, passava in secondo piano, se v’era di mezzo la salute della madre.

Sospirando, Christofer si passò una mano sulla fronte, stanco come poche altre volte era stato e, quando Kathleen entrò nel suo ufficio, ringraziò per l’ennesima volta il cielo per avergli portato una donna come lei.

Alzandosi, la raggiunse nel mezzo della stanza, la avvolse in un abbraccio tenero e, nel baciarle il collo, sussurrò: “Mia madre non si sente bene.”

Lei si irrigidì appena, nel suo abbraccio e, poggiato il capo contro la sua spalla, sussurrò: “E’ grave?”

“William ci consiglia di rientrare quanto prima. Il tono della lettera non era certo ottimista” sospirò lui, posando la fronte sulla sua spalla.

“Faccio avvisare Lizzie, e predisporrò di partire entro domani. Va bene?” lo informò lei, scostandosi per sorridergli.

Lui assentì, le baciò le labbra tenere e mormorò: “Cosa avrei mai fatto, della mia vita, senza di te?”

“Saremmo stati entrambi soli e infelici, temo, e saremmo diventati bizzosi come lupi affamati” ammiccò lei, carezzandogli il torace. “Non pensare a cose del genere, Christofer. Ti fai del male senza motivo.”

“Lo so ma, quando succedono cose simili, mi chiedo sempre se ho fatto abbastanza per voi, o cosa avrei potuto migliorare, o cambiare…”

Azzittendolo con un bacio, la moglie replicò: “Hai fatto il possibile per noi tutti, e nessuno potrebbe mai contestare questa verità.”

“Però, vorrei vedere Max accasato. E’ pretendere troppo? Sono preoccupato per lui.”

Sorridendo divertita, Kathleen asserì: “Da quando Almack’s ha perso smalto, molti giovani nobili sono diventati più restii a trovarsi moglie, come se fino a ora vi fossero stati costretti dalle esigenze di mercato. Amano di più volare di fiore in fiore, piuttosto che fermarsi su uno in particolare. Tuo figlio non fa differenza. Lui ama più che altro affermarsi sul piano sociale, piuttosto che come sciupafemmine. E la cosa non mi dispiace.”

“Oh, non lo metto in dubbio…” sorrise lui, giocherellando con le dita delle mani della moglie. “… ma apprezzerei avere una nuova nuora in famiglia e, possibilmente, qualche nipotino in più.”

Kathleen sollevò le sopracciglia con evidente curiosità e, sorridendo, esalò: “I tre figli di Lizzie non bastano? O quelli di Wendell? E poi, anche Violet ti darà un nipotino entro la fine dell’anno.”

“Lo so, pretendo troppo” sorrise divertito l’uomo, baciando sul naso la moglie. “Ma ammetterai che è bello vederli scorrazzare per casa.”

“Sei un caso senza speranza, Christofer Spencer” gli sorrise divertita Kathleen, scuotendo ironica il capo.

“Mi piace fare sia il nonno che lo zio, che ci posso fare?” scrollò le spalle Christofer, prendendo sottobraccio la moglie per uscire dallo studio. “Andiamo insieme a King’s Street?”

“Sì, sarà meglio. Sicuramente, Lizzie esploderà in uno dei suoi impeti battaglieri, e Alexander avrà bisogno del tuo aiuto per impedirle di saltare sul primo cavallo utile, diretta a spron battuto verso York” ironizzò la moglie, sospirando leggermente.

Christofer rise nonostante tutto, immaginando l’esuberante figlia lanciarsi in una irruente battaglia per poter partire subito verso casa.

Non era strano che Alexander la chiamasse ‘Valchiria’. Quando Elizabeth voleva fare una cosa, esternava la stessa irruenza delle mitiche guerriere.
 
***

Il Castello di Windsor era imponente, dinanzi ai suoi occhi e, all’apparenza, sembrava senza fine.

Come sei i suoi creatori avessero voluto sfidare il Cielo, quasi volendo abbracciarlo, conquistarlo.

Incarnava in tutto e per tutto l’assioma secondo cui il sovrano erano nominato da Dio, e guidava il popolo e i credenti in nome Suo.

Nell’avvicinarsi a dorso di cavallo lungo il viale che conduceva fino ai suoi cancelli, Max pensò che, mai come in quel momento, la cosa gli appariva assurda e priva di senso.

Giorgio IV non gli era mai parso un sovrano guidato dalla mano illuminata dell’Altissimo quanto, piuttosto, dedito a vizi e promiscuità dettate dal demonio.

A ogni buon conto, che vi fosse stato o meno del mistico, nel suo personaggio, ora sarebbe assurto ai cieli grazie alla benedizione dell’Arcivescovo di Canterbury.

Con buona pace dei poveri cristi che, realmente, avevano – e avrebbero in futuro – meritato un simile onore.

Personalmente, aveva sempre trovato sciatta e inutile, la persona del re, e il popolo aveva perso la stima nei suoi confronti molti anni addietro.

Non era un caso se, lungo le strade che Max aveva percorso per giungere nel Berkshire, non aveva trovato donne in lacrime o uomini prostrati dalla sofferenza per la morte del sovrano.

Aveva notato solo una pacata curiosità negli occhi di tutti, mista al dubbio suscitato dal nuovo, quasi sconosciuto sovrano che avrebbe seduto sul trono d’Inghilterra.

Poco si conosceva, del successore, se non che era il fratello del sovrano deceduto e che, per molti anni, era vissuto in Germania con la moglie.

Max sapeva, per bocca del padre, delle qualità di Guglielmo e, se si fosse dimostrato degno di essere supportato, il giovane ben volentieri si sarebbe prestato a seguirlo.

Diversamente, avrebbe continuato la sua personale battaglia per portare sostentamento alle fasce più deboli del popolo, come aveva fatto in quegli ultimi anni.

Un cavallo al trotto, alle sue spalle, rallentò l’andatura al suono roco della voce del suo cavaliere e Max, nel volgersi a mezzo, scrutò con un sorriso l’arrivo di un suo amico di vecchia data.

Samuel Westwood, figlio terzogenito del barone Lawrence di Leeds, era suo amico dai tempi di Eton e, con lui, aveva affrontato il Grand Tour per l’Europa, due anni addietro.

Contrariamente al fratello maggiore, Max e Samuel avevano puntato verso i paesi dell’Est Europa, visitando la mistica città di Praga e la lussureggiante Bucarest.

Nel rientrare, avevano percorso in lungo e in largo la Germania e, dal porto di Amburgo, erano infine tornati a Londra.

Il rientro era stato anticipato anche per evitare che, entrambi, cedessero alle lusinghe di una compagnia magiara diretta verso San Pietroburgo.

Se si fossero accodati a loro – e alle loro suadenti ballerine – chissà quando sarebbero potuti tornare?

Di comune accordo, quindi, Samuel e Max si erano spalleggiati a vicenda per autoconvincersi a non lasciarsi affascinare da quei luoghi lontani e misteriosi.

O dalle grazie ancor più invitanti delle ballerine.

Quando, infine, avevano rimesso piede nell’ameno paese d’origine – e avevano raccontato tutto ai rispettivi fratelli – le risate si erano sprecate.

Le rispettive avventure erano sgusciate fuori dalle bocche di tutti, mettendo in evidenza quanto, rischi simili, erano stati corsi da ognuno di loro, in passato.

Anche, a sorpresa, dallo stesso Andrew che, sorseggiando del Porto invecchiato, aveva confidato al fratello di una bellissima ballerina spagnola incontrata a Roma.

E che, per poco, non l’aveva fatto capitolare.

Naturalmente, di questo, Violet non era a conoscenza, né mai Max si sarebbe permesso di spifferare quel segreto.

Ma era stato felice che il fratello lo avesse reso partecipe di quella sua quasi avventura.

Levata una mano per toccare la tesa della tuba che portava sul capo di capelli bruni e leggermente ondulati, Max salutò Samuel e disse: “Buongiorno, amico mio. Giungi anche tu per notizie fresche?”

“Maximilian… buongiorno a te” esordì il giovane, imitando il suo gesto. “In effetti, ero curioso di sapere qualcosa di più. Pensi che abbiano inviato un paggio, o qualcosa del genere, per informare i curiosi? Dubito che facciano entrare qualcuno a palazzo, or ora.”

“Non saprei davvero. Mio padre è partito di fretta per la Camera dei Lord dove, si spera, riuscirà a scoprire qualcosa di più, ma io ho pensato che valesse la pena di curiosare anche qui.”

Assentendo, Samuel dichiarò: “Mio padre e Percy hanno fatto la stessa cosa. Mio fratello Theodor, invece, è uscito di città per andarsene nel Wessex con la consorte. Gita di piacere, ha detto.”

Max ghignò. Sapeva molto bene che Theodor e Gabrielle, sua moglie, erano una coppia – dai più – definita scandalosa.

Personalmente, li trovava divertenti, nelle loro esternazioni pubbliche del rispettivo amore, ma sapeva bene che il Ton disprezzava una simile esuberanza.

I cinque figli della coppia, comunque, dichiaravano a chiare lettere quanto si amassero, così come le loro frequenti gite fuori porta.

Erano ormai così famose che erano quasi divenute una barzelletta, nel bel mondo, ma né Theodor, né il barone suo padre, se ne curavano molto.

Quest’ultimo possedeva un appannaggio annuale quasi imbarazzante e nessuno, tra i Pari, se lo sarebbe mai inimicato consapevolmente.

V’erano troppi interessi economici di fondo, per rigettare un’amicizia come quella del Barone Lawrence.

Percy, il secondogenito della famiglia, invece, compensava egregiamente la sfrenata vita del primogenito di casa Westwood, conducendo una vita morigerata e dedita solo allo studio.

Samuel, infine, il piccolo di casa – pur se già ventitreenne – viveva serenamente e senza pensare a costruirsi una famiglia, troppo impegnato a godersi la vita.

Non avendo obblighi dinastici, aveva procrastinato all’infinito il compito di trovarsi una compagna adatta alla famiglia, prediligendo le feste e i viaggi, ai giochi di salotto.

“Non gli do torto. Per molti giorni ancora, non si saprà nulla di ufficiale sul suo successore. A meno che Guglielmo non sia già al lavoro col Primo Ministro” ironizzò Max, scrollando le spalle nell’avvicinarsi al cancello principale di palazzo assieme all’amico.

“Questa sì che sarebbe una novità. Se anche il nuovo re passasse un solo giorno al Parlamento, durante tutto il suo regno, sarebbe molto di più rispetto al tempo passato da Giorgio IV assieme a Lord Wellington, o ai suoi predecessori” ghignò in risposta Samuel, assentendo.

“Verissimo” assentì Max.

“Cambiando argomento, …conti di partecipare alla caccia di sabato prossimo, quella organizzata da lord Brunswick? So che le gemelle MacLaurie parteciperanno” lo informò Samuel, sorridendo speranzoso.

Max sorrise divertito per tutta risposta.

Samuel aveva molti pregi ma, se c’era una cosa in cui difettava, era il suo amore smodato per il genere femminile.

I suoi affetti erano più vacui della nebbia mattutina su un lago di montagna, e duravano lo stesso tempo. Un breve battito di ciglia.

Negli anni, la cosa non era affatto migliorata, e il fatto che ora puntasse a una delle due titolate gemelle, non era un buon affare.

Per quanto il nome dei MacLaurie fosse altisonante, Max sapeva bene quanto la loro famiglia vivesse ben al di sopra delle loro possibilità finanziarie.

Se Samuel si fosse invischiato troppo con una delle due, avrebbe rischiato di dover ricorrere a un matrimonio riparatore, e tutte le spese a esso connesse… debiti familiari compresi.

Ma era difficile far capire all’amico quando si ingannava sui suoi sentimenti, questo ormai lo sapeva più che bene.

Ne aveva avuto ampie riprove, nel corso della loro lunga e divertente amicizia.

“No. Torniamo temporaneamente a York, perché mia nonna paterna non si è sentita bene” replicò Max, tornando alle parole dell’amico e sorprendendolo col suo dire.

“Whilelmina? La mia zia Mina? E quando contavi di dirmelo, amico mio?” esalò Samuel, impallidendo leggermente.

L’amico di Max aveva perso prematuramente la madre, pochi anni dopo la sua nascita, e aveva sempre considerato Whilelmina una sorta di madre putativa.

Ogni qualvolta Samuel si era presentato a Green Manor, la nonna di Max si era sempre presa particolare cura di lui e, negli anni, il loro rapporto si era approfondito moltissimo.

Non faceva specie che, ora, Samuel fosse in ansia per lei.

“Sì, scusami. Avrei dovuto saperlo, che avresti voluto conoscere le sue condizioni salute. Se ti va, puoi tornare con noi per vederla” dichiarò spiacente Max, sorridendogli.

“Considerami tuo ospite. Non appena tornerò a casa, preparerò i bagagli e mi presenterò dinanzi a casa tua, domattina” assentì Samuel, determinato. “Al diavolo la caccia. Manderò un messaggio a Bartemius per rifiutare il suo invito. Zia Whilelmina è più importante.”

Max sorrise, a quelle parole e, dentro di sé, sperò che la presenza di Samuel potesse essere un aiuto in più, per la nonna.

Sapeva benissimo che cominciava ad avvicinarsi a un’età pericolosa e che, i ripetuti aborti avuti in gioventù, ne avevano minato la salute, ma sperava fosse solo un falso allarme.

Non voleva doverne piangere la prematura scomparsa.

Inoltre, questo avrebbe tenuto Samuel lontano dalle gonne delle gemelle MacLaurie, a tutto vantaggio dell’amico e della sua famiglia.







Note: ripartiamo con Max e le sue avventure, in uno scenario che ci vede con la morte del re a fare da corollario e la malattia di Whilelmina a preoccuparli principalmente.
Vi anticipo subito che non c'è da preoccuparsi, così non state in ansia fino alla settimana prossima.
E ora, uno sguardo ai nostri baldi giovani.

Maximilian

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Samuel


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