Anna e Marco

di Marty Andry
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Prologo ***
Capitolo 2: *** 1. Occhi di ragazza ***
Capitolo 3: *** Mi ritorni in mente ***
Capitolo 4: *** Verranno a chiederti del nostro amore ***



Capitolo 1
*** Prologo ***


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Anche quella sera aprì con un gesto veloce e nervoso il rubinetto e lasciò che l'acqua le scivolasse addosso. Una di quelle sere di fine aprile, quando la scuola era agli sgoccioli e si cercava di dare il massimo per qualche strano spirito di competizione tra studenti.
L'acqua della doccia era poco meno che tiepida, ma non importava. Era come se fosse caduta nell'oblio, in uno stato di imperturbabilità, in una bolla. Come se oltre il vetro smerigliato vi fosse un mondo a cui, in quegli istanti, lei sembrava non appartenere.
Aspettò che le lacrime salate si mescolassero all'acqua più dolce, ma non tremava né singhiozzava. Piangeva in silenzio, così come aveva sempre vissuto. In silenzio.
La parte peggiore era uscire dalla bolla, affrontare il mondo.
Il mondo, gente spietata che la buttava giù. Lividi invisibili a fior di pelle, cicatrici poco profonde che l'avevano bruciata in più punti.
Ebbe, anche quella sera, il coraggio di aprire il vetro e di avvolgere con un telo il corpo. Dieci minuti dopo era già sotto le coperte che fissava il soffitto. Quando era più piccola, lei e sua mamma lo avevano dipinto di blu e ci avevano incollato decine di stelline argentate per simulare il cielo notturno. Se ci fosse stata lei in quel momento, pensava, avrebbe potuto brillare come quelle stelle.
In realtà non era una stella, non poteva neanche essere oscurata. Era un'asteroide, come quelle che per nome avevano solo numeri e qualche lettera, che si scontrano con qualcosa, si frantumano e continuano il loro viaggio.
Pian piano si addormentò, cullata dal suo futuro immaginato.
Immaginava un futuro in cui lei era carnefice e gli altri vittime, in cui avrebbe dato loro la polvere che aveva mangiato. Un futuro in cui lei era chi avrebbe sempre voluto essere, ma non si accorgeva che lo era già.
Oggi è l'ultimo, da domani si riparte da qui, ripeteva ogni sera prima di spegnersi come una fiammella al vento. Il giorno successivo sarebbe sempre stato quello buono, quello che già faceva parte del suo futuro immaginato.

Guardando il cielo fuori dalla finestra, aveva constatato che anche quella mattina si era svegliata mezz'ora prima che suonasse la sveglia. Sospirò, pensando che aveva nuovamente perso mezz'ora di riposo. Mentalmente, cercò di progettare la sua giornata, ma non ne aveva bisogno... Doveva solo andare a scuola, tornare a casa per studiare e ricominciare tutto daccapo.

<< Dimmi che hai portato le racchette per il ping pong! >> << Tutte tue. >> disse il ragazzo all'amico, facendogli l'occhiolino.
<< Posso avere l'onore di sfidarti? Nella classe gira voce che tu sia il migliore. >> sorrise il professore di scienze.
I due si strinsero la mano ed iniziarono la partita. Gli amici di Marco facevano il tifo, nel vano tentativo di metterlo in guardia sulle strategie del docente.
<< Prof, entro la fine del liceo la batterò. >> dichiarò deciso Marco alla fine della partita.
<< Cosa scommettiamo? >> scherzò.
Marco fece le spallucce. << Io non scommetto. >>
<< Ti sei giocato l'otto a fine anno, sai? >> scherzò di nuovo l'altro.
<< Non mi piacciono i numeri pari. >> rispose ridendo.

<< Dai, Anna! Esci di qui! Ci passi cinque ore per sei giorni, figlia mia! >> gridò Carmen esasperata.
La ragazza sbuffò e, in tutta risposta, si alzò dalla sedia di legno scricchiolante e si rifugiò su un banco nel corridoio, coi libri sottobraccio per ripetere la lezione dell'ora successiva. Non capiva perché dovesse per forza relazionarsi col mondo, non ne sentiva il bisogno. Si sedette a gambe incrociate ed iniziò a leggere gli appunti.
<< Anna! >> esclamò un'altra ragazza.
Alzò lo sguardo e vide l'amica che si dirigeva verso di lei con passo sostenuto. Questa sospirò e le tolse i fogli dalle mani.
<< Non mi toccare il raccoglitore, lì c'è tutta la mia vita! >> urlò disperata.
Si limitò solo a parlarle mentre la vedeva sparire oltre la porta dell'aula, era stanca anche di quello. Appoggiò la schiena al muro, freddo, bianco e celeste. Più che una scuola, sembrava una piscina. Era duro, tremendamente duro e freddo. Talmente duro da rompersi la testa. Diede uno sguardo all'orologio che si trovava in fondo al corridoio, mancavano pochi minuti alla fine dell'intervallo. Decise a tornare in classe per riprendere il raccoglitore, ma pochi secondi dopo era lì, risucchiata da un buco nero.

Marco uscì di corsa dalla classe con altri ragazzi per portare in spalla il professore di scienze "che aveva fatto cadere un mito". Mentre tutti i suoi compagni di classe lanciavano in aria coriandoli di carta di giornale, in un attimo si ritrovò ad annegare in acque troppo profonde.
<< Marco, cammina, dai! Tra un po' suona! >> lo incitarono.
E come se niente fosse, continuò la marcia trionfale.
E come se niente fosse, Anna tornò in classe per cercare di risolvere qualche esercizio di matematica.

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Capitolo 2
*** 1. Occhi di ragazza ***


Pioveva a dirotto e doveva trovare un modo per tornare a casa e non bagnarsi. La scuola era lontana dal palazzo in cui viveva, ci avrebbe impiegato almeno tre quarti d'ora. Tirò fuori l'ombrellino tutto spiegazzato dallo zaino e cercò di aprirlo senza fare una strage. Velocemente, arrivò a casa, dove trovò sua sorella davanti ai fornelli. 
<< Bella, mamma non c'è nemmeno oggi? >> chiese mentre le dava un bacio sulla guancia.
<< No, oggi ha il turno di mattina. >> 
Nel frattempo, Marco aveva preso un pezzo di pane e aveva assaggiato il sugo che stava cucinando. Isabella gli diede col mestolo sul polso con fare scherzoso e il fratello si dileguò per lasciare le sue cose nella camera da letto. 
Poco dopo erano entrambi seduti davanti ad un piatto di pasta, nel silenzio più assoluto. Marco detestava parlare mentre erano a tavola, tranne quando con loro c'era anche la madre: allora le parole non bastavano mai, c'era sempre una marea di cose da raccontare. A volte passavano giorni senza che si vedessero a causa degli orari contrastanti, mancavano proprio di tempismo. Eppure, non era una donna assente, cercava di non diventarlo.
<< Cosa sono questi? >> 
Su una cassapanca erano stipate risme di fogli, alcuni sottolineati, altri con cerchi rossi. 
<< Prepari il concorso, vero? >> chiese, baciando la fronte della sorella.
Le sue guance si colorarono lievemente. << Sì, sarebbe meglio togliere un fardello a mamma. >> sorrise.
<< Non è vero, Bella. >> disse mentre la abbracciava, << dai una mano enorme, non sei un peso. >>
In realtà avrebbe voluto che fosse lui ad andar via, erano anni che metteva i soldi da parte per potersi costruire, finalmente, una vita. Erano anni di piombo, ma ce l'avrebbe fatta, come, ancora non lo sapeva. Sarebbe bastato solo vedere il mondo oltre la sua finestra, oltre i palazzi grigi che si ergevano, tristi, tra le strade male asfaltate della cittadina.
Finirono di lavare i piatti e risposero il pasto della madre nel forno perché non si raffreddasse, poi entrambi si sedettero sul divano, con le spalle rivolte alla finestra e accesero la radio, Gianni Morandi cantava "Occhi di ragazza". Marco sedeva con lo sguardo fisso davanti a sé, ascoltando la canzone senza prestarvi attenzione. Ad un tratto si ricordò, improvvisamente, di quella mattina, della ragazza con gli occhi blu. Fino a quattro ore prima non sapeva neanche che le persone potessero avere occhi così profondi. L'aveva guardata e di colpo la realtà attorno a lui non gli apparteneva più. Aveva provato a non pensarci per concentrarsi sulla lezione, ma ora che il pensiero era riaffiorato non sapeva come liberarsene. Se avesse pianto, le lacrime sarebbero stati schizzi di acqua di mare? Se li avesse guardati da vicino, anziché la pupilla, quali galassie avrebbe visto?

Anna in quegli occhi si era specchiata, letteralmente specchiata. Le iridi così nere si confondevano con le pupille, di quel ragazzo sapeva solo che aveva due specchi al posto degli occhi. L'avevano turbata, quando anche lui le aveva puntato gli occhi addosso, si era sentita quasi violata, come se fosse riuscita a leggerle nel profondo dell'anima. Aprì il libro di scienze, doveva assolutamente capire come funzionava quel discorso sugli atomi. La carica positiva attira quella negativa, e viceversa. Cariche dello stesso segno si respingono. Mentre sottolineava, una domanda iniziava a sgomitare, a farsi strada tra le altre per imporsi al di sopra dei suoi pensieri, come se fosse una persona prepotente ed egocentrica. Voleva sapere chi era quel ragazzo che le aveva rivolto quello sguardo. Forse stava solo farneticando, ma voleva capire perché l'aveva osservata quei due secondi in più rispetto agli altri. Forse era stato solo a una sua impressione, sì, probabilmente era stato così. Era l'unica persona che si trovava in quel corridoio oltre a lui e qualcun'altro che lo seguiva, era naturale che guardasse lei. Ma avrebbe anche potuto evitarla, era così intento a celebrare le gesta del professore... 
<< Basta, Anna, stai diventando paranoica! >> disse a se stessa mentre metteva l'acqua sul fuoco.
Poco dopo si sedette al tavolo, aspettando che il padre tornasse dal lavoro ed aprì il libro. Rammentò che mancava poco più di un mese agli esami e doveva trovare un modo per farsi piacere la filosofia. E capire gli ultimi argomenti di fisica. Non pretendeva nulla, solo vivere. Non aveva mai pensato di farla finita, al massimo sparire nel nulla, inghiottita dalla terra, sublimarsi. Frattanto che era intenta a sottolineare, riassumere e memorizzare, sentì qualcosa urtare i vetri della porta del balcone. Uscì e tra i vasi di fiori c'era un pallone. Subito pensò chi fosse l'incosciente che giocava alle due del pomeriggio sotto un cielo che minacciava ancora pioggia.
<< Puoi buttarlo giù, per favore? >> gridò una voce dal cortile. 
Anna si spinse oltre la ringhiera e vide un gruppo di ragazzi, sicuramente avevano lanciato il pallone troppo in alto. Però, quello che aveva parlato aveva un'aria familiare, così come quello accanto e... Anche quello dietro. 
Restò per un po' di tempo con le mani incatenate al metallo arrugginito della ringhiera e un po' di vernice verde le restò appiccicata sul palmo della mano, il vento umidiccio di scirocco muoveva gli steli dei garofani variopinti delle fioriere. Non c'era bisogno che li annaffiasse, per quel giorno avevano avuto acqua a sufficienza, considerò dopo aver tastato la terra all'interno dei vasi. 
Dal secondo piano del condominio sapeva dire con certezza che il terzo della seconda fila era il ragazzo di quella mattina. Ebbe l'idea di prendere le cesoie e tagliare alcune foglie secche, mentre il gruppo ricominciava a inseguire il pallone.

<< Marco, ma che diamine ti succede? Muovi quelle gambe! >> lo rimproverò un suo compagno di squadra.
Il ragazzo annuì con un cenno del capo, mentre si scostava i capelli leggermente bagnati dal sudore dal viso.
Da giù, Marco sollevò il capo  e, anche da lì, avrebbe potuto dire che quella era la ragazza dagli occhi blu. Ancora non aveva ben capito perché qualche ora prima il mondo si era fermato. Sembrava una persona che perdeva pezzi strada facendo e cercava, affannosamente, di rimetterli insieme.

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Capitolo 3
*** Mi ritorni in mente ***


Non capiva perché, ma si era svegliata con uno strano sorriso stampato sulle labbra. Anna scese dal letto e rabbrividì al contatto dei piedi con il pavimento, chissà dov'erano finite le pantofole. Aprì la finestra per far cambiare l'aria e aspettò che il venticello le accarezzasse il viso. Fece colazione, da sola come ogni mattina, e venti minuti dopo stava già scendendo le scale del condominio. Mentre si dirigeva verso la scuola, si ritrovò a canticchiare chissà quale melodia. Era lunedì, e tra le facce che avevano ancora i segni del riposo domenicale, spiccava quella di Anna che non vedeva l'ora di sedersi tra i banchi. E ciò che rendeva ancora più assurda quella sua strana allegria era il fatto che lei, così come qualcun altro, avrebbe dovuto fermarsi a scuola fino alle tre del pomeriggio per il ripasso di matematica. 
Arrivata davanti al cancello verniciato di verde scuro, cercò con lo sguardo il ragazzo dagli occhi neri, che quella mattina ancora non era lì. Istintivamente guardò il suo orologio da polso, era in anticipo di dieci minuti. Raggiunse il suo gruppo e una compagna le chiese cosa ne pensasse del film della sera precedente. Stranamente, quando le era stato proposto di andare al cinema, aveva accettato senza che Carmen la supplicasse in aramaico come ogni volta.
 
Marco uscì precipitosamente di casa,  sistemandosi strada facendo. Aveva dormito troppo, non aveva sentirò la sveglia e non capiva cosa gli stesse succedendo. Capire, capire, capire. Doveva sempre capire, mai una volta che qualcosa gli si presentasse servita su un vassoio d'argento. Forse ci era arrivato, ma avrebbe voluto misurare ogni cosa prima di ammettere che era palesemente schiavo di quegli occhi blu. E di Anna-della-quinta-c. Innanzitutto sapeva che a) si chiamava Anna perché la ragazza di suo cugino, Carmen, aveva letteralmente sbraitato il suo nome venerdì mentre uscivano da scuola; b) Carmen era sua compagna di classe e c) questo sarebbe potuto tornargli utile, molto utile
Se era di quinta, voleva dire che c'erano buone possibilità di vederla al ripasso di matematica, a meno che non ricordasse integralmente il programma dei tre anni. Chissà, pensò, magari ho beccato un fisico in erba o qualche piccolo chimico tendenzialmente squilibrato. 
Giunto davanti all'edificio, scrutò quella folla di ragazzi dai volti quasi tristi, volti da lunedì. La trovò che sorrideva e chiacchierava con delle amiche, tra cui la stessa Carmen. Avrebbe potuto chiedere all'amica di presentargliela, ma non la conosceva così bene da farle una simile richiesta; ma soprattutto non era sua abitudine chiedere aiuto, se non per fisica e matematica, naturalmente. 
Osservò il cielo, di un azzurro  così limpido che nel pomeriggio avrebbe potuto fare una passeggiata, magari verso la periferia. Magari con un pallone ed il balcone di Anna come canestro.
 
L'allegria aveva fatto dimenticare ad Anna il suo panino a casa, ed ora si trovava a dover stare senza pranzo finché non sarebbe tornata a casa, ovvero tra quasi quattro ore. Dato che non aveva di meglio da fare, iniziò a sistemare le sue cose nell'aula che di lì a poco si sarebbe riempita di studenti angosciati. Si appoggiò su un banco e riservò il posto vicino per l'amica. Mentre apriva libro e quaderno su un argomento a caso, Marco fece capolino dallo stipite della porta. Tra le mani reggeva il suo panino ancora incartato e sulle spalle aveva lo zaino. Lei, leggermente imbarazzata, abbassò lo sguardo ed iniziò a sfogliare nervosamente le pagine del quaderno. In fondo, pensava, lui non sapeva quante volte si era soffermata sui suoi lineamenti o aveva cercato un nome che gli si adattasse, pertanto non doveva sentirsi così. 
Marco la osservò e capì che non era abituata agli sguardi in generale. Spostò gli occhi sul suo panino e si chiese se avesse mangiato. Da casa sua a scuola c'erano tre quarti d'ora nel mezzo, senza contare le ore di matematica che ti riducevano ad un vegetale solo leggendo ciò che il professore scriveva alla lavagna. 
Varcò la soglia dell'aula e mille pensieri iniziarono ad attanagliarli la mente. Cosa poteva dirle? Hai mangiato? Troppo confidenziale. Perché non mangiImpiccione. 
Anna sollevò il capo e strinse la penna tra le dita finché le nocche non diventarono bianche, come per alleviare quella strana sensazione. 
<< Posso sedermi qui? >> 
Annuì con un cenno, ascoltando il suono della sua voce. Era limpida, profonda ma non troppo, leggermente bronzea. 
Non aveva avuto la forza né la prontezza di dirgli che quel posto era già occupato.
<< Ne vuoi metà? Non ho molta fame. >> 
Marco pensò che era troppo timida. O forse non era abituata a parlare con un essere di sesso maschile che non fosse suo padre.
<< No, grazie. >> rispose, con un fil di voce. 
<< Ne sei sicura? Davvero, metà mi basta. >>
Mormorò un "non preoccuparti" poco prima che un altro ragazzo chiamò Marco. 
Marco. Anna appuntò mentalmente quel nome come se gli fosse stato rivelato il più grande dei segreti. Fissò l'altra metà del panino incartata alla bell'e meglio e constatò che aveva davvero fame. Consumò in fretta il pranzo e aspettò che l'aula si riempisse.
Guarda a oltre la finestra, un punto indefinito oltre le colline ricoperte di erba verde. 
Sentì la sedia accanto a sé fare rumore e sperò con tutto il cuore che fosse Carmen, anche se una minuscola percentuale si augurava che fosse Marco. Quando anche lui aprì il quaderno, fece scivolare qualche moneta sul foglio a quadretti.
<< Cosa vuol dire? >> domandò confuso.
<< La metà del panino... Più o meno è quella. >> 
<< Ma dai, non ha importanza. E poi l'ha preparato mia sorella, figurati. >> 
<< Invece sì. >> 
<< Ti ripeto di no. >> sorrise lui.
Le prese la mano e le mise le monete sul palmo, per poi richiuderlo. 
Anna sentì le guance andarle in fiamme, Marco non sapeva più cosa volesse dire respirare.

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Capitolo 4
*** Verranno a chiederti del nostro amore ***


Aveva guardato per tutto il tempo solo il professore e la lavagna. Il docente di matematica e fisica riusciva ad esercitare su di lei un fascino come pochi, ovviamente fatta eccezione per Marco. Marco, col suo giubbino di jeans che sembrava averne passate di tutti i colori e che cozzava con le camicie linde del professore e le giacche di un blu intenso. La presenza dell'insegnante, anche durante le verifiche, non la metteva così a disagio come faceva Marco. Marco, sempre e solo lui nell'ultima settimana. Quel nome le ronzava in testa qualunque cosa facesse, dovunque si trovasse, con chiunque fosse. E quella storia del panino, che idiota era stata. Chissà cosa aveva pensato di lei, forse credeva di farle pietà.
 
<< Annina! >> 
Anna sentì pronunciare il suo nome appena uscita da scuola, mentre finalmente stava riprendendo aria. Era Carmen che si era persa tra le mille dimostrazioni di teoremi.
<< Per favore, >> la supplicò << non capisco un accidente di tutta quella roba, sono arrivata al limite! Posso venire da te? >> 
<< Okay, va bene. Ho bisogno anche io di fare un po' di ordine. >> asserì l'altra.
Carmen la prese per mano e la trascinò correndo per arrivare a casa il prima possibile. 
Per i primi venti metri, finché non si allontanarono dall'edificio, Anna non fece altro che voltarsi per incontrare gli occhi neri di Marco, ma riusciva solo a distinguere la sua figura in lontananza. Era stato così strano sentire il fugace contatto con la sua mano. Quella di lui era almeno il doppio della sua. Però pensò che le sarebbe piaciuto. Le sarebbe piaciuto essere accarezzata da quelle mani. 
Adesso se ne stava lì con i pugni serrati in tasca ad aspettare chissà cosa. Da lontano lo vedeva rivolto alla sua direzione, ma si chiedeva se stesse guardando lei o le generose forme dell'amica.
 
Suo padre non era ancora tornato, almeno c'era Carmen a farle compagnia. Studiarono senza interruzione per tre ore e mezza, quando Anna uscì dalla sua camera vide il padre seduto sulla poltrona che leggeva il quotidiano, non si era neanche accorta del suo arrivo. Tornata in camera, con la stanchezza che iniziava a farsi sentire, qualcosa urtò il vetro della porta del balcone. Era così stanca da non rendersi conto che sarebbe potuto essere di nuovo Marco. Le palpebre erano pesanti, ma non voleva dormire. Si distese sul letto, osservando il soffitto nella penombra, le stelline brillavano appena.
<< Per favore, vai tu. Sono a pezzi. >>  si lamentò.
Carmen uscì ed urlò il nome del suo ragazzo, come era solita fare con tutti. Anna scattò in piedi e corse a controllare se oltre a Giulio vi fosse qualcun altro. Anche quella sera le avevano lanciato il pallone sulla terrazza. Caso o no, era già la seconda volta che accadeva. Ma dal secondo piano, stavolta, non riusciva a vedere nessun ragazzo che somigliasse a Marco. Nonostante tirò un sospiro di sollievo per non avere nessun pensiero che non fosse fatto di numeri, anche se una piccola parte del suo cuore si dispiacque per quel mancato incontro.
Carmen si catapultò giù per salutare Giulio e Anna la seguì. Non sapeva perché, forse le andava semplicemente di sgranchirsi un po' le gambe. Nonostante fossero i primi di maggio, l'aria della sera era abbastanza fresca, ma non se ne curarono. Carmen raggiunse subito il fidanzato, mentre gli altri continuavano a giocare. Anna scrutava i volti di ognuno, alla luce debole dei lampioni, speranzosa di essersi sbagliata. 
<< Oh, eccolo che arriva! >> gridò qualcuno dei ragazzi puntando il palmo della mano a sinistra di Anna. Lei, confusa, si girò e vide una sagoma con una borsa a tracolla. Man mano che avanzava, i lineamenti di Marco si facevano sempre più distinti.
 
Appena aveva saputo che Giulio e gli altri stavano giocando vicino a quel palazzo, aveva messo Pirandello nella borsa e si era catapultato lì. Forse si erano sincronizzati, poche ore prima l'aveva vista allontanarsi con Carmen e l'aveva seguita con lo sguardo finché non aveva girato l'angolo. Lei si era voltata ogni tre secondi, cercando chissà cosa. Ed ora se la ritrovava davanti, con uno sguardo indecifrabile. 
Subito Anna si sedette sugli scalini del suo condominio, sfregandosi le braccia con le mani per non sentire freddo. Marco non sapeva cosa fare, se avvicinarsi o meno. Rammentò che, probabilmente, non l'avrebbe più vista dopo gli esami e non sapeva cosa fare, come fare. Le sarebbero mancate le sue dosi giornaliere di Anna. 
Mentre gli altri continuavano a giocare, si sedette a qualche spanna di distanza. Lei se ne accorse e si strinse ancora di più tra le braccia come se volesse sparire. Marco captò il suo disagio e la osservò nella penombra. I capelli color cioccolato le ricadevano morbidi sulla schiena ed il nasino dritto stava appena sotto quegli specchi d'acqua che si ritrovava. 
Dato che lei sembrava non avere nessuna intenzione di rivolgergli la parola, ripescò il libro di Pirandello dalla borsa e riprese a leggere da dove aveva lasciato. 
Lei lo scrutò ed era curiosa di sapere cosa avesse tra le mani. Si avvicinò, non molto.
<< Cosa leggi? >> 
Marco alzò gli occhi e le sorrise. << Il fu Mattia Pascal. L'hai letto? >> 
<< Dovrei. >> rispose con una smorfia, << ma mi piace di più perdermi tra le righe dei teoremi che dei romanzi. >> 
<< Sei una scienziata in erba? >> scherzò.
<< Non proprio, >> rise << ma tra le formule mi sento al sicuro. >> 
Marco chiuse il libro di scatto facendo rumore e le rivolse uno sguardo scioccato. 
<< Vuoi dire che riesci a districarti in quella selva della perdizione?! >> 
Anna rise, seguita da lui. Marco capì di essere spacciato, ora che la conosceva era anche schiavo della sua risata. 
<< Comunque, se vuoi appena lo finisco posso passartelo. >> 
<< Mi faresti un favore enorme, non riesco a assolutamente a distinguere un pazzoide dall'altro. >> rispose esasperata. 
<< Pazzoide? È più anormale chi studia mele che cadono dagli alberi. >> commentò.
<< Ma dietro c'è una grande legge. >> ribattè lei, << Altrimenti non avresti i piedi piantati a terra. >> 
<< Colpito e affondato! >> disse a voce più alta Marco.
Risero di nuovo e poi si ammutolirono. Anna si alzò in silenzio per rientrare nell'appartamento. Prima di salire le scale si girò per salutare Marco, mentre il cuore sembrava volerle romperle qualche ossa. Agitò la mano e poi scomparve. 
Marco premette una mano sullo stomaco, sentiva qualcosa che gli si agitava nella pancia. Tutto il resto attorno a loro aveva perso consistenza.
 
<< Anna, dici che Fumagalli ti è simpatico? >> 
Carmen era entrata nella stanza dell'amica per prendere le sue cose e l'aveva trovava di nuovo china sui libri. La ragazza alzò la testa, in un misto di stanchezza, confusione, imbarazzo e Marco.
<< Chi, scusa? >> domandò. Aveva capito di chi stesse parlando, ma sperava che l'udito le stesse giocando un brutto scherzo.
<< Marco Fumagalli, Annina. >> chiarì lei buttandosi sul letto a pancia in giù.
<< Ah. >> sospirò. << Ma su, cosa dici... >> 
Doveva prendere aria. << Abbiamo solo parlato un po'. Non c'è nulla di strano. >> 
Voleva che l'amica sparisse di lì al più presto, o che almeno la smettesse con quelle domande. In fondo, non le aveva chiesto nulla di osceno, le aveva fatto solo ammettere che non poteva più a fare a meno di lui.

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