Christmas adventure

di Aky ivanov
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Peccati ***
Capitolo 2: *** Lodi ***
Capitolo 3: *** 24 dicembre ***



Capitolo 1
*** Peccati ***


Christmas adventure

peccati

 

 

Il suono ottuso della vibrazione sul legno giunse ovattato al di sotto del caldo abbraccio delle coperte, seguito da un secondo tremolio, un terzo pochi istanti dopo, un quarto nell’immediato. Yuri grugnì inquieto nel buio, rigirandosi più volte tra le lenzuola della brandina cigolante, tirando le coperte sempre più fin sopra la testa ad ogni aggiunta.

Un quinto tonfo arrivò dal comodino, un sesto in contemporanea, un settimo, un ottavo, un nono, poi un decimo. Il cuscino ingoiò il volto e l’imprecazione sussurrata finché dopo il quindicesimo tutto tacque. Yuri allentò la presa sull’imbottitura in cui stava tentando di auto soffocarsi sospirando sonoramente.

Il vento ululava all’esterno infrangendosi a ritmo altalenante con la neve sui vetri, una ninna nanna fatta di sbuffi e picchietti. La tensione accumulata tornò a scemare dai muscoli in tensione spingendolo verso il baratro dell’incoscienza.

Alla vibrazione impetuosa, persistente e ballerina, seguita dal volo solitario intrapreso dal cellulare desideroso di trovare la pace sul pavimento, Yuri riemerse stizzito dal bozzolo di coperte sibilando tra i denti la seconda maledizione, sbagliando lato del letto da cui affacciarsi. La terza invettiva, più forte delle altre, sopraggiunse alla collisione della sua testa con il muro rammentandogli di non essere nella sua stanza all’ex monastero Vorkov.

Per tre settimane – a causa della derattizzazione urgente a cui avevano dovuto sottoporre la struttura prima di renderla agibile ad ospitare consonamente dei bambini – lui e la sua squadra avrebbero dovuto soggiornare altrove, proprio nel periodo natalizio. Un ulteriore regalo sgradito del loro ex carceriere e lo scarso senso di igiene in cui li aveva fatti vivere, pensiero aggiuntivo di cui Yuri avrebbe fatto volentieri a meno. In mancanza di ulteriori soldi – poiché Daitenji aveva già prosciugato le sue casse per la ristrutturazione del monastero – e con l’appoggio dello stesso presidente della BBA, loro avevano trovato rifugio e accoglienza presso le suore del monastero di Novodevičij. Il più importante sito religioso di Mosca, patrimonio culturale mondiale.

Era passata a malapena la prima settimana e Yuri non vedeva l’ora di andare via.

Il problema non risiedeva nell’essere costretti a vivere nuovamente in un’altra struttura religiosa, a contatto con delle suore, a stretto contatto con tutto l’ambiente sacro di cui ne aveva piene le scatole – anche se questa volta c’erano davvero delle persone devote – ma nell’accoglienza gratuita e benevolente elargita solo a parole. Le ultime dodici ore passate a spalare la neve dalle zone per i visitatori pesavano ancora sulle sue spalle, impedendogli di compiere agevolmente il più piccolo dei movimenti, come il piegarsi – questa volta dalla parte giusta – a raccogliere il cellulare.

Senza contare i giorni precedenti volti ad aiutare con il trasporto degli addobbi natalizi, la decorazione di souvenir dalla dubbia utilità da rifilare ai turisti, i turni come aiuto cuoco in cucina, la pulizia delle stanze e altri lavoretti di cui il solo ricordo ripristinava la stanchezza.

Estenuante.

Sul cellulare recuperato i numeri digitali indicarono le due e trenta del mattino.
Yuri sorreggendosi la testa dolorante inspirò a fondo per non urlare.

La schermata iniziale di Telegram aperta con una ditata prepotente mostrò un totale di ottanta notifiche accumulate nelle ultime due ore, di cui le prime cinquanta appartenenti alla chat di gruppo rinominata a più mani da Boris e Ivan “I quattro cavalieri dell'Apocalisse” all’arrivo nel monastero, subito modificata da Sergey in “I quattro cavalieri dell'appicca-risse” dopo il penoso spettacolo dei due con il confessore; venti notifiche arrivavano dalla chat di Boris da cui proveniva in ultimo la chiamata persa e dieci da un gruppo nuovo denominato “SOS – Salva Boris Kuznestov”.

«Perché non l’ho gettato nel Moscova quando ne ho avuto occasione…»

Yuri ricadde a peso morto sul letto mantenendo il cellulare sospeso a venti centimetri dal viso. Era chiaro quale fosse il nome del suo disturbatore notturno anche se la sua coscienza voleva concedergli il beneficio del dubbio.

La chat di gruppo riportava una conversazione unidirezionale ed esclusiva di Boris, costituita dai loro nomi recitati ad appello in una media di due volte ciascuno, ovviamente inviati singolarmente per fargli salire l’istinto omicida, e un ammasso di sticker animati in lacrime di ogni genere di animale esistente, geneticamente modificato o inventato da qualcuno indubbiamente malato. Yuri schioccò la lingua scontento, rimuovendo con non poca soddisfazione la spunta verde alla voce “sticker e gif” accanto al nome di Boris prima di aprire la chat personale con lui, ignorando platealmente quella con la richiesta di aiuto.

«Cosa diavolo…»

Il suo nome scritto con cinquecento “i” occupava mezzo schermo, seguito dal messaggio con l’imperativo di rispondergli, altri quattro con il suo nome scandito lettera per lettera, un sesto in cui lo chiamava capitano a caratteri cubitali, un settimo con una gif di uno scimpanzè su una barella che non era una barella e lasciava lo scimpanzè a terra – Yuri si soffermò sconcertato più del dovuto a cercare di comprenderne il senso –, altri quattro sticker a casaccio, il ciclo smozzicato di prima ripetuto senza nemmeno togliere la spunta di inoltro per concludere con il suo nome scritto in grassetto.

L’ultimo accesso sostituito immediatamente dal rimbalzante “Sta scrivendo…”.

“Yuri!!”

“Lo sapevo che eri sveglio”

Yuri emise un verso seccato a fior di labbra inviando d’impulso “Mi hai svegliato tu deficiente” che finì per accavallarsi con la faccina gigantesca in movimento dagli enormi occhi a cuoricino inviatagli da Boris, seguita da altri quattro messaggi inviati a raffica in cui dovette pizzicarsi il ponte del naso per non sbottare.

Detestava quella mania di frammentare le frasi ad ogni invio, l’aveva fatto presente centinaia di volte. Sergey ed Ivan provavano a fare attenzione fin quanto possibile, lui no. Boris aveva lo stramaledetto vizio di fargli diventare il cellulare un vibratore.

“Sì, sì, lo so”

“Ma sei l’unico con il sonno leggero”

“Figurati se Ivan si sveglia così”

“Sergey poi”

«Io lo ammazzo» sibilò strizzando gli occhi ancora assonnati, una palpebra aperta e una chiusa dinanzi ai pallini sobbalzanti che non volevano saperne di arrestarsi «Giuro che lo ammazzo»

“Nemmeno le campane lo buttano giù”

“Poi credo usi i tappi”

“Boris, cosa cazzo vuoi?”

“Ho un grandissimo problema»

Yuri corrugò le sopracciglia all’improvvisa sintesi ed essenzialità del messaggio, coinciso e senza alcuna futura aggiunta a giudicare dall’inaspettata staticità della chat. Boris funzionava al contrario, quando doveva perdersi in spiegazioni o necessitava di aiuto bisognava caricare la molla per farlo andare avanti.

“Che succede?”

“Ho fatto una cosa che non dovevo fare”

Yuri rizzatosi immediatamente sul letto rilesse il messaggio con il triplo dell’attenzione passandosi lentamente una mano fra i capelli sciolti. Le ultime tracce di sonno erano scomparse lasciandolo fin troppo vigile ad osservare il display abbandonato sulle gambe incrociate.

“Cosa hai fatto?”

“Yuri, lo sai”

«Lo sai…» ripeté a sé stesso con sufficienza nel nulla «Come diavolo dovrei farlo a sapere se stavo dormendo fino a due secondi fa?!» ringhiò a denti serrati cancellando e riscrivendo il messaggio un paio di volte prima di propendere per qualcosa di neutro per non iniziare a litigare telematicamente.

“Ossia?”

“Quindici minuti per scrivere solo una parola?”

“Ed io che prendevo in giro Sergey”

“che preme lo schermo con un solo dito alla volta”

“Yuri devi essere più agile con le dita”

“Boris”

“Yuri”


 


Yuri si alzò di scatto dal letto ricadendoci sconfortato due secondi dopo, la schiena adagiata contro il muro e lo sguardo alla finestra dove la neve continuava a cadere. Non erano solo le spalle a far male, pure le sue gambe faticavano a reggerlo in piedi. Nonostante le circostanze diverse, l’essere segregato nella stanzina di un monastero, stanco morto e assorto a contemplare la neve in piena notte ricordava sfortunatamente tante altre notti simili.

Detestava Boris e i suoi casini notturni.

“Parla.”

“No Yu, non iniziare a mettere i punti”

“Tre”

“Cosa tre?”

“Due”

“Ah”

“Uno”

“Ho capito, ho capito”

“Però non ti arrabbiare”

Yuri inarcò un sopracciglio picchiettando l’indice sulla scocca del telefono senza degnarsi di rispondere. Il solo mettere le mani avanti prima di parlare era già preoccupante.

“Lo sai che odio questa stanza”

“è strana”

«La sua è strana»

Yuri lo borbottò acido sollevando gli occhi verso quelli della Vergine Maria raffigurata nella tavola dipinta posta davanti il suo letto. La grande icona mariana occupava quasi tutta la parete, sistemata su un alterino stracolmo di candele, fortunatamente elettriche, che non gli conciliavano il sonno ma evitavano almeno il rischio di far scoppiare un incendio.

D’altro canto, la luce soffusa diventava l’ultimo dei problemi quando affacciandosi alla finestra vedeva il cimitero annesso al monastero. Quello era il vero problema.

Le suore in mancanza di spazio gli avevano ricavato una stanza per la notte in una delle tante adibite solitamente alle preghiere, categoriche sul non poter condividere le camere fra loro, probabilmente per chissà quali pensieri malsani scaturiti alla pacca d’incoraggiamento di Boris che anziché prendergli la schiena era finita sul suo fondoschiena.

“volevo passare il tempo”

“in modo diverso”

In modo diverso.
Yuri sudò freddo.

“In che modo?”

“Lo sai Yuri, siamo uomini”

“siamo fatti di carne”

“lo so che ci hanno chiesto di non farlo”

«Ti prego, no»

“ma abbiamo i nostri bisogni”

“dobbiamo soddisfarli”

“Non l’hai fatto davvero”

“Non ho saputo resistere”

“Boris, una cosa ti avevo chiesto!”

“è stato uno dei momenti più belli della mia vita”

“ma ora davanti la porta ci sono le suore”

“e io non so cosa fare”

Yuri batté la testa sul muro attirando lentamente una gamba al petto, il volto poggiato sul ginocchio alla ricerca dell’illuminazione divina. I messaggi a intermittenza avevano smesso di dargli fastidio, tutto il suo nervosismo era ormai stato dirottato sui livelli di deficienza del suo amico anche se… poteva rimproverare Boris per questo? Per essersi goduto finalmente la vita? Vivere in strada per sole due settimane poteva essere fattibile in fin dei conti.

“Chi sta là davanti?”

“Sicuro suor Orsola”

“mai nome è stato più giusto, un orso.”

“Te le ricordi le sue raccomandazioni?”

“Sì”

“Ecco, questa mi ammazza!”

Suor Orsola, il piccolo armadio a tre ante dall’accento tedesco, più alto e largo di Sergey.
La suora che per abbracciarlo gli aveva quasi incrinato una costola – non era certo del quasi per Ivan – dopo le presentazioni di Daitenji e i piccoli dettagli sulla loro storia. La stessa che aveva tirato fuori una spessa bacchetta di legno minacciandoli di spiacevoli conseguenze se non avessero rispettato le regole di castità, buona condotta e un’altra dozzina di norme scritte su un foglio appeso in ogni camera. Sempre lei che davanti al loro immediato colorito cereo per gli spiacevoli flashback era scoppiata a ridere dicendo di scherzare.

Pessimo senso dell’umorismo.

“Aspetta che arrivo”

“Ok”

Yuri scostò le coperte rabbrividendo al contatto dei piedi nudi con il pavimento. Le gambe dolevano ad ogni passo così come le braccia stese per afferrare i vestiti ordinatamente ripiegati sulla sedia. In canotta e boxer scoccò un’occhiata obliqua al quadro cercando di infilare il jeans in una gamba provando contemporaneamente a scrivere un altro messaggio.

Era inquietante vestirsi e svestirsi con due occhi fissi su di lui, seppur disegnati.

“Ma lei sei riuscita a farla andare via?”

“Eh?”

“Chi?”

Il sopracciglio scattò su meccanicamente insieme alla zip dei pantaloni.

“Lo spirto santo”

“Come chi, la fonte dei tuoi problemi idiota!”

“No! Sta ancora qua!”

Il telefono aperto sulla conversazione finì abbandonato sulla sedia.
Yuri scosse il capo facendo attenzione a non stirare troppo le braccia mentre il maglioncino scivolava al suo posto. Il problema più grande sarebbe venuto a galla con le scarpe.

“Se sapevo come fare non ti chiamavo”

A fatica riuscì ad infilare il primo scarponcino.

“Come credi debba sbarazzarmi da solo di un bombolone alla crema di sette chili?!”

“Mi serve per questo il tuo aiuto”

Cosa?!

Yuri smise di fare il contorsionista fissando sbigottito il display del cellulare. La gamba ancora sollevata sul poggia-candele per agevolare la legatura dei lacci tirò alla base del polpaccio ma non gli diede peso. Incapace di muoversi o fare qualunque domanda continuò a fissare ad occhi sbarrati gli ultimi due messaggi avvertendo distintamente la sua temperatura corporea salire.

“Yu, ci sei?”

“Perché visualizzi e non rispondi?”

Un bombolone alla crema.
Era stato svegliato dopo una giornataccia estenuante per un bombolone alla crema.

«Tu mi hai svegliato alle due e mezza del mattino SOLO perché non sapevi come disfarti di un bombolone alla crema di sette chili?» esordì ad un soffio dal microfono quasi scavando lo schermo sul pulsante di registrazione, scandendo bene ogni singola parola, a ritmo contenuto, con una calma da fare invidia al più integerrimo pacifista «Buttarlo dalla finestra no, eh?»

“Te lo sto dicendo da mezzora!”

“Ma quale finestra e finestra, domani lo vedrebbero”

“Si alzano col gallo queste”

“Io non ne potevo più del loro Ramadan!”

“Lo stomaco brontolava”

Yuri evitò di sottolineare che il digiuno di quaranta giorni prima di Natale effettuato dalle suore, a cui loro purtroppo si erano dovuti adeguare, fosse nettamente diverso dal Ramadan islamico. Era fiato sprecato, in quel caso, cartilagine delle dita usurata inutilmente.

“Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto”

Soprattutto se metteva in mezzo Maometto.

“Hanno scassato il cazzo”

Lui era il capitano, doveva sistemare i casini della sua squadra.

“Loro, il digiuno e il Natale”

Da lui dipendeva anche la sopravvivenza degli altri due.

“Io volevo mangiare”

Era una sua responsabilità.

“Yu, ma ci sei?”

Doveva ingoiare il rospo, trattenere la rabbia per altri quattordici giorni e poi eventualmente sopprimere la pecora nera del gruppo. Facile a dirsi, no?

 

Da dove cazzo lo hai fatto entrare un bombolone alla crema di sette chili, di notte, in questo posto in cui la sicurezza fa concorrenza al KGB?! Nemmeno posso tirare fuori il beyblade che subito mi ritrovo una suora alle spalle!

 

“L’ho rubato dalla dispensa di suor Orsola”

 

….

….

….

 

«Andiamo Yuri, ti vuoi dare una mossa?»

Boris schioccò le dita freneticamente facendo avanti e indietro nella stanza.
Nel corridoio le voci si erano attenuate, evidentemente sfiancate da una caccia surreale, anche se poteva ancora sentire i passi pesanti di suor Orsola andare da una parte all’altra borbottando qualche stranezza in tedesco.

«Dai, quanto ci metti»

Stufo di aspettare sbloccò il cellulare mandano altri tre messaggi apprensivi al suo capitano, notando per la prima volta la singola spunta di consegna ai messaggi, l’improvvisa scomparsa della foto profilo di Yuri e l’ultimo accesso risalente a “molto tempo fa”.

«Ma…cosa…»

Al tentativo di chiamata per sviare i dubbi lo schermo gli restituì l’avviso di connessione fallita con l’allegro messaggio che invece di rassicurarlo sortì l’effetto opposto.
Spiacente, non puoi chiamare Yuri a causa delle sue impostazioni di privacy”.

«Non ci credo… Mi ha bloccato!» sbottò ripetendo inutilmente l’operazione più volte, premurandosi di mantenere un tono di voce contenuto per evitare di attirare l’attenzione del segugio appostato dinanzi la porta «Lo stronzo mi ha bloccato!»

Boris fissò a bocca aperta il cellulare spostandosi nella chat di gruppo in comune con Ivan e Sergey, constatando suo malgrado di non poter comunicare nemmeno lì.

«Fottuto mestruato»

Il suo capitano era sempre stato troppo irascibile e vendicativo, ma con un limite. Era drasticamente peggiorato da quando si erano trasferiti là dentro. La colpa era senz'altro l’assenza di un pranzo normale, degli zuccheri, dei grassi saturi…almeno prima dopo una fetta di crostata gli poteva rivolgere la parola civilmente. Persino chiedere un favore! Ora era praticamente impossibile anche parlargli. Yuri era pronto a saltare alla sua giugulare al minimo sospiro… o a bloccarlo senza motivo per i suoi cinque minuti da isterico.

Nemmeno un grazie gli aveva inviato, eppure aveva pensato a lui con cui mangiare insieme il dolce sgraffignato.

«Ingrato»

Era stato abbandonato al suo triste ed ignobile destino. L’unico modo per uscirne vittorioso era quello di combattere e rinfacciare a Yuri l’indomani l’aiuto non fornito, magari alla presenza di Sergey così da avere manforte nel farlo sentire in colpa.

Non gli restava che farsi coraggio.

Boris convintissimo inspirò a fondo, le mani battute sulle ginocchia e una luce risoluta negli occhi. Lo sguardo fisso dinanzi a sé, alla seduta della sedia con in bilico il bombolone alla crema di sette chili. La forchetta stretta nella mano destra.

«A noi due bombolone»

 

 

Note:

Adoro la sezione delle note, posso parlare da sola! :D

Lo so che vi starete chiedendo di quali disturbi io soffra per partorire delle idee così strane ma avevo bisogno di scrivere qualcosa per riprendere il ritmo e dedicarmi a tutto quello che ho lasciato in sospeso. Abbiate fede (come sono spiritosa!), non durerà a lungo.

Il Natale è fatto di gioia, leggerezza, allegria…e per questo motivo io ho fatto precipitare dalla padella alla brace questa povera squadra che nemmeno l’ha mai vissuto XD. Il genere principale è senz’altro quello comico, ma non sono brava a mantenermi in un unico settore; quindi, non sorprendetevi se qua e là troverete delle frasi un po’ più “serie”.

A parte gli scherzi, so che potrebbero esserci imprecisioni qui e nei prossimi capitoli sulla gerarchia ecclesiastica ortodossa, la planimetria del monastero e varie cose annesse ma consideratele delle libertà poetiche, non sono molto ferrata su tutti gli usi di questa religione.

Infine, dato che io i social che ho collegato a questo profilo nemmeno li uso in maniera costante, se volete fare quattro chiacchiere mi trovate su telegram con il seguente nick: @Aky96 o nel gruppo di EFP.

Detto questo, la chiudo qui prima di occupare troppo spazio. >.<


Buon Natale a tutti e al prossimo capitolo!

 

Aky

 

 

 

Questi personaggi non mi appartengono, ma sono proprietà di Takao Aoki, questa storia è stata scritta senza alcuno scopo di lucro

 

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Capitolo 2
*** Lodi ***


Christmas adventure

lodi

 

 

«Il più eccelso degli angeli fu mandato dal cielo per dir “Ave” alla Madre di Dio»*

Ivan soppresse uno sbadiglio, a disagio sulla scomoda panca in fondo alla chiesa. La voce del sacerdote Yanishevsky risuonava nell’edificio semivuoto, chiara e limpida, di un’intensità disarmante nonostante il buio oltre le vetrate.

Era incredibile tutta quella energia alle prime luci dell’alba.

«Al suo incorporeo saluto, vedendoti in Lei fatto uomo»

Ogni mattina si ripeteva la stessa tragedia nei corridoi del dormitorio. Suor Sofia passava a svegliarli alle cinque del mattino bussando come una forsennata ad ogni porta, un minimo di tre volte giusto per assicurarsi che non tornassero a dormire. Loro dovevano fare a gara e muoversi per usare il bagno, la colazione ovviamente non esisteva per lo stramaledetto digiuno a cui li avevano costretti a sottostare, alle sei meno un quarto dovevano essere in chiesa per recitare qualunque cosa fosse la liturgia da loro celebrata in preparazione di quella ufficiale delle sette del mattino e da lì, pronti e scattanti, dovevano mettersi ad aiutare quelle pazze vestite di nero in uno dei compiti assegnati per quel giorno.

Tutte le speranze di Ivan erano riposte nell’augurio di una massiccia orda turistica così da dover aiutare nella bottega dei souvenir. Preferiva di gran lunga provare ad imparare e capire le sacre scritture piuttosto che spalare la neve in quel complesso mastodontico. Il giorno prima era stato un completo disastro. Lui e Yuri erano arrivati stremati ad ora di cena, per nulla adatti a portare avanti quel tipo di incarico, sarebbe stato più giusto affidarlo a Boris e Sergey.

«Signore, in estasi stette, acclamando la Madre così»

«Che rottura di palle» bisbigliò coprendosi nuovamente la bocca, gli occhi ancora appannati da una patina di sonnolenza restia ad andare via «Ma non si stancano a ripetere sempre le stesse cose?»

«Shhh» lo ammonì perentorio Sergey al suo fianco.

Ivan sollevò infantilmente gli occhi al cielo afflosciandosi ancor di più sulla panca, la testa ondeggiante in un dormiveglia perenne. Il calore del riscaldamento impostato al massimo unito al giubbotto abbottonato saldamente aumentavano l’intorpidimento generale facendogli perdere aderenza con la realtà. Era più interessante considerare come persino in quella posizione scomposta le sue punte dei piedi a malapena toccassero terra, o chiedersi se il suo capitano avesse scoperto una qualche vocazione nelle ultime ore.

Dal loro arrivo Yuri, accomodatosi per ignote ragioni tre panche più avanti, si era inginocchiato piantando i gomiti sullo schienale della panca seguente, le mani congiunte e la faccia affondata in esse con un laconico “raccoglimento devozionale” che aveva fatto esultare e quasi commuovere suor Agata. Ivan piegò il collo verso sinistra inclinandosi pian piano per osservare da un’altra angolazione l’immobilità in cui era caduto Yuri, soffermandosi sulla pelle pallida del volto, l’alone scuro sotto gli occhi e la bocca leggermente dischiusa. Il posizionamento diagonale gli consentiva di distinguere chiaramente la lentezza con cui la schiena coperta dal tessuto arancione del maglione si sollevava e abbassava, pesante e regolare. Yuri aveva fatto la cosa migliore, si era addormentato.

In una posizione in cui al risveglio avrebbe tirato giù tutto il calendario ortodosso ma pure sempre addormentato. Persino la resistenza del suo capitano aveva raggiunto il limite.

«Ave, per Te la gioia risplende»

Ivan per poco non cadde a terra all’acuto partito improvvisamente al suo fianco. Ancora semidisteso sulla panca, con una mano sul cuore e la tachicardia si voltò esterrefatto verso Sergey compostamente seduto, il raccoglitore dei canti stretto in mano.

«Sergey tutto a posto?!»

«Ave, per Te il dolore s'estingue»

Per tutta risposta il suo amico intonò la seconda strofa riservandogli un’occhiata acida in tralice, il portamento eretto e orgoglioso mentre le corde vocali davano fondo a tutte le riserve del proprio diaframma.

«Sì…canta tu»

«Ave, salvezza di Adamo caduto»

Ivan scosse la testa frapponendo quanti più distanza possibile fra lui e Sergey fino al capo opposto, rannicchiato a palla alla complessa ricerca della stessa strada intrapresa dal capitano. Lui, però, trovava impossibile dormire con quel casino di gorgheggi e note d’organo inaspettate che lo facevano saltare sul posto, senza contare il tenore improvvisato a tre passi da lui.

Sperava quella tortura finisse presto, aveva perso Yuri, ora pure Sergey, ci mancava Boris…Boris. Ivan drizzò il capo guardandosi intorno alla ricerca del suo affezionato compagno d’armi perduto di cui fino a quel momento aveva anche dimenticato l’esistenza. Erano entrati insieme in chiesa, si era pure seduto accanto a lui, quando era sparito?

«Ohi Ser…» bisbigliò gattonando sulla panca lunghissima fino a tirare la base della maglia nera a collo alto «Sergey!»

«Ave, riscatto» cantò lui aggiungendo sottovoce un ringhiato e frenetico «Cosa c’è?!» prima di intonare soave «del pianto di Eva»
«Ma cosa ti metti a cantare…vabbè, dov’è Boris?»

«Cosa ne so, era uscito a urinare nella neve»

«Oddio, io non la spalo oggi eh»

«Non nominare Dio invano!»

Ivan aprì e richiuse la bocca insoddisfatto con uno schiocco di lingua, a corto di termini da utilizzare per sottolineare il lento naufragare di quella conversazione.

«Ave, Tu vetta sublime a umano intelletto»

«E canta…» bofonchiò esasperato passandosi le mani sul volto «Cosa cazzo canta… uno è andato all’altro mondo, l’altro ha trovato la via di fuga e lui canta»

«Mh, mh»

I peli sulla nuca di Ivan si drizzarono di botta al colpo di tosse e conseguente schiarimento di gola alle sue spalle. Deglutendo appena in un déjà-vu vissuto decine di volte dopo un allenamento in cui si lamentava dei metodi del capitano, Ivan si voltò lentamente, il collo sollevato quel tanto per guardare in faccia la nuova presenza e rimpiangere i dieci giri di corsa ordinati da Yuri dopo ogni infrazione.

«S-salve…» abbozzò un sorriso di circostanza e un saluto con la mano alla faccia arcigna della badessa.

«Si sta composti e si usa un linguaggio consono nella casa del Signore»

«Nella casa di c-» la gomitata laterale di Sergey interruppe la sua domanda mentre l’occhiataccia della badessa l’esclamazione poco pulita che stava per rifilare «Ok, ok, ho capito…»

Tornato composto sollevò le mani in segno di resa alla donna anziana, così simile a Vorkov in fatto di esternazioni di gioia da far accapponare la pelle. Le rughe ai lati della bocca perennemente inespressiva scavavano quanto il rimprovero malcelato nei suoi confronti.

«Prendi esempio dai tuoi amici»

Ivan si morse la lingua per non rispondere a tono, onde evitare di far presente alla donna di essere una povera scema a pensava di avere l’attenzione di qualcuno all’infuori di Sergey, in primis dal bell’addormentato a cui lei stava alludendo come esempio di diligenza, silenzio e rispetto verso il luogo sacro in cui erano.

Bel rispetto dormire in chiesa.

Sarebbe stato meraviglioso gustarsi il graduale cambio d’espressione della vecchiaccia lunatica, metterla dinanzi alla verità nuda e cruda: non ce ne importa niente del tuo credo. Ma, addormentato c’era Yuri e non Boris o Sergey, il sassolino poteva ancora tenerlo nella scarpa un altro po’, il tempo di tornare a casa.

«Certamente»

Il tono ironico e le labbra stirate con forza non giunsero all’interessata tronfia già voltata di spalle intenta a proseguire il suo giro da sentinella. Ivan ampliò la sua finta allegria perforandosi i palmi delle mani con le unghie, sopprimendo la voglia di mandarla a quel paese. Era già insopportabile condividere la notte con una presenza religiosa in stanza, avrebbe pure lui preferito il quadro della Vergine alla credente in carne ed ossa.

Con uno sbuffo tornò a riporre la propria attenzione all’ambiente annoiandosi a morte, tanto da ricercare una fonte d’ intrattenimento nelle tesserine colorate del mosaico pavimentale che di getto decise di mettersi a contare.

Una, due, tre, quattro…dieci…centoventi…quattrocentotrenta.

Quando gli occhi cominciarono a non distinguere più il rosso dal blu e il conteggio giunse alla mille duecentesima tessera finalmente vide Boris, o meglio, la folata di polvere sollevata al suo passaggio.

Boris camminava freneticamente da una navata all’altra trasportando vasi di fiori, piante, raccoglitori, volantini e qualunque altra cosa gli stesse affidando la suora di cui non ricordava neppure il nome. Boris, lo stesso ragazzo che fino al giorno prima doveva essere portato di peso giù dal letto per arrivare in chiesa come zombie, colui che stranamente quella mattina era stato il primo a farsi trovare pronto davanti la sua porta.

«Cosa cazzo ha assunto per avere tutta quella energia?»

A sorpresa Sergey smise di cantare senza nemmeno azzardare un rimprovero per il suo linguaggio, concentrato quanto lui sull’incedere allegro del ragazzo ora al loro fianco. Boris adagiato il vaso in terracotta stracolmo di terra con una svettante stella di Natale, come il più leggero degli omaggi, li aveva salutati con un cenno del capo e un sorrisetto energico stampato in faccia prima di ritornare indietro. Iperattivo.

«Non lo so ma la voglio anche io»

Ivan sollevò sorpreso un sopracciglio chiedendosi quando e come avessero venduto all’asta l’integerrima coscienza dell’unica persona responsabile della squadra, capitano escluso. Boris era ritornato quasi al galoppo, le goccioline di sudore alla tempia un abbellimento contrastante con la fatica facilmente dissimulata. Il nuovo ornamento era un vaso di ceramica finemente lavorato ricolmo di fiori, sicuramente addobbo per una qualche cerimonia, che trovò sistemazione sullo schienale nello stesso momento in cui la tortura religiosa giunse al termine.

Nessun altro canto, nessuna altra preghiera.
Erano liberi per un’ora prima di essere sfruttati.

«Ora dobbiamo scappare» proferì saltando giù dalla panca pronto a correre verso l’uscita, costretto però a ricaderci seduto all’improvviso scatto fulmineo di Boris sugli inginocchiatoi «Boris! Cosa diavolo…»

Boris si era volatilizzato, in un battito di ciglia era fuggito alla velocità della luce oltre l’ampio portale scomparendo nell’orizzonte innevato del cortile del monastero.

«Sembra abbia ingerito un pacco di zucchero…» borbottò perplesso grattandosi la nuca, subito voltato verso l’altro compagno «Ser tu che di-…sì, ciao Sergey»

Intorno al limite della panca non una, non due, nemmeno tre, ma ben tutte le suore del coro monastico con l’aggiunta di qualche laico avevano circondato quello che in un tempo ormai lontano era stato un compagno di squadra. Allo stesso identico modo di uno stormo di uccellini starnazzanti davanti mamma uccello tornata con la pappa, le suore si erano radunate intorno alla fonte della loro ricchezza.

«Saresti perfetto nel coro!»

«Suor Kristina ha ragione! Certo, dobbiamo sistemare qualcosa ma hai del potenziale!»

«E per la messa di Natale?! Ci pensate?»

«Sarebbe fantastico!»

Ivan sollevò il cellulare immortalando il suo amico ormai plagiato dai complimenti e sfortunatamente incline ad accettare l’invito – seriamente? – impostandola come nuova immagine della loro chat di gruppo, fermandosi qualche attimo a osservare perplesso l’enorme quantità di sticker inviata nella notte da Boris.

«Chissà cosa voleva…vabbè»

Era inutile cercare di capire Boris, con una scrollata di spalle rinominò il gruppo “D'Artagnan e i tre moschettieri” digitando il messaggio di commiato da lasciare ai posteri.

«È con sommo rammarico che dopo anni di avventure» sussurrò a tempo con le dita sulla tastiera sghignazzando tra un passo ballerino e l’altro nella navata «Salutiamo il nostro Aramis ormai diretto a prendere i voti, possa il suo vocione allie

Il tono perse vigore e il pollice premette erroneamente invio lasciando il messaggio incompleto e Ivan nel panico assoluto. Suor Agata e la sua consorella si erano ferme al banco di Yuri ancora profondamente addormentato, intente a parlargli di qualcosa che avrebbe richiesto risposta.

Boris era andato, Sergey non coglieva il suo messaggio d’aiuto mimato.

«Dannazione Yuri, proprio oggi dovevi andare in coma»

Al braccio di suor Agata adagiato sulla spalla di Yuri, Ivan d’istinto saltò come una scimmia sulla panca. Il rimbombo rimbalzò in tutta l’acustica della chiesa così come il vaso di fiori volò dalla parte opposta andando miseramente in frantumi.

«Ivan!» nessuna fu la sorpresa di udire nel coro anche il rimprovero di Sergey.

L’attenzione di tutti era stata diretta su di lui.

«Scusate…pensavo di aver visto un topo»

«Un topo?! Dove?!»

«Misericordia!»

«Ci mancava questa!»

«Non bastava l’ex monastero Vorkov infestato?!»

Ivan ignorò l’occhiata omicida di Sergey concentrandosi su due occhi azzurri spaesati finalmente puntati su di lui. Yuri l’osservava completamente intontito, con una macchia rossa in fronte laddove era stato poggiato tutto il tempo, alla ricerca di spiegazioni mentre tutto intorno alleggiava l’alone di panico tra piedi battuti sui cocci di ceramica, segni di croce e gridolini isterici.

«Ivan si è sbagliato…giusto Ivan?» il sibilo di Sergey attirò la sua di attenzione, nello stesso momento in cui le due suore accanto a Yuri reclamarono una risposta sul discorso fatto precedentemente a cui il suo capitano si affrettò ad annuire «Giusto?»

Era difficile non notare la minaccia velata di morte nel caso avessero dovuto far chiudere anche quella struttura a causa dei topi.

«Sì, sì, giusto…scherzi del sonno»

La badessa per nulla contenta assottigliò gli occhi spingendolo a deglutire una seconda volta nell’arco della giornata appena iniziata. L’idea di fare casino gli si era ritorta contro. All’ordine di sistemare il danno appena creato, saltare l’ora di pausa per poi dedicarsi anche per quel giorno a spalare la neve nel cortile insieme a Yuri avrebbe voluto mettersi a urlare, magari facendole credere di essere posseduto. Invece, Ivan non riuscì nemmeno ad aprire la bocca per replicare che la donna a passo veloce si era già allontanata, diretta otto file avanti a dettare ordini a destra e a manca.

La disperazione di altre dodici ore come spazzaneve sembrò nulla se confrontata a quella riflessa negli occhi di Yuri, bianco come un cadavere, ancora inginocchiato con lo sguardo fisso sulle suore stranamente allegre, troppo allegre, fino a poco prima ferme accanto a lui e ora trotterellanti verso la sacrestia. Yuri era il ritratto della paura. La manifestazione di un’emozione che nemmeno nei momenti peggiori della sua infanzia aveva visto su quel volto di ghiaccio.

«A cosa ho appena detto sì?»

Ivan avrebbe voluto rispondere con una rassicurazione, magari anche una piccola spiegazione e minimizzazione del danno. Il filo di voce uscito dalla bocca di Yuri era stato così fuori luogo. Lui però non aveva ascoltato una singola parola del discorso che gli avevano fatto, tutto quello che poteva fare era scrollare le spalle e dargli a malincuore il colpo di grazia.

«Oggi dobbiamo spalare la neve»

 

 

Note:

* L'Inno di Akathistos è considerato l'inno più famoso della liturgia ortodossa, le frasi recitate e quelle cantate sono prese da lì (grazie Alessia per l’aiuto ) ed anche se siete alla fine, vi consiglio di rileggere o ripensare al capitalo avendo ben in mente questo canto come sottofondo (link) .

Volevo rispettare una tabella di marcia ma tra tosse, raffreddore, tonsille e chi ne ha più ne metta la tabella è andata a farsi benedire (queste allusioni religiose mi stanno facendo male), quindi il secondo capitolo giunge in ritardo ç.ç

Cosa accadrà nel prossimo capitolo?
Scopriremo a cosa ha detto “sì” Yuri? Ivan sopravviverà ad un’altra giornata di lavori? Boris scaricherà tutte le energie? Il nome della chat di gruppo troverà pace?
Per questa ed altre risposte ci sentiamo l’anno prossimo!

Auguro buon anno a tutto il fandom
Sperando sia migliore di quello appena trascorso…

 

Aky

 

 

 

Questi personaggi non mi appartengono, ma sono proprietà di Takao Aoki, questa storia è stata scritta senza alcuno scopo di lucro

 

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Capitolo 3
*** 24 dicembre ***


Christmas adventure

24 dicembre

 

 

We wish you a merry Christmas

We wish you a merry Christmas

We wish you a merry Christmas

And a happy new year.

La musichetta natalizia risuonava da ore nel refettorio semideserto, dallo stereo messo a disposizione da suor Orsola dopo mille raccomandazioni. L’incentivo utilizzato dalle donne del monastero per trasmettere un briciolo di atmosfera natalizia ai quattro musoni.

«Hai più capito a cosa hai detto sì?»

Ivan lo chiese sollevando con cautela la palla di vetro soffiato al ragazzo seduto cavalcioni in cima alla scala. Erano passati tre giorni dall’incidente in chiesa e il suo capitano non aveva ancora smesso di darsi pace.

«No»

Yuri posizionò l’ornamento sul ramo dell’albero facendosi sfuggire un sospiro sia per l’ultimo oggettino di vetro portato in salvo senza danni sia per l’inconcludente indagine a cui si stava dedicando. Era impossibile sperare di ottenere informazioni senza ammettere esplicitamente di non averle ascoltate poiché troppo impegnato a dormire, soprattutto quando erano tutte in fibrillazione per l’arrivo di un gruppo di suore italiane. Una specie di scambio culturale almeno così credeva lui, qualcosa che non accadeva spesso e che aveva costretto tutti loro a sistemare le stanze preparate già da settimane, quelle in cui non avevano nemmeno pensato di farlo soggiornare nell’attesa del lieto evento. No, meglio il cubicolo con la Madonna.

«Probabilmente era una sciocchezza» si intromise Sergey poggiandosi momentaneamente al manico di scopa vicino ad uno dei tavoli apparecchiati «E voi vi state fasciando la testa inutilmente»

«Voi…tu ormai non fai più parte della squadra?

«Ivan»

«Dai Yuri lo sai che ho ragione, sta sempre dalla loro parte»

Sergey lasciò cadere il discorso con uno scuotimento del capo, riprendendo a spazzare il pavimento in pietra tra borbottii incomprensibili facilmente intuibili. Ivan alzò il dito medio, Sergey sollevò lo sguardo, Ivan fischiettò la canzoncina di sottofondo sparendo in corridoio prima di essere raggiunto dalla scopa volante.

Yuri sospirò nuovamente tirando via l’elastico dallo chignon disordinato da cui le ciocche continuavano a sfuggire, in attesa del nuovo pacco di decorazioni che Ivan per istinto di sopravvivenza era andato a cercare nello sgabuzzino simile a Narnia.

Incominciava a detestare i suoi capelli.

Le suore erano state irremovibili al suo arrivo, nella struttura monastica non avrebbe potuto girovagare con i consueti due corni all’insù come il demonio. Il suo categorico rifiuto per quelle associazioni ritenute idiote e quelle imposizioni a cui dover sottostare – che aveva ingenuamente creduto un lontano ricordo – erano venute meno all’idea di vedere in strada i suoi compagni a causa sua, oltre che per le forbici tirate fuori da chissà dove. Erano bastate quelle e il velato suggerimento a un rasoio elettrico per scendere a patti: lui li avrebbe legati in altri modi e loro non avrebbero dovuto rompere ulteriormente.

Le dita si strinsero attorno all’estremità della felpa.
Sarebbe bastato poco per liberarsi dello stress e la presenza di quelle maledette suore.

Una singola chiamata.

«Perché non volevi chiedergli un favore» non c’era stata alcuna accusa, la voce era stata volutamente mantenuta bassa per evitare che sentisse Sergey «Te lo si legge in faccia a cosa stai pensando»

L’osservazione pacata di Ivan spezzò la linea dei suoi pensieri riportandolo alla realtà. Il compagno era rientrato silenziosamente, posizionandosi nello spazio sotto la scala, in linea diretta con il suo viso per mostrargli un sorrisetto appena accennato e la composta espressione onnisciente volutamente taciuta. Yuri non si era accorto di aver stretto i denti finché non li aveva allentati per espirare.

«Al tuo posto non l’avrei fatto nemmeno io» l’aggiunta leggera di Ivan accompagnò i piedi issati sul terzo gradino da ambo i lati della scala per sollevarsi verso di lui «Stiamo pur sempre parlando di Hiwatari»

La perspicacia di Ivan era un’arma a doppio taglio.
Se da una parte svolgeva il lavoro sporco dando un nome all’elefante nella stanza che li accompagnava da ormai due settimane, dall’altra metteva in evidenza l’origine di tutti quei tormenti mentali. Yuri per un capriccio personale non aveva chiesto ospitalità a Hiwatari. Era stato impossibile per il suo orgoglio accettare il comportamento tenuto dall’altezzoso ex compagno durante il terzo campionato e il conseguente voltafaccia con lui incosciente.

«Ivan, ti ho costretto a condividere la stanza con una suora»

«Perlomeno non russa come Boris»

Yuri accettò come segno di pace il passaggio di una campanella dorata estratta dalla nuova scatola, l’angolo delle labbra premuto nella guancia in un mezzo sorriso abbozzato. Ivan aveva nascosto quello che pensava realmente. L’aveva sentito più di una volta lamentarsi del rosario recitato in piena notte, del profumo di naftalina di cui era impregnata la stanza, del cellulare che non poteva usare dopo le ventuno a causa della luminosità dello schermo che infastidiva la donna, delle parabole spacciate per favole della buona notte. Ivan era stato quello più sfortunato fra loro in quel soggiorno, l’unico che avrebbe potuto veramente rinfacciargli la sua scelta mancata. Eppure, continuava a stare dalla sua parte.

Ivan aveva altre prede.
La voce l’aveva alzata intenzionalmente sull’ultima frase.

«Io non russo, sono russo» puntualizzò il vocione scorbutico del nuovo arrivato alle sue spalle, sopraggiunto senza un minimo di grazia, i capelli disordinati, la giacca strappata e la pala sporca di neve strusciata malamente sul pavimento «E poi mantengo in allenamento le narici»

«Potresti mantenere anche l’ordine, avevo appena pulito!»

«Sergey cosa vuoi che me ne freghi delle tue ramazzate» ribatté Boris ricadendo su una delle panche, la schiena e i gomiti poggiati rudemente sul tavolo apparecchiato alle spalle, in faccia i segni della lite intercorsa con il gatto nel cortile «Sono stanco, ho spalato in un giorno tutta la neve che quei due non sono stati capaci di togliere nel triplo del tempo»

«Ma sentitelo, povero piccolo Bobo… costretto a lavorare»

«Taci lurido nano, lo so che è colpa tua»

Ivan arretrò contro l’albero di Natale premendosi le mani sulle guance, la bocca comicamente spalancata in un urlo inorridito silenzioso. Il volto ruotato lentamente prima verso Sergey rimasto perplesso vicino la porta dove era andato a contemplare la scia nevosa – che si estendeva finanche in tutto il corridoio e probabilmente partiva dall’ingresso – poi verso Yuri sopra di lui che volutamente evitava di voltarsi e accorre in aiuto di Boris.

«Tu e la tua stupida scusa della caviglia slogata»

«Boris, così ferisci i miei sentimenti, io mi sono fatto davvero molto male» balbettò rattristato il ragazzino sventolandosi in modo appariscente gli occhi da cui non usciva una lacrima «Suor Agata non ti ha detto di trattarmi meglio? Così ferisci i miei sentimenti…devi placare la rabbia e aprire il cuore ai tuoi compagni»

Ivan per un soffio evitò la pala scagliata contro di lui, abbassandosi in tempo per farle centrare l’albero che tintinnò pericolosamente. Yuri ruotò lentamente il collo senza proferire parola, un’occhiata gelida che valeva più di mille parole.

«Ma vi siete fissati?! Non sono il vostro tiro al bersaglio…»

«Sei peggio del gatto che si è fottuto il mio spuntino»

«Quale gatto?» chiese perplesso Sergey cercando uno straccio asciutto nel carrello delle pulizie senza esito positivo «Soprattutto, quale spuntino se qua è già un miracolo mangiare qualcosa a pranzo e cena!»

«Uno spuntino»

Sergey rinunciò alla ricerca mettendo le mani sui fianchi, in una posa solitamente assunta da colui che in quel momento se ne stava infischiando di tutto e tutti, ligio a sistemare le ultime decorazioni con l’espressione di chi quel discorso l’aveva già fatto, sentito e vissuto.

«Boris»

«Sergey»

I due si fissarono intensamente per svariati secondi. Il primo assottigliò gli occhi, l’altro spazzolò via la neve dai vestiti. Il piede di Sergey cominciò a battere ritmicamente sul pavimento, Boris si infilò spudoratamente in bocca una gomma da masticare.

«Non ci credo, hai rubato nella dispensa!»

«Rubato ora, che esagerazione» masticò svogliatamente stravaccandosi contro il tavolo, le gambe sgraziatamente incrociate sulla panca del successivo «Ho salvato dal secchio della spazzatura delle povere ciambelle prossime alla data di scadenza»

«Quando?»

«Cosa?»

«Quando sarebbero scadute?»

Boris fece scoppiare un palloncino gommoso proseguendo a masticare sfacciato, la coda dell’occhio diretta a osservare i movimenti del capitano che sembrava non stare ascoltando la conversazione. Apparentemente.

«Il ventinove novembre…»

«Ma è già passato»

«…del prossimo anno»

Sergey lasciò ricadere le mani lungo i fianchi completamente avvilito, borbottando «Un ladro, abbiamo un ladro in squadra» a cui Yuri annuì tra sé impercettibilmente, indeciso tra un fiocco rosso e uno dorato. Boris roteò gli occhi pulendosi le unghie sporche di terra con uno dei coltelli del servizio buono preso dal tavolo mentre Ivan alzò il volume della canzone successiva.

«Questo succede quando si perde la retta via» urlò Ivan per sovrastare la musica a palla, trotterellando allegramente nuovamente vicino al trio «Vedi Boris, tu hai il maligno dentro di te, la prova è la rabbia che covi, ti fa male, ti logora…ti spinge ad agire d’ istinto, come con la pala prima, scagliata contro di me povera anima innocente… potevi fare un disastro» continuò incurante balzando agilmente su ogni gradino della scala per frapporre una buona distanza, enfatizzando ogni perfetta giravolta della caviglia «Pensa alle parole di suor Agata! Quella donna ancora disposta a convertirti»

«Eppure non mi sembrava avesse bevuto…» mormorò perplesso Sergey alla contorta acrobazia simile a una capriola compiuta da Ivan per mettersi seduto in cima.

«Le ricordi Boris?! Eh?... Noi meritiamo affetto! Tu devi amarci Boris! AMACI!» Ivan quasi lo gridò sull’orlo del pianto mal celando il sorriso malefico, atteggiandosi infine a corto di fiato con le due dita benedicenti nell’aria ad uno dei sacerdoti di quel posto «Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra…così come, quando qualcuno ti fa un torto non devi vendicarti ma accettarlo e andare avanti, invitandolo a compierlo di nuovo»

«Te la rompo io l’altra guancia…insieme alla caviglia»

«Suor Agata non ha detto proprio questo…» commentò piattamente Sergey frugando nel taccuino in cui la suora gli aveva chiesto in più occasioni di prendere appunti.

«Dannazione Sergey, tu ancora gli vai dietro?!»

Ivan schiena contro schiena con Yuri in cima alla scala a centro stanza portò le mani al petto fingendo un singhiozzo, aumentando la rabbia inesplosa di Boris non ancora saltatogli addosso per la sola presenza di Yuri. Non era di certo salito sulla scala solo per gustarsi il panorama. Yuri non avrebbe permesso che venisse sfiorato nemmeno con un dito.

«Misericordia! Voi ancora qui siete?!»

Suor Agata non era altro che una povera donna sulla cinquantina, colpita da artrite, reumatismi, colpo della strega, asma e qualunque altra patologia cronica potesse esistere in un libro di medicina di cui a detta di Boris faceva da testimonial. Un concentrato di problemi giunto in volata sulla soglia della stanza.

So this is Christmas

and what have you done

«Purtroppo» aveva sussurrato mestamente Ivan.

«Così pare» aveva risposto svogliatamente Boris.

«Suor Agata attenzione!» aveva urlato prontamente Sergey precipitandosi da lei.

La sfortunata suora era scivolata all’imbocco del corridoio, sulla scia bagnata che Sergey non aveva fatto in tempo a pulire, fortunatamente afferrata al volo dal robusto ragazzo che per evitarle la rottura di un osso le aveva attutito la caduta fungendo da cuscino.

Another year over,

a new one just begun

«Misericordia!» sbiasciando riversa sul pavimento e con agilità inesistente la suora si rimise in piedi aiutata da Sergey, il velo di traverso e l’andatura traballante «Dovevate finire di addobbare la stanza un’ora fa!» in uno sventolio di vesti per la corsa, non contenta di essere appena scampata alla perdita dell’osso sacro, si avvicinò all’albero su cui mancavano gli ultimi ritocchi «Cosa avete fatto finora?! Le suore italiane saranno qui fra poco!»

«Ah non guardi me, io ero a lavoro fuori»

«Ecco noi…Boris mi ha minacciato! Vuole spezzarmi le gambe!»

Ivan assunse la sua migliore aria da cucciolo bastonato puntando improvvisamente il dito verso il compagno di squadra alle spalle della suora, già in piedi e pronto ad ucciderlo. Lo sapevano entrambi che era una battaglia impari, la suora avrebbe creduto ad una sola persona.

And so this is Christmas
I hope you have fun

«Boris! Non posso certo dire di meravigliarmi del tuo comportamento da galeotto, ma questo… Ivan si è già fatto male la caviglia! Un po’ di buon cuore per l’amor del cielo!»

Ivan ghignò mellifluo alle spalle della suora, il mento alzato per ostentare quella superiorità altresì mancante in un faccia a faccia. La sua compagna di stanza lo avrebbe creduto innocente anche con un coltello insanguinato stretto in mano dinanzi a un cadavere.

«Ha provato a picchiarmi con la pala…»

«Con la pala?!»

«Non è assolutamente vero!»

«Ah no…e allora dov’è la tua pala?!»

Lui era il piccolo e indifeso bambino circondato da selvaggi, quello da difendere dalla cattiva influenza di Boris, dal brutto carattere di Yuri e…null’altro, contro Sergey non era stata mossa alcuna critica per tenersi stretto il prodigio canoro. Certo, non tutte lì la pensavano allo stesso modo, soprattutto la badessa che ancora non gli perdonava il vaso distrutto in chiesa, ma suor Agata, lei lo avrebbe difeso a costo della vita. Le preghiere che era stato costretto a recitare forzatamente ogni notte con lei avevano finalmente mostrato la loro utilità.

«Mi è scivolata da mano»

«Volata via da mano vorrai dire»

Boris assottigliò gli occhi mimando con le labbra l’annuncio di ogni tipo di tortura esistente al piccolo truffatore che per fare ancora più scena si era aggrappato alla felpa del capitano, fingendo una dose di spavento che sfortunatamente non poteva fargli provare appieno.

«Ora non inventarti le cose raz-…piccolo Ivan»

The near and the dear one
The old and the young

 

«Boris, devi imparare a gestire la tua rabbia»

«E lei a non credere a tutto quello che dice quel demonio»

«Boris! Ivan è un povero bambino sfortunato»

«Sì certo e io sono Dio»

«Blasfemia!» gli urlò contro la donna sollevando la croce.

«Cribbio» sibilò Boris massaggiandosi le tempie, maledicendosi nuovamente per la scelta sbagliata di parole «Ma dico, le sembra normale che uno con la caviglia rotta stia su una scala!?»

«Sarà scappato lì a causa della tua forza bruta»

«Ma lo vede?!» gli sbotti sovrastarono le dolci note musicali di sottofondo inframmezzate dai tintinnii delle palline che nell’attesa Yuri aveva cominciato a riposizionare «S-c-a-p-p-a-t-o, lo dice anche lei!»

Sergey interdetto cercò lo sguardo del suo capitano senza riuscire a incrociarlo. Yuri aveva serrato la bocca fino a farla sbiancare ponendo tutta la sua attenzione sulla lucidatura di una pallina presa a caso dall’albero, completamente estraneo al delirio in corso. Ivan invece…Sergey sospirò affranto prendendo in mano il cellulare, il selfie che il ragazzino aveva appena scattato poteva significare solo una cosa. Il loro gruppo telegram aveva nuovamente cambiato nome. Qui, Quo, Qua, Paperino e lo zio Paperone addormentato. L’immagine circolare mostrava un ciuffo di capelli cremisi nell’angolo, un sorridente Ivan in primo piano, alle sue spalle la suora – non inclusa - in lite con Boris e lui sconfortato sullo sfondo in compagnia di uno sticker con la faccia dormiente di Hiwatari.

In futuro avrebbe dovuto ricordare ad Ivan di rimuovere quella foto nel caso avessero pensato di aggiungere Kei per qualsivoglia ragione.

A very merry Christmas

and a happy new year

«Direi che puoi ritenerti soddisfatto, ho fatto un ottimo lavoro…voglio dire, Boris ha fatto un ottimo lavoro al posto nostro nel piazzale esterno» la vocina melliflua di Ivan solleticò l’orecchio di Yuri spingendolo a passare la lingua tra le labbra per non ghignare spudoratamente «La tua vendetta è compiuta…anche se non ho ben capito per cosa fosse»

«Nulla di importante, sei stato un ottimo attore»

«Modestamente» ribatté il piccoletto mimando con le mani una riverenza che Yuri colse di sfuggita con la coda dell’occhio, finalmente voltato ad osservare la lite sottostante «Ai tuoi comandi mio capitano»

Let's hope it's a good one

Without any fear

«Ivan lo ha fatto apposta per non spalare la neve!»

«Ora gli dai anche del bugiardo?!»

«Ivan è un bugiardo!»

Sergey si massaggiò la nuca non sapendo chi fermare per primo, da quando stavano in quel monastero sembravano tutti impazziti. Boris aveva incominciato ad avere quegli improvvisi scatti di rabbia con le suore, Ivan sembrava comportarsi come il jolly che utilizzava sempre durante le partite a scala quaranta con suor Gertrude, a loro due aggiungeva Yuri che quel mattino aveva sorpreso a parlare con la tavola dipinta della Vergine… l’unico sano di mentre restava lui. Il suo posto da corista nella liturgia tanto deriso sembrava il risvolto più normale.

«Tu hai paura Boris, paura di restare solo per tutto l’amore che Ivan è in grado di attrarre»

«Ma quale paura e paura! Le ripeto, Ivan è il demonio» Boris si batté una mano in fronte per la frustrazione, la suora lo guardava in cagnesco, Ivan lo prendeva in giro a distanza, Yuri sembrava trovare interessante i pelucchi della felpa e a Sergey mancavano solo i popcorn in mano «Ma io perché sto litigando con una suora?!»

Ivan affondò i denti nelle labbra per non ridere apertamente, adagiandosi maggiormente contro la schiena di Yuri. La scala li conteneva a malapena, un movimento sbagliato ed uno dei due sarebbe finito di sotto. Per lui era ancora troppo prematuro rientrare nel raggio d’azione di Boris. Soddisfatto, sistemò meglio i piedi sui pioli contrapposti fermandosi perplesso a contemplare le braccia al piccolo bagliore intravisto nel movimento, un flash simile ad un lampo. Il maglione non aveva nulla di riflettente…e non puzzava, stabilì col naso arricciato annusando l’aria.

And so this is Christmas

For weak and for strong

Al secondo flash ruotò la testa verso destra aumentando gradualmente la grandezza dei suoi occhi, la mano improvvisamente stretta attorno all’avambraccio di Yuri strattonato per richiedere attenzione.

«Ivan, cosa c’è?»

Il ragazzo non rispose, l’intensità della presa aumentò sotto le dita e Yuri si ritrovò in posizione contorta a specchiarsi nelle iridi violacee. Il pomo d’Adamo s’alzò e abbasso, Ivan mosse le labbra senza emettere un suono “abbiamo un problema”.

For rich and the poor ones

The world is so wrong

«Questo è invece il refettorio» la badessa indicò la sala alle suore italiane sopraggiungendo sulla sinistra «Loro invece sono eccezionalmente nostri ospiti, gli splendidi ragazzi di cui vi ho parlato»

Boris sollevò scettico un sopracciglio alle pallide maniche rachitiche poggiate sulle sue spalle, fredde come la morte. La badessa era corsa al suo fianco appena aveva provato ad aprire la bocca per salutare, sfoggiando un sorriso che non le aveva mai visto in due settimane.

«Lui è Boris» strattonato veemente si ritrovò ad annuire chiedendosi se le sedute psichiatriche che gli avevano consigliato non servissero invece alle donne di quel posto, suor Agata l’aveva afferrato in egual modo dall’altro lato «Ligio alle regole e al dovere, un esempio per tutti»

Boris? Ligio alle regole?
Sergey alternò confuso lo sguardo dal trio al gruppetto di consorelle.

«Instancabile lavoratore» tubò suor Agata provando a dare un ordine ai caotici capelli argentei con la scusa di carezze d’apprezzamento «Sapete, è merito suo la pulizia del cortile»

«Non perde occasione per aiutare i suoi compagni» aggiunse la badessa strappando con un movimento fulmineo il coltello dalle mani del ragazzo «Anche ora, nonostante la fatica stava aiutando a… a» la risatina platealmente forzata riempì gli attimi in cui la donna cercò un senso alla posata brandita come arma «…a tagliare e sistemare le decorazioni in cartapesta, vero Boris?»

Quale cartapesta?

«Io non-» le cortissime unghie della badessa gli si conficcarono nel collo mentre lei gli ripeteva la domanda con una paralisi facciale; Boris sorrise forzatamente, non gli bastava Yuri con i suoi tic da psicopatico a tormentargli l’anima, ora aveva anche la badessa «Io non saprei proprio cosa avrei fatto fuori di qui, adoro alla follia essere qui, che posto meraviglioso»

And so happy Christmas

For black and for white

«Senza contare Sergey, il nostro prezioso soprano!»

Il duo religioso virò all’improvviso verso il ragazzo biondo a cui venne strappata via di mano la scopa – lanciata verso Boris che l’afferrò al volo per non beccarla in faccia –, mastodontico rispetto alla statura delle due donne. A detta di Boris il proprietario dell’emporio dell’usato in fondo alla strada avrebbe dovuto chiedere aiuto a quelle due per migliorarsi gli affari, sembravano pronte a venderli e imbarcarli sul primo volo diretto in Italia.

«Le nostre amiche italiane non vedono l’ora di sentirti»

«Gli abbiamo parlato tanto delle tue doti canore» continuò la badessa, questa volta senza alcun accenno di forzatura negli elogi da rifilare, assumendo un’intonazione addolorata «Sapete care sorelle, questi ragazzi hanno vissuto per anni in un monastero guidato da un folle che da tempo aveva smarrito la dritta via della ragione e della religione…un mostro, un vero mostro, solo l’inferno potrà accoglierlo» si interruppe per un breve segno di croce e quella che presumibilmente era l’estrema unzione a Vorkov «Era nostro dovere ospitare qui questi angeli innocenti, salvarli e aiutarli a crearsi un futuro, perdonare i loro sbagli, accettare i loro errori…sono pur sempre ragazzi a cui è stata strappata via l’infanzia»

Sergey si schiarì la gola, per nulla a suo agio con tutti quegli occhietti compassionevoli puntati su di lui. Boris maciullò sprezzante la gomma ormai privata del dolciastro sapore di fragola, annotandosi mentalmente tutte le bugie colossali che le suore stavano continuando a rifilare, non sulla loro vita schifosa vissuta alle dipendenze di Vorkov, per quello le donne avevano sempre mostrato fin troppa empatia e una discreta dose di odio verso il monaco che faceva presupporre altri problemi avuti in passato con l’uomo. No, la badessa e suor Agata avevano cominciato a dare libero sfogo alla loro più fervida immaginazione sulla loro integerrima condotta. La regola “non mentire” sembrava non valere per loro. Suor Orsola il giorno prima gli aveva dato del cinico irrecuperabile con il supporto di tutte, ora era diventato un ospite ossequiente e benevolente, leggermente esuberante per la sua età adolescenziale. Sergey era stato trasformato nella reincarnazione di un qualche santo, povero, devoto e rispettoso del luogo, pronto a mettersi in gioco per la sua fede e convertire il prossimo, cioè lui, con la sua pazienza e il suo amore per tutte le creature. Le stesse suore italiane avevano nominato entusiaste un certo santo di nome Francesco come metro di paragone.

Poi era giunto il turno di Yuri…il suo capitano era stato descritto come l’apoteosi del buon samaritano. La badessa aveva elogiato il suo desiderio di convertire il monastero in orfanotrofio, la bellezza del gesto e se Boris non avesse visto quanto fossero rompiscatole con lui ogni singolo giorno avrebbe quasi creduto fossero sul punto di adottarlo in segreto. Ma, non poté fare a meno di sorridere amaramente all’espressione costernata delle suore straniere. Ironicamente, l’unica descrizione veritiera su di loro era parsa gonfiata.

«Yuri! Vieni giù che ti presen

For yellow and red ones

let's stop all the fights

«Via!»

L’urlo sguainato di Yuri riempì la sala sovrastando la musica. Lui e Ivan erano saltati improvvisamente giù dalla scala in direzioni differenti, atterrando rispettivamente dinanzi alla badessa sconvolta e nello scatolone vuoto delle decorazioni.

«Si allontani da qui!» rimarcò Yuri precipitandosi a perdifiato verso l’arco d’accesso alle cucine mentre Ivan ribaltatosi con lo scatolone cercava di liberarsi dalla trappola di cartone sotto la quale era finito «Tutte dovete andare via! Faccia allontanare le sue amiche! Go away, now!»

«Yuri cosa ti pre

«Signore benedetto! Al fuoco! Al fuoco!»

Boris che aveva accennato i primi passi in direzione di Yuri – giusto per capire quale strano nervo fosse scattato nella testa del capitano per cominciare a parlare come Mizuhara – arrestò il movimento voltandosi di scatto verso l’albero. Poco distante dalla base, laddove erano ancora visibili i nastri afflosciati dal suo lancio precedente, in mezzo alle fiamme, la pala fonte di ogni disgrazia giaceva indisturbata.

Porca paletta.

«Sorelle fuori! Fuori! Fuori!» gridò agitando le braccia nell’aria.

«Ivan non ti avvicinare! Potresti bruciarti!»

«Suor Agata stia lontana lei dalle fiamme!»

La neve disciolta era finita sul filo delle luci, precisamente sull’apparecchietto che ne regolava l’intermittenza mandandolo in cortocircuito, le scintille avevano colpito una delle decorazioni in stoffa innescando l’incendio. Le fiamme progredivano ingrandendosi a dismisura, sempre più ad ogni battito di ciglia e Boris si sentì vagamente più morto che vivo.

A very merry Christmas

and a happy new year

«Per tutti gli dèi del cielo!»

«Ma non erano monoteiste?»

«Boris non mi sembra il momento per queste domande!»

Sergey lo zittì perentorio lanciando elegantemente via la sua giacca come il supereroe di uno dei film preferiti di Ivan. Boris cercò di comprendere il senso del gesto restando a contemplare a braccia spalancate ancora più costernato l’incredibile velocità con cui la tovaglia era stata strappata via dal tavolo. Sergey aveva compiuto un movimento fulmineo, lasciando tutte le numerose stoviglie perfettamente integre al loro posto.

Una magia.

«Signore, vi prego di arretrare!» facendo perno sul piede destro Sergey ruotò su sé stesso ricordando vagamento un torero insieme alla tovaglia rossa agitata nell’aria mentre suor Orsola e il suo atteggiamento da generale nazista mancato si univano alla festa «Ci penso io! Allontanatevi»

Ivan afferrò lo scatolone prima di vederlo incenerito, spostandosi appena in tempo per non essere investito da Sergey deciso a soffocare le fiamme come il migliore Highlander in circolazione. Immemore di non essere altrettanto immortale.

«Suor Orsola porti le nostre ospiti al sicuro!»

«Nein! Io aiutare te a spegnere incendio!» rispose la suora alla badessa delegando l’incarico ad un’altra donna sopraggiunta dal corridoio, il velo strappato legato attorno alla testa come una fascia e la scopa agitata come una katana «Per onorare onore di grande madre patria Russia, non posso scappare, JA!»

Nessuno dei presentì osò ribattere la sua nazionalità appartenente ad un altro Stato o l’inutilità di avere una scopa con il manico ligneo in prossimità di alcune fiamme. Suor Orsola era diventata stranamente intrattabile ad inizio settimana dopo aver alluso ad un furto di cui non aveva voluto chiare il contenuto, mai più ritrovato. Per le sue compagne lasciarla a dirigere le truppe – le suore – sembrava la scelta più saggia, un modo per farle digerire l’arrabbiatura.

«Ma possibile non esista un estintore?» mormorò Ivan accaldato guardandosi intorno alla ricerca dell’isperato oggetto rosso, la mano strofinata sulla guancia bruciacchiata, gli occhi spostati a destra, a sinistra, di nuovo a destra, questa volta più lentamente fino ad arrestarsi con orrore sulla peggiore delle scene «No! Boris non sei in grado di farlo!»

Let's hope it's a good one

without any fear

Il grido di Ivan raggiunse il destinatario in ritardo. Boris affascinato dalla prodezza di Sergey con un gesto deciso aveva strappato via la tovaglia a scacchi bianchi e rossi senza riuscire ad eguagliarne la tecnica. Il tempo era sembrato scorrere a rallentatore, sospendersi negli istanti in cui tutti gli occhi degli astanti erano stati rivolti al soffitto. Ivan aveva coperto d’istinto la bocca. Suor Orsola aveva deformato le sue labbra in un nein espressionista. Suor Agata aveva seguito le urla terrificanti delle sorelle incurante della direzione intrapresa dal velo. La badessa aveva sollevato la tonaca a mo’ di conca sgambettando per recuperare quanti più oggetti possibili dalla distruzione. Piatti, bicchieri, brocche, bottiglie e posate erano finiti a volteggiare sulle loro teste, leggiadri, rotanti a tempo con la musica, riflettenti i bagliori rossastri delle fiamme.

«Sergey! Aspetta! Ti aiuto io!»

Boris giunto a destinazione batté la tovaglia sul falò improvvisato. Il tempo riprese a scorrere normalmente, le stoviglie piovvero insieme sui tavoli, sugli altri piatti, sul pavimento, in testa alle suore. Una forchetta finì per colpire in fronte Ivan, un coltello si infilzò ai piedi della suora italiana rimasta lì mancandole l’arto per un soffio.

«Suor Agata il suo velo!»

Al richiamo di Ivan i due pompieri improvvisati di comune accordo si divisero i ruoli con un cenno d’intesa. Sergey continuò ad arginare l’incendio ormai propagato ai tavoli e ad una porzione di albero mentre Boris si prodigò allo spegnimento del velo incendiato alla base. La stoffa venne sbattuta con poco riguardo sulla povera suora diventata una trottola, Boris venne aiutato nell’impresa dalla badessa tossicchiante piuttosto indecisa su quale fosse il vero pericolo da fermare, se le fiamme o il ragazzo stesso.

«Dannazione, non si spegne!»

«Boris, le parole!»

«Spostatevi!»

And so this is Christmas

and what have we done

Boris e la badessa si scansarono all’istante lasciando suor Agata unico bersaglio della secchiata d’acqua. Il velo semibruciacchiato ricadde sinistramente sul pavimento, l’anziana donna sbatacchiata in mancanza d’equilibrio finì contro l’albero. Yuri strinse a sé il catino vuoto tra le braccia salutando internamente le sue ultime ore di lavoro e la sua vita.

«Alberoooo

L’avviso di Ivan accompagnò il volo all’indietro dell’imponente albero di Natale, le palline di vetro si frantumarono sul pavimento, i nastri colorati collegati alla stella in cima trascinarono con sé tutta l’impalcatura decorativa della sala. Yuri si morse l’interno labbra precipitandosi a prendere altra acqua, esortando Ivan a fare lo stesso per lasciare un attimo di pace alla badessa e i suoi ampi sospiri mentre tutto intorno prendeva forma la totale distruzione. Lui conosceva fin troppo bene quei tentativi di controllare la collera, li viveva ogni singolo giorno.

Sergey rinunciò ad usare la tovaglia ormai annerita passandosi un braccio sulla fronte sudata, incapace di metabolizzare tra un colpo di tosse e l’altro la messa in scena di un disastro fin troppo simile al film comico natalizio visto la sera precedente. Boris, al contrario, aveva ancora fin troppa energia. La pacca poco delicata sulla spalla per poco non l’aveva fatto schiantare contro la fiamma.

«Non ci credo!» l’euforia a malapena celata negli occhi estasiati lo indussero a strofinare le sopracciglia per evitare strozzarlo «Le suore hanno i capelli!»

In quel momento la cascata d’acqua fuoriuscì dai beccucci antincendio investendoli in pieno.

***

I rintocchi delle campane di mezzanotte echeggiarono nel refettorio distrutto illuminato a tratti dai lampeggianti della camionetta dei pompieri. La badessa tremante, sicuramente non per il freddo, era uscita dalla stanza insieme al tenente della squadra di soccorso intimando loro di sistemare tutto il casino a costo di restare in piedi fino all’alba. L’albero di Natale giaceva sul pavimento puntellato da pozzanghere d’acqua, parzialmente bruciacchiato ed attorniato da cocci e frammenti di ogni genere. Il sistema antincendio era scattato in ritardo per la mancanza di batterie, stranamente assenti al momento del misfatto, ma misteriosamente rinvenute in extremis da Yuri nello stereo utilizzato per ascoltare la musica quando costernato aveva notato la totale assenza di vita nell’apparecchio sul muro.

Suor Orsola aveva ovviamente precisato di non averle prese da lì, le consorelle avevano fatto altrettanto, i ragazzi su cui si erano concentrati tutti gli sguardi d’accusa silenziosi erano rimasti in silenzio. In mancanza di prove la questione era stata accantonata, grazie anche al tempestivo intervento dei pompieri più interessati a riempire le scartoffie ad incendio domato che alle loro dispute interne. Al termine della sfuriata della badessa, seguita da un’occhiata poco tranquilla di suor Orsola che aveva fatto loro accapponare la pelle prima di prendersi cura del gruppo italiano, Yuri aveva contato mentalmente fino a cento per non afferrare un coltello e compiere un omicidio mentre Boris intuendo la possibilità di essere sgozzato si era defilato al capo opposto della stanza in un nanosecondo. Per il bene della sua squadra aveva taciuto la verità. Yuri sapeva benissimo di chi fosse la colpa, aveva chiesto al suo amico quattro volte senza ottenere risposta dove avesse preso quelle batterie quando le altre si erano scaricate. Lui lo sapeva, ma non aveva potuto dirlo alla badessa.

Fuori era notte, nevicava, e loro erano completamente fradici.
Sarebbero morti assiderati se li avessero sbattuti fuori.

«Ho sonno…»

«Ivan, taci e spazza»

Ivan sbuffò sonoramente smuovendo annoiato il cumulo di detriti ai suoi piedi. La scopa era mantenuta svogliatamente con una solo mano, ondeggiante nello stesso punto da destra a sinistra da ormai dieci minuti. Sergey era odioso quando si comportava da generale ma Ivan non aveva nessuna intenzione di contraddirlo, perlomeno non prima di avere nuovamente un capitano pacato e ragionevole, aperto al dialogo.

«Senti Yuri…»

«Non mi parlare!»

Uno dei tavoli fino a quel momento rimasto intatto finì ribaltato con un calcio ai piedi di Boris che saggiamente decise di non continuare e tacere. Sergey come se nulla fosse passò a rialzarlo passandoci sopra uno straccio mentre Ivan optò per spostarsi insieme al suo cumulo di cocci dieci passi più lontano. Yuri a corto di fiato digrignò i denti riprendendo a infilare con violenza gli strati di nastri inzuppati nel saccone nero trascinato in giro per la sala, definito all’unanimità sacca per cadaveri. Ivan poteva comprendere bene tutta quella rabbia, lui per primo avrebbe voluto mangiare finalmente qualcosa di sostanzioso. Le suore avevano annullato tutti i programmi predisposti per la serata – a quanto sembrava in Italia il Natale lo festeggiavano prima – dopo l’incidente, così il cenone tanto agognato era diventato una striminzita cena, loro erano stati lasciati a digiuno e il compito di sistemare la sala era diventato la loro punizione di Natale. Il Natale faceva decisamente schifo.

«Quello che volevo dire…» riprovò dopo alcuni istanti Boris ricevendo in risposta un’occhiata gelida e uno straccio stretto a mo’ di cappio attorno a un pupazzetto natalizio «Lasciamo perdere…sei il solito bipolare»

«Cosa hai detto?»

«Tu lo sai vero che si mi uccidi avrai due braccia in meno per ripulire questo casino?»

«Proviamo» i resti del centrotavola schiantato nel bidone accompagnarono la folle occhiata azzurra e il collo della bottiglia seghettato stretto in mano «Vediamo se impieghiamo di meno con te fuori dai piedi visto e considerato che tutto questo casino è colpa tua!»

Sergey smise di pulire frapponendosi nel mezzo dei due in procinto di avvicinarsi anche se ancora distanti buoni otto metri l’uno dall’altro. Non capiva l’origine di quell’improvvisa rabbia o delle accuse mosse contro Boris ma sapeva per certo che se Yuri avesse perso totalmente il controllo sarebbe stata la fine, non solo per Boris.

«Yuri…dannazione lo sai di non poter vincere se facciamo a pugni»

«Ripetilo»

«Oh, siete ancora qui»

I due litiganti ancora fermi in posizione d’attacco e l’arbitro mezzano voltarono la testa in direzione della sottile voce femminile e il suo russo stentato. Ivan sbatté le palpebre sorpreso alla vista della suora italiana a cui un’ora prima avevano quasi amputato un piede per sbaglio, in piedi accanto al tavolo poco prima vittima dei calci di Yuri.

«La badessa ha ragione ad essere arrabbiata con voi dopo aver visto sfumare tutto il tempo dedicato alla realizzazione di questo incontro. Però, allo stesso tempo, non credo abbiate volontariamente distrutto quello che volente o nolente avete contribuito a sistemare» la bella donna sulla trentina dalla pelle abbronzata e gli occhi scuri come carbone sorrise loro spingendoli con lo sguardo a prestare attenzione alla superfice del tavolo «Non credo che lei apprezzerebbe questo mio piccolo regalo…ma, voi sarete sicuramente occupati con questi lavori forzati per un bel po’e come dice sempre mia nonna: a stomaco pieno si lavora meglio»

Su uno dei vassoi del refettorio c’erano bicchieri, caraffe di latte, un termos di caffè e pacchi di biscotti sconosciuti, scritti in una lingua altrettanto sconosciuta. La donna ampliò il suo sorriso, i denti bianchi perfettamente allineati in contrasto con la sua carnagione, per nulla sorpresa dinanzi alle quattro facce esterrefatte e imbambolate, non dissimili dalla reazione che le aveva preannunciato di ritrovarsi suor Agata.

«Che ne dite? Lo rendiamo il nostro piccolo segreto?»

Sergey constatò che in nessun’altra occasione, nemmeno dinanzi ad un ordine di Vorkov, il loro cenno d’assenso era stato così sincronizzato. La suora soddisfatta aveva abbassato l’indice sollevato sulle labbra scavalcando un mucchio di vetri diretta all’uscita, non attendendo nemmeno un loro grazie o una loro risposta.

Yuri aveva adagiato lentamente la sua arma convenendo che il bustone dell’immondizia fosse il luogo più adatto in cui gettarne i resti anziché mirare al volto delle persone, scambiandosi un’occhiata fugace con Boris. Qualunque cosa i due non si erano detti apertamente a Sergey non fu dato saperlo.

Yuri e Boris avevano preso direzioni opposte prodigandosi alla sistemazione del caos della sala come se nulla fosse successo, lasciando lui lì, fermo sul posto, a farsi domande sulla chiave di lettura per quelle conversazioni non verbali.

Alle volte, davvero non li capiva.

«Oh, mio Dio! Questi qui hanno le gocce di cioccolato e le mandorle!»

Ivan seduto a gambe incrociate sul tavolo smise di masticare sentendosi osservato, il pacco di biscotti in grembo e il bicchiere altezza mento per non far gocciolare il biscotto appena inzuppato. Non si era reso conto di aver decantato la sua estasi ai quattro venti anziché lasciarla nei meandri della sua mente finché non aveva catalizzato su di sé l’attenzione.

«Che c’è? Sono buoni» con una scrollata di spalle noncurante tornò a riempirsi lo stomaco.

Yuri fu il primo a rompere lo stallo di scetticismo accomodandosi compostamente su una delle panche al suo fianco, gli occhi semi chiusi con diffidenza nella contemplazione del biscotto a forma di lupo estratto dalla confezione a chiaro sfondo animale. Ivan si ritrovò a tossire nel bicchiere dal quale stava bevendo, salvato in extremis dal colpo alle spalle di Sergey posizionatosi borbottante alle sue spalle, con in mano ancora la scopa, indeciso se mettersi al lavoro per finire prima o dedicarsi ad uno spuntino notturno in cui affogare i dispiaceri.

Boris invece li aveva oltrepassati con aria assorta, la testa inclinata e lo sguardo volto ad indagare l’imbocco del corridoio. Sergey aveva mosso il capo in una domanda silenziosa, Ivan ne aveva seguito la direzione e Boris era tornato indietro appoggiandosi col sedere al bordo del tavolo. Non sarebbe stato insolito un briciolo di coscienza e gratitudine anche da parte sua, almeno una volta nella vita.
Yuri versò del latte nel bicchiere allungandolo verso di lui senza voltarsi a osservarlo, piuttosto intenzionato a capire perché dalla confezione continuavano a uscirgli solo quadrupedi della foresta e non il cavallo alato simile a un bit power di sua conoscenza che Ivan aveva ingerito qualche istante prima.

«Cosa c’è? Non hai fame?»

Boris abbandonò la sua contemplazione del vuoto alternando lo sguardo dal bicchiere di latte a Sergey che gli aveva fatto la domanda, il tarlo del fastidio graffiante in fondo alla mente.

«Ho voglia si scopare»

«Oh prego, io mi sono stancato»

Boris schioccò la lingua con sufficienza battendo la mano sulla schiena del piccoletto sul procinto di strozzarsi per la seconda volta, gli occhi puntati sulla mano di Sergey stretta attorno alla scopa, tesa verso di lui con la stessa ferma ingenuità spiaccicata in faccia.

Ivan era stato decisamente più perspicace.

«Non hai capito…» ribadì premurandosi di scandire bene ogni singola parola, enfatizzando ogni piccola inclinazione del capo verso il corridoio «Io ho voglia di scopare, di là»

Sergey scosse il capo con aria confusa.

«Ma il disastro sta qua…»

La confusione aumentò notevolmente alla palese espressione compassionevole di Boris e all’ennesima cosa andata di traverso nella gola di Ivan che non si capiva più se stesse tossendo o ridendo. Il botto del vetro sul legno lo spinse a voltarsi impanicato verso Yuri, il manico della caraffa stretto nella mano cianotica e il bicchiere di latte trangugiato come se fosse il miglior cicchetto di vodka in circolazione, riempito e bevuto di nuovo con la stessa enfasi. Un ubriaco pronto a sbronzarsi per dimenticare la più orribile delle immagini.

«Sergey…Sergey…»

Boris lo superò rifilandogli una pacca sulla spalla, il biscotto tra le labbra e un ghigno a deformarne i lineamenti. Lo stava deridendo per qualcosa. Yuri lo seguì con lo sguardo prima di alzarsi circospetto a sua volta, l’ennesimo bicchiere buttato giù con foga prima di essere sbattuto violentemente sul tavolo. Lo stava pedinando per qualcosa.

«Yuri che ti prende?»

«Fidati, non lo vuoi sapere»

Sergey incrociò la breccia per nulla contento.
Ivan aveva ripreso a ridere alla sua richiesta di spiegazioni su cosa intendesse il loro capitano. Boris gli aveva chiesto una scopa ma anziché accettarla e mettersi a spazzare aveva tirato fuori dal nulla l’idea di portare via l’albero distrutto. Yuri al pari di un’ombra era apparso alle spalle di Boris imponendogli il suo aiuto dopo il terzo rifiuto, intenzionato a non lasciarlo solo come il giorno in cui Boris aveva candidamente ammesso di voler mettere fuoco a villa Hiwatari.

Al manicomio, era al manicomio.

La vibrazione nella tasca fece deragliare i suoi crucci facendogli chiedere chi avesse l’ardire di scrivergli in piena notte. Una blanda imprecazione fuoriuscì dalle sue labbra al nome familiare mentre si voltava a guardare Ivan. Il ragazzino colto in flagrante aveva abbassato il cellulare leccandosi le labbra sporche di latte, con in mostra il più falso dei sorrisi.

Il nome e l’immagine della chat erano stati cambiati, di nuovo, sostituiti dalla foto del biscotto inzuppato nel latte con l’albero incendiato sullo sfondo accompagnato da un allusivo “Cronache di un ardente Natale - Il biscotto, la scopa e l'amore non corrisposto”

«Ivan…la tua sta diventando una malattia» borbotto non abbandonando il cellulare, l’attenzione fissa sulle ultime parole di quel titolo strano «Scusa, ma di quale amore stai parlando?»

Ivan ampliò il suo ghigno malefico masticando più lentamente, il bicchiere di latte agitato come il più costoso dei calici di vino d’alta classe e le sopracciglia sollevate in una finta e costernata espressione spaesata.

«Di quello per l’albero di Natale, ovviamente»

 

 

Note:

Sono viva! Per ora.
Lo so, Natale è passato e l’atmosfera non si sente più come prima nella storia ma l’influenza ha deciso di diventare la mia migliore amica e l’aggiornamento è arrivato soltanto ora…tra l’altro il capitolo è uscito anche più lungo del previsto (:O) mmh, devo rimediare con i prossimi xD

In programma ci sono minimo altri tre momenti fondamentali da inserire ma se suggerite qualcosa che potrei riuscire a scrivere, ben venga. In realtà sono anche indecisa se sospenderla e riprenderla a Natale prossimo ma mi conosco, so già che se mi fermo è la fine ç.ç

Per non lascarvi con la malinconia dei miei stessi dubbi, consiglio anche in questo caso di seguire il delirio della seconda metà di questo capitolo con la canzone di riferimento in sottofondo (link). Ah, la follia della malattia cosa comporta XD

Alla prossima blader!

Aky

 

Ps: sì, nemmeno qui abbiamo capito cosa abbia accettato Yuri. >.>

 

 

 

Questi personaggi non mi appartengono, ma sono proprietà di Takao Aoki, questa storia è stata scritta senza alcuno scopo di lucro

 

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