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Autore: DonnieTZ    11/06/2016    3 recensioni
Esiste un sottile velo fra ciò che è materiale e ciò che non lo è, fra la natura e le idee, eppure nessuno dei due mondi potrebbe esistere senza l'altro.
Il velo si è assottigliato tanto da spingere Lootah (mai chiamarlo "sciamano") a ricostruire un'antica tradizione: una cerchia di cinque esseri in grado di mantenere l'equilibrio. Se in passato le cerchie erano molte, la sua missione si rivela invece difficile: fra negromanti rinchiuse in manicomio, vampiri ormai estinti, fate impossibili da reclutare e mutaforma ingestibili, niente sembra andare come aveva previsto.
Soprattutto quando un'energia negativa minaccia di mandare in fumo tutti i suoi piani.
Genere: Dark, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Sono in cinque, seduti attorno al tavolo, immersi nella luce liquida di qualche candela che non serve a contrastare l’oscurità. Le luci elettriche sfarfallerebbero tutto il tempo e Angelica sa che non lo sopporterebbe. Non può vedere la sagoma di Gaia, seduta al buio in un angolo della stanza, ma la consapevolezza che sia lì, da qualche parte, continua ad agitarla.
È pentita di aver acconsentito, ma è troppo tardi per tirarsi indietro. Quelle persone – stupidi incoscienti, pensa – hanno pagato per essere lì, e lei deve arrivare alla fine della nottata. Non c’è modo di scappare.
«Potete parlare, ma solo quando vi faccio delle domande» continua a spiegare, con il suo inconfondibile tono di voce, rauco e annoiato.
Con la lingua, in un gesto istintivo, gioca con l’anello argentato che porta alle labbra, rimpiangendo il tempo in cui faceva male avere quel pezzetto di metallo infilato nella carne. Darebbe qualsiasi cosa per sentire del dolore fisico e realizzare di essere estremamente e innegabilmente terrena, mentre quegli occhi sconosciuti la fissano, soffocandola di aspettative.
Afferra le mani delle due persone al suo fianco, senza troppe cerimonie. I suoi anelli ingombranti – un teschio, un drago, una grossa fascia di metallo – si incastrano a quelli del giovane uomo alla sua destra. Gli riserva un’occhiata dura, come a sgridarlo per essersi agghindato quando lei dovrebbe essere l’unica ad avere quel privilegio. Lui gli rimanda uno sguardo pacato, inondato dal giallo delle fiamme, come se nulla di quanto accade al tavolo lo riguardasse davvero. Una strana sensazione le striscia lungo la spina dorsale, ma lei la ricaccia indietro.
Idiota. Idioti, tutti.
Angelica non chiude gli occhi, non si mette a dondolare avanti e indietro, non emette strani versi; si limita ad allentare il controllo che esercita ogni singolo giorno, si limita a lasciarsi andare, e loro arrivano subito.
Prima qualcosa di vecchio, che si attacca alla pelle come la sensazione di entrare in una stanza piena di libri antichi: carta che marcisce, umidità, puzzo di morte. Di solito le capita quando al tavolo ci sono persone anziane, con una vita lunga alle spalle e molti meno giorni davanti. Non è esattamente una sensazione nuova, ma è più intensa. Come ad accertarsi che non ci sia nessuno che corrisponda alla descrizione, Angelica alza gli occhi sui presenti: iniziano a sentire qualcosa, anche se non sanno distinguere se si tratti di soggezione o paura, ma sono tutti troppo giovani perché si spieghi la forza di quella sensazione.
Presto arriva lo strano formicolio, come un prurito impossibile da localizzare, che migra sull’epidermide. C’è il solito, vecchio terrore ad annodarle le viscere, ma Angelica lo tiene a bada. La sensazione passa dalla pelle alla carne e poi più a fondo, penetrando nelle ossa.
La prima a farsi avanti è una donna. Angelica riesce a riconoscerla come tale perché un’aura materna e confortevole sembra abbracciarla, quando la sua coscienza viene schiacciata in un angolo.
«Vorrei che ti ricordassi di dare da bere alle piante.»
La frase le esce fuori senza che possa controllarla, calma e pacata, così diversa dal tono con cui Angelica parla. Fissa i suoi occhi in quelli di uno degli uomini che ha vicino e, improvvisamente, trova intollerabile il modo in cui se ne va in giro: la camicia spiegazzata, i capelli in disordine, la barba ispida spruzzata di grigio.
«E datti una sistemata, santo cielo. Cosa penserà la gente a vederti così?»
Gli occhi dell’uomo si riempiono di lacrime e Angelica sente il cuore stringersi. Un dolore acuto e reale, che è della donna, ma anche suo. Il dolore di lasciarsi qualcosa alle spalle consapevoli che non ce la farà da solo, che è troppo difficile affrontare la vita, più di quanto non lo sia affrontare la morte.
«Guardami. Puoi farcela, puoi andare avanti.»
«Mi sento così solo.»
L’uomo parla in un lamento ferito, rassegnato, penoso. Angelica, dall’angolo di sé in cui è schiacciata, vorrebbe schiaffeggiarlo, ma la donna che la abita lo ama.
E quindi lo ama anche lei, senza possibilità di negarlo.
«Sei cocciuto, ecco cosa sei. Perché non vai a stare da Luca o da Marco? Lo sai che loro sarebbero contenti, sai che abbiamo cresciuto dei figli come si deve.»
Come si deve? Com'è che si devono crescere dei figli per potersi premiare con questa frase di circostanza? pensa Angelica.
La donna soffoca quel pensiero, andando avanti a parlare con la sua voce dalle labbra di Angelica. L’uomo resta in silenzio, ad ascoltare i rimproveri dolci della moglie, rigirando la fede che porta ancora al dito.
«Devi lasciarmi andare. Lo farai, per me?»
La donna non aspetta risposta, forse perché il tempo è un concetto molto più vago da dove viene, e striscia via proprio come si è attaccata ad Angelica: un cerotto tolto lentamente che nasconde una ferita aperta.
Angelica si gonfia dentro al suo corpo, inspirando a fondo, riempiendo gli angoli nascosti. È come costruire nuovamente una diga, più che aprirla, e lasciare che l’acqua stia immobile al suo posto, fino all’orlo. Deve subentrare subito, concentrandosi a tornare in sé appena è libera di farlo, altrimenti rischia di lasciare spazio a qualcosa che non deve averlo, che non deve presentarsi a quel tavolo.
Non c’è tempo per il sollievo, però, perché presto un’altra persona si affaccia e scorre come acqua gelida dentro Angelica, spingendola da parte. Nessuno dei presenti se ne accorge, non è qualcosa di visibile, né qualcosa di comprensibile, ma Angelica può solo stare a guardare e ascoltare. Una spettatrice ridotta al silenzio.
«Mi dispiace. Mi dispiace così tanto.»
Senso di colpa, Angelica lo sente, appiccicoso e scomodo, mentre parla al posto della nuova donna. La sua voce gratta la gola, fa un male cane mentre l'aria vibra fra le corde vocali.
«Mi dispiace tu mi abbia vista così. Mi dispiace» continua, in una cantilena disperata.
Lo sguardo – di Angelica o della donna, non c’è mai troppa differenza – si posa sull’altra ragazza al tavolo. Una giovane vestita di un maglione enorme, come se bastasse a difenderla dalla sofferenza, con gli occhi già gonfi di pianto e il labbro inferiore stretto fra i denti nello sforzo di trattenersi.
Angelica sa tutto e non sa nulla, come al solito. C’è qualcosa di profondamente devastante, qualcosa che la sta scuotendo, ma non riesce ad afferrarne i contorni. Un ricordo vago, a cui ha accesso solo in parte.
E parlare diventa sempre più difficile, perché la gola si stringe in una morsa ferrea e il collo inizia a fare male. La corda brucia sulla pelle.
La corda, la corda, la corda…
«Basta!»
È stata Angelica a parlare, scacciando via dalla pelle la donna, quella che sua nonna avrebbe chiamato uno spirito inquieto, con le solite cazzate mistiche che Angelica si rifiuta di abbracciare. Per lei è solo una donna che si è ammazzata, niente di più. Fa un po’ più freddo e le è rimasta addosso la sensazione di soffocare, anche se dovrebbe essere abituata agli imprevisti di quel genere.
Tutto quello che vorrebbe fare, in realtà, è alzarsi e abbandonare il tavolo, superare Gaia e chiudersi la porta alle spalle. Più di tutto – più del perdere il controllo e dell’essere messa all’angolo – Angelica odia l’idea che Gaia potrebbe farsi di tutta quella storia. Odia sembrare una visionaria. Odia la possibilità concreta di essere pazza. Essere presa per un’approfittatrice sarebbe il minore dei problemi. Vorrebbe quasi esserlo, vorrebbe quasi fosse tutta una messa in scena per lucrare sul dolore dei presenti.
Si pente di aver tirato fuori il suo stupido lavoro chiacchierando con Gaia, fra le lenzuola stropicciate e quella sua mano scheletrica ad accarezzarle la pelle calda. L’immagine di quei momenti balena nella sua mente e Angelica capisce di aver commesso uno sbaglio: si è distratta.
Eccoti, piccola Angelica.
La voce le rimbomba nell’anima, calda e profonda.
Pensavo non mi avresti più…
«…ospitato.»
La presenza, nata come un pensiero fuori posto, diventa voce, e Angelica è messa di nuovo da parte. Questa volta, però, la questione non riguarda altri che lei. Lei e Lui.
A volte vorrebbe credere in Dio e chiamare quella voce il diavolo, ma ha smesso da tempo di farsi domande, o forse non le è mai interessato dargli un nome.
«Quanto tempo.»
Angelica parla con voce profonda e languida, mentre si tocca le orecchie e le labbra come a contare gli anelli argentati che pendono ovunque, come se li sentisse estranei su di sé. Perché è questo che Lui sta facendo: misura i cambiamenti dall’ultima volta, anni indietro, e prende nota di ogni anomalia per puro gusto di dimostrare che la possiede.
In realtà non è certa che sia un lui, non è certa si possano applicare definizioni che a volte vanno strette perfino agli umani, ma ha come la sensazione che – fosse materiale – sarebbe un uomo. Un brutto, terrificante, viscido uomo.
«Angelica e il suo appuntamento con i morti. Sei diventata brava a tenermi fuori, ma sei sempre il centro del mio esistere, sono sempre qui, non importa quanto ci provi. Piccola Angelica. Gaia ti distrae, con le sue mani e i suoi occhi, con la sua lingua, non è così? La sua presenza, in quell'angolo, è una piccola puntura che preme e preme e preme. E chi abbiamo qui?»
Si guarda intorno, un sorriso divertito sulle labbra.
«Ah, un marito che ha tradito sua moglie più volte di quante si possano contare. Ora lei è morta e lui si dispera. Come la ama. La ama troppo, perché non c'è più nulla da amare. Com’è semplice, quando non bisogna sopportare ogni singolo giorno, non è forse vero? Fai questo, fai quello. Quante volte avresti voluto ucciderla? Quante volte hai pensato che fosse la piaga della tua esistenza, che avresti potuto avere di meglio, che le stavi facendo un favore.»
L’uomo è pietrificato, gli occhi spalancati, le mani ancora salde attorno a quelle dei suoi vicini. La paura è più forte dell’indignazione. Non il semplice timore suscitato da Lui, dalla sua voce cavernosa e dalle verità che sembra possedere, no. La paura perché quello che Lui vede è quello che abita l’uomo, la sua essenza più profonda, la sua anima più sporca. Angelica lo sa bene, perché è successo anche a lei, la prima volta che Lui l’ha trovata. Perfino dall’angolo in cui è rintanata in se stessa, Angelica sente l’odore stantio del terrore dei presenti.
«E poi, e poi, ah, la piccola figlia che ha trovato la madre appesa in camera. Oh, povera piccola. È colpa tua? Sei stata una figlia tanto deludente? Sei stata così… Basta!»
Angelica spinge, urla, si allarga ai confini del suo essere pur di scacciarlo, ma non dura molto, non può vincere contro di Lui. Gli ha aperto la porta e lui ha tutta l’intenzione di restare il più possibile. Anche se Angelica non sa spiegarsene il motivo.
Nuovamente, la sua coscienza defluisce, non è abbastanza forte, e Lui prende il sopravvento, con prepotenza. Ride di una risata secca, prima di continuare con il suo passatempo.
«Come si dice? Il meglio deve ancora arrivare. Chi altro c'è?»
Gli occhi di Angelica si posano sull’uomo alla sua sinistra: lunghi capelli neri raccolti in una treccia, la pelle una liscia distesa rossastra, tesa sopra i muscoli e le ossa. Tutto è squadrato, sporgente, definito. Lo sguardo, la sua parte più ruvida.
«Cosa fai tu, qui? Ho sentito che c'eri, ma non riuscivo a preoccuparmene, non fino in fondo, non quando non ero lei. Questo mi manca, di Angelica, sentire, vedere, pensare. Tutto è così concreto quando si entra nel suo piccolo corpo morbido. Cosa fai qui, quindi?»
Per una volta, Angelica avverte una strana vibrazione, come se qualcosa non fosse al suo posto. Un pericolo, tanto vicino da poterlo toccare.
«Parlo con i morti» risponde l’uomo.
Ha modi decisi e calmi, né la sua voce esprime una qualche emozione. Si è limitato a costatare l’ovvio.
«E i morti cosa potrebbero mai dirti, sciamano?»
L’uomo fa un leggero verso di disapprovazione, come se quella parole fosse un piccolo insulto che lui può ignorare, ma che dimostra la bassezza dell’interlocutore. Angelica soppesa le sue stesse parole.
Sciamano? E poi cosa, un cazzo di unicorno?
«Ti avvicini alla mia Angelica, e per cosa? Cosa potresti mai volere da lei? Lo sapevo, io lo sapevo, prima, ma ora è difficile ricordarlo. La sua mente è piccola e limitata. Comunque qui ci sono io, e io la rendo inutile, sporco la sua piccola anima, la sua anima nuova. Lei non sa niente, come un guscio da riempire, e ti sarebbe piaciuto, riempirla? Vuoi riempirla?»
L'allusione appesantisce l'aria, ma Angelica continua a sorridere di un sorriso non suo, tirato e inquietante.
«No. Gradirei molto di più svuotarla» è la risposta.
«Impossibile, impossibile, impossibile.»
Angelica sta cantilenando, con la voce profonda che diventa un’onda, che si alza e si abbassa. Brucia tutto: le bruciano gli occhi, la pelle, la testa, come dopo una giornata particolarmente estenuante. Improvvisamente la cantilena si placa, il silenzio appesantisce l’aria, e Angelica si volta.
Non ne può più di essere manovrata come una marionetta, eppure il suo sguardo non può fare a meno di posarsi sul giovane al suo fianco, a destra.
«Sai cosa succede a quelli come te?» chiede Angelica.
L’uomo a cui si rivolge si esibisce in un sorriso strano, sognante, e lei è costretta a continuare a parlare.
«Un giorno ti sveglierai e ucciderai tutti. Pensi che la mia piccola Angelica possa fermarti? È per questo che siete qui? Finirete per essere schiacciati come insetti e… basta! Rompete il cerchio, rompete il cerchio!»
Angelica urla, nuovamente padrona di se stessa, e l’altra ragazza al tavolo sembra quasi ridestarsi. Lascia le mani e la connessione che teneva i presenti ancorati al tavolo, aggrappati gli uni agli altri, va in frantumi. Tutti si allontanano.
«Andatevene, andate via» riesce a dire Angelica, mentre dentro di sé lotta per vincere il controllo del suo stesso corpo.
Ma sta tentando di contrastare una presenza che non sembra aver intenzione di lasciarla stare, il male che l’accompagna da una vita. Gli ha lasciato uno spiraglio, proprio come un tempo, e Lui non vuole perdere l’occasione di torturarla più a lungo possibile.
Angelica tenta di alzarsi, di nascondersi, consapevole che qualcuno ha lasciato la stanza, mentre altri sono ancora lì, alla ricerca di un modo per aiutarla. Gaia le si avvicina, cauta, tendendo la mano nella sua direzione. Angelica cerca di allontanarla, vorrebbe gridarle di andarsene e lasciarla sola, perché si prospetta una lunga nottata in cui dovrà combattere e dovrà vincere ad ogni costo. La sua voce, però, è intrappolata in un angolo.
Quando tutto diventa nero, quando la sua coscienza diventa sottile e sembra staccarsi dal suo corpo, è allora che sente due mani calde afferrarle la gola.
Quando Angelica sparisce nel nulla, può sentire tutto l’universo.





 
Eccomi con una nuova storia che è un esperimento e che non so quando aggiornerò (anche se cercherò di farlo di frequente, come per le altre mie storie, salvo imprevisti). Perché un esperimento? Perché questo non è il mio genere, perché il soprannaturale non è la mia zona sicura e perché ci sono tanti protagonisti, ma differenti POV, per cui dovrò cercare di renderli come li desidero io anche senza uno specifico punto di vista.
Si sperimenta, insomma.
E poi ho una vaga idea di trama, ma davvero non so dove porterà... quindi vedremo, vedremo. 
Come sempre grazie per essere arrivati fino a qui e GRAZIE ancora di più se vorrete lasciare una recensioncina.
DonnieTZ


 
   
 
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