Crossover
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Autore: Registe    24/02/2017    3 recensioni
Tredici guardiani. Tredici custodi del sapere.
Da sempre lo scopo dell'Organizzazione è proteggere e difendere il Castello dell'Oblio ed i suoi segreti dalle minacce di chi vorrebbe impadronirsene. Ma il Superiore ignora che il pericolo più grande si annida proprio tra quelle mura immacolate.
Questa storia può essere letta come un racconto autonomo o come prologo della serie "Il Ramingo e lo Stregone".
[fandom principale Kingdom Hearts; nelle storie successive lo spettro si allargherà notevolmente]
Genere: Fantasy, Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Anime/Manga, Videogiochi
Note: AU, OOC | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Il Ramingo e lo Stregone'
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Capitolo 2 - Arlen



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Arlen





Non c’era una persona del suo villaggio che non temesse il bosco. Non quel bosco in particolare, ma qualsiasi ettaro coperto da più alberi di quanti riuscissero a contare.
Il che, a pensarci bene, era una cifra davvero esigua.
Nel bosco vi erano più insidie di quante ve ne fossero nelle prediche di Antoy, il vecchio sacerdote; serpenti velenosi dietro ogni sasso, volpi che avrebbero potuto in una notte depredare un pollaio e gettare gli allevatori nella miseria, rovi in grado di strappare anche i pantaloni della fusciacca più resistente.
Per non parlare dei banditi.
Gli occhi di Arlen guizzarono verso un’ombra che si era mossa alla sua destra e sbuffò di rabbia quando vide soltanto un gufo farsi strada tra i rami più bassi di un pino; per un attimo le era sembrato di udire dei passi, ma dopo diversi tentativi di appostamento si era resa conto di essere circondata solo da stupidi animali. Il sole era tramontato già da qualche ora ma non aveva alcuna intenzione di riposare: la lanterna che si era accesa sarebbe durata ancora un paio d’ore ed in caso di bisogno avrebbe usato un po’ della scarsa magia che era riuscita a tenere sotto controllo per emanare un po’ di luce. “Yu-uh … loschi figuri … se ci siete fatevi avanti!”
Era chiaro che a quell’ora della sera anche i loschi figuri fossero impegnati quantomeno a bersi pinte di birra rossa in taverna. Arlen riprovò a guardarsi intorno ancora un paio di volte, ma a quanto sembrava era finita nell’unico bosco del mondo privo di covi di lestofanti, simile soltanto a quelli dove le principesse delle favole per bambine si ritrovavano e venivano aiutate da cerbiatti e coniglietti parlanti inviati dagli dèi per proteggerle. Non avrebbe detto certo di no ad un bel coniglio parlante –avrebbe potuto esporlo a qualche fiera o lo avrebbe gustato al sugo- ma in quel momento nessun roditore era alla portata del suo coltello e dunque calmò i morsi della fame addentando una mela che si era portata nella bisaccia da quando aveva sbattuto la porta di casa sul naso dei suoi genitori.
Ad essere sincera non aveva la più pallida idea di come fosse fatto, né dove potesse situarsi, un vero covo di banditi: dopotutto nessuno era mai sopravvissuto per raccontarlo.
Il primo posto che aveva preso in considerazione era stata la valle Ney, a poca distanza dal paese: il signor Tomby e la sua famiglia erano stati derubati proprio su una delle strade che serpeggiavano tra le colline circostanti, inoltre l’anziano Antoy aveva più volte messo in guardia tutti loro dagli spiriti malvagi che, almeno a sua detta, infestavano la valle. Arlen aveva sempre voluto saperne di più ed era andata diverse volte, armata di carta ed inchiostro, alla dimora del sacerdote per farsi raccontare tutto su quegli spiriti e di come esattamente si nutrissero delle anime dei malcapitati che finivano loro a tiro. L’uomo in armatura aveva sempre evitato di risponderle, facendo persino chiamare sua madre per riportarla a casa e convincerla a dedicarsi ad “intrattenimenti più consoni ad una pia ragazza”.
Il che, ovviamente, l’aveva spinta ad andare alla valle nel preciso istante in cui aveva messo piede fuori dal suo villaggio. A differenza di quei due imbecilli di Fner e Gorbu, i suoi due vicini di casa, Arlen aveva smesso di credere ai fantasmi da quando era stata grande abbastanza da entrare di soppiatto nella bottega di suo padre e prendergli qualche ricordino dal retro dell’edificio: era certa che in quel luogo vi fossero invece dei banditi così intelligenti da terrorizzare i suoi stupidi concittadini fingendosi spettri –non molto originale ma fantastico in ogni caso- e non appena aveva avvistato la valle Ney si era precipitata lungo la discesa erbosa per approfittare della luce del giorno per conoscere degli autentici criminali. Il punto era stato che in quell’enorme conca non vi era nulla di davvero losco: a parte delle vecchie rovine di metallo annerito la cosa più minacciosa che aveva incontrato era stato un lupo così intento a sbranare la sua preda che non si era nemmeno accorto della sua presenza. Le era persino balenato in mente di ucciderlo ed usarne il pelo per farsi una pelliccia, ma faceva fin troppo caldo ed una bestia morta sulle spalle l’avrebbe solo rallentata. Una volta rivoltato ogni zolla della valle alla ricerca di qualche covo si era spinta sul colle Novot, il posto più elevato che conoscesse e dove un vero ladro avrebbe potuto farsi un rifugio e controllare da quell’altezza la strada che portava alla città di Denerim; con l’agilità di una vera Regina delle Scalate si era arrampicata tra i massi che punteggiavano le pendici del colle, ma la delusione di non trovare nulla a parte un altare votivo abbandonato l’aveva seriamente indispettita.
Si era fatta sera e quel bosco era l’ultima alternativa giornaliera alla portata delle sue gambe. La mappa che aveva sottratto ad Antoy era macchiata in più punti ed aveva delle note scritte in delle rune che Arlen non conosceva, ma era abbastanza intelligente da capire dove si trovasse. Sorrise tra sé, piuttosto soddisfatta all’idea che se le altre ragazze del paese si fossero trovate di notte nel bosco sarebbero esplose in lacrime come delle mocciose.
Scagliò il torsolo in un cespuglio: certo, non aver trovato dei tagliagole sul suo percorso era stato piuttosto deludente –insomma, quando la gente non li desiderava vi si imbatteva puntualmente- ma in fondo anche quella era una Avventura. Aveva letto abbastanza libri da sapere che, se il protagonista avesse trovato subito ciò che desiderava, la storia sarebbe finita e lei non si sarebbe mai emozionata a leggerla.
In realtà avrebbe preferito imbattersi in qualche vero pirata piuttosto che in semplici furfanti, ma il suo paese distava davvero troppe decine di giorni di distanza dalle prime coste disponibili. Si era ripromessa di rubare un cavallo o un carro durante il viaggio, ma in tutta quella giornata non aveva incontrato nulla di più grande del lupo tra le rovine.
Quasi a risposta della sua preghiera un nitrito ruppe il silenzio, seguito da un secondo e poi dal battito forsennato di zoccoli in corsa. Il rumore la fece quasi sobbalzare: due luci, chiaramente delle torce, si mossero velocemente tra gli alberi alla sua destra, dirette verso sud. Dei cani ringhiavano più avanti.
Con un guizzo Arlen si sistemò meglio la bisaccia sulle spalle e prese a correre nella loro direzione. Mentre saltava tra un arbusto e l’altro ripensò al fatto che quel bosco era incredibilmente vicino alla tenuta della nobile famiglia dei Dayel: probabilmente qualche riccone annoiato aveva deciso di trascorrere la nottata in una eccitante caccia alla volpe, e lei non poteva perdere un’occasione simile. Il buio, la distrazione, l’emozione: gli ingredienti perfetti per il suo primo furto di cavalli.
Nella corsa spense la torcia con un soffio, affidandosi solo alla magia per creare una luce sufficiente a vedere dove andasse ma non uno spiraglio di più. Sorrise tra sé già immaginando lo sguardo stupito di quei nobili mentre lei fuggiva con un loro destriero, magari portando con sé qualche bel borsello d’oro “casualmente” rimasto attaccato alla sella.
Rallentò la corsa quando vide le torce interrompere bruscamente la corsa e silenziò la magia. Un tronco enorme le diede riparo, poi sbirciò oltre, raccogliendo i capelli per non averli tra i piedi: i destrieri si erano fermati e gli uomini, due soldati dai drappi verdi di un casato che lei non conosceva, erano scesi, torce in pugno. Tre mastini dai collari borchiati stavano circondando la preda e, Arlen se ne accorse sporgendosi meglio, tutto era tranne che una volpe o una lepre. Una ragazza dai luminosi boccoli rosa e l’abito ridotto a brandelli era sdraiata ai loro piedi, con i cani che le ringhiavano addosso e uno che per poco non le aveva staccato una mano.
Non avrebbe potuto chiedere migliore opportunità.
Scivolò in avanti, trattenendo il respiro. Era sempre stata la migliore nel non far sentire i propri passi quando c’era da sgattaiolare fuori ed evitare le noiose lezioni di storia del loro precettore; le bastarono solo cinque passi per raggiungere gli obiettivi.
I cavalli erano enormi e ben sellati, non di certo come quei ronzini che pascolavano fuori dal villaggio buoni solo a tirare il basto: si avvicinò a quello più basso, un baio che continuava a fissare i suoi proprietari al contrario dell’altra bestia, un palafreno bianco, che stava pigramente brucando l’erba senza curarsi di ciò che stava avvenendo intorno a lui. Il cavallo non oppose alcuna resistenza quando si avvicinò per controllarne la sella.
I soldati le davano le spalle. Uno passò la propria torcia all’altro e sguainò la spada. “Questo è l’ultimo. Finiamo il lavoro”.
Eccellente.
Con un po’ di fortuna i due avrebbero approfittato della ragazza per sfogare un po’ dei loro istinti maschili, quindi aveva campo libero.
Afferrò le redini del baio e, con un unico salto degno della Regina delle Avventure, si portò sulla sella. Lo aveva sognato da troppo tempo per sbagliare.
Non aveva ancora infilato i piedi nelle staffe che l’animale impennò.
Arlen si resse con una mano alle briglie e l’altra stretta nella criniera mentre il cavallo tirò un nitrito che costrinse i due uomini a voltarsi; i suoi piedi mancarono le staffe e se non fosse stato per il pomolo metallico sarebbe caduta all’indietro. Uno dei cani abbandonò la preda e strinse i denti a poca distanza dalla sua caviglia.
La guardia con le due torce avvicinò i tizzoni verso il muso del suo destriero, e Arlen dovette fare appello a tutte le sue forze per non cadere di nuovo. “Ma che ca …?”
Non si era mai divertita così tanto.
Il palafreno iniziò ad agitarsi a sua volta, e quando il soldato cercò di tenerlo al suo posto per evitare che fuggisse Arlen non si fece sfuggire l’occasione: con la magia soffiò dell’aria contro una delle fiaccole, rivolgendo la fiamma verso il viso scoperto dell’uomo. Non era abbastanza per dargli fuoco –purtroppo- ma se lo fece bastare. Quello indietreggiò per la sorpresa mentre l’illuminazione calò in un istante, e lei da sotto il vestito estrasse il coltello che teneva legato in una sacca interna. Spinse il destriero verso il soldato ignorando i cani, poi allungò la lama contro il collo trovando subito la carne. Il sangue le schizzò addosso, appiccicandosi persino alla faccia.
Era come lo aveva sempre immaginato. Ed era … grandioso.
Il soldato si afflosciò a terra emanando qualche rantolio, ma quando lei voltò il cavallo per fronteggiare anche l’altro non si curò nemmeno di evitarlo e la bestia gli montò su con gli zoccoli, visibilmente spaventata dalla confusione ma ben salda ed obbediente al suo comando come un vero cavallo addestrato. Si guardò ancora una volta le mani sporche ed il coltello rosso, il cuore che adesso le rimbombava persino in bocca.
L’altra guardia era ad un braccio da lei, stavolta con la spada puntata nella sua direzione ed una posizione piuttosto salda.
Arlen arrestò il baio, fissando la figura avvolta nel drappo verde e da una cotta di maglia non resistentissima ma abbastanza da non poter essere attraversata dal suo coltello. L’uomo sembrava più temprato del suo compagno, e soprattutto sarebbe stato piuttosto difficile coglierlo di sorpresa o passargli alle spalle. Quello si avvicinò a lei con passi lenti, la punta della spada diretta verso il collo del suo destriero.
Con la coda dell’occhio Arlen vide il corpo dell’uomo che aveva appena ucciso, poi la sua spada ancora rinfoderata caduta tra le foglie. Avrebbe dovuto essere molto, molto veloce, eppure non aveva paura: non aveva la benché minima idea di come manovrare una vera spada in ferro, ma non avrebbe potuto scalfire quell’uomo col coltello di suo padre nemmeno volendo, specie se quello avesse ucciso il suo cavallo per farle perdere l’equilibrio. Con un colpo ai fianchi fece impennare di nuovo la bestia, spaventando i mastini, poi saltò di lato e rotolò nel sottobosco. Vide di sfuggita il soldato scartare ed evitare gli zoccoli per poi giungerle addosso, pronto ad infilzarla.
Con le dita trovò il cadavere e la cotta di cuoio, ma non poté distogliere lo sguardo dal guerriero in arrivo. Scivolò e sputò anche fango, cercando solo con le dita il fodero che avrebbe rappresentato la sua salvezza; lo trovò a malapena e corse per raggiungere l’elsa, ma l’altro le fu addosso. Tirò un calcio verso le sue caviglie, ma un dolore fortissimo la colpì quando si accorse che anche i suoi stivali erano rinforzati in metallo e tutto ciò che ottenne fu di farlo indietreggiare di un passo o due.
Si tirò sulle ginocchia con il sapore dei legnetti fin nella gola, pronta a tutto: tirò l’elsa verso di sé, trovando la spada anche troppo pesante. Cercò di sfoderare la lama, ma quando tirò una seconda volta si accorse dei lacci che la assicuravano al fodero; fece per tagliarli con il coltello, ma l’uomo fu su di lei. Evitò il colpo di spada per un soffio, grazie ai suoi riflessi, ma quando riuscì a riprendersi sentì il guanto di maglio della guardia afferrarle un braccio e spingerla di nuovo a terra, stavolta con un calcio contro il suo ginocchio che non riuscì ad evitare. Allungò la mano verso il cadavere, ma era fuori dalla sua portata.
L’uomo torreggiava su di lei, ma anche a quella distanza poteva sentirne l’alito marcio. “E tu cosa pensavi di fare, donna?”
Non aveva alcuna paura. Non poteva averne. Non quando tutto era così dannatamente perfetto e vivo. Poteva ancora ammazzare quella guardia come un maiale, aveva ancora un po’ di magia nelle vene che non chiedeva altro di trasformarsi in qualcosa di rapido come un fulmine. “Divertirmi, ovvio!”
Mosse le dita in avanti già sentendole pizzicare, ma un nuovo rivolo di sangue le cadde proprio sulle labbra.
Alzò di nuovo lo sguardo all’uomo, rantolante, fissando la lama sottile di una spada emergergli proprio dallo stomaco e dalla cotta distrutta. Si scansò appena in tempo prima che le crollasse addosso. La figura alle sue spalle estrasse la spada e lo spinse a terra, ma prima che quello potesse anche solo respirare gli si avventò sopra una seconda volta, spingendogli l’arma nel collo con quella che chiaramente era tutta la rabbia che aveva in corpo. Quando riuscì a rimettersi in piedi Arlen vide gli occhi azzurri della donna che gli uomini stavano attaccando fino a qualche istante prima volgersi verso di lei, sgranati, prima di sfilare la spada dalla gola della sua vittima. Poteva vedere delle venature di rosso in quelle iridi azzurre anche nella penombra, ma prima che quella potesse articolare qualunque cosa cadde a terra, portandosi le mani all’altezza della caviglia.
I cani provarono ad abbaiare ancora qualcosa, ma parvero capire che era meglio lasciar stare lei, l’indiscussa Regina della Zuffa, e guairono scomparendo nella macchia.
Con un sorrisetto Arlen diede un calcio al soldato appena caduto giusto per controllare se fosse ancora vivo, ma la principessina dai boccoli rosa aveva fatto un bel lavoro. Si avvicinò alla sua forma dolorante, sbrigandosi subito a allontanarle la spada con un calcio prima che si facesse prendere qualche strana idea: era molto più alta di lei, almeno due palmi, ed aveva delle spalle che sarebbero potute stare benissimo su un uomo. Nonostante i graffi ed il sangue che le usciva da ogni lembo libero di pelle aveva una tunica di una stoffa bellissima, pesante, di quelle che sua madre avrebbe pagato un occhio della testa per poterla anche solo stringere tra le mani insieme ad una spilla con cui avrebbe probabilmente potuto comprare tutto il mulino del signor Tomby, i suoi terreni e tutti gli animali.
Come suo primo giorno di Libertà non era stato niente male.
Portò la mano verso quella spilla, ma la principessa doveva avere ancora qualche briciolo di velleità e cercò di scansarla. Arlen ammise tra sé che per essere una nobile spocchiosa aveva energie da vendere, ma non poteva lasciarsi sfuggire il suo primo furto: prese il coltello e glielo sventolò sotto il naso, giusto per farle capire chi era tra loro a comandare. “Se fossi in te, carina, ringrazierei gli dèi per averti salvato le vita e lascerei prendere alla Regina degli Agguati tutto quello che desidera. È il tuo giorno fortunato, non costringermi a sventrarti come un maiale!”
“Forse sei tu a dover ringraziare me, donna!”
Arlen cercò di osservarla meglio. La voce suonava così assurdamente fuori posto. “E tu saresti … un uomo?”
Non attese la risposta per esplodergli a ridere proprio davanti alla faccia. Cielo, conosceva abbastanza ragazze che avrebbero ucciso per dei capelli lunghi e setosi come quelli! Rosa per di più!
Era una serata fantastica, assolutamente folle. E l’espressione della principessa –perché anche con quella voce continuava ad essere molto più femminile di tutte le donne del suo paesino- era il premio finale della sua avvincente battaglia. “Oh, mio virile uomo dalla chioma rosa, dovrei forse baciarvi i piedi e lustrarvi le scarpe per aver salvato una povera e fragile fanciulla come me? Sapete, temo di essere confusa, per un momento ho persino pensato di essere io il prode cavaliere in armatura lucente e voi la damigella in pericolo!”
“Ti consiglio di correggere le tue parole, popolana”.
Certo, nonostante fosse sul procinto di svenire aveva ancora la forza di sputare scemenze. Avrebbe persino potuto apprezzare la cosa. “Sei al cospetto del principe Lumaria dei Dayel. Ed ora che lo sai … sarebbe tuo dovere condurmi immediatamente da un guaritore”.
“I Dayel? Quelli che affamano il popolo?”
Gli elementi per una vera storia d’avventura c’erano tutti: la giovane ed indomita Regina dell’Avventura libera come il vento, i misteri del bosco, un duello contro delle guardie sin nel primo (o secondo) capitolo, un principe in difficoltà … Arlen non poté far altro che gioire, perché in quel momento vi era una sola cosa da fare per rendere il tutto un vero capolavoro e per trasformare la sua storia in una di quelle che i vecchi sacerdoti con la barba avrebbero messo alle fiamme perché “non adatta ad una pia ragazza”.
“Ho capito, in tal caso …”
Per sicurezza spinse ancora più lontano la spada del tipo, poi gli diede un sonoro calcio nello stomaco e gli premette seriamente il coltello contro il collo “… posso rapirti, vero? Non ho mai chiesto un riscatto, sai? E sei proprio il tipo che la nobile famiglia pagherebbe a peso d’oro!”
Dopotutto lei era Arlen, ed era pronta a diventare Arlen la Regina dei Briganti.
La gente avrebbe tremato al solo sentire il suo nome.
 
  
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