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Autore: Floralia    17/03/2017    1 recensioni
Grace cammina da sola tra i boschi e le strade del Colorado. In una mano ha una pistola scarica, nell'altra un pennarello indelebile.
Genere: Avventura, Drammatico, Horror | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Crack Pairing
Note: Lemon | Avvertimenti: Contenuti forti, Non-con, Violenza
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Quando sciolsero l’abbraccio, Grace fu percossa da un brivido di freddo a causa della differenza di temperatura.
Raggiunse il suo zaino, che era rimasto in un angolo vicino alla porta d’ingresso, ed estrasse il pennarello indelebile.
Scrisse sul lenzuolo di lino con cui aveva ricoperto il cadavere di Manu.
Si interruppe a mezz’aria e si rivolse a Forrester, aggrottando le sopracciglia: “Qual era il suo cognome?”
Forrester si strinse nelle spalle e si diresse verso la cucina.
Grace cominciò a scrivere
 
Manu, dea dalla pelle di bronzo
 
Seguì a creare un piccolo ritratto della donna. Un viso allungato con i tratti spigolosi e gli occhi a mandorla.
Forrester ritornò nella stanza con lo zaino in spalla e sorrise amaramente alla vista del piccolo epitaffio.
 
 
“Perché ce n’erano così tanti?” chiese Grace.
Camminavano attraverso i giardini delle villette a schiera che costeggiavano la strada principale della cittadina. Anche se dovevano scavalcare una recinzione ogni venti metri, avevano deciso che sarebbe stato più sicuro che camminare in piena vista sulla strada. La loro meta era la centrale idroelettrica che si intravedeva lontano, tra le colline.
“Sono attirati dai suoni e dall’odore dei vivi.”
“Saranno stati meno di una ventina quei campeggiatori. Come hanno fatto ad attirare migliaia di vaganti?”
Forrester la aiutò ad issarsi su una staccionata di legno color tek.
“Credo che siano stati sfortunati.”
Grace balzò a terra. “Che cosa intendi?”
“Credo che quell’orda si sia formata spontaneamente. È possibile che gli individui affetti abbiano una sensibilità che permette loro di riconoscersi a vicenda e che li spinge istintivamente a formare un branco.”
Grace fu scossa da un brivido di orrore. “Ma sono morti!”
Forrester colpì l’aria col palmo della mano, come a scacciare quell’osservazione ovvia.
“Come possono avere istinti?” insisté Grace. “Per quello che so io prima muoiono, poi si trasformano.”
“Non è chiaro neanche a me.” Rispose Forrester. “Ma non per questo rifiuto di vedere l’evidenza.”
Il giardino che stavano attraversando era cosparso di foglie e l’erba arrivava a metà polpaccio.
“Stai dicendo che quel branco si è formato nel tempo, mentre il nucleo principale continuava a marciare, e per caso sono incappati in quel gruppo di campeggiatori?”
“Non per caso. Avevano dei generatori di corrente a cherosene. Questo vuol dire che producevano luce, calore e rumore.”
Grace si issò su una staccionata bianca piena di graffi. “Proprio mentre passavamo noi?”
Forrester la imitò e ebbe un attacco di risate incerto. “Si. Ma credo che fossero lì almeno dalla notte prima. Erano tutti barricati nei camper, ma dopo ore l’orda ha cominciato a sfondare le porte e le munizioni hanno cominciato a finire. È solo una teoria.”
Grace si fermò di botto.
“Credi che ci siano dei sopravvissuti? Dovremmo tornare indietro ad aiutarli?”
Forrester la guardò con un misto di sconcerto e ilarità. Proseguì semplicemente, senza rispondere.
“Forrester!” Grace lo rincorse. “Non è una domanda così stupida! Dobbiamo tornare indietro a cercare sopravvissuti?”
“Per fare cosa?” rispose Forrester. Nella sua voce si poteva udire una flessione di rabbia. “Non possiamo neanche prenderci cura di noi stessi, come facciamo ad aiutare altri?”
Proseguirono oltre un’altra staccionata. Entrarono in un cortile ampio. Ovunque erano sparsi giochi per bambini, resi quasi irriconoscibili dall’effetto del tempo atmosferico.
“Non abbiamo cibo, né medicine, né la forza. Non si deve mai tornare indietro. Tornare indietro ti farà ammazzare.”
Grace sentì il calore del sole sul naso. Si tastò il cuoio capelluto, passando le dita sulle piccole croste che si erano formate dove la grandine l’aveva colpita il giorno prima.
“Qual è il tuo piano quindi?”
L’uomo rimase in silenzio e proseguì distanziandola di qualche metro. Non diede cenno di aver udito la domanda, ma dopo qualche tempo si arrestò e si voltò verso Grace. Le fece cenno di arrestarsi e si portò il dito all’orecchio in modo suggestivo.
Grace rimase immobile, in attesa di udire il rumore che aveva fatto arrestare Forrester.
In principio lo aveva scambiato per il rumore dell’acqua che scorre sul letto del fiume sassoso, ma poi cominciò a distinguere il suono di cingolato. I due si scambiarono uno sguardo allarmato e si affrettarono a cercare riparo dietro ad una siepe di tasso. Tra le foglie videro fare capolino all’inizio della strada residenziale un grosso panzer dell’esercito degli stati uniti, a cui si accodavano diversi altri veicoli militari.
Grace fu scossa da un brivido quando sentì un tocco leggero sulla spalla. Era Forrester che le scostava i capelli e si portava un dito davanti alle labbra per intimarle di non fare rumore. Grace si sentì a disagio e dovette resistere alla tentazione di allontanarsi perché aveva paura di spezzare qualche rametto e attirare l’attenzione. A bordo dei veicoli scoperti i soldati sedevano nel cassone con le armi imbracciate e di tanto in tanto miravano in lontananza, forse a vaganti dispersi.
I due seguirono la carovana con lo sguardo e quando tutti i veicoli scomparvero oltre l’orizzonte Grace si voltò verso Forrester per avere la sua conferma che potessero proseguire.
L’uomo sussurrò: “Penso che sia più prudente aspettare ancora un po’, per essere sicuri che non ci siano ritardatari”.
Grace si sedette massaggiandosi le ginocchia intorpidite per essere stata accucciata a lungo e esplorò il panorama intorno con lo sguardo, mentre l’udito era ancora concentrato nel captare il minimo rumore che provenisse dalla strada. Il centro abitato era circondato dai monti delicatamente innevati sulla cima ed era immerso nella natura. Il parco naturale dal quale erano emersi giorni prima era soltanto uno degli esempi della conservazione della natura del Colorado.
Un sole timido tingeva i fili d’erba d’oro e rifletteva sulle finestre delle case vuote rendendole ancora più spettrali.
Infine Forrester le fece cenno di proseguire.
Mentre camminavano, il passo accelerato per recuperare il tempo perso, le rispose. “L’importante per ora è riuscire a trovare una soluzione temporanea, al futuro penseremo poi. Hai fame?”
“No.”, mentì Grace. Cominciava a provare fastidio verso quell’uomo che si stava dando così tanto da fare per prendersi cura di lei, anche se non riusciva ad ammetterlo a se stessa.
“Non ci credo. Adesso proviamo ad entrare in una di queste villette e vedere se troviamo qualcosa.”
Provarono ad entrare nell’abitazione del giardino successivo, ma la porta era blindata e le finestre avevano le sbarre. Ebbero più fortuna con la seconda casa, infatti la porta sul retro era stata divelta e pendeva di traverso sostenuta soltanto dai cardini superiori.
Forrester impugnò l’arma che portava ad una fodera attaccata alla cintura, un coltellaccio che era appartenuto a Manu, ed entrò.
Grace cercò di mettere a fuoco la sua figura mentre spariva nell’oscurità, ma invece riuscì a identificare una seconda ombra che si avvicinò di colpo a Forrester e dovette soffocare un grido di sorpresa e orrore con le mani. Si guardò intorno e individuò un sasso mentre le tempie pulsavano e non fece in tempo a rialzarsi e correre in aiuto del suo compagno di viaggio che questo uscì correndo dalla casa e le gridò di scappare.
Grace mollò il sasso a terra e le gambe furono più veloci dei pensieri. Entrambi si arrampicarono come lemuri sulla staccionata e non si fermarono prima di averne superate altre quattro. Infine Forrester cadde steso sull’erba finta del prato di una villetta color ambra e si massaggiò i muscoli.
Grace era piegata in due per riprendere fiato. “Che cos’era?”, riuscì infine ad articolare.
“Vaganti. Erano fermi in piedi nel buio, li ho visti solo all’ultimo secondo”.
Grace passò lo sguardo sul corpo sudato di Forrester e un presentimento terribile la prese alla gola. Fu con voce tremante che chiese: “Ti hanno morso?”
L’uomo si alzò a sedere e rimise a posto il coltello che ancora stringeva in mano. “No.”
Si rimise in piedi e camminò in direzione della porta della casetta color ambra, che sembrava fatta di semplice legno di quercia dipinto di rosso.
Grace non poté fare a meno di pensare che un tempo c’era stato qualcuno che aveva dipinto quella porta di rosso, forse pensando che potesse essere il cancello d’ingresso a quel regno sacro che è la casa, una casa dove sentirsi protetti e poter amare ed essere amati.
“Aperta.”, disse semplicemente Forrester mentre estraeva nuovamente il coltello e si infilava nell’abitazione.
Grace attese sul prato che l’uomo riemergesse, mentre il vento le solleticava il naso. Infine fece capolino alla porta e la invitò ad entrare. Era chiaro che non erano i primi ad essere entrati a cercare provviste nell’abitazione. I cassetti dei bei mobili intarsiati dell’ingresso erano rovesciati a terra e il pavimento era ricoperto di schegge di vetro e porcellana. La cucina era completamente vuota e c’era odore di marcio. Grace seguì con il dito i contorni di una fotografia nella quale si vedevano due coniugi di mezza età abbracciati su una gondola. Altre fotografie ritraevano quelli che potevano essere amici, figli o nipoti. Sorrisi arrivavano da ogni parte.
“Grace”, la chiamò Forrester, “Vieni a vedere.”
La ragazza lo raggiunse. Nel pavimento erano delineati i contorni di una botola di legno che in precedenza era stata nascosta da un tappeto. “Non penso che nessuno sia ancora sceso qua.”
Grace osservò il viso dell’uomo, che sotto la stanchezza e la preoccupazione tradiva una punta di speranza.
“Vuoi che scenda io?”, gli propose.
Lui in tutta risposta scosse il capo e impugnò il coltello. Non appena sollevarono la botola l’ambiente fu invaso dall’odore intenso di putrefazione. Lo stomaco di Grace si strinse e un po’ di acido le risalì in bocca.
Forrester si sfilò la maglietta rivelando un fisico magro ma non atletico. Aveva della pelle extra, il che significava che doveva aver perso molto peso.
Si avvolse l’indumento intorno alla testa coprendo le vie aeree. Prima di scendere scambiò un altro sguardo con Grace, che annuì in segno di incoraggiamento.
Grace attese di vederlo scomparire nel buio e gli passò la pila elettrica, poi andò in cucina e sputò nel lavandino. La cantina poteva essere piena di vaganti, così come la strada, le case, il letto del fiume, le colline. Si dovette appoggiare con entrambe le mani al bancone di formica e cominciò a respirare forte e in maniera sincopata. Si disse che stava avendo una crisi di panico e non seppe cosa fare. Scivolò a terra e affondò il viso tra le ginocchia. A poco a poco riuscì a normalizzare il respiro, anche se le colava il moccio dal naso. Si ripulì con la manica della giacca e dovette affrettarsi nuovamente verso il salotto perché sentiva che Forrester era risalito.
La accolse con una buona notizia. “Ci sono i cadaveri dei proprietari sotto. Almeno hanno avuto la decenza di spararsi in testa.”
Grace accennò un sorriso poco convinto e lo aiutò a trascinare una cassa piena di birra Budlight fino all’ingresso. “Torniamo giù? Quanto cibo c’è?”
L’uomo scosse la testa e indicò la cassa di birra con la punta del coltello. “C’era solo quello.”
Grace lo fissò negli occhi, poi annuì amaramente e senza forza e continuò a trascinare la cassa fuori, sul prato di plastica.
Forrester richiuse la porta di ingresso e sospirò pesantemente mentre si infilava nuovamente la maglietta.
Grace si era seduta per terra di fianco alle birre.
“Allora”, cominciò Forrester, “possiamo fare in questo modo: io vado fino alla centrale idroelettrica e controllo la situazione, mentre tu rimani qui nel prato e aspetti il mio ritorno. Se la centrale è off-limits, allora proviamo ad aprire un’altra casa.”
Aggiunse subito in risposta all’espressione di Grace: “Non mi guardare così! Lo so che è rischioso, ma qual è l’alternativa? Preghiamo che la centrale sia agibile.”
Grace distolse lo sguardo sbuffando. Sentì le dita dell’uomo che le sollevavano il mento e le riportavano il viso verso il proprio. “Non fare così, sto facendo del mio meglio.”
Grace si liberò dalla presa alzandosi in piedi. “Lo so, e ti ringrazio.”
“Mi sembra un buon piano, comunque.”, aggiunse.
I due rimasero così per qualche secondo, poi Forrester fece schioccare la lingua sul palato e si avviò verso la staccionata. “Fai attenzione. Dovrebbe essere sicuro, ma se succede qualcosa allora raggiungimi alla centrale.” Attese la conferma verbale della ragazza e partì.
Grace rimase ancora una volta sola in compagnia dei suoi pensieri e di tutte le morti che portava sulle spalle. Giocherellò con la torcia elettrica e con i suoi possedimenti, poi provò a scrivere qualcosa sul diario-libro.
L’idea di fare un sonnellino la terrorizzava.
Decise che non le importava di sembrare ridicola e che tanto intorno non c’era nessuno a guardarla ed estrasse alcune lattine dalla confezione di plastica. Su ognuna scrisse un nome e disegnò un volto stilizzato. C’erano Brandon, suo padre, sua madre, Manu e Connor.
Li posizionò tutti in cerchio davanti a sé e li contemplò per qualche tempo. Quando la sete ebbe la meglio, aprì una lattina di Budlight e cominciò a bere. La sensazione di freschezza e rilassatezza compensavano il gusto terribile. Dopo la seconda birra cominciò a parlare con le lattine.
“E questo è quello che si prova ad avere un attacco di panico. Vi chiederete tutti perché io non l’abbia avuto prima di adesso. Me lo sono chiesta anche io e penso sia perché non mi sono ancora mai concessa di pensare veramente a quello che è successo.”
Si passò una mano tra i capelli e inclinò indietro il capo in preda alla più meravigliosa sensazione di libertà che avesse mai provato. “Siete tutti morti probabilmente. Siete morti, obliterati, finiti. Siete dentro dei vermi o che so io ormai. Non avremo mai più conversazioni insieme.”
Si fermò a riflettere sull’enormità di quella affermazione e le sembrò giusto eliminare Connor dall’equazione perché su di lui non aveva notizie e non poteva rattristarsi troppo. Così lo stappò e iniziò a berlo ma dovette fermarsi e sputacchiare a causa di un attacco di risate.
“Un attimo fa mi lamentavo dei professori a scuola e della paga a lavoro e adesso non esiste più nulla. Tu”, e indicò Brandon, “mi hai fatto diventare pazza con tutti i tuoi capricci e tutte le tue storie inventate con cui andavi da papà piangendo solo per farmi dispetto. Frugavi sempre nella mia stanza e ogni volta che stavo studiando venivi a disturbarmi. E ho seppellito il tuo corpicino nella terra.” Grosse lacrime le scesero ai lati del viso. Dovette nuovamente asciugarsi il naso.
“Non è colpa mia.” Continuò a ripetersi mentre affondava il viso tra le ginocchia e si dondolava avanti e indietro.
“Mi dispiace.” Tirò su col naso rumorosamente. “Mi dispiace che siate tutti morti e che io non abbia potuto salvarvi. Sono solo Grace, non posso salvare nessuno. Sono solo me.”
 
Ore dopo, quando Forrester ritornò sconfitto, la ritrovò stesa a terra che rideva con tutte le lattine vuote intorno a sé. Per un attimo rimase pietrificato a guardare la scena, poi quando Grace voltò il viso verso di lui e si esibì in un enorme sorriso e una risata cristallina, Forrester sorrise a sua volta. La ragazza si alzò in piedi e corse ad abbracciarlo. “Sei tornato! Credevo che non saresti più tornato, sono così contenta di vederti.” L’uomo ricambiò l’abbraccio e la strinse forte a sé, assaporando l’odore dei suoi capelli e godendo del dolce calore della sua pelle.
“Cosa hai trovato?” La ragazza era così genuinamente contenta che l’uomo non riuscì a evitare di ridere. Lei gli lanciò uno sguardo giocoso di rimprovero e cominciò a roteare su se stessa sull’erba, seguendo una melodia inesistente. “Dimmelo!”
Quella vista di innocenza e gioia gli scaldò il cuore. Si sedette a terra e prese a sua volta una birra.
“Non ci crederai mai. L’intera struttura è presa dall’esercito. Quelli che abbiamo visto passare venivano da lì.”
“Noooo!” Grace si gettò a terra e rotolò su se stessa in preda ad una tristezza poco convincente. “Adesso allora dobbiamo andare a buttare giù una porta. Meno male che ci sei tu, Forrester, che butti giù tutte le porte per me.” Le era tornato il sorriso in viso.
Forrester lo ricambiò e prese un altro sorso di Budlight. “Lo faccio con piacere.”
 
Superarono a fatica la staccionata della casa color ambra perché Grace continuava a cadere a terra e alla fine Forrester dovette portarla a schiena. Lei gli cinse il collo con le mani e si fece trasportare mentre con il pensiero vagava nell’universo pieno di stelle e polli arrosto.
L’uomo scelse una casa che gli sembrava opportuna e, dopo aver appoggiato con cautela Grace al muretto d’ingresso, scassinò la serratura e si addentrò per controllare che non ci fossero pericoli. Grace osservava i raggi di sole rossi della sera che giocavano con i vetri delle finestre e le tegole del tetto e prese a ridere senza motivo. Sentiva nelle orecchie un suono ronzante e la testa le ricadeva spesso all’indietro.
“Tutto a posto. Dispensa vuota, però, si vede che qualcuno è arrivato prima di noi.”
Grace allungò le braccia verso l’uomo come una richiesta a essere presa in braccio e lui la accontentò.
La portò dentro quella casa sconosciuta che odorava di polvere tanto da pizzicare il naso e su per le scale di legno il cui corrimano Grace percorse con la punta del dito indice sinistro.
Sentiva il mondo girare e pulsare e una gioia inspiegabile scaldarle il petto.
“Andrà tutto bene, vero Forrester?” Chiese con la guancia premuta sulla spalla dell’uomo.
“Faremo andare tutto bene. Insieme.”
Grace si sentì rincuorata e si strinse ancora di più a quell’essere umano che annullava la sua solitudine.
Forrester la adagiò sul letto matrimoniale di quella che doveva essere la camera padronale. La luce rossastra che penetrava dalle fessure delle tende creava un’atmosfera di segreto.
Il profilo di Forrester era un’unica linea rossa visibile nell’oscurità polverosa.
Grace pensò che le sarebbe piaciuto dormire e pensare al resto una volta riposata in un letto decente, per una volta. Chiuse gli occhi e li riaprì subito, per trovare che la linea rossa del volto di Forrester era ancora lì. Le risalì lungo la schiena la stessa sensazione che aveva provato quella mattina, quando l’uomo le aveva scostato i capelli.
“Vuoi dormire?” Propose verso la figura del suo compagno di viaggio, sperando di rendere palesi le sue intenzioni. Lui avrebbe potuto prendere posto in un’altra stanza da letto, oppure dormire nel letto grande con lei. Non le sarebbe importato.
“No.” Rispose semplicemente l’uomo.
Grace si chiese se Forrester avesse intenzione di andare alla ricerca di cibo in altre abitazioni oppure se avesse qualcosa di importante di cui parlarle. Allargò le mani per toccare il copriletto morbido mentre aspettava che l’uomo aggiungesse qualcosa.
Lui semplicemente si chinò sopra la ragazza cogliendola di sorpresa e premette le labbra contro le sue.
Grace si sentiva pietrificata. Non riusciva a capire cosa stesse succedendo e non voleva dire qualcosa di sbagliato. Sentiva la testa girare e dubitò per un momento di stare vivendo la realtà.
Poi Forrester le infilò una mano sotto i vestiti e con l’altra le spinse le mani sopra la testa e Grace si irrigidì di colpo e non dubitò più, perché il terrore aveva il sapore terribile e inconfondibile della realtà.
  
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