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Autore: jess803    11/04/2017    0 recensioni
In un mondo post-apocalittico, segnato profondamente dagli esiti di una distruttiva guerra nucleare, in cui le risorse idriche e i generi alimentari scarseggiano, si muove una donna, Hadiya De Wit, spia al servizio della Confederazione, ossessionata dai demoni del passato e legata da una catena invisibile ad un amore misteriosamente scomparso.
Ambientata nel torrido deserto nord africano, è una storia di spie, amicizie tradite, intrighi politici, ma soprattutto di un amore destinato, forse, a non finire mai.
"Erano come due anime in bilico sull’orlo dello stesso precipizio, che lottavano contro la stessa forza invisibile che cercava in tutti i modi di farle andare giù, che avrebbero potuto restare in equilibrio solo se fossero rimaste immobili a sostenersi a vicenda… due anime a cui sarebbe bastato solo il soffio di un alito di vento per precipitare sul fondo del baratro e restarci per sempre."
Genere: Guerra, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza
Capitoli:
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Cox sbadigliò rumorosamente stiracchiandosi le braccia, poi bevve tutto d’un sorso l’ultima goccia di caffè rimasto nella moka. Fuori era buio pesto e Hadiya, seduta accanto a lui, riusciva a vedere i suoi occhi stanchi e arrossati solo attraverso la tenue luce emessa dallo schermo del PC. Non era stata l’unica, infatti, ad aver trascorso le notti precedenti in bianco, ma al contrario di quanto si sarebbe aspettata, il collega non si era mai lamentato e aveva sempre lavorato con diligenza e costanza.
Fu solo in quei giorni di stretta collaborazione che la donna si rese davvero conto che il nuovo arrivato, nonostante gli screzi iniziali e il legame con Marchand, sapeva il fatto suo e che era anche piuttosto bello. I capelli biondi scompigliati e la barba di qualche giorno, infatti, gli davano un’aria matura, mentre le labbra sottili incorniciavano perfettamente i denti bianchi e allineati.
<< A che pensi?>> le chiese tutt’ad un tratto il ragazzo, voltandosi verso di lei.
Hadiya lo guardò fisso, poi gli disse senza imbarazzo: << Al fatto che potresti essere il protagonista di uno spot per dentifrici>>.
Cox increspò le labbra e le sopracciglia, poi le chiese: << Come scusa?>>.
<< Stavo scherzando>> rispose la donna, dandogli uno schiaffetto sul collo << sbrigati e fammi vedere cosa hai scoperto>>.
Cox parve perplesso, ma scosse il capo e lasciò perdere, premendo il tasto Play sul videoregistratore. Partì un filmato, della durata di circa due minuti, simile ai tanti altri che avevano già visionato nel pomeriggio; mostrava la bambina, Jala, seduta nella solita stanza buia che colorava svogliatamente il disegno di un cagnolino; qualche volta alzava gli occhi alla telecamera e sorrideva, poi ritornava a colorare. Secondo la data riportata sul quotidiano, risaliva al tre giugno di quell’anno.
<< E cosa avrei dovuto vedere?>> chiese Hadiya grattandosi il mento, alla fine della proiezione.
<< Sentire, non vedere! All’inizio neanche io ci avevo fatto caso, poi, riguardandolo, ho notato questo>> fece Cox sorridendo, prima di premere il tasto Rewind. Tornò al minuto 1.06, poi premette di nuovo Play.
<< Continuo a non capire>> fece con un certo disappunto la donna, dopo aver rivisto e riascoltato attentamente tutto il video.
Il biondino sbuffò, tornò di nuovo indietro, poi le disse: << Ascolta, ascolta! Proprio ora!>>.
Udì uno strano rumore, simile ad un click, al minuto 1.09.
<< Sì, ora l’ho sentito anche io, ma non saprei davvero dire cosa sia>> aggiunse ancora più confusa.
<< Questo è perché hai sempre vissuto in un sottomarino militare! Se avessi vissuto in una casa normale, avresti saputo sicuramente riconoscere il rumore che fa un generatore di emergenza quando si attiva dopo un black-out. E credimi, nelle città della confederazione, a causa della crisi energetica, i black-out sono molto frequenti… o almeno lo erano fino a qualche anno fa>> fece Cox soddisfatto.
Hadiya gli lanciò un’occhiata truce.
<< Cazzo, scusami! Volevo solo fare del sarcasmo, non intendevo offenderti o rattristarti, davvero! Dio che idiota che sono, immagino sia difficile per te ripensare alla tua infanzia>> disse quello, mordendosi il labbro inferiore e maledicendosi ancora una volta per la sua stupidità.
La donna scoppiò in una fragorosa risata, poi gli disse: << Sono un’adulta Cox, non scoppio in lacrime ogni volta che qualcuno accenna al mio tragico passato. E mi sono anche abituata alla tua boccaccia, ormai. Non ti preoccupare>>.
<< Meglio così, allora>> rispose ancora imbarazzato l’altro, << comunque, se ho ragione e quel click è davvero il rumore di un generatore elettrico d’emergenza, significa che, controllando in quali zone del paese c’è stato un calo di tensione il 3 giugno, potremmo restringere notevolmente il campo di ricerca>>.
Hadiya lo guardò fisso negli occhi con espressione inerte, poi gli sorrise entusiasta.
<< E bravo il novellino! Chi si sarebbe mai aspettato che fossi capace di tanto?>> gli disse dandogli una pacca sulla spalla. << Ora dobbiamo solo sperare che la corrente non sia mancata in una zona troppo estesa, altrimenti saremo punto e da capo>>.
<< Sempre se tengono la bambina ancora in Nord-Africa>> aggiunse con un certo sconforto Cox. Del resto, niente assicurava loro che i rapitori non avessero portato la ragazzina all’estero.
<< Hanno inviato la prima registrazione il giorno dopo il rapimento e Jala era già rinchiusa nella stanza buia; quasi certamente è ancora da queste parti. Per sicurezza, però, è meglio cercare in una zona più ampia>> rispose Hadiya fiduciosa.
<< Che facciamo ora, svegliamo Ben e gli chiediamo di controllare?>> disse poi l’agente, ancora incredulo per il primo segno di stima e apprezzamento ricevuto dalla scontrosa collega.
<< Ovviamente! Cosa vorresti fare, aspettare fino a domani mattina? Abbiamo i minuti contati qui>>.
Hadiya compose il numero del tecnico sul suo cellulare. McIntyre non fu entusiasta di essere disturbato nel cuore della notte, ma data l’urgenza della questione, si mise all’opera immediatamente, con il solito spirito. Richiamato anche il capitano nella sala in cui operava l’informatico, in verità più simile ad uno sgabuzzino che ad un ufficio, Hadiya raccontò del video e della scoperta di Cox, notizia che i due uomini accolsero piacevolmente sorpresi. Alla luce delle nuove informazioni fornite dai due agenti, Ben avrebbe dovuto, quindi, passare al setaccio i rapporti energetici di tutto il nord-Africa e individuare le aree coinvolte dal black-out il tre giugno; inoltre, poiché il video era stato recapitato al generale solo il sei ed era possibile che la data riportata dal giornale e quella di registrazione non coincidessero, il tecnico avrebbe dovuto estendere la ricerca anche ai giorni quattro e cinque giugno.
<< Potrebbe volerci un bel po’ di tempo>> li avvisò mezzo sonnecchiante Ben, << soprattutto per sovrapporre le zone in cui c’è stato il calo di tensione e quelle che sono coperte da un generatore d’emergenza. Potete anche tornarvene a dormire voi due, vi videochiamo io appena ho finito>>.
<< Perfetto Ben, ti ringrazio. Avvisaci appena scopri qualcosa>>, riagganciò ed emise un profondo sospiro di sollievo: forse stavolta c’erano davvero.
<< Cosa facciamo ora?>> chiese Kieren, sbadigliando di nuovo.
<< Che domande?>> disse serafica la donna, << ce ne andiamo a dormire>>.

Passarono circa cinque ore prima che il tecnico dell’Agenzia si rifacesse vivo. Cox, che aveva dormito sul divano accanto al computer, era stato il primo a sentire lo squillo della videochiamata e a rispondere al collega, poi era corso a svegliare anche Hadiya, che invece aveva dormito nell’altra stanza.
<< Dimmi che porti buone notizie>> supplicò la donna, piazzatasi davanti alla webcam col collega, dopo essersi data una ripulita.
<< Ne ho una buona e una cattiva>> fece il tecnico dall’altra parte dello schermo. Sullo sfondo comparve anche la figura del capitano Huber. I due sottoposti fecero il saluto militare di rito, poi il tecnico continuò: << quale volete sapere prima?>>.
<< Prima la buona per carità! Non ho intenzione di cominciare la giornata già col piede sbagliato>>, rispose seccato Cox, mentre i primi barlumi di luce cominciavano ad illuminare timidamente la stanza attraverso le finestre.
<< Bene, la buona notizia è che nell’arco temporale che mi avete indicato si sono verificati dei black-out solo il 4 giugno>>.
<< A quanto pare ci avevate visto giusto, i rapitori hanno girato il video il quattro e utilizzato come prova il quotidiano del giorno precedente; chissà, forse quel mattino si scocciavano di passare in edicola>> si intromise nella conversazione il capitano Huber, che poi passò subito alla questione più preoccupante. << Per quanto riguarda la brutta notizia, invece, McIntyre ha scoperto che quel giorno, a causa di un forte temporale estivo, la linea elettrica che rifornisce tutta Tripoli e un’area di cinquanta chilometri intorno ad essa ha subito dei gravi danni. Per farla breve, ci sono stati ben sei diversi mini black-out in differenti zone della città>>.
I volti dei due agenti si fecero scuri. La scoperta che li aveva tanto entusiasmati la sera prima, che aveva permesso loro di dormire sonni tranquilli per la prima volta da giorni, convinti che presto avrebbero riportato a casa la bambina, probabilmente non sarebbe stata così utile come avevano sperato.
<< Vi sto inviando una cartina con evidenziate le aree coinvolte nei primi due black-out, quello delle nove e quello delle tredici. Ho anche segnato una quindicina di edifici che, secondo le informazioni del satellite e del catasto, possiedono un generatore d’emergenza e una struttura adatta a nascondere un ostaggio. Garage, magazzini abbandonati, fabbriche, stazioni in disuso e quant’altro>> disse serio Ben.
<< Quindici edifici? Accidenti, non finiremo neanche per Natale in due!>> fece ancora più scoraggiato e insofferente Cox.
<< Non perdetevi d’animo, agenti. So che è chiedervi tanto, considerando che attualmente non ho rinforzi da potervi inviare, ma ricordatevi sempre che è della vita di una bambina di dieci anni che stiamo parlando. Quando avete deciso di unirvi alle forze speciali dell’Agenzia avete solennemente giurato di impegnarvi al massimo delle vostre forze, fino a sacrificare la vita, per proteggere la Madrepatria e i suoi cittadini, anche quelli dei paesi alleati. Se dovesse essere necessario, la cercherete in ogni singola casa del paese fino all’anno prossimo>> disse il Capitano con enfasi, cercando in qualche modo di motivare i due ragazzi.
Gli agenti si guardarono di nuovo negli occhi per cercare l’uno il supporto dell’altro, poi annuirono decisi. Il capitano aveva ragione: se era necessario ispezionare ogni anfratto di quella città per ritrovare la piccola, allora lo avrebbero fatto. La vita di Jala era più importante della loro pigrizia.
Chiusero le comunicazioni con l’ordine di tenersi in contatto con la base e di aggiornarli qualora ci fossero state novità; se la fortuna fosse stata dalla loro parte e fossero riusciti davvero a trovare la bambina, il capitano avrebbe immediatamente richiamato quelli delle squadre speciali, ovunque essi si trovassero, e avrebbe ordinato loro di raggiungere l’Africa per tirare fuori la piccola Jala Essid da quell’incubo. Fino ad allora, i due avrebbero dovuto agire da soli: il costo e l’impegno di un tale spiegamento di forze per una sola bambina, neanche cittadina della Confederazione per giunta, non era giustificabile agli occhi del ministero della guerra.

Passarono ben due giorni prima che Hadiya e Cox riuscissero ad esplorare senza dare nell’occhio tutti gli edifici evidenziati da Ben sulla cartina. Avevano guardato tra gli avanzi di diversi magazzini abbandonati, nei salotti di sconosciuti, tra i panni sporchi di una lavanderia e tra le scartoffie di una decina di uffici, ma della piccola non c’era traccia.
<< Siamo stati molto scrupolosi, signore. Se la bambina fosse stata in uno di quegli stabili l’avremmo trovata>> disse girandosi i pollici Hadiya al capo, non riuscendo a nascondere l’insofferenza crescente che stava provando da quando aveva cominciato quella missione così delicata, che sembrava non portare mai a nulla di concreto.
<< Capisco>> fece con tono greve il capitano, non sapendo cos’altro dire. Sapeva bene che, di ora in ora, le speranze di ritrovare viva la bambina diventavano sempre più flebili e, con esse, anche quelle di catturare i terroristi. Il generale Essid avrebbe ricevuto a giorni una nuova richiesta da parte dei rapitori e allora, probabilmente, questi si sarebbero accorti che l’Agenzia teneva d’occhio lui e tutta la sua famiglia.
<< McIntyre vi ha inviato la posizione delle strutture coinvolte nel terzo e quarto blackout. Speriamo di essere più fortunati stavolta>> disse Huber, con ritrovata forza e speranza nella voce.
<< Buon lavoro agenti e mi raccomando, tenetevi in contatto costante con Ben e con la base>>, chiuse la comunicazione senza dar loro il tempo di replicare.
Cox stampò la cartina che gli aveva appena mandato via mail il tecnico, la poggiò sul tavolo per farla asciugare, poi la studiò con aria affranta, seduto sulla vecchia sedia di legno cigolante.
<< Cazzo, stavolta gli edifici da ispezionare sono anche di più della prima!>> fece passandosi nervosamente le mani tra i capelli il biondino. Hadiya, invece, cominciò a guardare distrattamente la mappa dal PC.
<< In lista abbiamo un altro magazzino, un edificio abbandonato giù al porto, una gelateria, un binario morto della metropolitana e udite udite, anche un locale a luci rosse! Ah!>> aggiunse esasperato Cox, << come se fosse possibile tenere una bambina chiusa lì dentro senza che nessuno se ne accorga. Maledizione! Io direi di cominciare dalla gelateria, tu che ne pensi? Se ci dovesse venire fame, almeno sapremmo cosa mangiare>>.
Non ricevette risposta. Si voltò indispettito verso la collega, che stava guardando lo schermo con aria assorta.
<< Hey, ma mi ascolti?>> la incalzò di nuovo.
<< Lascia perdere il gelato, Cox e richiama Huber.>> disse Hadiya scura in volto, << Ho capito dove tengono la bambina>>.
<< Cosa? E dove?>> chiese sempre più stupito l’altro, non ancora del tutto avvezzo alle uscite gloriose delle donna.
<< Qui>> rispose quella, indicando un edificio grigio e scuro sulla piantina.
<< E cosa ci sarebbe lì?>>.
<< Una fabbrica di vernici>>.

Il fuoristrada dell’Agenzia sfrecciava a tutta velocità attraverso le strade della capitale, diretta alla fabbrica di vernici. Nonostante fossero da poco passate le nove, le viuzze strette della città erano già affollate da auto, biciclette e pedoni sconsiderati, rendendo particolarmente arduo il compito di Cox, che doveva cercare di andare veloce e allo stesso tempo di non ammazzare nessuno. Hadiya, dal canto suo, seduta sui sedili posteriori, a causa dei continui scossoni non riusciva a vestirsi, andando a sbattere continuamente con la testa contro il tettuccio.
<< Cox per l’amor di Dio, rallenta!>> gli urlò la donna, mentre cercava di infilarsi i pantaloni della divisa appena “chiesta in prestito” ad una gentile signora di Tripoli.
L’uomo la ignorò, cercando di nuovo di schiarirsi le idee su quanto gli aveva raccontato la collega qualche ora prima. << Quindi, dato che è stato il contatto del vecchio brasiliano a metterci sulla retta via, se davvero riuscissimo a trovare la bambina in quella fabbrica, avremmo la conferma che gli uomini che hanno tentato di uccidere Nadym sono gli stessi che volevano acquistare l’arsenale di armi da Aguilar?>> ripeté di nuovo, cercando di scansare i fossi sulla strada.
<< Esatto>> rispose la donna, mettendosi in testa il ridicolo berretto blu e giallo della divisa.
<< Ah-a! Quindi ci avevo visto giusto all’eliporto, il tizio con il cappuccio era davvero Huseynov!>> disse soddisfatto Cox, che per l’euforia della scoperta aveva lasciato il volante, rischiando di travolgere una vecchina che stava attraversando la strada, << voglio proprio vedere la faccia di Nikolaidis quando lo scoprirà>> aggiunse poi soddisfatto.
Hadiya gli lanciò un’altra delle sue occhiatine eloquenti, poi gli disse che non era il caso di saltare a conclusioni affrettate, poiché la bambina non era ancora stata ritrovata.
Cox le diede ragione, ma non poté fare a meno di continuare a sorridere per quella piccola rivincita che si era preso sul collega più grande.
Si fermarono circa venti minuti dopo nel grosso parcheggio di un supermercato, a poca distanza dall’edificio che ospitava la fabbrica di vernici, nella periferia di Tripoli.
<< Ricapitolando>> disse la donna al collega, mentre si sistemava nell’orecchio la mini-trasmittente collegata alla sala riunioni della base in cui si erano riuniti Marchand, Ben, Huber ed Eeki, ormai vicina al recupero totale dopo la pallottola beccata all’eliporto, << io entrerò dal retro spacciandomi per una dipendente dell’impresa di pulizie, tu ti farai passare per un uomo d’affari interessato ad acquistare un grosso quantitativo di barattoli di vernice. Io ispezionerò la fabbrica, tu i piani alti. Non sono ammessi colpi di testa, se uno dei due scopre qualcosa, avvisa immediatamente l’altro e aspetta con pazienza l’arrivo della squadra speciale che dovrebbe essere qui tra…>> guardò sul suo orologio da polso, << circa due ore. Tutto chiaro?>>.
<< Chiarissimo>> rispose Kieren, mentre si dava un’ultima sistemata alla cravatta prima di entrare in scena.
<< Capitano, ci sentite forti e chiari da lì?>>.
<< Vi sentiamo, Pifferaio. Seguite attentamente il piano e non fate sciocchezze>> si raccomandò di nuovo l’uomo.
I due agenti si strinsero la mano, poi si augurarono buona fortuna; un secondo dopo si divisero, imboccando ognuno la propria strada.
Il carrello dei detersivi era più pesante di quanto avesse immaginato; Hadiya avanzava lenta a testa bassa tra i corridoi della fabbrica, osservando con attenzione le decine di operai che si avvicendavano uno dopo l’altro alla macchina per la miscelatura e allo sverniciatore. La fabbrica non era molto grande: nella parte posteriore c’era il capannone, sede della catena di produzione, in quella anteriore, invece, una anonima palazzina a tre piani ospitava la contabilità, il settore vendite e gli uffici amministrativi. Da qualche parte, lì in mezzo, doveva esserci anche il laboratorio di ricerca.
Sfruttando il lungo giro di pulizie che facevano i suoi finti colleghi, l’agente ebbe modo di studiare anche la zona di scarico dei solventi e il magazzino; ad una prima occhiata, le era sembrato tutto in ordine. Solo dopo quaranta minuti di esplorazione, quando si stava apprestando a pulire il pavimento dopo che un operaio aveva fatto inavvertitamente cadere a terra un barattolo di vernice gialla, notò una strana porta chiusa con un voluminoso lucchetto nella parte nord del capannone. Completò la sua mansione e, lasciandosi il carrello alle spalle, si diresse verso di essa.
Gli operai erano troppo impegnati a lavorare per fare caso a lei, così, servendosi degli attrezzi tirati fuori da uno di quei borselli da scassinatore che le aveva gentilmente regalato Cox dopo l’incursione a casa di Essid, riuscì a forzare il lucchetto ed entrare nella zona riservata.
Rimase un po’ delusa quando scoprì che era solo un accesso secondario al laboratorio di ricerca, che immetteva in un corridoio attiguo a quello dell’entrata principale.
Decise comunque di entrare e dare un’occhiata in giro. Passò davanti ad una serie di piccole stanze messe in fila, all’interno delle quali, grazie alle porte di vetro, riuscì a vedere dei camici bianchi che trafficavano con provette e campioni di vernice, miscelando sostanze e producendo strani fumi sotto a delle cappe d’acciaio. Le porte erano aperte, i ricercatori instancabili e sembrava non ci fossero particolari anomalie nemmeno da quelle parti. Delusa per l’ennesimo buco nell’acqua, decise di tornarsene nella caotica fabbrica, luogo in cui sarebbe stato sicuramente più semplice per dei delinquenti nascondere l’accesso alla stanza di prigionia di un ostaggio. Prima che potesse mettere in atto il suo proposito, però, una massiccia porta blindata sul fondo del corridoio attirò la sua attenzione; non l’aveva notata prima poiché era nascosta all’interno di un incavo creato da un pilastro, alle spalle della porticina col lucchetto. Si avvicinò cautamente e notò che vi si poteva accedere solo strisciando una tessera magnetica sul sensore.
Uscì rapidamente dal corridoio facendo attenzione a non fare rumore, recuperò il suo carrello delle scope e si diresse verso i bagni. Sbarrò la porta con una mazza da scopa e aprì tutti i rubinetti.
<< Anemone, mi senti?>> chiese sottovoce, parlando nella trasmittente.
L’uomo rispose solo dopo qualche minuto.
<< Scusami, non potevo parlare. Ora sono solo, dimmi pure Pifferaio>> sussurrò il biondino dall’altra parte.
<< Ho trovato una porta blindata sospetta nel corridoio del laboratorio di ricerca. Per accedervi c’è bisogno di una tessera magnetica, ma né gli operai, né i ricercatori ne possiedono una. Credo tu possa essere più fortunato con quelli dell’amministrazione>>.
<< E’ più facile a dirsi che a farsi, non ho visto nessuno dei pezzi grossi, non so neanche dove siano. Fino ad ora ho solo aspettato la responsabile delle vendite in una sala d’attesa al secondo piano. Troverò una scusa per allontanarmi e ti contatterò appena scoprirò qualcosa>> rispose quello annoiato.
<< Va bene, ci sentiamo dopo. Sii cauto e non fare nulla che non farei io>> si raccomandò un’ultima volta la donna, prima di interrompere la comunicazione.
Senza ulteriori indugi, l’agente si alzò dal divanetto su cui l’aveva fatto accomodare la segretaria della signora Makhlouf, la donna che avrebbe dovuto incontrare da lì a venti minuti, e uscì dalla stanza.
<< Non è possibile fumare qui, vero?>> chiese sfoderando un sorriso smagliante alla gentile signorina con gli occhiali.
La donna nascose un sorriso imbarazzato dietro alla mano piccola e ben curata, poi rispose: <>.
<< Già, lo sospettavo>> disse quello fingendosi deluso, poi aggiunse ammiccando: << Allora credo sia meglio che vada a fumare questa bella sigaretta nel cortile, anche se la vista di cui si gode qui è decisamente migliore>>.
La donna sorrise timidamente, poi si scusò di nuovo per il ritardo del suo capo, trattenuta in aeroporto a causa di un serio contrattempo.
<< Si figuri, non avrei potuto fare questa piacevole chiacchierata con lei se la signora fosse stata in orario>> disse sornione il biondino, rincarando la dose.
La ragazza arrossì vistosamente, ma fece finta di niente, poi si aggiustò gli occhiali neri sulla punta del naso e tornò al suo lavoro.
Cox si diresse verso l’ingresso, chiamò l’ascensore e scese al primo piano. A giudicare dal numero di calcolatrici sulle scrivanie e dalla quantità di impiegati stempiati e occhialuti seduti dietro di esse, doveva essere finito all’ufficio contabilità. Perlustrò indisturbato il piano in lungo e in largo; l’ufficio era talmente confusionario e rumoroso che nessuno sembrò fare caso a lui. Purtroppo, come si aspettava, non vide tessere magnetiche in giro. Tornò di nuovo all’ascensore, stavolta pigiando il tasto numero tre. Quando le porte si aprirono, si ritrovò in un’elegante sala d’attesa con parquet. Sul fondo della stanza una bella porta di vetro, che immetteva su un corridoio illuminato, era controllata a vista da un massiccio uomo della sicurezza, che sedeva dietro alla scrivania nella guardiola. L’uomo si alzò all’in piedi e chiese allo sconosciuto ben vestito cosa ci facesse lì.
<< Credo di essermi perso>> fece grattandosi la nuca Cox, sporgendosi leggermente per vedere cosa ci fosse nel casotto, << dovevo incontrare la signora Makhlouf, la responsabile delle vendite. La conosce?>>. L’uomo sospirò, poi disse con aria annoiata, venendo fuori dalla guardiola: << Certo che la conosco, ma non la troverà sicuramente qui agli uffici amministrativi. Deve scendere al secondo piano, nel reparto vendite e assistenza clienti>>.
Cox fece appena in tempo a scorgere tra cartacce, tazze di caffè e voluminosi mazzi di chiavi, una tessera magnetica sulla scrivania accanto agli schermi della TVCC, prima che l’omone gli si parasse davanti e gli ostruisse completamente la vista.
<< Dunque questo non è il secondo piano? Accidenti, che sbadato che sono, devo aver sbagliato a premere il tasto sull’ascensore!>> disse il biondino, cercando di mostrarsi a disagio.
L’armadio a due ante lo guardò un po’ stranito, chiedendosi se potesse esistere davvero qualcuno di così stupido da confondere i due tasti, poi si ricordò di tutte le persone con cui aveva a che fare ogni giorno per via del suo lavoro e si convinse della genuinità delle sue parole.
Cox si scusò profusamente, poi si allontanò a passi lenti. Scese al primo piano, entrò di nuovo nella caotica stanza degli occhialuti contabili, sempre troppo presi dai loro numeri per prestargli attenzione e, come se nulla fosse, tirò fuori dal taschino una sigaretta, la accese con un fiammifero e li gettò entrambi in un cestino pieno di carte. Due minuti dopo, un sottile fumo nerastro si levò dal contenitore, l’allarme antincendio risuonò in tutto l’edificio e gli impiegati cominciarono a lasciare le proprie postazioni e a dirigersi verso le uscite di sicurezza. L’omone della terzo piano scese a tutta velocità facendo le scale, ruppe il vetro che teneva l’estintore chiuso nell’armadietto e si precipitò nell’ufficio per tentare di spegnere le fiamme. Era lui, secondo quanto diceva la targhetta appesa nella guardiola, il responsabile delle emergenze, nonché del primo soccorso sanitario. Nell’agitazione generale, Cox risalì con tutta calma al terzo piano, entrò nella guardiola lasciata aperta dall’omone e prese la tessera magnetica. Contattò subito la collega.
<< Immaginavo che ci fossi tu dietro a tutto questo trambusto>> gli disse la donna compiaciuta, che dal capannone aveva udito il suono dell’allarme antincendio.
<< Dovevo pur aiutarti in qualche modo, no?>> rispose Cox soddisfatto, passandosi un fiammifero tra le dita << allora, dove ci vediamo?>>.
<< Vieni all’ingresso principale del capannone, nessuno farà caso a noi>> rispose secca l’altra, << sembra che in questa fabbrica la gente non faccia altro che lavorare, non mi stupirei affatto se non facessero nemmeno caso alle urla di una bambina tenuta prigioniera sotto i loro occhi>>.

Cox si diresse a passi ampi verso il capannone, muovendosi in senso opposto a quello degli impiegati, che si affrettavano, invece, ad uscire dall’ingresso principale.
Salutò Hadiya, che era appena arrivata insieme al suo fido carrello, con un cenno del capo. << Sai, ti sta proprio bene questo cappellino! E anche il carrello delle scope ti dona, mette in risalto i tuoi occhi verdi. Dovresti seriamente considerare l’idea di fare carriera nell’eccitante mondo delle pulizie>> le disse sarcastico Cox, soffocando una risata alla vista della ragazza con quella terribile tutina azzurra, che doveva appartenere ad una donna con almeno 15 kg in più a lei.
<< Quanto sei simpatico, novellino. Almeno a me sta bene tutto, tu invece, anche con quel bel vestito addosso, sembri sempre il solito stronzo>> rispose piccata la donna, strappandogli di mano la tessera magnetica.
<< Ah, quanto mi era mancata la tua gentilezza nelle ultime due ore>> sussurrò roteando gli occhi all’indietro. << Cosa farai ora? >> chiese poi serio.
<< Credo che farò un altro giro di pulizie straordinarie nei bagni. Quelli della squadra speciale sono già sbarcati al porto di Tripoli, in una ventina di minuti dovrebbero essere qui. Quando sarà il momento, loro faranno irruzione e io approfitterò del trambusto per entrare nella zona riservata a recuperare la ragazzina>> spiegò con sicurezza.
<< Sempre se è davvero qui>> ribatté l’altro, dondolandosi sui piedi con la mani in tasca.
<< Beh, se non dovesse trovarsi qui, non solo avrei preso il più grosso granchio della mia carriera, ma avrei anche creato un piccolo incidente diplomatico tra la Confederazione e lo stato del Nord-Africa. Roba da niente, in pratica>> rispose l’altra ironica.
Cox sorrise, dopodiché, quando si accorse che l’allarme era stato disattivato, le disse: << Pare abbiano già scoperto che l’edificio non crollerà tra le fiamme dell’inferno. Devo scappare ora, ho un appuntamento con la signora Makhlouf tra due minuti e la bella segretaria si aspetta ancora di vedermi dopo la sigaretta. Ti raggiungerò appena la squadra speciale sarà entrata in scena>>. Fece un cenno di saluto con la mano, poi sparì di nuovo tra le vetrate buie dell’edificio anteriore.
Hadiya rientrò nel capannone trascinandosi dietro il suo ormai inseparabile carrello delle scope. Camminò a testa bassa lungo i rumorosi corridoi della fabbrica per non dare nell’occhio, sperando di raggiungere i bagni il prima possibile. Come spesso capita, però, la troppa prudenza può fare tanto male quanto l’imperizia: non avendo una buona visuale di ciò che aveva davanti, si scontrò violentemente con un operaio che trasportava dei barattoli difettosi verso l’area di smaltimento rifiuti. I barattoli caddero tutti rovinosamente a terra, alcuni di essi si aprirono e sporcarono il pavimento, scatenando le ire dell’uomo.
<< Che cazzo fai, ragazzina? Non guardi dove metti i piedi quando cammini, eh?>> urlò il tizio infuriato.
<< Mi dispiace, ha ragione>> mormorò la donna, mentre si affrettava a sistemare di nuovo i barattoli sul carrello portacasse, << la aiuto subito a raccoglierli>>.
<< Di cosa ti dispiace? Hai visto cosa hai combinato? Le mie scarpe sono da buttare ormai, guarda!>> fece quello a voce ancora più alta, indicando nervosamente le scarpe immerse nella vernice.
Il baccano aveva già attirato le attenzioni dei lavoratori della zona, che ora li fissavano divertiti. Il vecchio Alì, quello era il nome dell’operaio, era sempre stato estremamente irascibile, soprattutto quando gli si sporcavano i vestiti e, considerando che lavorava in una fabbrica di vernici, tanto bastava a capire il motivo del suo costante malumore.
<< La prego, la prego, abbassi la voce. Mi dispiace per le sue scarpe, adesso pulisco subito>> supplicò quella portandosi l’indice al naso. Ma l’uomo non sembrava sentire ragioni e continuava a sbraitare chiedendo chi gli avrebbe ripagato le sue dannatissime scarpe.
<< Gliele ripago io>> disse la ragazza rimettendosi in piedi e guardandolo negli occhi. Prese cinquanta dinari dal portafogli, poi si guardò intorno preoccupata: il gruppetto di spettatori non paganti stava crescendo. Doveva andarsene subito, prima che qualcuno si iniziasse a chiedere chi diavolo fosse.
Nelle risatine generali, riuscì a scorgere da lontano la figura di un uomo in giacca e cravatta, molto distinto, che stava camminando nella sua direzione. Un uomo dai capelli rossi.
Quando riuscì finalmente a capire di chi si trattava, era ormai troppo tardi. Si abbassò la visiera del cappellino sugli occhi, lasciò il denaro nelle mani di Alì e si incamminò a passo svelto verso la sezione di ricerca.
<< Capitano, capitano!>> sussurrò agitata nella trasmittente.
<< Siamo tutti in ascolto Pifferaio, parla pure>> rispose concitato Huber.
<< Huseynov è qui e penso mi abbia riconosciuta! Che devo fare? Avrà capito che abbiamo intenzione di fare un blitz, forse ucciderà la bimba prima di levare le tende!>> disse quella affrettando sempre di più il passo.
Si voltò di nuovo, vide che il rosso la stava seguendo ad una certa distanza, aguzzando lo sguardo per cercare di mettere a fuoco la sua figura esile avvolta nella tuta blu.
<< Cosa? Esci immediatamente da lì Pifferaio! Subito!>> le urlò il capitano dall’altra parte.
<< Ma capitano, se vado via ora la bambina sarà spacciata!>> lamentò quella, ormai arrivata alla soglia della porta col lucchetto, aperta poco prima. Con la coda dell’occhio, si girò di nuovo a guardare Huseynov, che adesso stava parlando concitato al telefono, senza mai levarle gli occhi di dosso.
<< Pifferaio, è il tuo superiore in comando che ti parla. Segui i miei ordini ed esci immediatamente da quel capannone>> la supplicò l’uomo disperato, cercando però di mettere un filo di autorità nelle sue parole.
La ragazza si morse l’interno delle guance. Guardò di nuovo Huseynov, che si stava avvicinando a lei camminando a passi lenti. Ripensò alla bambina chiusa in quella stanza buia da nove mesi e al suo sguardo spaventato e privo di speranze; non poteva lasciare che morisse, non in quell’orribile prigione lontana dalla sua famiglia. Senza pensarci due volte, varcò di nuovo la soglia del laboratorio di ricerca, interrompendo ogni comunicazione con la base.
“Tanto la squadra speciale sarà qui a minuti” pensò, mentre faceva scorrere la tessera magnetica lungo il sensore. Lucine verdi, due bip, la porta si aprì. Tirò fuori la pistola, cominciò a correre lungo delle scale che scendevano nel sottosuolo, strette e illuminate da una fioca luce al neon. Arrivò in una specie di androne, sulla cui sinistra c’era un uomo armato a sorvegliare una porta. Hadiya gli si avvicinò puntandogli contro la semi-automatica; cominciò una colluttazione da cui uscì vincitrice dopo pochi minuti. Si tolse di dosso il ridicolo cappellino e quell’ingombrante divisa blu, restando con indosso l’uniforme dell’Agenzia, fino ad allora nascosta sotto la tuta di almeno due taglie più grandi. Nell’avanzare in quei corridoi stretti, incontrò un altro scimmione armato. Evitò con una buona dose di fortuna la pallottola che il tipo le sparò contro, poi rispose al fuoco, ferendolo ad una gamba.
Si avvicinò all’uomo, ormai disteso a terra, sofferente, e lo tramortì usando il calcio della pistola, poi, con estrema cautela e sempre con l’arma puntata, entrò all’interno di un’altra stanza vuota, enorme, buia. Fu allora che la vide: Jala Essid, la bambina tanto ricercata, legata ad una sedia al centro esatto del seminterrato. Le andò immediatamente incontro chiamando il suo nome a gran voce, ma la ragazzina non rispose. Solo quando fu a pochi passi da lei si accorse che aveva perso i sensi; poggiò la pistola a terra e le diede qualche colpetto sulla faccia, cercando di risvegliarla, ma la bambina non si riprese.
<< L’ho trovata! L’ho trovata!>> urlò nella trasmittente mentre cercava di slegarla <<è priva di sensi ma è viva! Fate venire un’ambulanza!>>.
<< Sei un’incosciente, maledizione! Sai quanto sono pericolose le persone con cui stai avendo a che fare, eppure sei entrata lo stesso in quel buco! E hai anche interrotto la comunicazione! Dovrei licenziarti solo per questo!>> disse Huber con una rabbia nella voce che la donna non gli aveva mai sentito prima, << adesso cerca solo di venire fuori da lì, Anemone e la squadra speciale stanno venendo a darti una mano. Devi solo resistere per un altro paio di minuti… Per favore, Hadiya>>.
Quando finalmente riuscì a slegare la bambina, tentò di caricarla sulle spalle a mo’ di cavalluccio e portarla fuori di lì il più presto possibile. Prima che potesse portare il suo braccino sottile intorno al collo, sentì un rumore di passi provenire dall’ingresso del seminterrato. Prese di nuovo la pistola con una mano.
<< Se fossi in te, quella la lascerei lì dov’è>> le disse una voce maschile calma e posata, che rimbombava nel vuoto della stanza.
La donna trasalì. Quella voce terribilmente familiare la fece bloccare con le mani a mezz’aria, come paralizzata, permettendole solo di poggiare di nuovo la ragazzina a terra. Cercando di restare calma, si girò lentamente verso la porta.
Fu allora che lo vide. Il cuore le si fermò per un attimo, tutti i suoi peggiori incubi erano appena diventati realtà.
L’uomo le disse, puntandole una pistola contro: << Ciao Sofyane>>.
   
 
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