Storie originali > Avventura
Ricorda la storia  |       
Autore: Old Fashioned    27/04/2017    15 recensioni
Siamo nell'India coloniale di fine ottocento. Il tenente Eldred Grosvenor dei fucilieri di Sua Maestà è prigioniero dei thug e sta per essere sacrificato alla dea Kali per mano di un maharaja traditore alleato con l'Impero Russo. Ma i thug non erano stati debellati quarant'anni prima dal generale Sleeman? Chi è stato a far riprendere loro l'antico vigore e a fomentarli contro l'Impero Britannico? Chi è la misteriosa spia dello Zar che sta finanziando il Movimento Indipendentista Indiano? Ma soprattutto: riuscirà il nostro tenente a salvare la pellaccia?
Prima classificata al contest "Dire Circumstances" indetto da Sagas sul forum di EFP.
Genere: Avventura, Azione, Storico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
   >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
TUTTO IL GIN DI CALCUTTA




Capitolo 1

Quando il tenente Eldred Grosvenor riprese i sensi e si trovò a torso nudo, supino su una lastra di pietra e incatenato per i quattro arti, capì che non era una buona giornata.
Si guardò intorno ancora stranito e per un po’ fu quasi convinto di essersi preso la sbronza peggiore della sua vita: era in una stanza semibuia, dal soffitto così alto che si perdeva nell’oscurità. Le pareti erano un groviglio di altorilievi di persone e animali, la luce danzante delle fiaccole creava l’illusione che le figure palpitassero di vita. Illuminata dal bagliore sanguigno di due bracieri, incombeva su di lui la forma gigantesca di una donna con quattro braccia, una collana di teschi e una cintura di membra recise. Il volto era atteggiato a un’espressione di ira furente e dalla bocca zannuta la lingua le scendeva fino al mento. L’effigie era dipinta in colori più o meno realistici e aveva una chioma scomposta di capelli veri che le scendeva fino alla vita.
L’aria afosa e appesantita dagli incensi vibrava del selvaggio frastuono di cembali e tamburi. Voci roche modulavano un canto cercando di sovrastare gli strumenti.
Deglutì a vuoto e nonostante il caldo la pelle nuda del torace gli si increspò in un brivido ghiacciato. Se le sue scarse conoscenze di induismo non lo tradivano, quella virago era la dea Kali.
Il che significava che era prigioniero dei thug.
Ignorava in che modo e perché ciò si fosse verificato. E ignorava altresì perché i thug, dei quali aveva sempre sentito parlare come di un fenomeno estinto e relegato nella leggenda, fossero invece vivi e vegeti.
L’unica cosa che sapeva per certo era che entro breve sarebbe arrivato qualcuno con la pretesa di strangolarlo.
L’attesa in effetti non fu lunga: a un tratto la musica tacque e nel silenzio un passo misurato si avvicinò. Un uomo si piegò su di lui.
Grosvenor lo fissò e gli occhi gli si dilatarono per la sorpresa. “Maharaja?” mormorò stupefatto. Nonostante non portasse più il prezioso sherwani* e il turbante ingioiellato con cui aveva accolto le truppe inglesi, il nuovo arrivato era indubbiamente Suraj Singh di Barhdaman. “Vi prego, ditemi che questa è un’antica usanza di ospitalità delle vostre parti,” soggiunse scrutandolo incerto.
L’uomo gli rivolse un freddo sorriso. “Che questa sia un’usanza antica non ve lo nego,” rispose compito, “ma di certo non si tratta di ospitalità. Voi inglesi non siete precisamente quelli che definirei graditi ospiti.”
Sì, ma...” L’ufficiale pensò che prendere tempo non sarebbe stata una cattiva idea, anche solo per capire cosa stava succedendo. “Ma ci avete chiamati voi nel vostro palazzo, volevate degli istruttori per i vostri soldati… Ecco, non pareva proprio che la nostra presenza vi infastidisse. E comunque bastava non chiamarci.”
Non vi abbiamo certo chiamati in India, giusto?” Gli occhi neri e pesantemente bistrati del maharaja ebbero un brillio di fanatismo.
Ammetto che forse ci siamo presi qualche libertà eccessiva,” rispose l’ufficiale in tono conciliante.
Già, forse un tantino eccessiva,” replicò l’uomo con glaciale calma.
Nel frattempo si udiva il tramestio di decine di piedi scalzi. Figure a torso nudo, col capo coperto da un semplice turbante chiaro, stavano lentamente circondando l’altare.
Suppongo che liberarmi, offrirmi da bere e rimandarmi a Calcutta sia fuori questione?” si informò con discrezione il tenente.
Il maharaja non si prese neppure la briga di rispondergli. Con gesti misurati cominciò a srotolare la sottile fascia di seta che teneva avvolta in cintura, poi la strinse con entrambe le mani e la sollevò solennemente verso la statua di Kali. La tese con un gesto rapido, facendola schioccare.
Aspettate!” esclamò il tenente. “Aspettate un attimo, dannazione!”
L’altro si voltò infastidito verso di lui. “Non avrete il cattivo gusto di mettervi a implorare, spero.”
Sono rassegnato al mio destino,” gli assicurò l’ufficiale in tono grave. “Posso almeno esprimere un ultimo desiderio?”
Suraj Singh sbuffò seccato. Grosvenor stabilì che si trattava di un segno di assenso. “Venite più vicino.”
Cosa?”
È sconveniente.”
Che cosa sarebbe sconveniente?”
L’ultimo desiderio. Voglio dirvelo in un orecchio.”
Suraj Singh fece schioccare di nuovo la fascia di seta. Con una certa precipitazione, l’ufficiale disse: “Non avrete paura di un prigioniero con le mani e i piedi legati, voglio sperare. Che fine ha fatto il vostro leggendario coraggio?”
Dopo qualche secondo di esitazione, con gli occhi di tutti i suoi uomini puntati su di lui, il maharaja si chinò avvicinando il viso a quello di Grosvenor. “Ebbene, il vostro ultimo desiderio?” domandò seccato.
Questo!” esclamò l’inglese buttando la testa in avanti con tutte le sue forze. Colpì in pieno il suo antagonista, che emise un grido inarticolato e barcollò all’indietro zampillando sangue dalla bocca.
Grosvenor scrollò il capo e i due incisivi che gli erano rimasti piantati nel sopracciglio caddero a terra tintinnando. Il suo sangue si unì a quello del maharaja sull’altare.
Si abbandonò all’indietro con un sospiro appagato. “Creperò ugualmente, ma almeno mi sono tolto una soddisfazione.”
Alla vista di Suraj Singh ferito, l’ira dei thug esplose furibonda. Tutti si agitavano e inveivano, il tenente fu colpito più volte, uno lo prese addirittura per i capelli e gli sbatté la testa contro la pietra così forte che per qualche secondo l’ufficiale vide tutto nero, ma nessuno pareva intenzionato a mettergli un laccio al collo. Dopo averlo malmenato in vari modi sciolsero le catene che lo tenevano avvinto e lo portarono fuori dal tempio. Si scambiarono rapide frasi nella loro lingua, poi in quattro lo sollevarono alla meglio e lo trascinarono via.
Semisvenuto e dolorante, l’ufficiale non riusciva a opporre alcuna resistenza. Arrivarono all’aperto, la luce forte gli fece sbattere gli occhi. Percepì il calore bruciante del sole sulla pelle e un odore di decomposizione talmente forte da dargli la nausea.
Lo lasciarono cadere a terra bocconi, poi si scambiarono altre frasi. Sentì il rumore di una lama che veniva sfoderata.
Tentò di alzarsi, ma qualcuno lo bloccò premendogli un piede sulla schiena.
Poi dietro le sue spalle ci fu un grido soffocato, e un corpo gli crollò addosso. Dopo un frenetico tramestio, altri due corpi si abbatterono al suolo. Sentì delle mani afferrarlo e rivoltarlo sulla schiena, il gesto aveva una certa connotazione di premura. “Come state, signore?” chiese una voce.
Grosvenor cercò di aprire gli occhi, ma accecato dal sangue e dal sole che gli batteva in faccia, vedeva solo una sagoma scura con un turbante. L’altro sembrò capirlo e si spostò in modo da proiettargli addosso la propria ombra.
Il tenente mise a fuoco l’immagine: a prima vista era un giovane thug. Torso nudo, turbante chiaro, pelle olivastra, capelli neri lunghi fino alle spalle, un accenno di barba e baffi. “Con chi ho l’onore?...” mormorò mentre tentava di sollevarsi sui gomiti.
Di nuovo l’altro intervenne aiutandolo a mettersi seduto. “Potete chiamarmi Chāyā**. Come vi sentite?”
Come una palla da rugby alla fine della partita. Che cos’è successo? Chi siete? Perché non mi hanno fatto secco là dentro? Che cos’è questo odore terribile?”
L’altro si guardò rapidamente intorno, poi disse: “Ora non c’è tempo per le domande. Visto che non hanno potuto sacrificare voi, quando avranno finito di purificare l’altare andranno a prendere un altro prigioniero. Riuscite a camminare?”
Direi di sì.”
Bene, seguitemi.”
Con una certa fatica, il tenente Grosvenor si alzò in piedi. Per terra c’erano i corpi di tre thug sgozzati come capretti, il sangue fresco si stava rapidamente coprendo di mosche. “Siete stato voi a fare questo?” chiese meravigliato.
Non c’era altro da fare,” fu la sbrigativa risposta. “Ora muovetevi: dobbiamo salvare gli altri inglesi.”
Dove sono?”
Seguitemi!”
Per quanto ancora dolorante, l’ufficiale cercò di tenere il passo svelto dell’indiano. Si trovavano in una stretta gola, tra templi dalla struttura poderosa, composti di più livelli, con le facciate scolpite. Alcuni erano talmente massicci da dare l’impressione di essere stati scavati direttamente dal fianco della montagna, ma tutti sembravano abbandonati da tempi immemorabili. Tra essi correvano degli stretti corridoi che si intersecavano ortogonali. Chāyā si muoveva con disinvoltura, dando l’impressione di conoscere il posto molto bene.
C’è un piccolo problema,” disse il tenente cercando di non rimanere troppo indietro.
E sarebbe?” chiese il misterioso giovane senza nemmeno voltarsi.
Io sono più disarmato di un reverendo.”
Non preoccupatevi: voi dovrete solo distrarre il guardiano.”

Chissà perché, Grosvenor se l’era immaginato. Il guardiano, che stavano osservando da dietro una scultura, era alto un palmo più di lui e largo quanto lui e Chāyā messi insieme. Le sue mani davano l’impressione di poter stritolare la pietra dei templi come ricotta, un’enorme barba nera gli arrivava fino al petto e in cintura oltre al rumal*** aveva una frusta da bestiame. “Che dite, provo a declamargli qualcosa di Byron?” propose il tenente sardonico.
Dovete solo distrarlo, al resto penserò io.”
Non vorrei che la sua distrazione consistesse nel fare a pezzi il sottoscritto.”
Non abbiamo molto tempo,” gli ricordò Chāyā.
D’accordo, d’accordo.”
Il gigante sedeva davanti a un piccolo tempio che a differenza degli altri aveva sbarre alle finestre e una porta di legno chiusa da un elaborato lucchetto.
Grosvenor uscì da dietro la statua passeggiando come se fosse stato in Trafalgar Square. “Buon giorno,” disse affabile al guardiano, “mi chiedevo se qualcuno avesse mai visto da queste parti una scimmia a tre teste. Sapete, sono un naturalista, e così...”
Non fece in tempo a finire la frase: con imprevista velocità, l’uomo saltò in piedi e sfilò il rumal dalla cintura, quindi cominciò a farlo roteare nell’aria. La sfera di metallo che ne appesantiva l’estremità mandava un sibilo sinistro.
Grosvenor si voltò per correre via, ma non aveva fatto il primo passo che già il laccio gli si stava avvolgendo intorno al collo. Fece appena in tempo a mettere una mano tra la gola e le spire di seta poi il peso lo colpì alla tempia facendolo cadere a terra.
Pur stordito dalla botta, cercò di rialzarsi e liberarsi del rumal, ma il guardiano gli si buttò addosso con tutta la sua mole, strappandogli un gemito soffocato.
Si rigirò sulla schiena, sferrò un pugno in piena faccia al gigante. Questi si limitò a scrollare la testa e a emettere un grugnito di disappunto, poi come se niente fosse afferrò le due estremità del laccio e cominciò a tirare come per chiudere un sacco.
Più che agitarsi come una trota presa all’amo, Grosvenor non riusciva a fare: il suo antagonista aveva una forza spaventosa, inoltre incassava i pugni come il fianco di un pachiderma. Per quanto lui cercasse di colpirlo con tutte le sue forze, l’unica cosa che otteneva a parte farsi male alla mano era che l’altro rinsaldasse la stretta sul laccio.
La vista gli si fece nera.

Signore! Signore!”
Grosvenor si accorse che qualcuno lo stava scuotendo per le spalle. Riemerse faticosamente dal buio per trovarsi faccia a faccia con Chāyā, che in ginocchio accanto a lui cercava di farlo rinvenire.
Il tenente tossì, si passò una mano sulla gola dolorante. “Alla buon’ora,” protestò, ancora afono dopo la recente esperienza di strangolamento, “volevate godervi lo spettacolo?”
Alzatevi, non c’è tempo!”
Aspettate un attimo, non so nemmeno se sono ancora vivo.”
Dobbiamo fare in fretta, tra un po’ arriveranno!”
Sapete, voi mi ricordate tanto il Bianconiglio,” brontolò l’ufficiale, puntellandosi su un gomito per rimettersi in piedi, ma Chāyā non lo stava più ascoltando: era chino sul corpo del guardiano e lo stava palpando da tutte le parti. “Eppure ci deve essere,” mormorò. Poi alzò gli occhi sull’inglese e a voce più alta aggiunse: “Datemi una mano, presto!”
A fare che?”
Dobbiamo cercare la chiave, so che la porta sempre addosso.”
Sapete un sacco di cose, mi pare.”
È il mio mestiere. Ora aiutatemi, non abbiamo tempo.”
La chiave era in un posto che in qualità di gentiluomo Grosvenor trovò dei più sconvenienti. Era anche sudaticcia, e viscida per motivi che il tenente preferì non approfondire. “È questa?” chiese reggendo con due dita un’elaborata chiave di ottone appesa a una catenella.
Date qua,” disse per tutta risposta Chāyā. Fece scattare il lucchetto, spalancò la porta e con un gesto che a Grosvenor parve assai strano si fece rapidamente da parte.
Un istante dopo uscì dalla cella come un treno il sergente Jenkins, con l’uniforme che sembrava pronta per un’ispezione e uno sgabello brandito come una specie di clava. “Dove sei, sporco mangiacurry?” inveì guardandosi intorno. Poi vide il tenente, abbandonò l’improvvisata arma e salutò militarmente. “Felice di rivedervi vivo, signore!” disse in tono marziale.
Anch’io sono felice di rivedervi, sergente. C’è qualcun altro dei nostri con voi?”
Uscirono dalla cella anche Thayes e Barrett, due soldati del suo plotone. Il primo dovette chinarsi per evitare di sbattere la fronte contro la porta e si mise un po’ di traverso per far passare le spalle. Il secondo, un diciottenne con l’aria di uno che pensava di andare in seminario e invece si era ritrovato nei fucilieri, reggeva con deferenza la sua giacca.
Grazie, soldato,” disse il tenente indossandola. “E ora andiamocene da qui.”

Al seguito dell’indiano, i quattro corsero verso l’imboccatura della gola. Man mano che procedevano, le pareti del canalone si abbassavano e si stringevano, e da esse debordava una vegetazione lussureggiante. Di pari passo, il tanfo di decomposizione che stagnava nell’aria andava facendosi sempre più intenso.
Barrett era già bianco come un cencio e c’era da scommettere che entro breve avrebbe cominciato a vomitare, ma persino il sergente Jenkins, sebbene impassibile, era piuttosto grigio in faccia.
Alla fine della gola, la giungla li accolse come un muro: afa, frinire di migliaia di insetti, piante di ogni genere che crescevano le une addosso alle altre, bestie in agguato. Chāyā si infilò risolutamente nella macchia, in un punto dove a ben guardare si scorgeva qualche leggera traccia di passaggio. “Presto!” raccomandò per l’ennesima volta.
Corsero schivando rami e saltando tronchi caduti per un tempo imprecisato, poi la vegetazione parve diradarsi. Tra le fronde dei ficus e dei banyan apparve un lembo di cielo caliginoso, nel quale roteavano lente le sagome nere degli avvoltoi.
Rallentarono. L’odore era ormai insopportabile. Prendeva alla gola, impregnava i vestiti. Ogni respiro era una pena.
Quando la vegetazione si esaurì del tutto lasciando spazio a una radura, i quattro inglesi impietrirono. Barrett si afflosciò direttamente a terra privo di sensi e Thayes dovette correre a vomitare. Grosvenor aprì la bocca per dire qualcosa, ma si accorse di essere senza parole.
Il sergente Jenkins fu il primo a riprendersi: “Per le braghe di Belzebù,” imprecò, “io ne ho viste di porcherie fatte dai selvaggi, ma questa le batte veramente tutte!”
Quella che stavano con orrore contemplando era una fossa comune. Dentro c’erano decine di corpi, tutti maschi, di pelle bianca e nudi. Ognuno di essi aveva il ventre squarciato, dal quale fuoriuscivano i visceri.
Il caldo soffocante aveva accelerato i processi di decomposizione e i corpi avevano i volti enfiati e nerastri, nei quali era ormai impossibile riconoscere i lineamenti. Tutti avevano il collo segnato da un profondo solco orizzontale.
Gli avvoltoi saltellavano sulla distesa di cadaveri godendosi il macabro banchetto. Nugoli di mosche ronzavano ovunque.
Li hanno strozzati tutti,” disse Jenkins, la voce che fremeva di sdegno, “tutti quanti.” Alzò lo sguardo verso Chāyā. “E perché sbudellarli come bestie al macello? Questo non è il modo di trattare dei soldati.”
È l’usanza dei thug,” disse il giovane senza guardarlo, “quando derubano le carovane lo fanno per evitare che i gas della putrefazione rivelino dove hanno sepolto i cadaveri.”
Ma perché non ricoprirli di terra, almeno?”
Aspettavano di buttare dentro anche voi.”
Nessuno si sentì di replicare. Thayes rianimò alla meglio il commilitone che giaceva ancora a terra svenuto, poi si lasciarono alle spalle la raccapricciante fossa per ributtarsi nella giungla.

Continuarono a camminare nel folto della vegetazione, seguendo un sentiero che solo Chāyā era in grado di scorgere. Andarono avanti senza fermarsi fino al tardo pomeriggio. Grosvenor era esausto. Era assetato, dolorante dappertutto e tormentato dagli insetti che si accanivano intorno alla ferita ancora aperta che aveva sul sopracciglio. Il sudore e il sangue gli avevano inzuppato l’uniforme, rendendola ruvida come carta vetrata. Fossero stati solo lui e l’indiano, gli avrebbe semplicemente comunicato che stava per crollare dalla stanchezza, ma sentiva su di sé lo sguardo di Jenkins e dei due soldati, e ciò lo convinse a non aprire bocca.
Col tono più neutro che riuscì a tirare fuori, si informò di quanto mancava.
Non molto,” rispose Chāyā
Il tenente non replicò. Il non molto di quel tizio non lo convinceva per niente, tuttavia non aveva altra scelta che farsi bastare quella scarna rassicurazione. Per distrarsi cominciò a calcolare quanto gin e quanta acqua tonica sarebbero stati necessari per estinguere la sua sete una volta rientrato a Calcutta.
Era ancora immerso nei suoi conti quando arrivarono ai margini di uno spiazzo lastricato. In più punti il pavimento era sconnesso perché le pietre erano state sollevate dalle radici degli alberi, ma era accuratamente pulito. Al centro di quello spazio così tenacemente conteso alla natura sorgeva un tempio di mattoni. La costruzione era antica e mostrava i danni del tempo, ma aveva una generale apparenza di ordine e decoro. I gradini che conducevano all’ingresso recavano i segni di innumerevoli offerte di gulal**** rosa e viola, ai due lati della scalinata c’erano vecchi vasi di terracotta con piante fiorite.
Una donna con un saree colorato si stava apprestando a entrare nella costruzione.
Senza uscire dalla macchia, Chāyā imitò il verso di un uccello. La donna si voltò nella sua direzione. Sembrava che lo vedesse, perché i suoi occhi erano puntati con sicurezza verso di lui. Rispose con lo stesso suono.
Andiamo,” disse semplicemente l’indiano, muovendosi per raggiungerla. Imitato dagli altri, Grosvenor lo seguì.

Il tenente, che pensava di essere esausto, dovette ricredersi: non era mai stato così esausto in tutta la sua dannata esistenza. Appena la donna gli indicò un posto dove sedersi vi crollò sopra, e decise che non si sarebbe più alzato di lì nemmeno se a sloggiarlo si fosse presentata la dea Kali in persona.
Tentò di ricostruire gli ultimi avvenimenti, ma nessun pezzo sembrava combaciare con gli altri.
Tutto era cominciato con una tigre del Bengala che aveva accidentalmente dimenticato nello studio del generale Harris dopo una serata di libagioni. Il generale non l’aveva presa bene e Wilson, il suo colonnello, aveva pensato di aggregare lui e il suo plotone al contingente del maggiore Shaw, in modo da sottrarlo per un po’ alla vista del furibondo superiore.
Il maggiore doveva compiere una missione che sembrava quasi una passeggiata, ovvero andare da un maharaja e fornirgli istruttori inglesi per i suoi soldati, quindi sarebbe stato un buon modo per tenersi alla larga da Calcutta per un po’.
Suraj Singh aveva accolto i militari nel migliore dei modi: bevande fresche, acquartieramenti ombrosi e ventilati per la truppa, danze e musiche in onore degli amici britannici...
E poi si era ritrovato legato su un altare in attesa di farsi tirare il collo come una gallina.
A parte i tre che aveva recuperato, e che probabilmente erano stati tenuti in vita per essere a loro volta sacrificati, gli altri erano stati ammazzati dal primo all’ultimo.
Chāyā,” mormorò, la voce debole per la stanchezza.
Signore?”
Avete detto che sapere cose è il vostro mestiere. Non disdegnerei qualche spiegazione.”
L’altro emise un sospiro, poi disse: “Lasciate che Kaur si occupi delle vostre ferite. Dopo parleremo.”
Nonostante non fosse la dea Kali, la donna riuscì a farlo alzare e lo condusse in una specie di stanza da bagno. Lo spogliò quanto la decenza consentiva, senza né un gran sfoggio di pudicizia né sfrontatezza, poi cominciò a lavare le sue varie ferite. “Vi fa male?” chiese picchiettandogli un panno umido sul sopracciglio.
Un po’,” rispose Grosvenor a denti stretti, sobbalzando a ogni tocco.
Preferite che lasci stare?”
Sì, vi prego, mi state facendo un male orribile e voglio solo dormire. “No, non preoccupatevi.”
Per cercare di distrarsi, il tenente prese a osservare Kaur. Era una donna di mezz’età, né alta né bassa, né bella né brutta, né magra né grassa, con un abito né troppo vistoso né troppo dimesso. Il genere di persona che nessuno avrebbe guardato una seconda volta.
La prima cosa che gli venne in mente fu che anche Chāyā era così. Un giovanotto talmente anonimo che nessuno l’avrebbe notato, a meno che non fosse stato lui a volersi far notare.
Pensò a madre e figlio, ma i due non si assomigliavano per niente.
E poi, guardando meglio la donna, si accorse che in realtà era molto più giovane e piacente di quello che voleva far vedere, e che il saree era drappeggiato in modo da nascondere il più possibile le sue forme.
Kaur, chi siete?” le chiese.
Nessuno,” rispose la donna con un vago sorriso, continuando a medicarlo.
C’era un tale che diceva di chiamarsi così, ed era famoso per essere dannatamente furbo.” Il tenente alzò gli occhi su di lei. “Mi sa che voi siete come quel tale.”
L’altra si schermì con fare modesto. “Siamo dalla vostra parte comunque.”
Siamo? Quanti siete?”
Chāyā vi spiegherà tutto.”

Il misterioso giovane si ripresentò dopo cena. Nel frattempo aveva dismesso i panni da thug e indossava una casacca chiara e un paio di pantaloni. In testa aveva aveva un semplice foulard arrotolato alla maniera dell’Asia Centrale.
Raccolse una lanterna e un portasigarette poi disse: “Venite con me, tenente.”
Condusse l’ufficiale nella sala principale del tempio, e da quella su per una scaletta di pietra. Arrivarono a una stanza piccola, arredata con un tappeto, cuscini sul pavimento e un tavolino centrale. Le tende dell’unica finestra ondeggiavano spinte dalla brezza notturna.
Chāyā fece segno al tenente di accomodarsi, quindi si sedette a sua volta e si accese una sigaretta sulla fiammella della lanterna. Spinse poi il portasigarette verso Grosvenor.
I due fumarono in silenzio per un po’, ascoltando i rumori della foresta di notte. Le ombre danzavano sulle pareti, l’aria era satura di profumi. Il tenente pensò che quel posto era come tutta l’India: affascinante, pericoloso e con poco alcol. “Ucciderei per un gin tonic,” sospirò.
Temo che per un po’ dovrete farne a meno,” disse l’altro, poi di punto in bianco gli chiese: “Cosa sapete del Grande Gioco?”
L’ufficiale si appoggiò all’indietro sui cuscini come chi si appresta ad ascoltare qualcosa di molto interessante e se lo vuole godere stando comodo. Il Grande Gioco era roba forte. “Che è una guerra di spie tra noi e l’Impero Russo, principalmente. Che solo i soldati più capaci dei due schieramenti vi prendono parte.”
Sapete il necessario. Conoscete i pandit?”
So che esistono, anche se non ne ho mai visto uno.”
Perché normalmente non ci facciamo vedere.”
Grosvenor stava per alzare le sopracciglia in segno di stupore, poi ripensò alla medicazione di Kaur e decise di rimanere impassibile. “Questo significa che voi siete un pandit?” si limitò a chiedere.
Esattamente.”
Si spiegano molte cose,” considerò il tenente, pensando all’abilità nel combattimento che l’anonimo giovanotto aveva dimostrato. “E Kaur?”
Lei non compie missioni, ma è comunque una nostra agente.”
Chāyā finì la sigaretta, schiacciò il mozzicone sul pavimento e lo appoggiò da una parte, poi spazzolò via con la mano ogni traccia di cenere dalle pietre. Si accorse che l’ufficiale stava seguendo i suoi movimenti con lo sguardo e in tono quasi di scusa disse: “La prima cosa che ci abituano a fare è non lasciare tracce.”
Capisco.”
L’altro si morse il labbro, giocherellò un po’ con un lembo del foulard che portava in testa e finalmente si decise a dire: “Queste sono informazioni riservate, che normalmente non rivelerei a nessuno, ma qui si tratta di un caso di emergenza, diciamo così. Io vi ho aiutati, ma ora voi dovete aiutare me, è una cosa della massima importanza.”
Grosvenor sorrise. “Con il sottoscritto dovrete accontentarvi un po’, ma farò del mio meglio. E ora volete finalmente dirmi le cose che in situazioni normali non rivelereste a nessuno? Purché che non siano sconvenienti, però.”
Chāyā ignorò la battuta, forse troppo teso per coglierla. Si accese un’altra sigaretta e per un po’ fumò dando l’impressione di essere immerso in pensieri tormentosi.
Alla fine prese un gran respiro e disse: “La spia più abile dei russi è un uomo di Khiva che si fa chiamare O’lim*****. Attualmente costui si trova proprio qui nel Bengala, e ha la missione di scatenare una rivolta anti-britannica per indebolire l’Impero e fare in modo che i disordini interni rallentino la sua espansione verso l’Asia Centrale. Per ottenere tutto questo sta fomentando il fanatismo dei thug e sta finanziando il movimento indipendentista indiano, che proprio a Calcutta ha la sua roccaforte. In occasione della Conferenza Nazionale assassinerà il Governatore e dopo sarà il caos.”
A quelle sconcertanti rivelazioni Grosvenor mostrò l’imperturbabilità di un Sadhu Ramanandi******. Solo dopo aver fumato, in mancanza di alcol, un’altra sigaretta, nel più puro gergo militare proferì: “Al tempo.”
Al tempo?”
Intendo dire, con calma e nel dovuto ordine. Da dove arriva questo O’lim, tanto per cominciare?”
Ve l’ho detto, è una spia russa.”
E voi come fate a sapere che è qui?”
L’altro sbuffò. “L’ho seguito.”
C’è un motivo per cui non l’avete ancora fermato, se sapete dov’è e cosa vuole fare?”
Sì, che non ci sono riuscito.”
Com’è fatto?”
Non avrebbe alcun senso che ve lo descrivessi. Può diventare quello che vuole, ancora più di me. Se gli serve essere un bramino è bramino, se no sadhu, o sepoy, o persino donna.”
Anche vacca sacra?”
Chāyā non poté fare a meno di sorridere: “No, vacca sacra no.”
È già qualcosa.”
Fra i due calò il silenzio. Di nuovo la notte tropicale li avvolse con i suoi mille suoni misteriosi. La lanterna colorata creava un’atmosfera ipnotica, che invitava all’abbandono.
Dopo un po’, Grosvenor disse: “Per quello che ne sapevo, il problema dei thug aveva smesso di esistere cinquant’anni fa.”
Dopo oggi ne siete ancora convinto?”
Decisamente no, ma non capisco come mai sono tornati fuori, e perché fra loro c’è addirittura un maharaja.”
I thug in realtà non hanno mai smesso di esistere, il generale Sleeman li solo fatti ritirare nella segretezza. I maharaja li hanno sempre usati come sicari e assassini prezzolati, e molti potenti erano e sono thug a loro volta.”
Ho capito. E voi cosa facevate oggi al tempio della dea Kali?”
Seguivo le mosse di Suraj Singh. So che deve incontrarsi con O’lim per ricevere da lui denaro e documenti.”
Grosvenor lo fissò sorpreso. “Quindi il nostro maharaja è un traditore al soldo dei russi?”
Esatto. Nello stile dei thug ha drogato e poi ucciso tutti gli inglesi per evitare che trapelasse la notizia del suo tradimento, e state pur certo che starà cercando anche voi e i vostri uomini per farvi fare la stessa fine.”
Motivo in più per non separarci, noi e voi,” sospirò il tenente. Poi, dopo una pausa meditativa: “Sono stanco morto, ma vorrei sapere un’ultima cosa.”
Dite.”
Perché non mi hanno ucciso nel tempio?”
Ci siete rimasto male?”
Il contrario direi. E poi, se mai dovessi essere sacrificato a un dio, ci terrei che almeno si trattasse di Bacco. Ero solo curioso.”
Come se fosse la cosa più ovvia del mondo, Chāyā rispose: “In un sacrificio a Kali non può essere versato sangue. Ci sarebbe anche un motivo religioso, ma visto che siete stanco ve lo risparmio.”
Voi siete religioso?”
L’indiano alzò le spalle. “Sono un agnostico, più che altro, ma so celebrare le liturgie di otto culti diversi. In certe situazioni è molto comodo farsi passare per sacerdote.”
Capisco.”
Il pandit andò alla ricerca di un’altra sigaretta, l’accese e domandò: “Volete sapere qualcosa del piano per domani?”
Non gli giunse risposta: il tenente Grosvenor alla fine era crollato e stava dormendo della grossa. Chāyā gli stese sopra una coperta e uscì portandosi dietro la lanterna.











* Abito lungo simile al britannico frock coat, nato come abito di corte in stile europeo della dinastia Moghul.
** “Ombra” in bengalese.
*** Fascia di seta che i thug usavano per strangolare le vittime.
**** Polvere colorata e profumata che si usa come offerta votiva.
***** “Morte” in uzbeko.
****** Asceti induisti che dedicano la propria vita all’abbandono e alla contemplazione.
   
 
Leggi le 15 recensioni
Ricorda la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
   >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Avventura / Vai alla pagina dell'autore: Old Fashioned