Crossover
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Autore: Registe    25/07/2017    4 recensioni
Tredici guardiani. Tredici custodi del sapere.
Da sempre lo scopo dell'Organizzazione è proteggere e difendere il Castello dell'Oblio ed i suoi segreti dalle minacce di chi vorrebbe impadronirsene. Ma il Superiore ignora che il pericolo più grande si annida proprio tra quelle mura immacolate.
Questa storia può essere letta come un racconto autonomo o come prologo della serie "Il Ramingo e lo Stregone".
[fandom principale Kingdom Hearts; nelle storie successive lo spettro si allargherà notevolmente]
Genere: Fantasy, Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Anime/Manga, Videogiochi
Note: AU, OOC | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Il Ramingo e lo Stregone'
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Capitolo 7 - Vexen (II)





Portone delle Stanze della Memoria





In questo luogo trovare è perdere, e perdere è trovare.
 


I nuovi arrivati contemplavano l’incisione che sovrastava l’ingresso alla biblioteca, chi sbuffando con malcelato disinteresse (Arlen), chi con gli occhi sgranati dal timore reverenziale (Sora). Lumaria, sicuramente il più colto del gruppo, ma anche il più bravo a destreggiarsi nelle situazioni sociali, celava piuttosto bene la curiosità dietro la maschera di compostezza che l’educazione da nobile doveva avergli insegnato a indossare in ogni momento. Solo uno scintillio negli occhi, di un blu profondo e indagatore, tradiva il suo vivo interesse.
“Quindi quando il Superiore parlava di libri che si scrivono da soli… “
“Intendeva proprio questo luogo, esatto.” Vexen annuì all’osservazione dell’ex nobile.
“Avrete modo di visitarla spesso, se deciderete di restare.”
“La scritta sul portone… viene dai Salmi, vero?”
Il commento ingenuo di Sora si guadagnò gli sguardi increduli e di tutti.
“Prego?”
Vexen trovò difficile soffocare una risatina, mentre Arlen, senza alcun ritegno, commentava rivolta a Lumaria: “Ma questo qui dove l’hanno preso?”
Rosso come un peperone, Sora cercò di giustificare la figuraccia farfugliando al pavimento: “Gli dèi ci insegnano che bisogna perdere i legami materiali per trovare la vera luce della fede… “
“Quello è un modo raffinato dei preti per convincere gli allocchi a donare soldi ai templi.”
Ora Vexen era genuinamente divertito, anche se non poté fare a meno di notare che il ragazzino, pur indossando abiti umili, era in grado di leggere e usava un linguaggio piuttosto ricercato per la sua classe sociale. Doveva aver studiato in qualche scuola di preti, e forse aveva persino un cervello promettente prima che i religiosi lo annacquassero con le loro idiozie.
“Temo che il significato del motto sia molto più letterale di quello che credi, ragazzo. Un giorno trovi un libro, il giorno dopo scompare. Gli scaffali cambiano continuamente disposizione e contenuto. È un labirinto in cui è impossibile orientarsi. Ma come vi ho detto avrete tutto il tempo di visitarla per conto vostro. Adesso proseguiamo.”
Il gruppetto riprese il giro dei piani del Castello dell’Oblio. L’architettura spartana ma imponente, i lunghi corridoi di marmo bianco immacolato, gli scaloni solenni e le sale vaste, vuote, decorate solo da pochi intarsi essenziali lungo le pareti e le colonne, anch’esse di un bianco accecante, colpivano sempre i nuovi arrivati. Non potevi fare a meno di sentirti minuscolo quando i tuoi passi erano l’unico rumore che echeggiava tra le mura di quel luogo immenso, spezzando un silenzio dall’aria quasi sacrale. Persino la logorroica Arlen tacque per lunghi, meravigliosi minuti di fronte alla maestà di quel luogo che non somigliava a nient’altro si trovasse nel loro mondo.
Anche Vexen seguitò a camminare in silenzio, ma non per stupore o reverenza. Le parole del ragazzino, per qualche motivo che non riusciva a comprendere, gli erano rimaste appiccicate addosso. Per la prima volta in anni si trovò a domandarsi se davvero la citazione della biblioteca non avesse un significato più profondo, se non fosse un monito dei creatori del Castello verso tutti coloro che nei secoli attraversavano le sue sale.
Cosa aveva trovato Vexen nel Castello dell’Oblio, e cosa aveva perso?
Aveva stampato a fuoco nella memoria il giorno in cui il Superiore lo aveva trovato. Ricordava ogni minuscolo dettaglio. L’odore pungente del sangue e dei corpi dei feriti, ammassati sul pavimento della Sala delle Adunanze del villaggio di Idoriel. La stanchezza che gli divorava le ossa dopo due giorni senza chiudere occhio, passati a ricucire ferite, preparare impacchi di erbe e cambiare bende dopo l’attacco di banditi che aveva quasi raso al suolo lo sfortunato villaggio. Il Radigata dai modi raffinati, che a fine giornata gli aveva offerto una cena e un boccale di idromele. Inizialmente Vexen lo aveva scambiato per un gesto di gratitudine per le cure prestate, come talvolta capitava ai medici girovaghi come lui. Invece il Superiore gli aveva fatto la proposta che da un giorno all’altro avrebbe cambiato la sua vita.
Xemnas aveva parlato di custodi della conoscenza, perciò Vexen aveva immaginato di trovare persone come lui al Castello dell’Oblio, scienziati, ricercatori, alchimisti, esuli di un mondo non ancora pronto a comprendere il loro genio. Invece aveva trovato: aristocratici capricciosi, soldati rozzi, soldati perennemente ubriachi, licantropi, ladruncoli di strada, tavernieri e sedicenti bardi. Nulla di diverso dal mondo che credeva di essersi lasciato alle spalle.
Aveva trovato il sapere, conoscenze inimmaginabili e libri di cui non aveva mai neanche sognato l’esistenza, e il potere di viaggiare a piacimento per i mondi ed esplorare i loro segreti.
A sorpresa aveva trovato un bambino, a cui adesso voleva bene come a un figlio.
I primi anni erano stati inebrianti, e non si era accorto subito di ciò che aveva perso.
La fama, la gloria, la possibilità di tracciare il proprio marchio indelebile nel mondo. Negli anni aveva fatto scoperte e raccolto le sue innumerevoli ricerche scientifiche in pagine e pagine di testi, ma il Superiore non permetteva che nemmeno una riga varcasse i confini protetti del Castello. A cosa serviva una conquista scientifica se non c’era nessuno con cui condividerla? A cosa serviva inventare un nuovo elemento chimico o un cerchio alchemico rivoluzionario se nessun altro ne avrebbe mai fatto uso? Se nessun altro avrebbe mai saputo che era stato lui a inventarlo?
“Ehi, Vexy? Ci sei?”
La vocina petulante di Arlen lo salvò dal trarre un bilancio definitivo di ciò che aveva perduto e ciò che aveva trovato. Non era sicuro di arrivare a una risposta positiva.
“Non dovevi parlarci delle armi? Avremo delle vere armi tutte per noi?”
La ragazzina aveva pensato bene di attirare la sua attenzione piantandogli un gomito ossuto nel fianco, e Vexen la scansò con irritazione.
“Sei pregata di non prenderti tutta questa confidenza. Scoprirete presto che una delle regole cardine dell’Organizzazione è il rispetto per i superiori. Voi siete gli ultimi arrivati, quindi sono tutti vostri superiori al momento.”
Arlen atteggiò la bocca in una smorfia che la fece sembrare ancora più infantile: “Certo se sono tutti noiosi come te… “
“Riguardo le armi, ogni membro dell’Organizzazione ne possiede una personale a sua scelta.” Vexen parlò volutamente sopra la ragazzina, e a sorpresa fu lo stesso Lumaria a zittirla del tutto, fulminandola con un’occhiata da nobile altero che doveva aver terrorizzato parecchi popolani all’epoca in cui il nome dei Dayel valeva ancora qualcosa. Lo scienziato però ebbe la netta impressione che la ragazza accettasse di tacere più per curiosità sulle armi che per timore dell’ex principe.
“Le costruirete con l’aiuto dei n. III e V, Xaldin e Lexaeus. Sono i nostri guerrieri migliori. Sora, tu invece dovrai aspettare la maggiore età. Niente armi prima di allora.”
“Ho avuto modo di osservare il n. V in azione, e il suo intervento è stato decisamente provvidenziale per la mia vita, aggiungerei” commentò Lumaria in tono di conversazione. “Il suo potere è a dir poco strabiliante. Il che ci riporta alla questione degli elementi a cui accennava il Superiore. Deduco che quello di Lexaeus sia la terra.”
“Chiunque abbia un paio d’occhi lo capirebbe” fu la secca risposta di Vexen. Indubbiamente Lumaria era abituato a impressionare ogni interlocutore tra saloni profumati della sua corte, ma al Castello dell’Oblio le regole erano diverse. E ci voleva ben altro per impressionare Vexen.
“Sapete cosa sono i maghi elementali, vero?”
Ancora una volta la risposta pronta fu di Lumaria: “Sono incantatori che si specializzano in un solo tipo di magia e arrivano a praticarla a livelli impensabili per un mago comune. Un elementale del fuoco può attraversare le fiamme senza bruciare, ad esempio. Ma ci vogliono decenni di studio per arrivarci.”
Il damerino aveva studiato bene le sue lezioni. Ma neanche lui sapeva tutto. Vexen si concesse un sorrisetto:
“Grazie ai poteri del Superiore e del Castello dell’Oblio questo non è più un ostacolo. Il n. I è in grado di sigillare il vostro potenziale in un attimo, rendendovi sensibili alla magia di un solo elemento. Perciò iniziate a pensare a quale elemento vorreste padroneggiare. Non potete rinunciare a questa scelta, è una regola dell’Organizzazione imposta dal Superiore per tutti i suoi membri.”
“Sembra divertente!” saltellò allegramente Arlen. “Io voglio un elemento fortissimo! Qualcosa di spettacolare come il fuoco o il fulmine! Il tuo invece qual è, Vexy? La muffa?”
“Il ghiaccio” replicò lo scienziato con più durezza del dovuto.
“Un elemento di indubbia grazia ed eleganza” approvò Lumaria. “Posso domandare il motivo della scelta? Sarebbe utile per guidare noi nuovi arrivati."
“Non soffrire il freddo ha le sue comodità. Inoltre il ghiaccio è una sostanza conservante eccellente e può essere una risorsa utile in molti tipi di esperimenti. Tuttavia ogni elemento è debole al suo opposto, e questo vi renderà vulnerabili in determinate situazioni: un elementale dell’aria, ad esempio, si sentirà a disagio in un cunicolo sotterraneo, e avrà difficoltà a usare il suo potere. Una permanenza troppo lunga potrebbe addirittura compromettere seriamente le sue vie respiratorie. Tenetelo a mente quando sceglierete.”
“L’importante è che faccia male al nemico!”
E con il commento idiota di Arlen la discussione venne chiusa. Vexen si chiese come la ragazzina fosse sopravvissuta fino a quel momento con il senso del pericolo completamente fuori fase che si ritrovava. Neanche un’ora in sua compagnia e già la trovava insopportabile.
Il giro continuò toccando rapidamente la larga sala da pranzo, la palestra (dominio incontrastato dei numeri III e V) e le cucine, dove uno sconsolato Demyx alle prese con una frittata di verdure spiaccicata sul soffitto suscitò la potente ilarità di Arlen. Sora volle fermarsi per dare una mano al n. IX e Vexen brontolò per la perdita di tempo, ansioso di farla finita con quell’incarico tedioso da guida turistica.
All’uscita dalle cucine (con i ringraziamenti di Demyx che ancora li inseguivano lungo i corridoi) decise di accelerare e passò a spiegare l’ultimo punto importante del regolamento dell’Organizzazione.
“Il n. I esige che tutti i nuovi membri cambino il proprio nome. Un simbolo del passaggio dal passato alla nuova vita nell’Organizzazione” citò testualmente le parole udite fin troppe volte da Xemnas. “Dovete anagrammare il vostro nome aggiungendovi una X. Non dovrebbe essere un problema se siete tutti in grado di leggere… “ il suo sguardo indugiò dubbioso su Arlen.
“Quindi tu ti chiami Neve! Ecco perché il ghiaccio! Tutto torna! Certo però fattelo dire, è proprio un nome da femmina… “
Come non detto. La squilibrata sapeva leggere. Tre nuovi membri con un livello culturale quantomeno decente erano un record per l’Organizzazione. Peccato che il cervello della ragazza manifestasse tare notevoli in praticamente qualsiasi altro aspetto.
“Adesso vi condurrò a scegliere le vostre stanze, dopodiché finalmente ci saluteremo. Il Castello è enorme e le camere libere sono molte, avete l’imbarazzo della scelta.”
“E su questo piano che cosa c’è?”
Già a metà della scalinata tra il nono e il decimo piano, Vexen si fermò senza reprimere uno sbuffo di impazienza. Lumaria era rimasto immobile ai piedi della rampa, senza seguirlo, e scrutava il corridoio per il quale erano appena passati con curiosità.
“Ci ha illustrato ogni stanza con grande professionalità e attenzione, n. IV, ma stavolta siamo passati senza fermarci. Eppure questi portoni decorati fanno pensare a delle sale importanti. O almeno sarebbe così se si trattasse del mio castello. Mi corregga se sbaglio.”
Il tono del principe era di casuale conversazione, genuinamente curioso, ma qualcosa sul fondo del suo sguardo fece scivolare sulla pelle di Vexen un velato senso di minaccia. Come se Lumaria sapesse esattamente quali corde tirare per farlo sentire a disagio.
Assurdo. Il damerino non aveva certo il potere di leggere le emozioni altrui come Zexion.
“Se ho saltato questo piano è perché temo che non ci sia nulla da vedere. Quei portoni sono sigillati e inaccessibili per ordine del Superiore.”
Questa volta la domanda scaturì da tutte e tre le bocche contemporaneamente: “Perché?”
“Ordini del Superiore” ripeté, odiandosi mentre lo diceva. Da ragazzo detestava quando preti o educatori opponevano ai suoi “perché?” un secco: “così vogliono gli dèi.” Ma in questo caso non c’era davvero niente che potesse fare. Nel Castello dell’Oblio gli ordini del n. I erano legge.
“Il n. I ritiene che le Stanze della Memoria siano troppo pericolose per essere aperte. Neanche a semplice scopo di studio.”
“Ma cosa possono mai contenere da impaurire in questo modo un uomo potente come Xemnas?” incalzò ancora Lumaria. Persino gli occhi del piccolo, innocente Sora adesso brillavano di curiosità. Il desiderio di superare i confini dell’ignoto era il motore dell’iniziativa umana, dopotutto.
“Il potere assoluto sulla mente umana.”
Il rimpianto risuonava acuto nella voce di Vexen. Ecco un’altra cosa che aveva perduto, stavolta ancora prima di trovarla. Dovette fare uno sforzo per distogliere lo sguardo da quei portoni istoriati e proseguire lungo lo scalone di marmo.
“Ma ora seguitemi. Per il vostro primo giorno avete visto abbastanza.”
 
  
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