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Autore: EffyLou    26/07/2017    0 recensioni
Fu allora che se ne accorse. La pelle che sembrava bruciare.
Era la sensazione netta e decisa che si ha quando ci si sente osservati. Ma non guardati con uno sguardo qualsiasi: lo sguardo attento che si rivolge ad una persona quando si ha l’intenzione di studiarne ogni angolo del viso, del corpo, dell’anima. Uno sguardo che spogliava, che studiava, che bramava da lontano.

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Ha venti anni quando incontra per la prima volta quegli occhi, lo sguardo fiero del re di Macedonia. Il condottiero che non perdona, arrivato fin lì per trucidare la famiglia del satrapo Ossiarte, traditore di re Dario III sovrano dell'impero di Persia.
Ha venti anni quando sposa il conquistatore straniero e diventa regina, simboleggiando un ponte di collegamento tra la cultura greca e quella persiana.
Una fanciulla appena adolescente, forgiata da guerre e complotti, dalla gelosia, dal rapporto turbolento e passionale col marito.
La regina barbara venuta dai confini del mondo.
Il fiore di Persia.
Rossane, la moglie di Alessandro il Grande.
Genere: Drammatico, Guerra, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Triangolo | Contesto: Antichità, Antichità greco/romana
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Rossane

il fiore di Persia

Moquaddame.

Impero di Persia, provincia di Battria
Città di Al-Khanoum, 328 a.C.

Amu era brava a suonare il santur. Quando le mezrab, le bacchette, sfioravano le corde cominciava magia. Ti portava in un regno dove tutto sembrava lontano e ovattato, quasi magico e ultraterreno.
C’era un che di mistico nel suono di quello strumento.
Amu aveva ventuno anni, i suoi capelli erano neri e ondulati, lucenti, sempre ordinati con fermargli d’oro. Gli occhi erano scuri, quasi neri, ma luminosi che le sembravano petrolio. Suonava il santur e adorava creare bracciali con perle e minerali preziosi.
Il padre le diceva sempre che con il suo rango poteva avere tutti i gioielli che voleva, ma Amu si divertiva a fabbricarseli da sé. Inoltre, talvolta le piacevano anche di più proprio perché erano personali.
Darya aveva quattordici anni, somigliava ad Amu solo che aveva gli occhi con un taglio diverso, più allungato, le labbra erano sottili e il naso leggermente adunco. Era ancora acerba, aveva tanto tempo per crescere.
Era vivace, sbarazzina, i suoi capelli erano sempre in disordine e questo faceva dannare la balia che l’aveva cresciuta.
La loro madre era morta pochi giorni dopo la nascita di Darya per un’infezione, ma nessuno l’aveva detto alla ragazzina per non farla sentire responsabile. Le fu raccontato che morì quando aveva tre anni a causa di una malattia sconosciuta.
Darya era ingenua, innocente, pura. Credeva a tutti, anche agli sconosciuti. Era una sognatrice, si metteva spesso appoggiata al davanzale della sua stanza e sospirava guardando le montagne dell’Hindu Kush.
Rossane era la secondogenita, aveva diciannove anni. Quasi venti, in realtà. Era un po’ diversa dalle due sorelle: la sua chioma era più chiara, lucente e ondulata, gli occhi erano enormi e dello stesso colore delle foglie secche in autunno, il naso all’insù, le labbra delicate, il volto a cuore.
Si considerava meno bella di sua sorella Amu, eppure di lei dicevano che fosse la fanciulla più bella dell’Asia. Il fiore di Persia.
Non ci aveva fatto molto caso a quelle dicerie. Molti uomini l’avevano chiesta in sposa, ma Rossane non era poi così interessata all’amore. I suoi piani non prevedevano il matrimonio, massimo molti rapporti carnali e occasionali. Ma non l’aveva detto a nessuno, nemmeno ad Amu. La giovane Rossane aveva un’idea molto chiara di cosa fare della sua vita e di cosa fare con gli uomini.
Creature che disprezzava quasi del tutto, per via del loro credersi così superiori. Così pieni di boria. Non le andava proprio di sposarsi per sottostare ad un marito oppressivo e dominante.
Amu, che era promessa al figlio di un satrapo dell’impero persiano, le diceva che invece poteva nascere l’amore e non c’era niente di meglio.
Ma Amu si sbagliava, qualcosa di meglio c’era: la cultura.
Quel giorno le tre sorelle erano nelle stanze del palazzo riservato alle donne, l’harem.
Sentivano la balia cantare una nenia mentre tesseva, le concubine di loro padre ridere e ballare, suonare. Amu suonava il santur, Darya guardava fuori la finestra, Rossane leggeva alcune pergamene. Copie dell’epopea di Gilgamesh.
Qualche tempo prima della sua partenza, loro padre Ossiarte satrapo di Battria, era pensieroso. Non chiamava più le concubine nelle sue stanze, e loro erano inquiete.
Un giorno era sparito, prima delle luci dell’alba, avvisando solo la servitù della partenza e dando direttive vaghe, assegnando il potere totale sulla servitù a sua figlia Amu.
L’avevano saputo perché la servitù è semplice da corrompere. Tuttavia non aveva detto neanche a loro dove si sarebbe recato, e questo rendeva inquieta la balia Mizda ma anche le sue figlie. Ormai mancava da tre anni, quasi quattro. Avevano poi saputo che c’era stata una battaglia a Gaugamela contro i macedoni. Voci dicevano che il Re dei Re, Dario III, si era dato alla fuga per non cadere in mano al conquistatore straniero.
«Perché dobbiamo starcene confinate qui? Nostro padre non è a palazzo, possiamo uscire.»
Si lamentò Rossane, gettando la testa sui grossi cuscini cobalto sul pavimento, appena sotto una finestra con i vetri colorati e le grate.
Non le piaceva stare nell’harem. Era un posto profumato e colorato, rilassante, ma la faceva sentire prigioniera in casa sua. E poi, non le piacevano quelle stupide concubine con cui si dilettava suo padre.
Solo una era intelligente e colta, ed era Fayruz.
«Sta calando il sole, Rossane. Non è più sicuro uscire dalle mura del palazzo.»
Le spiegò Amu, dolcemente. Aveva smesso di suonare, stava accordando le corde del santur per quando l’avrebbe suonato di nuovo, così si sarebbe risparmiata quei preparativi. Il santur aveva tra le settanta e le cento corde da accordare. Era uno strumento complesso che tutte le donne del palazzo sapevano suonare, ma Amu era senza dubbio la migliore. Persino più brava di Fayruz, la concubina più talentuosa oltre che intelligente e colta.
Forse suo padre l’avrebbe presa in sposa. Dalla loro madre non aveva avuto nessun maschio a cui lasciare l’eredità, solo tre femmine, e si vociferava di un possibile matrimonio tra Ossiarte e Fayruz.
Le concubine più anziane, a cui spettava il compito di preparare ed educare le più giovani, pregavano Ahura Mazda per far nascere un maschio.
Mettevano il carro prima dei buoi. Compravano la sella prima del cavallo. Il presunto matrimonio era solo una voce di corridoio eppure quelle ci credevano davvero. Fayruz sembrava disinteressata, sorrideva e si stringeva nelle spalle senza particolare trasporto.
«Nemmeno nel giardino interno?» provò a dire, districandosi dai suoi pensieri.
Amu scosse la testa.
Un eunuco fece l’ingresso nell’harem, vestito con abiti neri e un copricapo alto e rettangolare, da cui scendeva un velo semi trasparente che copriva la parte bassa del viso, lasciando gli occhi scoperti. Aveva le palpebre truccate con una linea di kajal e una polvere azzurra. Suo padre l’aveva acquistato in Egitto. Uno schiavo senza nome.
«Il mio signore vostro padre è alle porte di Al-Khanoum. La cena verrà servita non appena si sarà ripulito delle polveri del viaggio.»
In altre parole, dovevano lavarsi e sistemarsi per essere ricevute dal loro padre.
Un satrapo altri non era che un nobile o un reale che veniva scelto per governare una delle province dell’impero persiano (satrapie). Ossiarte fu un re di Sogdiana e, appunto, satrapo di una delle sue regioni, Battria.
Era un uomo di mezz’età, i capelli neri brizzolati, anelli e collane d’oro.
Rossane non sapeva come definirlo, tuttavia adorava suo padre. Darya era quella più restìa ad averci a che fare, ed era più rilassata quando lui non era a palazzo, nonostante ella negasse e affermasse invece che le mancava la presenza di suo padre.
Le tre sorelle si lavarono nella grande vasca di mosaico dell’hammam.
C’erano alcuni servitori presenti, pronti a massaggiare le carni delle fanciulle con oli profumati e rimuovere la peluria.
Loro ridevano nell’acqua fumante della vasca, strofinandosi la pelle a vicenda con sali speciali, purificando l’epidermide. Quando uscirono dall’acqua, alcune concubine le aiutarono a indossare dei teli per asciugarsi e ne avvolsero altri attorno ai loro capelli lucenti. Si stesero su dei lettini morbidi e imbottiti da cuscini, supine, e gli eunuchi spalmarono la pasta nūra in ogni punto del corpo per rimuovere ogni segno di peluria, anche minima ed invisibile. Mentre attendevano che la pasta depilatoria facesse il suo corso, alcune concubine si affrettarono a sistemare le loro sopracciglia con pinzette metalliche e truccare i loro visi con polveri dai colori tenui e kajal sulle palpebre.
Quando la crema venne rimossa, la loro pelle era liscia e morbida come seta. Gli eunuchi s’impegnarono per renderla ancora più bella, attraverso i massaggi con gli oli profumati.
Rossane amava quel lusso e quei trattamenti, la rilassavano. Amava la sua vita.
Quando gli eunuchi finirono il trattamento dei massaggi, la loro pelle era ancora più morbida, idratata, purificata, setosa.
Tornate nelle loro stanze, alcune servitrici le aiutarono con l’acconciatura. Intrecciarono pietre preziose, perle, spessi filamenti d’oro, ai loro capelli. Le aiutarono ad indossare gli abiti per la cena.
Le braghe, una camicia lunga di lino, e due tuniche colorate. Una più corta sopra quella più lunga.
Non era un abbigliamento molto diverso da quello degli uomini, ma le donne persiane ci tenevano particolarmente agli abiti ricamati, la cura del viso, a risaltare i punti del corpo ritenuti importanti quali il punto vita e il seno.
Rossane era esile. Magra, atletica, poco seno ma curve armoniose. Era fine, aggraziata. Un fiore delicato. Al contrario di altri popoli come la Grecia, l’impero persiano non imponeva un modello femminile di bellezza poiché i gusti di ogni individuo erano sacrosanti. Perciò ogni donna, bella, brutta, grassa, magra che fosse, veniva valorizzata nel migliore dei modi. Se nobile.
Altrimenti, purtroppo, non avevano modo di valorizzarsi a dovere.
Le tre sorelle fecero il loro ingresso nella sala dei banchetti di Ossiarte. C’erano anche la balia Mizda e Fayruz. Il satrapo era scuro in viso, non rivolse uno sguardo a nessuna di loro e mangiò in silenzio. Amu cercò di spezzare il silenzio parlandogli di ciò che avevano fatto in quei quasi quattro anni. Niente di particolare né diverso.
Amu si era perfezionata nel santur. Rossane leggeva come un topino di biblioteca e quando usciva andava a cavallo. Darya anche andava a cavallo, e cantava come un usignolo.
Ma Ossiarte non guardava, non ascoltava, e presto Amu si zittì per l’umiliazione di così poca considerazione da parte del suo amato padre.
«Domani partirete.» esordì, al termine della cena.
Rossane fece scattare la testa nella sua direzione. «E andare dove? Perché?»
«Perché così ho deciso. – tuonò. – Andrete alla rocca di Arimazes. Partirete all’alba, anche tu Mizda e anche tu Fayruz. Io finirò di disporre le ultime cose qui in città e vi raggiungerò. Questo è quanto. Buonanotte.»
 
Ossiarte aveva lasciato le cinque donne in un’atmosfera gelida fatta di interrogativi e confusione.
Non aveva dato spiegazioni, l’unica direttiva era andare. Partire.
La rocca di Arimazes era inespugnabile, inaccessibile. Per quale motivo voleva mandarle lì?
Amu scoppiò a piangere, scappando nella sua stanza. Darya era rimasta interdetta, mille ipotesi pessimistiche le sfioravano la mente. Forse suo padre non le voleva più, voleva cancellare la loro esistenza. Si sentiva disonorato dall’avere tre figlie e nemmeno un maschio e le voleva far rinchiudere in una roccaforte con due donne che avrebbero potuto occuparsi di loro. Ma per quanto?
Rossane, invece, era di altro avviso. Al contrario delle sue sorelle, aveva una vaga idea dei tumulti che stavano avvenendo per mano del re di Macedonia. Aveva invaso la Battria, avanzava tra le montagne, e presto sarebbe arrivato ad Al-Khanoum. Ai piedi delle montagne dell’Hindu Kush.
Non sapeva altro, ma questo le bastava per formulare ipotesi. Fu grata a suo padre per aver disposto la loro partenza già dal giorno successivo verso un luogo sicuro.

Si ritirò nelle sue stanze. Avrebbe dovuto dormire il più possibile, la partenza era prevista all’alba e sarebbe stato un lungo viaggio.
Una servitrice la seguì per aiutarla svestirla, struccarla, districarle i capelli e prepararle una valigia con tutti i suoi effetti.
Rossane la fermò con uno sguardo.
«Metti solo le camice di lino, i pantaloni, e le tuniche leggere. In un sacco mettici i sandali, gli stivali, le altre scarpe con la punta arricciata. Niente gioielli, niente profumi, niente cosmetici. Non voglio caricarmi di pesi inutili, sarà un lungo viaggio. – sospirò. – E portami l’epopea di Gilgamesh.»
«Sì, mia signora.»
Avvolta nella sua lunga veste da notte, i capelli sciolti sulle spalle, Rossane uscì sulla balconata del palazzo. Le montagne oscure alla sua destra, il fiume Oxus che scorreva placido a sinistra, la città che si estendeva nella vallata. Fumi, luci, le musiche che venivano dalle strade, la brezza fredda invernale che arrivava dalle montagne.
Avrebbe dovuto abbandonare quel luogo dopo quella notte, vivere in una rocca inespugnabile. Era la cosa migliore, certo, ma per quanto tempo? Rossane aveva paura di fare la fine del topo.
Non seppe dire per quanto tempo rimase lì a contemplare la città, ma le musiche andarono a scemare e le luci delle case si spensero poco a poco. Doveva rientrare, era molto tardi.
Nel corridoio verso la sua camera, passò di fronte allo studio di suo padre. Ossiarte era dentro, una candela accesa sullo scrittoio e un generale in piedi di fronte ad esso.
«Consentitemi, mio signore, ma a mio parere dovrebbe seguire le sue figlie alla rocca di Arimazes. È rischioso restare qui e lei non sa quando potrà raggiungerle.»
«Non posso. Ci sono cose che devo disporre, ma le seguirò al più presto. Conto di partire tra una settimana. Fidati di me.»
Rossane si appiattì sulla parete vicino all’arcata. Non c’era una porta, solo una pesante tenda verde impediva di sbirciare all’interno. Sentì una terza voce, gracchiante, di Pirsar. Il funzionario del re che ogni tanto gli inviava missive per comunicare i movimenti di Ossiarte.
Un vecchio spelacchiato che guardava in modo viscido e lascivo le figlie del satrapo, in particolare la piccola Darya.
«Non dannarti l’anima, Ossiarte. Avete fatto la cosa giusta.»
«Pirsar tu dici così perché odiavi Dario. Come Besso, Satibarzane, e Spitamene. Ma hai visto loro che fine hanno fatto? Trucidati dal conquistatore straniero. Sono rimasto l’ultimo. – un sospiro rammaricato. – Quegli inetti! Non sono stati neanche in grado di uccidere a dovere un re! Dario si fidava di loro, era nelle loro grinfie. E non l’hanno pugnalato nemmeno a dovere, quegli idioti! Stanno pagando per la loro superbia.»
«Come può il re di Macedonia conoscere i nomi dei satrapi traditori, mio signore?» domandò il generale.
«Ha trovato Dario morente, lui gli ha comunicato i nostri nomi. E lui ha deciso di vendicarlo. È qui, a Battria, e sta facendo stragi tra i civili per trovarci. Besso è stato così idiota e pomposo da essersi autoproclamato re di Persia. Satibarzane è stato il primo a morire, in un conflitto a viso aperto con il conquistatore. Barsente fu il secondo: l’idiota tentò la fuga verso l’India ma fu catturato e consegnato al re macedone. Spitamene fu il peggiore, infame fino alla fine. Consegnò Besso nelle mani dello straniero, è stato ucciso a Persepoli. Poi Spitamene fu così stupido da attaccare Marcanda, solo per dar fastidio al conquistatore e dichiarargli guerra, cercando di dimostrargli che non lo temeva. Quell’imbecille! È morto anche lui. Sono rimasto solo io, Pirsar. E non per molto, ma non posso andarmene senza aver dato le ultime disposizioni per la città. Il re di Macedonia si macchierà anche qui di terribili crimini di guerra come è successo in altre città di Battria, la mia gente deve stare pronta. Ho davvero paura, i miei compagni sono andati incontro una fine cruenta e terribile, non voglio che alle mie figlie venga fatto lo stesso. Devono andare via.»
Rossane si mise una mano sulle labbra, per non emettere un grido.
Il re macedone stava arrivando per uccidere suo padre e, per beffa, anche loro. Per questo dovevano andarsene al più presto. Gli occhi le si riempirono di lacrime, il cuore di tristezza.
Rifletté sulle parole di suo padre.
Gli uomini uccisi dal conquistatore straniero erano satrapi come lui. Da quanto aveva capito, Besso e Satibarzane avevano pugnalato a morte re Dario, ma non abbastanza da ucciderlo subito, ed era stato trovato dal re di Macedonia. Aveva comunicato i nomi dei satrapi traditori e tra questi c’era pure suo padre.
Ci mise un po’ ad ingoiare il groppo, non voleva vedere la verità eppure era così palese: suo padre era stato uno di quei traditori ad organizzare l’assassinio di re Dario.
La delusione era troppo forte, qualcosa in lei si era spezzato. L’affetto che provava per suo padre, tutta l’ammirazione… un ricordo lontano.
Fece irruzione nel suo studio, lasciando il generale, Pirsar e Ossiarte inizialmente confusi. Poi sul volto del satrapo si dipinse un’espressione furibonda, dura.
«Hai origliato, figlia!»
«Come avete potuto uccidere il vostro re! Lo stesso re che vi ha dato tutto questo. – indicò il palazzo intorno a sé. – Siete un uomo spregevole, irriconoscente. Mi avete delusa nel profondo, io non vi voglio come padre, mi fate schifo! Spero che moriate sotto la spada del re di Macedonia come re Dario è morto sotto la lama dei vostri tradimenti!»
Aveva parlato senza pensarci. Aveva mancato di rispetto a suo padre, il satrapo di Battria.
L’aveva fatto davanti al funzionario del re Dario, anche lui un traditore, Pirsar. L’aveva fatto davanti ad uno dei generali più vicini ad Ossiarte. Erano tutti traditori in quella stanza, irriconoscenti, infami. Il disgusto che Rossane provava per loro era ineguagliabile.
Nessuno avrebbe mai potuto farle più schifo di così. Avevano ucciso il loro re.
Re Dario III, il re dei re, sovrano dell’impero di Persia.
In un momento tutto le fu ancora più chiaro e ancora più infido: re Dario era fuggito da Gaugamela per non morire sotto le mani del re di Macedonia. Si fidava solo dei suoi satrapi, non poteva sapere che erano tutti traditori e tramavano per ucciderlo. L’avevano pugnalato alle spalle. Un tradimento orribile e ripugnante.
Ossiarte si avvicinò a grandi passi verso la figlia, lo sguardo ridotto a due fessure nere che lanciavano fulmini rabbiosi.
Alzò una mano, la colpì in pieno viso facendole girare la testa dall’altro lato. I segni rossi delle dita sulla guancia, le piccole ferite che le avevano procurato gli anelli che ornavano le mani del padre.
Non so dove trovò il coraggio di guardarlo negli occhi, dove trovò il coraggio di pretendere di avere l’ultima parola in capitolo.
«Io vi disprezzo.»
   
 
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