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Autore: Alessia Krum    11/08/2017    1 recensioni
Acquamarina aveva continuato a vedere immagini, immagini brutte e spaventose, che non avrebbe mai voluto vedere. Acqua poteva pensare e vedere quelle figure, ma non stava né dormendo, né era svenuta, non era sveglia e non poteva svegliarsi. Voleva vedere e capire che cosa stava succedendo. Vide un villaggio, un piccolo villaggio sormontato da un castello. Il paesino sembrava tranquillo, ma fuori dalle mura si stava svolgendo una feroce battaglia. Persone con la pelle blu e le pinne combattevano con tutto quello che avevano e una grande speranza contro eserciti interi di mostri viscidi, squamosi e rivestiti da armature pesanti che mandavano bagliori sinistri. La battaglia infuriava. Per ogni mostro abbattuto, morivano almeno due uomini. Poi Acqua vide un uomo, protetto da un cerchio di mostri, che sembravano i più potenti e i più grossi. Quell’uomo aveva un qualcosa di sinistro e malvagio. Indossava un pesante mantello nero e continuava a dare ordini e a lanciare fiamme ovunque.- Avanti, Cavalieri, sopprimete Atlantis e l’oceano intero sarà mio! –
Genere: Fantasy, Sentimentale, Triste | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 24

Gelosia?
 
 Acqua camminava nervosamente in giro per la biblioteca. In realtà non stava cercando nulla, aveva sperato di trovare in quel luogo la pace per poter pensare tranquillamente. Ora che quel momento era passato, aveva rimuginato tantissimo su quello che aveva fatto Max. Non lo aveva detto a nessuno, nemmeno a Corallina, perché era troppo sconvolta. L’intento del ragazzo era parso chiarissimo fin da subito, lui voleva baciarla. Ma la cosa che la confondeva più di tutte era che lei quel bacio lo voleva.
Non aveva mai pensato a lei e a Max in quel senso, come fidanzati. Ma quell’idea le sembrava stranissima. Lo aveva sempre visto come un grandissimo amico, e pensarlo come il suo ragazzo le sembrava innaturale. Ma c’era sempre quel bacio.
Quindi non potevano essere amici e basta, era riduttivo. Ma non potevano nemmeno stare insieme, lo percepiva come qualcosa di sbagliato, era contro l’ordine naturale delle cose. Acqua credeva che anche Max la pensasse così, perciò si era allontanato prima che le loro labbra si incontrassero del tutto.
Non erano amici, ma neanche fidanzati. Erano una mezza via tra le due cose. Più-che-amici, meno-che-fidanzati. Ecco la cosa giusta.
Finalmente sollevata per essere riuscita a sistemare i pensieri nella sua testa, Acqua cominciò ad avviarsi verso l’uscita della biblioteca. Era tardo pomeriggio e entro un’ora al massimo sarebbe dovuta tornare sulla Terra.
Improvvisamente l’atmosfera tranquilla della biblioteca fu spezzata da risate incontrollate. Acqua sobbalzò per lo spavento. Era sicura di riconoscere una delle due voci: senza dubbio era Max. Ma non riusciva a capire a chi appartenesse l’altra voce femminile. Le sembrava di non averla mai sentita. Incuriosita, si diresse senza far rumore verso il tavolino da cui proveniva tutto quel fracasso. Le due voci ricominciarono a parlare normalmente mentre lei si avvicinava. Arrivata alla fine dello scaffale che la nascondeva, Acqua diede la schiena alle pile di libri e si sedette usandoli come schienale. Poi sbirciò dietro di lei. Al tavolino, seduti l’uno accanto all’altra, c’erano Max, come aveva intuito, e Celeste. Acqua rimase di stucco. Mai avrebbe pensato che quella voce cristallina appartenesse a lei. Ogni volta che l’aveva sentita dire qualcosa (e questo non era accaduto molto spesso), aveva parlato con voce roca, profonda, oppure si era limitata a sbuffare.
Acqua rimase pietrificata, con la bocca spalancata per la sorpresa. Loro due erano girati di spalle rispetto a lei, quindi non potevano vederla a meno che non si fossero girati indietro. Ora parlavano sottovoce in tono serio e Acqua faceva fatica a capire cosa dicessero.
- …capisci? Penso di non essere adatta per questo compito. È difficile, Max. Io…lo so che tu stai facendo del tuo meglio per aiutarmi, ma è una cosa troppo pesante. Non ce la faccio più. Ogni giorno mi sento sempre più demoralizzata, quando penso di essere forte abbastanza per farcela, un altro peso mi piomba addosso. È troppo per una persona sola. O, almeno, è troppo per me. Sei sicuro che sia io la persona giusta? A me non sembra di esserlo…mi sento sempre presa di mira come se volessero schiacciarmi da un momento all’altro. È dura. Ora, scusa se mi sto lagnando troppo, ma sei l’unico con cui posso sfogarmi, gli altri non capirebbero. Forse potrei parlare con mio fratello, ma lui non è dentro questa cosa come te. - sussurrò Celeste. Aveva un aspetto stranissimo, Acqua non l’aveva più vista a scuola e non si era certo preoccupata di andarla a cercare. Pallida, ancora più del solito, magrissima, gli occhi arrossati e profonde occhiaie, sembrava veramente esausta. Però gli occhi avevano un’espressione di forza e risolutezza che la rendevano bellissima anche se era ridotta male.
- Les…lo sai che se hai bisogno ci sono sempre per te, ok? Io non pensavo… insomma, se eri stanca potevi dirmelo prima, sai che non ci sono problemi. Possiamo rallentare il ritmo e trascurare qualcosa, nessuno ci corre dietro, manca ancora un anno e mezzo e abbiamo quasi finito…siamo a buon punto, quindi anche se per un po’ non ti eserciti, non succede nulla. So che tutto questo è difficile per te, e che ti sta comportando molti sacrifici, ma sono qui apposta, lo possiamo fare insieme. Ricorda che nessuno ha detto che sarebbe stato facile, purtroppo. - la rincuorò Max, appoggiandole la mano su una spalla. Acqua emise un piccolo sbuffo di fastidio, primo perché non capiva a cosa si riferivano, secondo perché vedere insieme quei due era tutt’altro che piacevole.
Celeste le dava ai nervi, anche ora che sembrava più fragile di un pesciolino di fronte a uno squalo. La irritava come sempre. Ma doveva proprio stare così vicina a Max?
- Già, penso che ora sia arrivato il momento di essere forte. Si fa sul serio. Però quello che mi dà più fastidio non è la cosa in sé, è… come mi guarda la gente, penso. È difficile essere sempre la brava ragazza che tutti si aspettano che io sia. Mi sento come… obbligata, in un certo senso. Rinchiusa in quello che dovrei essere. Ma anche questo fa parte di me. È la stessa identica frase che ha scritto Arcezio il Grande più di cento anni fa. Noi siamo tutti uguali. Poi, ovviamente, c’è chi è più debole e chi è più forte. Ma è stato difficile per tutti. - disse Celeste, mesta. Acqua continuava a non capire niente, anche se le sembrava di aver già sentito quell’Arcezio…
- E io voglio essere forte. - aggiunge poi la ragazza, stringendo i pugni sul tavolo.
- Ma tu sei già forte, piccola brontolona che non sei altro. - le disse Max, scompigliandole i capelli. Poi, dopo essere riuscito a strapparle una sottospecie di sorriso, con una mano avvolse il minuscolo pugno di Celeste. Caspita, quanto era gracile in confronto a lui.
- Sul serio, Les, a vederti non ti darei un soldo, ma sei la persona più maledettamente forte che io conosca. Sei speciale, e nessuno potrebbe mai sostituirti, nessuno sarebbe più adatto di te, d’accordo? Devi credere di più in te stessa. Ti giuro che la prima volta che ti ho vista all’opera sono rimasto incredulo, ed eri così piccola… -
- Ma ora non sono più piccola, capisco quello che succede, so che non è un gioco, Max! E se qualcosa non dovesse andare bene? - disse lei, con una nota di isterismo nella voce. Acqua attese che Max rispondesse, ma era come se la loro conversazione stesse andando avanti senza parole. Si lanciavano strane occhiate senza dire niente. Acqua vide centomila espressioni diverse sul viso di entrambi, ma cambiavano così velocemente che non riuscì a capire nulla. Era una vera e propria conversazione muta. Poi all'improvviso Celeste distolse lo sguardo, appoggiò i gomiti sul tavolino rotondo e nascose il viso tra le mani. Max la guardò confuso, e un singhiozzo inaspettato le fece tremare le spalle. Max avvicinò la sua sedia a quella della ragazza e la abbracciò. Acqua si nascose meglio dietro lo scaffale, Celeste ora era girata verso di lei e avrebbe potuto vederla, se non avesse avuto gli occhi chiusi. Si sporse di nuovo. Celeste le faceva pena, con il viso inondato di lacrime, stringeva i denti come se stesse sopportando il più terribile dei dolori. Celeste continuò a piangere per qualche minuto, Acqua era sorpresa da quanto si era lasciata andare con Max. Doveva avere una grande confidenza con lui, infatti di solito la ragazza non si esprimeva molto. Acqua era sicura di non averla mai vista esternare un sentimento in pubblico, era sempre rigida e impassibile come un blocco di marmo. Fredda, proprio come i suoi occhi color del ghiaccio. Mentre Celeste continuava a lamentarsi stretta a Max, Acquamarina cominciò a contare i libri sullo scaffale di fronte a lei. Quella grande complicità tra Max e Celeste le dava ai nervi. Sentiva una strana sensazione sulla pelle, che la faceva impazzire. Al cento trentaquattresimo libro, quando ormai Celeste si era calmata, Acqua si sporse di nuovo oltre lo scaffale. La ragazza si era sottratta all'abbraccio di Max.
- Quanto sono infantile! - urlò Celeste, asciugandosi gli occhi dalle lacrime dorate. Imprecò. - Non era così che doveva andare! - passò le mani tremanti per la rabbia sulla camicia bianca per eliminare ogni traccia dorata mentre continuava a borbottare parolacce a mezza voce. Acqua notò che aveva pantaloni lisi e strappati, cosa molto strana perché anche lei, come tutte le altre ragazze, portava sempre gonne o vestiti. In meno di un quarto d'ora, l'idea che si era fatta di Celeste era stata letteralmente spazzata via, era il contrario di quello che lei immaginava. Di sicuro la Celeste che vedeva tutti i giorni, quella tranquilla, studiosa, fredda, meccanica, scorbutica ed egocentrica non era quella che era seduta al tavolino a pochi metri da lei.
- Cominciamo, non voglio perdere un altro secondo per le mie stupidaggini! - disse ancora la ragazza prendendo un grosso libro rilegato in pelle e aprendolo per cercare la pagina giusta. Si muoveva a scatti, nervosa. Max con gesti decisi le bloccò le mani. Lei lo guardò con aria interrogativa, e lui per tutta risposta le poggiò le mani ai lati del viso e la baciò sulla fronte. Il cuore di Acqua esplose. Cominciò a sentire una strana elettricità a fior di pelle, sugli avambracci e elle punte delle dita.
- Va tutto bene, ok? - sussurrò Max dolce, guardando Celeste negli occhi. Ma Acqua quasi non riuscì a sentire la frase, perché si era già alzata in piedi e stava camminando a lunghe falcate verso il portone. Poteva quasi immaginare l'espressione di Celeste, triste ma risoluta, e terribilmente falsa. Perché tutto in lei era falso, Acqua l'aveva appena visto con i suoi occhi. Aveva due facce. E Max era doppiamente falso. Che ipocrita! E lei che pensava anche di essere qualcosa di più di un'amica per lui!
 
***
 
Acqua era appena tornata da scuola, e stava salendo le scale per andare in camera sua. Sentiva ancora quella strana sensazione sulla pelle, e la cosa strana era che sulla Terra era scomparsa. Pensava sempre a quei due insieme, e non riusciva a toglierseli di testa per più di un minuto. Ripensava alle loro parole ogni istante. Ora oltre all'elettricità era comparsa anche la rabbia per non essere riuscita a capire niente. Aveva sempre sospettato che Celeste nascondesse qualcosa, e a pochi passi da scoprire che cosa si era lasciata sopraffare dall'istinto e se n’era andata. A metà di una rampa di scale si vide arrivare incontro Max. Lo ignorò apertamente. Aveva fatto la stessa cosa la mattina prima sulla Terra. Quando era arrivata l'ora della posta aveva mandato Lyliana ad aprire con la scusa di dover andare a finire di sbattere i tappeti al primo piano. Così l'aveva evitato per un giorno intero. Ma non riuscì ad evitare che lui la salutasse, mentre andava nella direzione opposta alla sua. Si incrociarono a metà strada, poi Max si fermò e si voltò verso di lei.
- Ehi, perché mi ignori? - chiese. Lei proseguì imperterrita. - Acqua, va tutto bene? - la ragazza si fermò impalata a metà di un passo. Appoggiò il piede sullo scalino, fissando la propria mano sulla ringhiera. Max aveva usato le stesse identiche parole che aveva sussurrato a Celeste il giorno prima. Quelle parole che avevano aperto una ferita pulsante nel cuore di Acqua, e la perseguitavano ad ogni ora del giorno. Perché per lei non andava tutto bene. Si ritrovò invasa dalla rabbia, e le frasi le uscirono ancora prima che riuscisse a formularle.
- Faresti meglio a trovare dei nascondigli migliori per gli incontri segreti, la prossima volta. - disse, fredda, spietata. Max ci mise poco a capire, percorse il pianerottolo  e salì di slancio gli scalini che li separavano.
- Cos...c'eri anche tu? - Max era sconvolto. Evidentemente non sapeva che pesci pigliare.
- Già. - rispose serafica Acqua, voltandosi verso di lui a braccia conserte. Era due scalini più in alto.
- Senti, Acqua, non giudicare prima di aver ascoltato la storia, non è come pensi... - iniziò a dire Max. Acqua sentiva l'elettricità peggiorare di secondo in secondo, ora la percepiva ovunque.
- ...Celeste lascia la scuola per studiare medicina, ma ha intenzione di specializzarsi in una cosa molto particolare che la carica di responsabilità, perciò è nervosa e crede di non potercela fare. Io l'aiuto. - disse, ma suonava talmente poco sicuro che non convinceva nemmeno sé stesso. Acqua era ancora lì, ferma, la mascella serrata, rigida come un palo. Max le si avvicinò e tentò di appoggiarle la mano sulla spalla. Ma venne subito trafitto da una scarica di elettricità e ritirò prontamente la mano.
- Ma tu...tu sei gelosa! - disse lui, sorpreso, continuando a spostare lo sguardo dal palmo della mano al viso confuso della ragazza. Pensava che fosse arrabbiata perché non l'aveva messa al corrente di quello che succedeva, e invece era gelosa. Max sorrise divertito, scuotendo la testa. Acqua lo coglieva sempre di sorpresa.
- L'elettricità che senti è gelosia! Qui funziona così. - disse continuando a ridere.
- Pensi di prenderti gioco di me ancora per molto? - Max diventò serio di colpo.
- No, io non intendevo... Scaricati contro il ghiaccio. - Acqua si avvicinò al muro, diffidente, e sfiorò la superficie ghiacciata con i polpastrelli. Immediatamente la tensione si allontanò da lei come un fiume in piena. La sentiva scorrere sotto le dita.
- Acqua, io...non posso dirti la verità. Però non voglio neanche mentirti, quindi non cercherò una giustificazione. Sappi che è necessario che io mi incontri con Celeste. - Max parlava guardandola intensamente negli occhi, ma lei fissava il vuoto. Il ragazzo le serrò i polsi con la mani.
- Vattene. - disse lei, senza ascoltare realmente quello che lui diceva.
- Acqua, ti assicuro che tra me e lei non c'è nulla, se è questo che ti fa star male. -
- Vattene! - gli intimò di nuovo.
- Volevo solo spiegarti che... -
- Se non te ne vai tu me ne vado io!! - urlò Acqua, e sparì nel vortice azzurro.
 
***
 
Non riusciva proprio a dormire. Si era messa in tutte le posizioni possibili, ma non ne voleva sapere di chiudere gli occhi. In quel momento era abbracciata al cuscino. Cominciò a prenderlo a pugni, soffocava i singhiozzi mordendosi le labbra. Anche se il cuscino era pur sempre morbido, si ritrovò con le nocche arrossate e il morale ancora più a terra di prima. Accese la lampadina sul comodino e saltò giù dal letto gettando via il lenzuolo. Si diresse verso il piccolo scaffale e prese uno degli innumerevoli album di fotografie che la mamma le aveva composto quando era più piccola. Arrivò subito alla fotografia che cercava, lei aveva nove anni e Max tredici, e si tenevano per mano nel mezzo del giardino. In preda alla collera, cominciò a strappare la fotografia dividendo loro due bambini. Ma appena arrivò alle loro mani unite, non riuscì più a proseguire. Forse Max aveva ragione, era veramente gelosa. Ma non aveva senso rovinare tutto quello che avevano creato insieme, la loro amicizia o quello che era. Era sbagliato. Riparò la fotografia applicando un pezzo di scotch sul retro. Nella realtà, però, le cose erano più difficili. Non si aggiustavano semplicemente con lo scotch.
   
 
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