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Autore: vero511    12/08/2017    1 recensioni
Ellie Wilson 24 anni, appena arrivata a New York insieme alla sua gioia più grande: il figlio Alex. Lo scopo della giovane è quello di ricominciare da zero, per dare la possibilità ad Alex di avere un futuro diverso dal passato tumultuoso che lei ha vissuto fino al momento del suo trasferimento. Quale occasione migliore, se non un prestigioso incarico alla Evans Enterprise per riscattarsi da vecchi errori? Ma Ellie, nei suoi progetti, avrà preso in considerazione il dispotico quanto affascinante capo e tutte le insidie che si celano tra le mura di una delle aziende più influenti d’America?
Genere: Romantico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
Capitoli:
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Bellissima. È l’aggettivo in sé che fa galoppare il mio cuore? O forse è merito dello sguardo magnetico di chi l’ha pronunciato? Cosa sarebbe successo se le parole fossero state altre, o se la persona ad emetterle fosse stata diversa? Non ho risposta a questi quesiti, ma nell’esatto momento in cui le nostre labbra si sfiorano, so che tutto è come deve essere. Non mi importa di altri vocaboli, non mi interessano occhi altrui; voglio solo la persona che si trova davanti a me e che mi sta baciando con una dolcezza tale che nessuno aveva mai usato con me prima d’ora.
Mentre assaporo tutta la tenerezza che Zack è in grado di donarmi, ripenso a quella che non ho mai ricevuto davvero dai miei genitori, troppo impegnati a soffrire, o da Allen, amante più di se stesso che del prossimo; e paragono questo nascente sentimento all’amore che era già dentro di me e che sono riuscita a riporre in Alex, non volendo perseverare negli errori altrui.
Le nostre bocche si separano di poco e il nostro bacio si interrompe. “Questo cos’era?” Sussurro. “Un modo per farti capire quanto tu sia piacevole” risponde con una nota di ilarità nella voce. “Pensavo di essere bellissima” resto al gioco e come al solito, il nostro scambio di battute si tramuta in qualcosa di scherzoso. Mi guarda intensamente, come so di star facendo anche io. Penso che voglia baciarmi di nuovo, perché se ci stiamo osservando nello stesso modo, forse stiamo anche pensando alle stesse cose e ciò che io adesso vorrei è ricongiungere le nostre labbra e nient’altro. Socchiudo lentamente gli occhi, ma proprio mentre mi sto riavvicinando, faccio un improvviso balzo all’indietro, inciampando nel tavolino.
Le sue dita mi hanno artigliato un fianco, facendomi sussultare per il solletico. “Ehi!” Lo riprendo, nervosa per aver interrotto l’intensità del momento; ma la mia rabbia si dissolve velocemente non appena lo vedo ridere: non a causa di qualche clichés per cui quando lo vedo sorridere il mondo intorno a me si ferma, ma semplicemente perché finalmente capisco che noi siamo questi. Non passeremo mai troppo tempo a comportarci in modo sdolcinato, non ci fisseremo come se fossimo le uniche persone rimaste sulla faccia della Terra, non ci daremo baci a fior di labbra dal mattino alla sera, non resteremo abbracciati dimentichi di tutto ciò che ci circonda; ma faremo a  modo nostro: interromperemo tutti questi momenti romantici per bisticciare, prenderci in giro e ridere insieme.
A seguito di questi pensieri, un ultimo assillante dubbio si fa strada dentro di me: sto davvero implicando un “noi” nel mio futuro?

Le mie domande traditrici non mi lasciano neanche durante la colazione, il mio umore è totalmente cambiato da poco fa e Zack se n’è accorto, visto che non fa altro che fissarmi in modo insistente. “Forse dovrei svegliare Alex, ora il sole splende e non vorrei fargli sprecare questa ultima giornata in mezzo alla neve” mi sento una persona orribile ad usare mio figlio per sfuggire da quegli occhi, ma al momento, è la mia unica possibilità per salvarmi e non farmi soffocare da quesiti esistenziali.

Incredibile pensare che fino a qualche ora fa, una bufera si stesse scatenando proprio dietro a queste quattro mura: il cielo ora è limpido e solo alcune piccole nuvole bianche in lontananza intaccano la sua nitidezza. Tutto sembra tranquillo, ogni tanto si alza un sottile vento, unico sentore del disastro che imperversava ieri, ma il sole è caldo e permette a me e al mio bambino di passare l’intera mattinata fuori. Siamo impegnati nella ricostruzione del nostro pupazzo di neve e solo ora, inizio a sentire la mancanza di Zack. Questa volta non si è unito a noi, ha preferito “cercare di ristabilire i contatti con Matt” perché “aveva alcune importanti questioni aziendali da risolvere”. Sono davvero felice che si stia riprendendo a seguito di quel periodo buio, dato che questo gioverà a tutti: il suo migliore amico potrà riprendere il fiato e credo proprio che non appena torneremo, sarà il suo turno per prendersi una vacanza.
Nonostante questo mio barlume di felicità, quella di Zack mi è sembrata una scusa per restare un po’ da solo o comunque per non avere a che fare con me, ma d’altronde, sono stata io la prima a comportarsi in modo strano, per cui non posso di certo rimproverare le sue azioni.

 Comprendo di aver sbagliato ad allontanarlo così e capisco che entrambi abbiamo un disperato bisogno di parlare di questo “noi” per designarne i caratteri. Naturalmente, non possiamo fare tutto questo mentre c’è Alex e forse io necessito di una chiacchierata con Jennifer, per cui decido di posticipare questa fantomatica conversazione al nostro rientro, ma prima, per farmi in qualche modo perdonare, mi offro volontaria per preparare la nostra ultima cena in questo luogo paradisiaco.
Per mia immensa fortuna, il cellulare prende, anche se a fatica, e riesco a trovare una ricetta perfetta mettendo insieme tutto quello che avevamo nella dispensa, o quasi. Domattina presto ripartiremo e non voglio che qualcuno si senta male per colpa delle mie pazze idee da chef improvvisato.
Zack ha il compito di badare ad Alex e io ho praticamente monopolizzato la cucina, chiudendo fuori i due uomini e vietando loro categoricamente di metterci piede. Zack ha giustamente sollevato un banale quesito: come avrebbero fatto ad abbeverarsi fino all’ora di cena, dato che siamo solo a metà pomeriggio. Così, mossa da un istinto materno e benevolo, mentre traffico con ogni utensile, mi appresto a preparare un the a cui accompagno dei biscotti al cioccolato che poi lascio sul tavolino della sala, prima di ritornare nel mio regno.
Cucinare in qualche modo mi rilassa, e se non fosse per lo stress da “devo farmi perdonare”, ora sarei allegra e spensierata. Da giovane madre single, so come muovermi tra i vari cibi e seguire la ricetta passo per passo, non mi è di alcun problema.
Un motivo per cui sono stata assunta alla Evans Enterprise è sicuramente il mio accurato metodo di lavoro: prima di tutto, considero quello che devo fare e ricerco il materiale che mi occorre, dopodiché procedo in modo preciso e ordinato, fino ad eliminare ogni voce dalla lista delle cose da fare.
Questa tattica è la stessa che utilizzavo a scuola e la mia metodicità mi ha sempre aiutato. È vero, ogni tanto serve anche “rompere le regole” e agire in modo più istintivo, ma forse avere un ordine mentale, nella maggior parte dei casi, è essenziale.
Mi risveglio dai miei pensieri solo quando  il timer del forno squilla; è assurdo come tutti questi ragionamenti si siano diramati nella mia testa, partendo dalla semplice messa in pratica di una ricetta culinaria. Devo essere completamente andata, il mio cervello è stato mandato in cortocircuito da un temporale che ha un nome ed un cognome: Zack Evans.

Dopo tre ore passate a fare l’eremita tra pentole e fornelli, apro finalmente la porta della cucina così da poter ammirare, ancora una volta, mio figlio e il capo che disegnano spensierati. Sono contenta che Zack stia trasmettendo questa sua passione ad Alex, anche se quest’ultimo ha ancora delle difficoltà a tenere in mano pastelli e matite, e ciò che disegna è ben lungi dalla realtà, l’arte è un ottimo metodo di sfogo, persino per bambini così piccoli. “Cos’è questo profumino?” Domanda subito Zack spostando la sua attenzione su di me. “La cena! Ho appena sgomberato l’isola così possiamo preparare e accomodarci” spiego sfinita. Se non altro, durante il viaggio di domani riuscirò a dormire. “Vieni qui a sederti un po’, ci penso io ad apparecchiare” si propone dolcemente il ragazzo. Non me lo faccio ripetere due volte e mi accomodo accanto a mio figlio che sembra davvero felice di vedermi. Lo prendo in braccio e mi faccio mostrare la sua creazione: questa volta si tratta del nostro pupazzo di neve; sicuramente più semplice da riprodurre rispetto al mio ritratto. Getto un occhio anche all’album di Zack, non credo che questa volta il soggetto dei due artisti sia lo stesso: in tutto questo tempo, avrà sicuramente rappresentato qualcosa di più complesso.
Proprio come immaginavo, l’opera del capo rappresenta non solo un pupazzo, ma anche tutto il contesto intorno ad esso. È come se l’osservatore guardasse da una finestra il paesaggio esterno: un cortile innevato con degli alberi e due piccole figure che si apprestano a costruire qualcosa con la candida neve. Due teste bionde compaiono da dietro la creatura bianca e capisco subito che si tratta di me e Alex. È incredibile come Zack sappia rappresentare magnificamente qualsiasi cosa. Scioccamente mi ritrovo a pensare che se non avesse avuto fortuna con l’azienda, avrebbe potuto occuparsi di arte.

“Io con la tavola avrei finito, se volete accomodarvi…” Zack esce dalla cucina cogliendomi di sorpresa, sussulto e lascio ricadere l’album sul ripiano in legno chiaro. “Arriviamo! Porta Alex a lavare le mani, intanto io servo la cena”.
Quest’ultima consiste in una prima portata di pasta al ragù e una secondo piatto di spezzatino accompagnato da piselli. Naturalmente sono già consapevole che ciò che più gradiranno i due commensali, sarà la torta al cioccolato che sono riuscita ad infornare dopo aver fortuitamente trovato del preparato per dolci nella dispensa.
“Coraggio, non fate complimenti e mangiate tutto!” Li invito e i due non se lo fanno ripetere due volte. Per Alex risulta piuttosto complesso mangiare lo spezzatino, ma i suoi dentini sono incredibilmente forti e lui, pur essendo solo un bambino, risulta particolarmente vorace. “È ottimo Wilson, credo che quando l’azienda sarà pronta, non ti assumerò più come segretaria, ma come cuoca!” “Grazie dell’offerta capo, ma il mio ruolo mi andava benissimo” ribatto ridendo. “A proposito della Evans Enterprise, come procedono i lavori?” Inizialmente sembra confuso dalla mia domanda, così aggiungo: “Non hai parlato con Matt questa mattina?” “Oh sì, sì, certamente”. Sembra sovrappensiero e soprattutto poco convinto; non ha ancora risposto alla prima domanda, ma non insisto perché qualcosa mi dice che al telefono, qualche ora fa, non era il suoi migliore amico. Non voglio rovinare questo bellissimo clima che si è creato fra noi e decido di posticipare le mie indagini al nostro rientro. “È un peccato che questo sia l’ultimo giorno…mi piaceva stare qui” affermo abbattuta. “Beh, se ti fa piacere, potremmo ritornarci in futuro” non sono solo le sue parole a colpirmi, ma anche la fermezza con cui le ha pronunciate. Significato e tono indicano che è convinto che ci sarà posto davvero per un “noi”. Le mie guance si surriscaldano al solo pensiero e la mia mente inizia a fantastica. Improvvisamente, non vedo l’ora di ritornare a New York. 
  
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