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Autore: Ellen March    17/08/2017    5 recensioni
Si era trasferita con il corpo, ma la sua mente tornava sempre là. Cambiare aria le avrebbe fatto bene, era quello che sentiva ripetere da mesi. E forse avevano ragione. Perchè anche se il dolore a volte tornava, Erin poteva far finta che fosse tutto un sogno, dove lei non esisteva più. Le bastava essere qualcun altro.
"In her shoes" è la storia dai toni rosa e vivaci, che però cela una vena di mistero dietro il passato dei suoi personaggi. Ognuno di essi ha una caratterizzazione compiuta, un suo ruolo ben definito all'interno dell storia che si svilupperà nel corso di numerosi capitoli. Lascio a voi la l'incarico di trovare la pazienza per leggerli. Nel caso decidiate di inoltrarvi in questa attività, non mi rimane che augurarvi: BUONA LETTURA
Genere: Commedia, Drammatico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Crack Pairing | Personaggi: Un po' tutti
Note: Missing Moments, OOC | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'In her shoes'
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58.
L’ERRORE PIU’ GIUSTO
 
L’odore di sudore era pungente, quasi acre, al punto da coprire la debole fragranza di un caffè mediocre.
Mackenzie si scostò dal bancone, pregando che quel vecchio camionista se ne andasse presto.
Le avrebbe fatto pena, se non fosse per i modi bruschi e autoritari con cui le aveva dettato la sua ordinazione. I vetri del locale erano coperti da una patina di polveroso terriccio, che si levava dal suolo ogni volta che una vettura sgommava nell’ampio parcheggio esterno.
Odiava il caldo torrido di quel posto, circondato dal deserto.
Almeno, nessuno l’avrebbe raggiunta, nessuno sapeva dove fosse.
Era scappata da Mary, la moglie di un nonno che non c’era più e che l’aveva accolta in casa sua, come farebbe un falco con un verme. La loro convivenza non era durata a lungo.
Non poteva durare, nemmeno in nome dell’affetto che nutriva per sua madre, Dianne.
Mackenzie sospirò, gettando in malo modo uno straccio umido sui bicchieri ad asciugare.
Doveva sbrigarsi a mettere da parte i soldi per tornare nella sua vera casa, sperando che la donna fosse ancora lì ad aspettarla. L’aveva sentita al telefono giusto una settimana prima, rassicurandola circa la situazione. Non le aveva detto che sopravviveva con quaranta dollari a settimana, lavandosi per quanto potesse, nei bagni della stazione e che il tetto sicuro sopra la testa, fosse in realtà rappresentato dallo scantinato di un condominio.
Era arrivata a Little Rock in un’afosa giornata di agosto e, appena scesa dal bus, aveva deciso che non vi sarebbe rimasta a lungo. Si sarebbe spinta oltre, ma le finanze erano prosciugate e quella meta, rappresentava il punto di partenza e ristoro in vista della successiva.
L’unico lavoro che era riuscita a rimediare, era come cameriera in una caffetteria di periferia, alquanto squallida e decadente. La paga era misera, ma era l’unica fonte sicura.
Ancora due mesi di lavoro, e avrebbe avuto i soldi per chiudere con quell’incubo.
Avrebbe dimostrato a sua madre che la scelta di mandarla da Mary fosse un errore. Quella vecchia non le aveva garantito la serenità sperata, aveva anzi accentuato nella ragazza la consapevolezza che nessun luogo fosse più caldo e ospitale dell’umile abitazione in cui Dianne l’aveva cresciuta.
La scuola era un capitolo chiuso, anche se con le lacrime in cuore, aveva dovuto rinunciarvi. Amava studiare, i professori le dicevano di essere portata, ma lei non poteva sopravvivere di libri e calcoli matematici.
Volutamente, non chiedeva mai a sua madre di Jack, quell’uomo che altrimenti avrebbe dovuto chiamare “papà”. Sapeva solo che ogni tanto frequentava ancora la loro casa, probabilmente per appagare qualche sfizio puramente carnale. Era in quei momenti che Mackenzie provava un colpevole disprezzo per Dianne, per la sua incapacità di allontanarlo e salvaguardare la sua dignità. Era a causa di Jack che Mackenzie aveva maturato una visione denigratoria verso il genere maschile, dal quale si teneva a debita distanza. Pur non essendo una bellezza, le era capitato in alcune occasione di attirare sguardi e attenzioni, ai quali aveva risposto in modo fin troppo sgarbato. Sapeva che gli uomini non erano tutti uguali, infatti li reputava uno peggio dell’altro. Ne aveva la conferma dall’individuo gretto che le sedeva di fronte.
Aveva ingoiato un’enorme fetta di torta, gesto seguito da un rutto del quale non si era scusato.
Due mesi, e se ne sarebbe andata.
Doveva tenere duro ancora un po’.
 
« Intendi dirmi cosa ti ha detto la signora Leroy? »
Sophia inspirò a fondo, guardando dritto negli occhi Nathaniel e annuì:
« Non mi è stata granché d’aiuto » esordì amareggiata  « mi ha fatto il nome di chi le commissionò la cornice ma dopo aver incontrato la tizia in questione, ho ricevuto solo una porta in faccia »
Iniziò a cambiare la disposizione dei cuscini del divano, come se quella conversazione non la interessasse in prima persona. Tuttavia, era stanca di non avere un vero confronto. Da giorni aveva accettato l’aiuto del biondo e, nei limiti di ciò che riteneva opportuno rivelare, lo avrebbe messo al corrente delle informazioni di cui disponeva.
« Questa tizia si chiama Cosima Manning »
Come ascoltatore, Nathaniel era quanto di meglio potesse incontrare. Non la interrompeva, non le metteva fretta e la fissava concentrato, memorizzando ogni sua singola parola:
« Il nome non mi dice nulla »
« Sarebbe sorprendente il contrario » convenne la rossa « a giudicare dalla villa, direi che non le mancano i soldi »
Il braccio dell’ospite si allungò verso il tavolino, sul quale la padrona di casa aveva sistemato un paio di lattine di birra. Nathaniel ne stappò una prima di incoraggiarla a continuare:
« Mi spieghi cosa è successo esattamente quando sei andata a Chicago? »
 
Sophia ricontrollò la posizione su Google Maps.
Era arrivata a destinazione. Il suo portafoglio piangeva al solo pensiero di quanti soldi avesse speso per quel viaggio a Chicago. Eppure, doveva saperlo. Si era intromessa in una faccenda più grande di lei, doveva accettare quel genere di sfide, anche economiche, se voleva far luce sulla vicenda.
Mandò giù un grumo di saliva, alla vista dell’imponente villa che si ergeva oltre l’ostile inferriata.
Appena individuò il campanello, si fece coraggio e lo suonò.
Manning.
Un altro passo in avanti nella sua ricerca.
Come quella famiglia fosse coinvolta con Mackenzie e Jack Hurst era uno dei pezzi  emersi in quel groviglio di cui cercava il bandolo.
Dopo qualche istante, una voce atona le chiese di presentarsi:
« Mi chiamo Sophia Travis. Sono un’amica di Tracy Leroy. Avrei bisogno di parlare con Cosima Manning »
Seguì un paio di secondi di silenzio, poi la voce femminile replicò:
«  La signora Leroy non ha amici »
La ragazza allora tentennò, in difficoltà. Aveva pensato che usare quella conoscenza comune l’avrebbe avvantaggiata, ma era costretta a ricredersi sulla sua strategia.
« Le ruberò pochissimo tempo! »
Avrebbe dovuto prepararsi un dialogo e non improvvisare come stava facendo. Era stata troppo superficiale nel dare per scontato che sarebbe stato facile ottenere le informazioni che voleva. Del resto, nemmeno Tracy le aveva reso le cose facili.
Passò qualche secondo, prima che la voce rispondesse:
« Di cosa si tratta? »
Quella fu la scintilla che regalò una flebile speranza alla rossa, che esclamò:
« Devo chiederle un paio di cose su Jack Hurst »
Tuttavia, dopo quell’affermazione, il citofono non emise più alcun suono.
Sophia tornò a pigiare il tasto con sempre più rabbia e frustrazione.
Il suo dito sostò sul campanello per oltre tre minuti, prima che la voce tornasse a rivolgersi a lei:
« Chiamo la polizia se non si allontana immediatamente! »
Il tono era pericolosamente cambiato, facendosi acuto e minaccioso.
« L-la prego! E’ una questione importante! »
Non si aspettava una simile risposta ma a quel punto non le restava che la supplica.
« E’ una giornalista? »
« C-cosa? No, assolutamente! »
« Se ne vada!» tornò a ripetere la donna « mi disturbi un’altra volta e dovrà vedersela con la polizia »
« M-ma io »
 
« E te ne sei andata? »
« Che altro potevo fare, Nathaniel? Quella era così seria »
« Almeno sei sicura che fosse lei, quella Cosima? Magari si trattava di una domestica »
« Come faccio a esserne sicura? Non l’ho mai vista prima! »
Nathaniel si abbandonò contro lo schienale del divano, riflettendo sulla vicenda di cui era stato appena informato:
« Però in effetti è improbabile. Una donna di servizio non si azzarderebbe mai a prendere simili iniziative, a meno che non le siano già state impartite in passato… »
« Dici che non sono la prima a chiedere informazioni su Jack? »
« Non è da escludere, specie perché ti ha chiesto se fossi una giornalista. Magari in passato questo Jack è stato al centro di qualche scandalo in cui è stata coinvolta anche Cosima… e lei non intende riportare a galla quella faccenda » ragionò il ragazzo.
« Ha senso » convenne Sophia « però come vedi, io sono ad un punto morto »
Si alzò dal divano e, come il ragazzo poco prima, si servì della birra.
« Beh, è per questo che sono qua, no? » le sorrise lui.
Lei si limitò a rispondere con una smorfia analoga, senza tradire quanto la sua sola presenza in quella stanza, la facesse sentire più serena.
 
« E’ di secondo grado … » meditò Iris.
« Ah… potrebbe essere una parabola! » dedusse Erin vittoriosa.
« Ma va? » sbottò Castiel, tenendo in bilico la matita sulle labbra. Guardava annoiato le due studentesse, chine su formule la cui risoluzione, per lui, era fin troppo scontata.
« Senti un po’, se devi fare il saputello, allora meglio che te ne torni casa! » abbaiò la mora risentita. A completare il gruppo di studi, c’era un quarto elemento, stranamente silenzioso. Kentin infatti si massaggiò le tempie spazientito, in attesa dello scatenarsi dell’ennesimo battibecco tra i suoi amici.
Eppure quello doveva essere un pomeriggio tra lui ed Iris, trascorso insieme con la scusa dei compiti. Solo lui sapeva quanto coraggio gli fosse costato proporre alla rossa quell’incontro.
Contrariamente alle sue rosee aspettative, il loro duo era raddoppiato e in questo, tanto lui quanto Iris ne erano responsabili. Ci stava pensando giusto Castiel a ricordarne il motivo.
« Si da il caso, Travis, che io qui sia stato formalmente invitato » stava sottolineando il musicista, che aveva pranzato a casa dell’amico « mentre tu ti sei imbucata, approfittando di Iris »
« E’ stata Iris ad invitarmi »
« E con che titolo? Se anche fosse la ragazza di Affleck, mica può mettergli dentro gente a caso »
Prima che Erin potesse inalberarsi per quell’ultima affermazione, Kentin prese posizione:
« Piantatela o vi caccio fuori entrambi! »
Non appena aveva udito il campanello di casa sua, aveva quasi cacciato a calci Castiel dal divano, tra le parole di scherno del rosso.
Quando però aprirono la porta, i due non poterono non notare la presenza di un secondo elemento, Erin. Se quell’aggiunta inattesa era stata accolta con disappunto del padrone di casa, in Castiel si era trasformata in un pretesto per unirsi al trio di diligenti studenti.
« Io non capisco come tu faccia ad essere così portato per la matematica, Castiel » stava commentando Iris, di fronte all’ennesima equazione risolta a tempo record « nelle altre materie zoppichi un sacco »
Il rosso ignorò quel commento e s’isolò dai presenti, iniziando un gioco dal cellulare.
« Questo è uno dei tanti misteri di questo essere » borbottò Erin, tornando a concentrarsi sulla formula che aveva sotto il naso. Era frustrante per lei fissare quei numeri che apparivano per lo più come codici indecifrabili e non sapere neanche da che parte iniziare un ragionamento. La matematica la faceva sentire così stupida e poco perspicace, che non poteva contraddire il rosso quando la punzecchiava in tal senso. Il fatto che lui fosse il classico ragazzo svogliato ma intelligente, la faceva sentire così inferiore e inadeguata da convincersi sempre di più che mai Castiel l’avrebbe considerata abbastanza per lui. Abbastanza in un senso che fosse diverso dalla semplice amicizia.
« Il segreto, Iris è riconoscere i prodotti notevoli… »
Mentre Castiel era distratto dal cellulare, Kentin si era concentrato sulla rossa, guidandola step dopo step nello studio della funzione. Se non si fosse sentita abbandonata a sé stessa e svantaggiata, Erin avrebbe sorriso per quella premura. L’ex cadetto aveva la capacità di spiegare i concetti con dolcezza e chiarezza, senza far sentire la rossa stupida o inferiore. Iris infatti lo ascoltava con attenzione anche se, ad un certo punto, l’insegnante fu costretto a testare la sua concentrazione:
« Iris, mi stai ascoltando? »
Fu allora che lei sbattè gli occhi, come risvegliatasi ed Erin si accorse che, fino a quel momento, l’amica aveva fissato le labbra di Kentin con un’espressione trasognante e distratta. Si chiese se pure a lei capitava di imbambolarsi tanto per il rosso accanto a lei, ma si augurò che non fosse così palese agli occhi altrui.
Ritornò a guardare il proprio quaderno e, grattandosi nervosamente la sommità del capo, cercò di fare del suo meglio per arrivare a una conclusione.
Di certo, non avrebbe chiesto aiuto a Castiel e alla sua arroganza. Si divertiva troppo a farla sentire sbagliata e, in quel campo, era troppo permalosa e insicura per esibire la sua vulnerabilità:
« Volete qualcosa da bere? Avete fame? »
Quella proposta di Kentin venne accolta all’istante, tanto che Iris si offrì di seguirlo in cucina. Erin però non aveva sollevato gli occhi dal foglio, in cui quei strani simboli continuavano a fissarla minacciosi.
« Sai perché capisco la matematica? »
Quell’incipit l’aveva già indisposta. Aveva già formulato tre risposte possibili, Castiel doveva solo scegliere quale preferisse:
Perché a differenza tua, io ho un cervello.
Perché sono un uomo, mentre tu, in quanto donna, hai i tuoi limiti.
Perché è per pochi eletti.
Stava per zittirlo quando lui completò:
« Perché la musica è matematica »
A seguito di quell’affermazione, non solo lei rimase spiazzata, ma iniziò ad ascoltarlo con un’attenzione diversa. L’amico infatti aveva spento quell’espressione canzonatoria che altrimenti l’avrebbe irritata e le parlava con calma e tenerezza:
« Sin da quando ho iniziato a studiare il pentagramma, mi è stato spiegato lo stretto rapporto tra musica e matematica. E’ stato Pitagora il primo a intuire i rapporti numerici tra le frequenze e tramite questi, costruì la prima scala musicale. Dopo di lui, molti altri hanno approfondito la questione, non solo matematici. Leibnitz per esempio, diceva che la musica è il piacere che la mente umana prova quando conta senza essere conscia di contare »
Erin strinse i pugni sotto il tavolo, mentre il suo cuore partiva a battere all’impazzata. Era combattuta tra il desiderio di continuare ad ascoltare quelle parole appassionate e la voglia pulsante di baciare la bocca che le pronunciava. Perché un Castiel così appassionato e sentimentale, non l’aveva ancora sentito.
La sua dedizione per la musica rientrava tra i pregi per cui lei aveva finito per innamorarsi di lui.
Non poteva non ammirare la devozione che il ragazzo provava per la musica, lo scintillio dei suoi occhi quando aveva tra le mani una chitarra o quando era chino a comporre dei pentagrammi durante le lezioni.
Era irresistibile, come solo chi trova il senso della propria anima, può essere.
« Ma la parte migliore secondo me rimane che, se la musica è matematica, la matematica non basta a spiegare la musica » le sorrise, tracciando una chiave di sol.
Era d’accordo. La musica era un’arte sublime, frutto dell’anima dell’uomo. Qualcosa che non poteva semplicemente ridursi a equazioni e numeri.
La musica rappresentava l’anello di congiunzione tra lei e il rosso, perché era grazie alla canzone degli Skillet che quel venerdì sera di sei mesi prima, Erin e Castiel si erano definitivamente avvicinati. Era quando lei lo vedeva assorto comporre musica che, nei primi tempi si era ritrovata a pensare:
« Beh, in fondo Ariel non è male »
Era quando la musica aveva deciso di portarglielo via, dall’altra parte del mondo, che lei si era resa conto quanto le sarebbe mancato.
Quanto, da sempre, fosse innamorata di lui.
« Ho solo aranciata »
Il tintinnio dei bicchieri la destò dalle sue riflessioni, mentre Kentin distribuiva la bevanda.
Castiel tornò a guardare il suo cellulare, come se nulla fosse e a Erin non rimase che dissetarsi nel tentativo di accantonare i pensieri che si arrovellavano in lei.
 
« Io dico che non ce la fai… »
Sophia osservava con espressione annoiata e cinica, il tentativo di Nathaniel di arrampicarsi sul ramo di una quercia.
 « Quindi stai suggerendo di lasciarlo qui? » ansimò il ragazzo, spingendosi sulle gambe.
A rispondergli fu un miagolio supplicante, per certi versi umano, che fece sorridere il soccorritore:
« Lo vedi, Travis? Quel gattino ha bisogno di me »
Sophia fece spallucce e replicò:
« In qualche modo c’è salito da solo, vedrai che verrà giù senza problemi »
« Ma se sta miagolando spaventato da dieci minuti! » obiettò Nathaniel, trovandosi abbracciato al tronco e con un piede sul ramo più basso.
« Non hai considerato che sia tu a terrorizzarlo? »
Il biondo sbattè gli occhi perplesso e poi esclamò:
« Tu dici? »
Sophia si alzò in piedi, affondando le mani nelle tasche:
« Smettila di giocare a fare Spiderman e allontanati »
Il ragazzo esitò qualche secondo, prima di assecondare quella richiesta. Con una cautela che avrebbe potuto essere maggiore, balzò giù dall’albero, rischiando di ruzzolare a terra. Seguì la rossa, distanziandosi dalla bestiola che, dopo un po’, camminò in perfetto equilibrio sul ramo e saltò giù con sicurezza.
« Come facevi a saperlo? »
« Che cosa? »
« Che non aveva bisogno di una mano a scendere »
Sophia s’incamminò in silenzio, esasperando Nathaniel per la sua laconicità.
Fino a poche ore prima, erano seduti nel soggiorno della ragazza a ragionare sul mistero di Mackenzie. Poi, le aveva proposto una passeggiata nel parco, nel corso della quale aveva ricevuto una telefonata da Rosalya. La ragazza era euforica all’idea che entro un paio di giorni lui sarebbe rientrato a Morristown.
Il sogno di tutti, di ricostruire il gruppo che era andato disintegrandosi con l’intervento di Debrah, si stava per realizzare. Basta pranzi e uscite separati. A scuola tutti avrebbero potuto ammirare il ritorno del club dei disadattati, in versione migliorata.
Anche Nathaniel tratteneva a stento la gioia di tornare a scherzare con Castiel, discutere con Lysandre come se nulla tra di loro fosse accaduto.
« Non tutti quelli che sono in difficoltà vogliono essere salvati, Daniels »
Era talmente assorto, da essersi dimenticato della presenza della ragazza accanto a lui.
Quasi si infastidì per la piega amara della sua voce, che guastava tutta l’allegria che gli aveva migliorato la giornata.
« La vita non è un cazzo di fumetto in cui aspetti che arrivi il supereroe. Devi essere tu il supereroe di te stesso »
Per quanto fosse infantile da parte sua, in quella circostanza Sophia non riusciva a comportarsi diversamente. C’era stata quella telefonata, quel sorriso innamorato che aveva attraversato il viso del biondo quando aveva letto il nome della sua ragazza sul display.
In lei era così riaffiorato il rimpianto per un amore che doveva stroncare sul nascere.
Aveva pronunciato quelle parole con una solennità eccessiva, quasi melodrammatica che lasciarono confuso il ragazzo.  Sophia era così imprevedibile e incomprensibile per lui. Alternava stati di euforia e gioia, a momenti di silenzio e depressione. Non la capiva e, forse proprio per questo, era sempre più affascinato dal dualismo della sua personalità.
« Non capisco perché sei così pessimista, Sophia… hai l’amarezza di una vecchia bisbetica »
Continuavano a camminare, abbandonando il parco e spostandosi verso il centro città.
« A me sorprende il fatto che tu non la pensi come me…  eh sì che ne hai di motivi per avercela con il mondo » ribattè lei.
« Ce l’ho con i miei, questo sì, ma non per questo posso avvelenarmi l’esistenza » chiarì Nathaniel « tu invece hai una famiglia meravigliosa eppure continui a lamentarti della vita »
Passò loro accanto una coppia della loro stessa età, tenendosi per mano. La ragazza urtò inavvertitamente Sophia, scusandosi prontamente, ma la rossa quasi non replicò.
In una strada così affollata e caotica, si sentiva sola.
Lei non era abbastanza forse da sopportare ancora quella solitudine.
Non c’era più Erin nella sua vita e la consapevolezza che mai ci sarebbe stato un ragazzo come Nathaniel, era abbastanza per convincerla del vuoto della sua esistenza.
« Quando hai il prossimo controllo? »
Quella domanda la spiazzò.
Era uscita dalla bocca di Nathaniel di punto in bianco.
Cercò di ricordare di cosa stessero parlando pochi istanti prima che si perdesse nei suoi pensieri, ma ne ricavò solo un’espressione inebetita con cui fissarlo:
« Per il cuore… quando hai la visita? » tornò a ripetere lui.
Il gelo le penetrò le ossa, per la serietà con cui la stava fissando.
Voleva rispondergli di farsi i fatti suoi, ma scattare sulla difensiva non era il modo migliore per sottrarsi da quella domanda.
« Non mi ricordo… » replicò con finta non curanza.
Si sentì LLORA strattonare il polso e, con violenza, il ragazzo la costrinse a guardarlo in faccia:
« Smettila con questo teatrino! Se c’è qualcosa che ti angoscia devi dirmelo! »
« Non ti devo un bel niente! » lo rimbeccò, trovando finalmente la rabbia per rispondergli.
« E’ per via del tuo cuore che ultimamente sei così strana? »
Lei sentì una stretta in quell’organo che era appena stato nominato.
Sì, era per il suo cuore che era così in ansia, sia in senso metaforico che fisico.
Soffriva all’idea che Nathaniel partisse e la lasciasse sola per sempre.
Soffriva, per colpa di quelle strane fitte dolorose che talvolta la colpivano.
Era troppo codarda ed incosciente per decidersi ad approfondire la natura di quei sintomi.
Essi avevano fatto subentrare l’urgenza di trovare Jack e un modo per raccontare tutto ad Erin.
Stava ormai arrivando il momento di passarle il testimone e lasciare che fosse lei a concludere l’indagine che aveva iniziato?
« So che hai saltato gli ultimi controlli e il dottor Wright è preoccupato »
Se il chirurgo era preoccupato, Sophia era terrorizzata. Ad ogni frase di Nathaniel sentiva crescere la sua ansia.
E la frequenza di battiti cardiaci.
« E’ la mia vita, faccio quello che mi pare! » sbraitò, ma per quanta ira sentisse in corpo, la voce le uscì strozzata. Non doveva agitarsi, le forti emozioni la destabilizzavano troppo e di certo non voleva crollare davanti al biondo.
« ‘Fanculo! Ne ho piene le scatole del tuo egoismo! »
Egoista.
Anche Erin le aveva sputato in faccia quell’accusa.
« Cosa c’è di così egoista nel voler tenere tutte le proprie lacrime per sé? Io voglio solo che mi lasci in pace! Che la smetti di recitare la parte del salvatore, del principe che arriva in mio soccorso… non sono la tua principessa, non sono la principessa di nessuno, Nate! »
Lui sgranò gli occhi.
Raramente l’aveva chiamato per nome e di certo, mai con quel soprannome che solo una persona si concedeva l’onore di usare.
La persona di cui era innamorato.
Non poteva vedere né sentire quanto il battito di Sophia fosse accelerato all’improvviso.
Il petto si gonfiava ed abbassava troppo rapidamente. Stava incamerando un’eccessiva quantità di ossigeno, ma non riusciva a regolarizzare il respiro.
Nathaniel le stava urlando contro qualcosa, ma lei sentiva solo un fischio acuto trapanarle i timpani.
Poi una fitta.
Un dolore in pieno petto, lancinante e incontenibile.
Mai così forte.
I raggi del sole erano diventati improvvisamente accecanti, ma non voleva chiudere gli occhi. Non ancora almeno.
Una volta aveva letto che, quando stiamo per lasciare questo mondo, veniamo investiti da una sorta di pace mistica, una sensazione indescrivibile che fa passare in secondo piano il terrore della morte. Era questa la testimonianza di un ragazzo che aveva rischiato di affogare. Aveva sempre tratto una sorta di consolazione da quel racconto e ora ne aveva la conferma.
I sensi si erano annebbiati, non avvertiva più il fischio nelle orecchie e ormai anche le palpebre si erano abbassate sui suoi occhi vitrei.
Solo il tatto era ancora in allerta.  Il tocco di una mano calda, sul suo viso, la fece sorridere felice, con la consapevolezza che almeno, nella sua mente, l’ultima immagine impressa sarebbe stata quella del ragazzo che aveva amato più di ogni altro.
« Mi dispiace, Erin… ora tocca a te »
 
« Erin, muoviti »
La mora si era bloccata nel bel mezzo del cortile, senza che nulla avesse realmente destato la sua attenzione.
Il tono seccato con cui Castiel la invitava a seguirlo non bastò a scostarla, almeno non immediatamente.
Un brivido l’aveva percorsa da parte a parte, paralizzandola.
« Che ti prende? » sospirò lui, perplesso. Avevano prolungato fin troppo la pausa pranzo, a causa delle numerose novità sulle quali dovevano essere aggiornati i loro amici. L’allenamento di basket era già iniziato, eppure lei si concedeva il lusso di prendersela comoda.
La vide scuotere il capo, confusa.
« Niente… non so »
« Andiamo, avranno già iniziato a scaldarsi »
 
Nathaniel camminava nervosamente lungo i corridoi da due ore.
Non lo avrebbero lasciato entrare in terapia intensiva, finché le condizioni di Sophia non si fossero stabilizzate. Nessuno era ancora venuto a cercarlo.
« Sei il suo ragazzo? » gli aveva chiesto un’infermiera, mentre cercava di calmarlo.
Forse se avesse mentito, avrebbero avuto più tatto nel comunicargli quanto fosse grave la situazione.
Non era la prima volta che la vita di Sophia era appesa ad un filo. Gli sembrò paradossale che appena quattro mesi prima, lui si trovasse a pochi metri da lei, dopo aver accompagnato Ambra all’ospedale e che per lui l’amica di sua sorella, fosse una perfetta sconosciuta.
Ora invece era il suo turno di restare in pena, logorato dall’angoscia di non scorgere mai più quel sorriso un po’ arrogante ma spontaneo che lo stuzzicava. Rivedeva con nitidezza i capelli rossi, che emanavano un profumo misto di vaniglia e tabacco e che avrebbe voluto accarezzare per la prima volta.
Lei era letteralmente piombata nella sua vita, scontrandosi con lui a tutta velocità il giorno del suo arrivo a San Francisco.
 
« Uff, ti pare che devo ancora cadere come una bimba di cinque anni »
 
Aveva farfugliato quella frase tra sé e sé, prima di rifiutare sgarbatamente, l’aiuto che lui le offriva:
 
« Ce la faccio da sola, biondino »
 
Di questo era sempre stata convinta, allora come quel giorno in cui il suo cuore aveva ceduto.
Era stato impotente, di fronte al fiero orgoglio con cui lei aveva cercato di tenerlo al di fuori dei suoi problemi. Si era costruita una corazza, ma solo in quel momento Nathaniel realizzava quante crepe vi fossero sulla sua superficie. Sapeva che Sophia fosse più fragile di quanto lei stessa credesse, e per questo, non poteva perdonarsi di non essere riuscito a starle accanto.
Poteva fare d meglio.
Poteva cercarla di più e non aspettare che fosse il caso a metterla sulla sua strada.
Perché, sin da subito, nonostante fosse una persona arrogante e per certi versi, scorbutica, Sophia l’aveva colpito per la sua discrezione, per la capacità di farsi da parte e rispettare i silenzi altrui. Non aveva mai insistito perché lui le raccontasse della sua famiglia, di Ambra, ma non per questo, aveva mostrato del disinteresse. Era la prima a farsi avanti per difendere la bionda, motivo per il quale inizialmente non aveva accettato la presenza di Nathaniel, da lei ritenuto corresponsabile della sofferenza passata dell’amica.
Sophia era una persona generosa e sensibile, ma preferiva celare i propri pregi, ricordandogli dannatamente il suo migliore amico, Castiel.
Non aveva esitato un secondo, prima di buttarsi nell’oceano a soccorrere quel bambino che stava affogando. Non aveva pensato minimamente al cuore, già provato da un delicato intervento chirurgico. Sophia era un’incosciente, che in nome di un altruismo ben nascosto, finiva per agire d’impulso. Non rifletteva mai abbastanza sulle conseguenze delle sue azioni, si limitava ad agire spinta da un suo personale e rigoroso senso di giustizia.
Come quel salvataggio nell’oceano.
Nonostante il freddo che gli era penetrato nelle ossa, a seguito di quel bagno improvvisato, Nathaniel aveva sentito scaldarsi il cuore, non appena lei gli aveva sorriso con gratitudine. L’aveva fissato con una dolcezza che non le aveva visto prima e che, solo allora, capì quanto potesse essere rivelatrice.
 
« lo sai, per certi versi mi ricordi qualcuno… » commentò.          
« Erin? » replicò sarcastica la gemella, notando il risolino sulle labbra del ragazzo. Il biondo la fissò per un attimo con intensità, facendola trasalire e rispose sibillino:               
« no, tua sorella mai. Non so perché, ma non riesco a guardare te e vedere lei »                                                                           

Ed era così.
Per quanto tra le due vi dovesse essere un’impressionante somiglianza somatica, mai Nathaniel le aveva confuse. Anzi. Iniziò a farsi strada in lui quel tarlo che, da settimane, cercava di soffocare.
Si era infatuato di Erin, quando questa cercava di emulare il comportamento di Sophia ed era proprio nei modi un po’ arroganti e impulsivi della mora che Nathaniel aveva scoperto i lati più affascinanti della sua personalità. Ma quella non era Erin.
Erin era una ragazza dolce, per certi versi insicura, ma straordinariamente forte quando tutto attorno a sé andava in pezzi. Era la persona di cui si era, gradualmente e irreversibilmente, innamorato Castiel, non appena nella mora era emersa sempre più la sua vera personalità.
Lui invece, Nathaniel, aveva solo assistito al crescere della complicità tra i due, scoprendo che pure i suoi sentimenti per Erin si erano intiepiditi.
Non era più la persona che l’aveva stregato.
In Sophia, quegli aspetti per lui così carismatici, erano elevati all’ennesima potenza e si sentì un ingenuo a non averlo mai ammesso prima.
 
« invece io… » proseguiva Nathaniel « è come se avessi vissuto finora con il freno a mano tirato, cercando di premere l’acceleratore a tavoletta nel tentativo di raggiungere Castiel »
« diciamo che mentre lui andava via in moto, tu pedalavi su una cyclette » mormorò d’un tratto Sophia con serietà.

 
Lei riusciva a farlo ridere, come mai nessun’altra prima di allora. Le bastava una frase per provocarlo, un gesto per irretirlo, una smorfia per stuzzicarlo.
Persino quando non faceva nulla, quando scollegava la mente dal mondo reale e si perdeva nei propri pensieri, lui non riusciva a staccarle gli occhi di dosso.
Come quell’alba che avevano condiviso insieme, sulla spiaggia.
Quel giorno ne era scaturita una stimolante conversazione tra di loro, sul significato dell’amore e di come esso venga ricercato tra le persone.
Fu allora che gli tornò in mente Rachel.
L’aveva scelta perché si sentiva così affine alla personalità di lei, avvertiva una complicità che solo due anime affini potevano condividere. Ma non era bastato, mancava qualcosa al loro rapporto e, chissà perché, da quella relazione sbagliata ne era seguita una seconda, ancora meno azzeccata, quella con Melody.
 
« Cercare l’amore è come fare un puzzle » gli aveva detto un giorno Lysandre « alcuni prendono in considerazione solo le tessere più simili per iniziare a costruire un disegno »
 
Quella strategia tuttavia, si era rivelata fallimentare per il suo caso.
 
« … altri invece sono alla ricerca della tessera complementare, non si preoccupano che abbia un disegno simile, ma che sia sufficientemente diversa da potersi incastrare alla perfezione … »
 
E così era stato con Rosalya.
L’aveva aspettata così tanto, così a lungo.
Rosalya White era il fulcro delle sue emozioni, un concentrato di sensazioni che aveva sempre dovuto sopprimere. Lei era totalmente e straordinariamente diversa da lui.
Era un’energia impulsiva, mai controllata ma da lui controllabile.
Era tenere l’acceleratore a tavoletta, con la musica al massimo e l’oceano a lato. Fu proprio l’immagine delle onde a rievocare in lui la scena di quel mattino di marzo, sulla spiaggia con Sophia accanto.
 
« … ed infine, c’è quella tessera che rimane sempre in disparte, quella che continui a scartare perché sei convinto che non c’entri nulla con quello di cui hai bisogno ma alla fine, dopo aver provato tante combinazioni sbagliate, capisci che era proprio quello il tassello giusto »
 
« Cip! Occhio! »
La ragazza si voltò, appena in tempo per ricevere una pallonata in faccia.
« Non cambierai mai, eh? » ridacchiò Castiel, andandole incontro.
La ragazza però non lo calcolò e continuò a restare assorta nei suoi pensieri.
« Si può sapere che hai? E’ tutto il pomeriggio che hai la testa tra le nuvole »
La cestista fece spallucce e borbottò:
« Non so… ho una strana sensazione »
« Stai male? » intervenne Dajan, allontanandosi dal canestro.
« No, io no » farfugliò. Non avrebbe saputo spiegare ai ragazzi cosa fosse quella spiacevole percezione, finchè una parola le fiorì sulle labbra:
« Inquietudine »
« Erin, sei sicura che stai bene? » tornò a domandarle Castiel. Trasparì una leggera tensione in quella domanda, che non sfuggì a nessuno dei presenti tranne alla distratta mora.
« Io ora mi preoccupo per entrambi, se ti sento ancora chiamarla per nome »s’intromise Trevor, divertito.
Erin però non reagiva. Era inerme e passiva.
« Esco un attimo » annunciò infine.
Anche se li aveva informati delle sue intenzioni, era come se fosse sola.
Non riusciva a concentrarsi su qualcosa di diverso che fosse quel malessere che aumentava di minuto in minuto.
Non era ancora uscita dalla palestra che Boris, dal bordo campo, ordinò:
« Castiel, va’ con lei »
Il rosso però stava già accorciando la distanza tra lui e l’amica, poichè annunciò:
« Non serve che me lo dici … quella lì è capace di prendere sonno in piedi »
« Sia mai che tu obbedisca agli ordini di qualcuno, piccolo Mozart » lo canzonò e, appena il rosso si chiuse la porta alle spalle, aggiunse tra sé e sé « … o che tu ammetta di preoccuparti per la nostra Cip »
Una volta all’esterno, Castiel non ci mise molto ad individuare Erin, che si era accasciata al suolo. Teneva le gambe piegate davanti al petto, guardando fissa davanti a sé.
La divisa, troppo larga sul taglio della canotta, lasciava intravedere tutto il profilo del reggiseno sportivo, facendola apparire ancora più minuta e fragile.
Il cestista si accucciò davanti a lei, sussurrandole con quanta più fermezza gli consentisse l’ansia che cercava di celare. Quando si trattava di lei, il suo autocontrollo era sempre fuori servizio.
« Sul serio, sto iniziando a preoccuparmi. Che ti prende? Un calo di pressione? »
Percepire finalmente la tensione del ragazzo, sembrò destare la fonte di tali emozioni, poiché Erin reagì:
« Ho una bruttissima sensazione, Castiel » ripetè, guardandolo confusa.
I suoi occhi erano più espressivi del solito, costringendolo ad abbassare lo sguardo per non annegare in quella dolcezza.
« Non riesco a capire cosa sia. C’è qualcosa che tutt’ad un tratto ha iniziato ad angosciarmi e non capisco cosa sia »
« Ma tu stai bene? »
« S-sì, sì » borbottò lei.
Lo vide rilassare le spalle ed emettere un flebile sospiro.
« E’ come quando ti svegli dopo un incubo » tornò a spiegarsi lei  « ti rimane quella sensazione bruttissima finché realizzi che è scaturita da ciò che hai visto nel sonno e che non è reale »
« Allora non ti resta che aspettare che passi » minimizzò lui, senza cambiare posizione.
« E se non passasse? »
« Che intendi? »
« E se l’incubo fosse la realtà? »
 
Non poteva trovarsi in quella situazione.
Non lui, che per anni non aveva fatto altro che pensare a Rosalya, l’unica donna che avesse mai amato.
I pensieri che lo stavano investendo non potevano essere autentici.
Erano frutto di quella drammatica circostanza, in cui Sophia stava lottando per la vita.
Non poteva essersi innamorato di lei, sorella della sua ex e migliore amica di sua sorella. Sembrava quasi un gioco di parole.
Lei non aveva nulla a che fare con il suo tipo di donna ideale: si muoveva con goffaggine, ma ciononostante Nathaniel si sorprese a sorridere per il suo incedere così maschile e incurante dell’etichetta. Sophia non lo trattava con l’educata diffidenza dei liceali che si rapportavano a lui in quanto delegato, anzi finiva spesso per battibeccare, lasciando emergere il lato più provocatorio di entrambi. In un paio di occasioni, dopo un pranzo lauto e abbondante, le capitava di lasciarsi sfuggire un’eruttazione ma, anziché provare vergogna e pudore, sorrideva birichina e scrollava le spalle.
Non si curava di avere i capelli in disordine, dopo una giornata a giocare a beach-volley. Le bastava dar loro una vaga forma, scompigliandoli a caso e lasciando che il vento annullasse ogni suo tentativo di darsi un’aria più femminile. Tendeva a sbuffare più e più volte, prima di decidersi a spostare manualmente il solito ciuffo che le arrivava fino al naso. Increspava le labbra ogni volta che frugava in borsa, cercando le sigarette, per poi ricordarsi che quel vizio le era stato tassativamente proibito dai medici.
Si grattava il sopracciglio destro, partendo dall’angolo esterno, quando non sapeva come ribattere ad una conversazione o quando si sentiva con le spalle al muro.
Poteva passare minuti interi a curare maniacalmente un dettaglio sul foglio da disegno, cancellandolo e rifacendolo più e più volte prima di essere, solo parzialmente, soddisfatta.
Quando disegnava, aveva sempre la testa leggermente inclinata, ogni tanto si scostava i capelli, come se volesse appoggiare una chioma lunga ed invisibile sulla spalla, gesto dettato dall’abitudine di quando i suoi capelli erano lunghi come quelli di Erin.
Aveva quell’aria costantemente allegra e viva, come se nella sua via non esistessero dolori o per lo meno, lei fosse al di sopra di essi, troppo forte per lasciarsi vincere dallo sconforto che assale le persone comuni.
Era una maschera, Nathaniel l’aveva sempre saputo, ma solo allora vide in essa un aspetto così intrigante e misterioso che lo affascinò: Sophia era una persona che adorava la compagnia ma non quanto la solitudine, era contradditoria e convinta di essere un’eccezione a tutto.
 
« io allora devo essere la tessera che è finita sotto i cuscini del divano e che non potrà entrare mai a far parte del puzzle »
 
E quella sua convinzione che il destino si fosse dimenticato di lei, della sua felicità, relegandola in un angolo di indifferenza sentimentale.
Gli aveva sussurrato tutta la sua amara rassegnazione e lui, anziché tendere l’orecchio per percepire appieno quel lamento, si era voltato dall’altra parte, con considerazioni superficiali e di poco conto.
Tutto di lei l’aveva colpito.
Ogni dettaglio del suo meraviglioso essere lei.
Come poteva accorgersene solo quando le circostanze lo stavano mettendo alle strette?
Quando poteva essere troppo tardi.
 
« Una ragazza così giovane »
Si voltò di scatto.
L’infermiera che aveva cercato di rincuorarlo.
 
Non poteva essere.
 
No.
 
No.
 
Nella sua testa quel monosillabo cominciò a vorticare all’impazzata, rendendolo quasi sordo al resto di quella conversazione ascoltata per caso.
Iniziò a tremare convulsamente, prima ancora che la seconda infermiera replicasse alla prima che aveva parlato:
« Lo so Mary, ma vedrai che con l’esperienza imparerai a sopportare questa sofferenza. So che è dura, è il primo vero lutto che vivi in questo ospedale, ma è anche a noi che si appoggiano le famiglie dei pazienti. Devi farti forza »
 
Era troppo tardi.
 
« Come si può morire per arresto cardiaco a quell’età? » tornò a singhiozzare l’altra.
 
Sophia non c’era più.
 
« Ho la tachicardia »
« C-che? »
Erin era bianca.
Istintivamente Castiel osò toccarle il collo e, oltre al tatto di una pelle gelida, si unì la consapevolezza che il cuore della ragazza era fuori controllo.
Aveva lo sguardo perso, davanti a sé, un’espressione che gli ricordò quella di oltre tre mesi prima, quando aveva scoperto che lui se ne sarebbe volato in Germania.
Stava per dirle qualcosa, allarmato, quando si sentì stringere la mano:
« Ti prego… » lo supplicò con voce flebile « non lasciarmi sola, adesso »
 
Mai in vita sua, Nathaniel ricordava di aver provato un dolore più forte.
Gli mancava il respiro, tanto da fargli male il petto.
Non riusciva a pensare a niente, che non fosse quel viso che non avrebbe più visto sorridere.
Non poteva lasciarli tutti così.
Non poteva lasciarlo così.
Persone come lei, di cui non riusciva più a pronunciare il nome, non potevano concedersi il lusso di uscire dalle vite altrui, dopo averle illuminate con la loro allegria.
Cominciò a pensare così a sua sorella, ad Erin. Non avrebbero sopportato quel lutto.
Lei non poteva andarsene con il mistero del quadro, lasciando alla sorella il compito di districare quel segreto.
E pensò a se stesso.
A quanto avrebbe voluto abbracciarla. Al bisogno di scoprire cosa avrebbe provato a stringerla tra le sue braccia.
« Oddio sei irrecuperabile Dora! »
Gli sembrava ancora di sentire la sua voce, così nitida.
Troppo nitida.
Nathaniel alzò meccanicamente il viso, rigato di lacrime.
Fu allora che il sorriso beffardo di Sophia si dileguò immediatamente e lo rimpiazzò con un’espressione incredula: Nathaniel le era balzato incontro, stringendola a sé.
Non era solo un abbraccio di sollievo.
Non osò sperarlo, ma c’era della passione nella foga con cui lui le impediva di muovere un singolo muscolo.
« N-Nathaniel? »
Sentiva il cuore di lui sfracellarsi contro il suo petto, al punto da sincronizzarsi con il proprio.
« La tessera… »
La ragazza aggrottò la fronte, confusa.
« Che tessera? »
« Sei la mia tessera! »
« Ok… » miagolò Sophia sempre più confusa.
Il biondo non scioglieva l’abbraccio e lei si sentiva incredibilmente goffa in quella particolare situazione « onestamente non so se sono io ancora rincoglionita o tu ubriaco »
Si guardò attorno, sentendo crescere il proprio disagio e confusione. C’erano pazienti che li osservavano, alcuni divertiti, altri semplicemente incuriositi.
« Senti io direi che- » tentò di dire ma lui la interruppe.
La fermò senza emettere alcun suono, ma posandole delicatamente il polliche sulle labbra.
« Io ci ho messo troppo a capire, però ti prego, non rendermi tutto più difficile » le sussurrò colpevole.
Lei lo fissava inebetita, senza staccargli gli occhi di dosso neanche per un istante.
Voleva dire qualcosa, ma ogni parola o gesto le sembrava inopportuno e inutile.
Forse non era il cuore ad aver subito dei danni, ma il suo cervello, della cui integrità e fnzionalità aveva sempre nutrito qualche dubbio. Non era possibile, si rifiutava tassativamente di illudersi di non aver frainteso quella chimica.
Nathaniel le sfiorò il dorso della mano con l’indice, senza proferire alcun verbo.
Lo lasciò fare, anche se quella delicatezza era difficile da sopportare.
« Scusa… » mormorò lui, senza guardarla.
« P-per cosa? » inghiottì senza capire.
« Per non aver capito prima »
« Che cosa? »
Si sentiva stupida per la monotonia delle sue domande, ma doveva far chiarezza.
Nathaniel aveva compreso tutto, lei invece era sempre più scombussolata.
« Che sei la persona che ho cercato per tutta la vita »
Le ci volle qualche secondo per metabolizzare il senso di quella frase.
Appena le sembrò di aver colto la portata di quell’affermazione, era già troppo tardi: sentì un tocco caldo e delicato di labbra posarsi sulle sue.
Una sensazione avvolgente, che la capovolse interiormente. Chiuse gli occhi, beandosi di quel momento così magico.
Era talmente felice che non riusciva a capire perché non avesse provato ad accelerare i tempi, perché non si fosse fatta avanti prima.
Poi un flash, un’immagine.
Si scostò bruscamente, lasciando alquanto interdetto il ragazzo.
« Non possiamo… » bisbigliò amara e colpevole.
E solo allora anche Nathaniel sembrò ricordarsene.
Era talmente preso dai suoi sentimenti per Sophia, da aver dimenticato quelli per la donna che aveva amato fino a quel momento.
Rosalya.
Il solo pensare al suo nome, faceva crescere in lui l’angoscia.
« E’ un sbaglio…io sono uno sbaglio… un errore » mormorò Sophia mestamente.
Non poteva sopportare di vederla così.
Aveva ricambiato quel bacio, non si era sottratta. Lo voleva quanto lui.
Fu per questo che, accantonando la razionalità che era parte integrante del suo essere, le mormorò:
« Sei l’errore più giusto che abbia mai fatto »
 
Un gemito di sofferenza e fastidio scappò dalle sue labbra, seguito inevitabilmente da un’imprecazione. Rosalya scostò il dito scottato e lo umettò con la lingua, cercando sollievo nella saliva. La vecchia presina era una protezione insufficiente tra la sua pelle delicata e le griglie roventi del forno.
« La tua buona volontà è ammirevole, Rosalya … » commentò la voce familiare di suo fratello « … ma permettimi di avere qualche perplessità sul risultato finale »
La cucina era un disastro: i gusci vuoti di un’intera dozzina di uova erano accatastati gli uni sugli altri e nuvole di farina aleggiavano nell’aria e sulle guance della ragazza.
« E’ per questo che sto facendo le prove » replicò pazientemente la cuoca « voglio che Nathaniel arrivi per lo meno a deglutire i miei biscotti, se non addirittura ad apprezzarli »
Il ragazzo sorrise leggermente e tornò alla lettura del suo libro, interrotta dal profumo invitante che si era diffuso nella stanza poco prima. Era un dolce spettacolo vedere il viso della sorella imbiancato di farina e i capelli arruffati in una crocchia disordinata. In quella casalinga pasticciona, c’era ben poco della Rosalya che i più conoscevano, ma c’era molto della ragazza dolce e innamorata di Nathaniel Daniels.
 
Erin si era alzata in silenzio, lasciando la presa. Il suo viso non tradiva alcuna emozione ma se non altro, aveva riacquisito una carnagione normale e il respiro sembrava essersi normalizzato.
Castiel l’aveva fissata senza parlare.
Lei aveva cercato la sua mano, la sua vicinanza, lasciandolo confuso. Stava proprio per chiedere chiarimenti, quando una voce fece sobbalzare entrambi:
« Inammissibile! »
Il suono di quei tacchetti era inconfondibile, ogni studente del Dolce Amoris aveva imparato a riconoscerlo.
« Professor Faraize! Come ha potuto consentire a quattro sconosciuti, dico ben quattro, di entrare nell’istituto? » sbraitava la preside, agitando le braccia all’aria.
Il pover’uomo, che seguiva a debita distanza teneva il capo chino e cercava di mangiucchiarsi delle giustificazioni poco convincenti.
« Potrebbero essere degli eroinomani, per quello che ne sappiamo! » continuava ad inveire la donna.
« L-lo escludo »
« Sulla base di cosa? E poi con gli studenti impegnati nei club, sarà molto più difficile capire chi sono e cosa sono venuti a fare! »
L’uomo non sapeva più come rabbonire la furia dell’anziana, finchè non venne loro incontro Miss Joplin. La donna dapprima fissò interrogativa Erin e Castiel, chiedendo ai due ragazzi cosa avessero combinato:
« Lasci stare Castiel, Miss Joplin! Per una volta quel teppistello non ha fatto nulla! » sbraitò la preside, facendo trasalire la scienziata.
Dopo quella pausa in compagnia dell’amico, Erin si sentiva meglio ma non per questo abbastanza lucida e reattiva da interessarsi alla scena. Quella spiacevole sensazione si era dileguata, ma non il leggero smarrimento che ne era derivato.
« Allora mi dica cosa sta succedendo » convenne Miss Joplin, conciliante « l’ho sentita urlare dalla sala professori »
« Una cosa gravissima! » asserì profetica Miss Swanson « il professore ha fatto entrare quattro estranei… dei tossici secondo me! »
Faraize emise un verso stizzito che, suo malgrado, non sfuggì alla più anziana del trio.
« Qualcosa da obiettare? »
« N-non erano dei tossici » miagolò l’uomo.
« Ah no? Non le hanno detto forse “stiamo cercando il giovane Mozart?” Se non è drogata gente del genere! »
Dopo aver annunciato quelle parole, la donna si allontanò a grandi passi, seguita dai due colleghi che cercavano di placare la sua furia e preoccupazione:
Fu allora che Erin notò l’amico rabbrividire.
Non loro.
Li adorava, ma non nella sua scuola.
« Cip, corri in palestra e dì a Boris che non mi sento bene » le ordinò Castiel serio.
La mora lo fissò interrogativa, ma lui insistette:
« Muoviti »
« Ma che ti prende? Sei diventato pallido »
« Adesso sono io ad avere una brutta sensazione… e so che è reale, molto r-»
« Mozart! »
Quella voce lo trapanò da parte a parte e, prima che potesse voltarsi, sentì il peso morto di Chester che gli saltava sulle spalle.
« L’ho trovato, Ace! » esultava vittorioso il vocalist.
Un ragazzo bellissimo, dagli intriganti occhi verdi, si stava avvicinando radioso.
« In compenso abbiamo perso Damien e Jun » ridacchiò « lo dicevo io che il nostro principino l’avremo trovato in palestra»
Nel dire quelle parole, Ace strattonò la guancia a Castiel, che si sottrasse immediatamente a quel gesto d’affetto.
« M-ma voi siete… » boccheggiò Erin incredula.
I Tenia.
I ragazzi per cui Castiel aveva mollato tutto e per più di due mesi, si era nascosto a Berlino.
« I tossici di cui parlava la preside» farfugliò Castiel, sgravandosi dal peso di Chester.
Ricevette una pacca sulla spalla da Ace, seguita da un abbraccio vigoroso.
« Cattivo cattivo! Te ne sei andato in quattro e quattr’otto. Non ci hai neanche lasciato organizzare il party di arrivederci »
Il rosso era abituato a quel modo di fare, fintamente infantile e superficiale. Ace si era sempre divertito a recitare la parte del ragazzo spensierato e un po’ sciocco ma, in quanto ex compagno di stanza, il compositore sapeva che era solo una copertura.
« Ne abbiamo organizzate anche troppe di feste, il mio stomaco deve ancora riprendersi » si lamentò.
L’unica ragazza presente fissava incuriosita quei nuovi arrivi, dimenticandosi completamente gli angusti pensieri che l’avevano assillata poco prima.
« Oh » si voltò d’un tratto Ace.  La fissò dritta negli occhi e annunciò: « finalmente ho l’onore di conoscere la famosa Erin di persona »
Aveva scostato Castiel con non curanza, chinandosi pericolosamente verso l’oggetto del suo interesse:
« Ci eravamo intravisti per Skype… » gli ricordò lei a disagio.
Ace era il ragazzo più bello che avesse mai visto. Nonostante la perfezione del suo viso, aveva pure un’espressione interessante e carismatica, che colpivano sin dalla prima occhiata.
« Sì, ma dal vivo fai tutt’altro effetto » ammiccò.
« Recuperare Damien e Jun, prima che saltino fuori problemi » grugnò Castiel, quasi frapponendosi trai due.
« Problemi? Mica ci studiamo qui! » rise Chester.
« Ma io sì, pelato, quindi vedete di sparire alla svelta »
« E’ così che si accoglie la tua famiglia adottiva? Abbiamo attraversato un oceano per te! »
« Tzè, manco l’aveste fatto a nuoto »
 
Damien aveva perso Jun.
Aveva cercato di trarlo a sé, ma quello era entrato nel piccolo teatro della scuola ignorando le proteste del moro. Quell’atteggiamento così rilassato aveva giocato a suo favore, perché una cinesina tutto pepe l’aveva trattato sin da subito come uno studente qualsiasi. Gli aveva scaricato con poca grazia una serie di stoffe, istruendolo circa la loro destinazione.
« Dalle a Rosalya » gli aveva ordinato senza guardarlo in faccia e indicando una ragazza a bordo del palco.
Jun aveva eseguito meccanicamente quei movimenti, finchè la sarta in questione si era accorta di lui.
Quella Rosalya l’aveva scrutato circospetta, prima di chiedergli:
« E tu da dove vieni? »
 « Da Berlino » ammise con candore, ma la stilista l’aveva liquidato dicendo di non aver tempo da perdere con battutacce. Si era così rimessa al lavoro e il batterista dei Tenia si era limitato a sedersi a bordo del palco.
Il sopracciglio di Damien aveva iniziato a traballare furiosamente, cercando di sopire l’istinto di urlare dietro al suo compagno.
Jun era strano, strano forte, ma quell’apatia e tranquillità con cui si muoveva in un contesto in cui non c’entrava nulla, lo mandava in bestia.
Dovevano trovare Castiel, fargli quella stupida sorpresa e andarsene. Non perdere tempo per i club di quel liceo.
« Rosalya in questi giorni è molto stressata, quindi cerca di non farla arrabbiare »
« Io? Ma se è lei che provoca di continuo! Fatalità, neanche con Castiel va d’accordo »
Nel sentire quel nome, il bassista si voltò verso le due figure in avvicinamento.
L’ultimo ad aver parlato era un ragazzo alto quanto lui, moro dal fisico muscoloso e tonico.
Intrigante, ma non il suo tipo. Il genere militare non l’aveva mai irretito.
Accanto a lui un liceale dalla fisicità molto diversa, più minuto e femmineo.
« Conoscete Castiel? »
Non si presentò, né si curò di scusarsi per aver interrotto la loro discussione.
« Sì » asserì Kentin, leggermente irritato proprio per quei modi sbrigativi.
« Dove lo trovo? »
Alexy avvertì quanto Kentin avesse iniziato ad irrigidirsi, così replicò frettolosamente:
« In palestra »
« Grazie al cazzo » farfugliò Damien « dove la trovo dunque? »
« Sul tetto » lo zittì Kentin asciutto. Quel tipo non solo li aveva interrotti senza alcun riguardo, ma pretendeva pure delle informazioni. Nemmeno Castiel era così sgarbato nei modi, almeno non con gli sconosciuti.
Damien gli aveva lanciato un’occhiataccia, prima di sbottare:
« Senti, vado di fretta e non ho tempo per tante smancerie. Ci fermiamo un’altra volta a sorseggiare te e pettinare le Barbie. Volete quindi dirmi dove trovo la palestra? »
A quel punto il moro stava per imprecare quando intervenne l’amico:
« Prendi quel corridoio, la trovi sulla destra »
Damien borbottò un grazie inudibile, mentre Kentin non si preoccupava di farsi sentire:
« Sei troppo buono, Alexy. Un cafone del genere lo mandi a fanculo, altro che indicazioni! »
L’amico sorrise e, per smorzare la tensione, aggiunse:
« Beh, poco importa. Ora è un problema di Castiel »
 
Nathaniel chiuse la valigia con una forza maggiore di quella effettivamente necessaria.
L’immagine delle labbra di Sophia gli apparirono all’istante, ma dovette cancellarle.
Cosa aveva fatto.
Si sedette sul letto, portandosi le mani tra i capelli.
Rosalya non se lo meritava.
La amava, continuava ad amarla… ma c’era Sophia.
Non poteva comparare sentimenti così freschi con quelli che albergavano nel suo cuore da anni.
Cosa doveva fare a quel punto?
Il doppio gioco?
Sophia avrebbe accettato quella situazione?
Aveva l’aereo per New York l’indomani, non l’avrebbe più rivista per chissà quanto tempo.
Poteva allora fare finta di nulla?
Sì, avrebbe potuto… se solo quel bacio non fosse scaturito da qualcosa di più di un mero istinto carnale.
Voleva Sophia, in quel momento la voleva disperatamente, più di quanto volesse Rosalya.
Forse, più di quanto mai avesse voluto Rosalya.
 
« Un brindisi ai Tenia! » intonò Armin euforico.
Mai in vita sua era uscito a bere con una compagnia più numerosa e piacevole.
Quella sera, Castiel aveva presentato i mitici Tenia, responsabili della sua partenza per la Germania.
Ansiosi ed eccitati all’idea di conoscere il quartetto, tutti gli amici del rosso non avevano voluto sottrarsi a quella serata. Persino Dajan, Trevor e Kim avevano preso parte alla comitiva.
Dopo aver messo in subbuglio il liceo con il loro arrivo, i Tenia se n’erano andati soddisfatti della reazione scaturita nel rosso: disagio puro. L’avevano stuzzicato su aneddoti legati al loro soggiorno a Berlino, divertendo talmente tanto i liceali, da organizzare una serata in compagnia.  
« Avete inciso qualcosa? Ce lo fate sentire? » si entusiasmò Erin, allungandosi verso la salsa barbecue.
Ace replicò con un sorriso incantevole, che fece arrossire tanto lei quanto Iris, che le sedeva accanto:
« Anche se sei la ragazza del compositore, non possiamo concederti simili privilegi »
« Dacci un taglio, Ace » tuonò Castiel, scolandosi metà birra media. Era abituato a quel genere di battutacce quando era con loro, ma la presenza della diretta interessata rendeva il tutto più disagevole per lui e divertente per i musicisti. Ciononostante, era affezionato a quei quattro. Era grazie a loro che era riuscito a mettere da parte l’amarezza per un amore non corrisposto e dedicarsi alla sua prima vera passione: la musica. Gli mancava un po’ il clima familiare che si respirava nello chalet tedesco, ma mai quanto aveva sentito la nostalgia della ragazza accanto a lui.
In quelle ultime settimane, da quando era rientrato in America, gli sembrava che ogni cosa stesse andando per il verso giusto: i pezzi che aveva composto avevano convinto l’etichetta discografica, era stato alle Bahamas con i suoi migliori amici, aveva ripreso i contatti con la sua famiglia, che si era arricchita della presenza di una bambina di nome Hailey.
Si fermò su ogni singolo viso presente su quel tavolo, partendo da quello per lui più tenero e bello: Erin stava ridendo per una battuta di Chester, reclinando la testa all’indietro. Era spontanea, diretta, una persona che gli trasmetteva tanta positività. La sua allegria era contagiosa perché a ruota erano seguite le risate di Iris e Rosalya. Con quest’ultima, in particolare, Castiel aveva notato quanto la mora si fosse legata. Spesso, durante i cambi dell’ora, Rosalya aveva preso l’abitudine di andare nella loro classe ed era la compagnia di Erin quella che prediligeva, più ancora di quella di Iris. Quest’ultima infatti aveva iniziato a parlare particolarmente con Kentin, per la gioia del moro. Quel ragazzo non era male, gli sarebbe stato simpatico sin da subito se non avesse innescato in Castiel il sospetto che gli piacesse Erin. Con Kentin poteva fare battutacce alle quali Lysandre non si prestava mai, sempre troppo impostato e attento all’immagine. Per quello si trovava così bene a discorrere con Violet, la ragazza più timida mai vista. Jun ascoltava i due in disparte, strappando a Castiel un sorriso divertito. Quel pomeriggio si era sorbito una strigliata di Lin, che l’aveva ripreso per essersi intromesso nel club di teatro. Per quel poco che la conosceva, la cinesina era tutta pepe e, seduta accanto al silenzioso chitarrista, non si poteva pensare ad un assortimento più improbabile. Tuttavia, proprio grazie all’estrosità della ragazza, anche Jun aveva iniziato a spiaccicare qualche parola, anche se era per lo più Lin a sostenere la conversazione. Accanto a lei Ambra guardava divertita il suo ragazzo, impegnato in una gara a braccio di ferro con il gemello. Ne risultò una scena alquanto pietosa, specie dopo la vittoria di Alexy che, diversamente da Armin, non si vantava di essere iscritto in palestra. I cestiti, Dajan, Trevor e Kim stavano illustrando ad Ace i dettagli del torneo ma l’arrivo di un’avvenente cameriera li aveva distratti. Trevor sembrava conoscerla ma la ragazza, anziché dare corda al ragazzo, aveva finito per liquidarlo lasciandolo con un pugno di mosche. Il chitarrista dei Tenia si era quindi prodigato in commenti lusinghieri sul lato B della ragazza, che avevano incontrato lo sbadiglio disinteressato di Damien.
C’erano veramente tutti quella sera.
Anzi, quasi.
Mancava quello di cui si era sempre fidato ciecamente e di cui, ne era sicuro, poteva tornare a riporre la sua fiducia.
Una persona che non avrebbe mai più tradito l’alta considerazione che aveva di lui.
 
Nathaniel ansimò esausto.
Aveva corso come un dannato, dopo la fermata del bus.
Non poteva andarsene così.
Facendo finta di nulla.
Facendo finta che fosse stata solo una debolezza.
Per una volta nella sua vita, avrebbe assecondato l’istinto, anche se era un modo elegante per chiamare l’eccitazione che pervadeva ogni fibra del suo corpo.
Suonò il campanello, sperando che lei fosse in casa.
« H-hilary, smettila! Ti ho detto che voglio stare da sola! »
Stava piangendo.
Sophia stava piangendo.
Non doveva.
Non poteva farlo sentire colpevole e miserabile più di quanto già lo fosse.
Cominciò a bussare ripetutamente la porta, alzando la voce:
« Sono io! »
Seguirono pochi secondi che sembravano non finire mai, finchè udì il rumore di un chiavistello che veniva aperto.
Quella che si trovò davanti però, non era la Sophia Travis con lo sguardo fiero e beffardo a cui era abituato.
Era una ragazza con il viso scavato dalle lacrime e gli occhi che brillavano di tristezza.
Era bellissima.
« Vai via » gli mormorò, fissandogli le scarpe.
Non era per Rosalya, che conosceva a malapena.
Non poteva farlo a Erin.
Era per Erin che Sophia si era allontanata da Nathaniel.
Anche dopo che lui gli aveva detto di volerla.
Non poteva permettere che la sorella la odiasse per aver fatto soffrire la sua migliore amica, Rosalya.
« Allora dimmi che non sono niente per te »
Il petto di Nathaniel si alzava e abbassava freneticamente.
Era agitato e non riusciva a calmarsi.
Sophia boccheggiò.
Non riusciva a guardarlo in faccia, mentre lui non le staccava gli occhi di dosso.
Aveva imparato a conoscerla anche per i suoi lati più vulnerabili, ma così dolce e indifesa non l’aveva mai vista. Nemmeno quella volta in spiaggia.  
Le portò una mano dietro la nuca, facendola sussultare.
Socchiuse gli occhi, inclinando la testa di lato.
Voleva solo baciarla, un’altra volta, promettendosi che sarebbe stata l’ultima.
Sophia non riuscì a sottrarsi a quell’abbraccio ma ripetè dentro di sé la stessa bugia del ragazzo.
Era l’ultimo bacio.
Tuttavia, non seppero dire chi dei due stava guidando l’altro: Nathaniel si trovò dentro l’appartamento, con la porta che si chiudeva alle spalle. Non si erano ancora staccati, quell’ultimo bacio stava continuando, alimentandosi di passione e desiderio.
Per tre mesi Sophia l’aveva sognato, per tre ore il biondo si era torturato dalla tentazione di tornare a posare le sue labbra su quelle di lei.
Non volevano pensare ad altro che non fosse la consapevolezza di fondere i loro corpi e le loro anime, oa che finalmente, si erano trovati.
 
Nel pub non era rimasto quasi nessuno. I Tenia, stremati dal jet lag erano stati i primi a rientrare in hotel, seguiti a ruota dai gemelli.
Kim e Dajan, nonostante le insistenze di Trevor, si era defilati, senza rivelare che quella sera la velocista aveva la casa libera dai genitori. Il cestista allora si era spostato al bancone, a chiacchierare con la sua amica barista. Il resto degli amici di Castiel ed Erin, fatta eccezione per Rosalya e Lysandre, si erano congedati, tra sbadigli e pacche sulle spalle.
Era stata una delle serate più piacevoli e spensierate di sempre, da ripetere.
« Speriamo che quel babbeo di Kentin si azzardi ad approfittare della situazione »
Erin sorrise, invitando l’amica ad abbassare il tono.
« Iris non vuole che si sappia che gli interessa, parla piano, Rosa » guardando di sbieco Castiel e Lysandre assorti nella conversazione.
« Appunto, io sto dicendo che è lui che deve fare qualcosa »
« Non mettere fretta agli eventi… accadrà tutto secondo i loro tempi »
La stilista arricciò le labbra e sbottò:
« E quest’aria da monaco tibetano cannato è attribuibile a tutta la birra che hai bevuto stasera? »
« Sono di buon umore » sorrise nuovamente l’amica.
Iniziarono ad origliare l’argomento che aveva assorbito così tanto i due ragazzi accanto a loro, per poi convenire che non fosse di loro interesse:
« Mentre voi state qui a discutere di spartiti e testi » li interruppe Rosalya « io ed Erin andiamo a sederci un po’ fuori »
Quasi Castiel non le calcolò tanto era preso dalla conversazione.
Stavano parlando di musica e per lui era fin troppo naturale farsi assorbire da essa:
« Capisci Lys? Io pensavo di aver finito, invece ora Luke vuole pure che io mi metta a scrivere il testo! Lo sai che sono negato »
« Quindi vorresti che lo scrivessi io? »
Il rosso tentennò, abbandonandosi contro lo schienale della poltrona. Sospirò profondamente, abbattuto.
Era un po’ brillo, per questo sentiva di avere meno inibizioni nel modo di esprimersi.
« In realtà no. Questa canzone è speciale. Luke stesso è curioso di vedere cosa posso… vomitare fuori »
« Ecco, certi termini magari li eviterei » sorrise il poeta.
« Appunto, dammi dei consigli! Che cazzo ci scrivo dentro? Tu come fai? »
L’amico intrecciò le dita affusolate sul tavolo e chiuse gli occhi. Dopo qualche secondo, spazientito da quella passività, Castiel sbottò:
« Ehi Lysandre! Ti si è fuso metà emisfero cerebrale? »
Il ragazzo riaprì gli occhi e replicò candidamente:
« Ti stavo mostrando come faccio io »
« Cioè dormi? »
« Rifletto. Chiudo gli occhi e mi lascio trasportare dalla musica. Sono le note a guidarmi verso la  proiezione di immagini mentali e quindi di parole »
Il rosso però non sembrava soddisfatto.
« Lys, questa cosa non funziona. Per me la musica è un orgasmo, finirei per scrivere un porno »
Il poeta ridacchiò, scuotendo il capo divertito:
« Allora Castiel, perché non la facciamo più semplice: a cosa hai pensato quando hai composto quella musica? »
Istintivamente il rosso cercò una figura alla sua destra, ma realizzò che non c’era più. Lysandre sorrise teneramente e, dopo aver finito l’ultimo sorso di birra, sussurrò:
« Lo immaginavo »
 
L’aria di marzo era fresca e frizzante. La primavera si stava ormai facendo strada tra le vie di Morristown e la rinascita della natura sembrava riflettersi nelle rinnovate energie che le due ragazze covavano dentro di sé.
All’esterno del pub, sotto una tettoia dal vetro trasparente, Erin e Rosalya si erano accomodate su due poltroncine in vimini. Fissavano il cielo stellato, perdendosi in quel manto scuro punteggiato di piccole luci.
Avevano scherzato, parlando delle persone presenti quella sera, scambiandosi commenti specialmente sui componenti della band. Rosalya era inevitabilmente rimasta interdetta dai modi di Damien, mentre si era lasciata conquistare dall’estrosità di Chester. Si era divertita un sacco e le era dispiaciuto quando la comitiva aveva dovuto sciogliersi.
« Io davvero non ricordo l’ultima volta che sono stata così bene… » stava mormorando la stilista.
« Esagerata! » sdrammatizzò Erin, ridacchiando.
Avvertì che il tono dell’amica fosse cambiato, si era fatto più profondo e pacato.
« No, sul serio… » continuò la stilista, senza staccare gli occhi dalla notte. Rimasero per un po’ in silenzio, poi Rosalya proseguì:
« E’ da un bel po’ che ci penso… »
« A cosa? »
« A quanto io sia fortunata ad averti incontrata »
Erin si voltò verso la ragazza, ma lei continuava a guardare la luna che le illuminava il viso angelico. Il cortile era deserto e anche dalla strada il traffico era piuttosto silenzioso.
« Da quando sei entrata nella mia vita, ogni cosa è andata per il verso giusto. Ho di nuovo i miei amici, anzi, ne ho conosciuti pure altri, come Iris, sto realizzando le mie ambizioni e sono insieme al ragazzo che ho sempre amato… e in tutto questo ci sei tu, ci sei sempre stata tu »
« Rosetta, sei un po’ ubriachella… » ridacchiò Erin in imbarazzo. Quelle parole però la facevano sentire speciale e unica. Era così grata per quell’amicizia che si era creata con Rosalya, che di giorno in giorno si nutriva di complicità e fiducia.
« Tu sei buona, Erin. Non si può non innamorarsi di te » proseguiva l’amica  « per questo mi arrabbio quando ci rimani male per Castiel. Non ti punzecchio per il gusto di metterti in difficoltà… ok, ok, forse un pochino sì » ridacchiò, a seguito dello sguardo eloquente della mora « … ma lo faccio principalmente perché se c’è una persona che si merita tutto dalla vita, quella sei tu… poi, che questo “tutto” sia Castiel, oddio, per me lui non ti merita, ma fosse per me, non ti meriterebbe nessuno »
A distanza di anni, Erin era destinata a ricordare quella conversazione come una delle più intime mai avute con Rosalya. Il loro rapporto era maturato così lentamente che nessuna delle due ne aveva preso coscienza fino a quel momento.
La stilista si decise finalmente a staccare gli occhi dal cielo, per posarli sulla sua silenziosa interlocutrice.
Era uno sguardo fraterno, quasi romantico.
« Quello che sto cercando di dire » sorrise in leggero imbarazzo « è quanto tu valga, Erin… perché non hai la minima idea di quanto tu sia importante per me »
La ragazza in un primo momento non seppe come replicare. Voleva bene a Rosalya, talmente tanto che si stava commuovendo al solo pensiero. Anche nella stilista sembravano luccicare delle lacrime, ma entrambe fingevano di non vederle.
« Grazie, Rosa » sussurrò infine.
Non riuscì ad aggiungere altro, poiché la voce le era uscita più roca del previsto.
Quel discorso, pronunciato con tanto sentimento e spontaneità da una ragazza che al liceo era soprannominata “Regina delle Nevi”, le aveva scaldato il cuore.
 
Nathaniel si voltò dall’altro lato, infastidito da un raggio di sole che gli era arrivato dritto sulle palpebre.
Quel movimento brusco destò la sua compagna, che a sua volta, cambiò posizione.
Il biondo sorrise dolcemente, mentre anche lei apriva lentamente gli occhi.
« ‘Giorno » mugolò Sophia, stiracchiandosi come un gatto.
Aveva dormito troppo bene. Come non le capitava da settimane. Si era appisolata nell’abbraccio caldo del biondo, respirando il suo odore che la mandava in estasi.
Lui aveva iniziato ad accarezzarle la spalla, sovrappensiero.
« Hai una pelle morbidissima »
« E’ per questo che continuavi a mordermi? » ridacchiò lei.
Nathaniel sorrise e, guardando la sveglia, calcolò mentalmente la disponibilità di tempo.
Poca, considerata che quel giorno doveva prendere un aereo per tornare a casa. Cacciò in fretta per pensiero e tutta l’ansia che ne sarebbe derivata.
Si alzò pigramente dal letto, mentre Sophia, confusa dal suo silenzio, se ne restava beatamente distesa.
« Colazione in camera? » tirò ad indovinare.
« Certo, vossignoria » replicò lui, indossando sbrigativamente i boxer.
« Fossi in te metterei anche i pantaloni » commentò l’altra.
Lui la fissò interrogativo, così Sophia spiegò:
« Questa notte dovevano rientrare Candy e il suo ragazzo… poi, se l’hanno fatto realmente non so… sai com’è, qualcuno mi ha distratta… » mormorò maliziosa.
Lui ridacchiò e tornò a chinarsi verso di lei, per strapparle un bacio che voleva ardentemente.
Tornare a Morristown sarebbe stata davvero dura.
Si spostò in cucina, sentendo che più si allontanava da Sophia e più l’allegria e la spensieratezza si intiepidivano, soppiantate da sensi di colpa e angosce.
Con l’arrivo del nuovo giorno, tutti i problemi che nel buio della notte aveva deciso di non vedere, sarebbero venuti allo scoperto.
Attese che il caffè arrivasse a bollore, mentre cercava un paio di tazzine pulite nell’armadio sopra il lavello.
Stava per appoggiarle sull’isola della cucina, quando si accorse che una figura era entrata nella stanza.
Proprio quando stava per sfoderare uno dei suoi sorrisi più imbarazzanti e cordiali, la ceramica gli scivolò dalle mani.
Lei.
« Oddio, questa proprio non me l’aspettavo! »
Quella voce.
Languida e beffarda.
La ragazza si chinò a raccogliere le tazze, ignorando volutamente il turbamento del biondo.
Allertata da quel rumore, Sophia era corsa in cucina, sostando sull’uscio.
« Ah, Candy, sei qui! »
« Smettila con quel soprannome, Sophia… » la rimproverò bonariamente la nuova arrivata, muovendo le mani « lo sai che non mi piace »
Un sorriso ipocrita, che Nathaniel aveva imparato a detestare.
La rossa non si era accorta del turbamento del suo ospite, tale era la sua gioia nel rivedere l’amica.
Le lanciò quindi le braccia al collo ed esclamò felice:
 « Allora bentornata… Debrah »  
 
 
 


 
 
NOTE DELL’AUTRICE (dall’oltretomba)
 
Lo so.
Non saprei come altro esordire in questo trafiletto, se non dichiarando la mia vergognosa consapevolezza di essere in ritardo. Solo il Grande Demone Celeste sa quante lettrici troverò ancora superstiti, dopo una pausa che è durata all’inverosimile.
Come potete appurare, non sono morta, anzi, paradossalmente questo silenzio stampa è correlato ad uno dei periodi più frenetici e felici della mia vita, carica di novità e svolte… del quale alcune di voi sono al corrente… tutte le altre, beh ragazze sappiate che mi siete mancate T_T
IHS era il pretesto per restare in contatto, anche se poi si sono creati rapporti di amicizia che andavano oltre la storia… mi dispiace averne persi per strada, spero tanto di riuscire a riallacciarli ed essere più presente <3
 
Vi sembrerà assurdo che in tutti questi mesi io non abbia mai trovato il tempo per scrivere questo capitolo e, ve lo riconosco, pure io non me lo so spiegare appieno. Sono entrata in una fase della mia vita per cui mi vengono a mancare quei pomeriggi di ozio completo e, l’unico momento libero si è ridotto ad un paio di ore serali… che fino ad un po’ di tempo fa dedicavo alla vita da coinquilini. Con il mio recente cambio d’appartamento, spero di trovare più tempo per IHS, ma non garantisco nulla ^^’
Conscia di questa cosa, sono dovuta giungere ad una decisione irrevocabile: non potrò più recensire storie altrui. Mi scuso tantissimo con le amicizie che ho instaurato qui su EFP, la maggior parte delle quali con ragazze che appunto, hanno delle loro storie, ma non riesco proprio a stare al passo. Direi che questi mesi di scomparsa ne sono la dimostrazione più evidente. Devo ancora rispondere alle recensioni del capitolo precedente, immaginatevi quindi quanto io sia presa male T_T.
Capirò quindi se a sua volta, dovesse calare il numero di commenti per IHS, non posso biasimare nessuno. Inutile però dire quanto io li adori, è grazie a ragazze che nell’arco di questo anno hanno continuato a chiedermi di IHS che la fic non è naufragata.
Dal canto mio quindi, cercherò di impegnarmi affinchè questa storia arrivi alla conclusione attesa. Ci ho investito troppo tempo in passato per lasciarla incompiuta, per non parlare della grande soddisfazione che mi avete dato finora, care lettrici. Ve lo devo.
 
Detto questo, oggi ho anche pubblicato un maxi riassunto, spero che vi sia stato d’aiuto. Io per prima mi sono messa a rileggere la storia, non mi ricordavo più tanti dettagli importanti, basilari per scrivere questo capitolo.
Sapete, al di là della mancanza di tempo, credo che mi abbia frenato anche il fatto che questo per me è stato un capitolo psicologicamente impegnativo… mi riferisco in particolare al triangolo Rosalya-Nathaniel-Sophia. Siamo arrivati alla svolta ma, pur avendola pianificata sin da quando è nato il personaggio di Sophia, io adoro Rosalya e vi sembrerò pazza a dire che soffro per lei. Specie dopo aver scritto di getto, meno di un’ora fa, la parte tra lei ed Erin. E’ perché sono ricaduta nel vecchio vizio di mettere qualcosa di mio e nel dialogo Erin-Rosa, mi sono ispirata a quello tenutosi tra me e una mia amica, Lorenza (in effetti ha qualcosa nel carattere che ricorda Rosalya, che dici Nuvola? xD).  
 
Rileggendo l’intera storia, mi sono anche chiarita idee che non pensavo di avere confuse (oddio che frase contorta xD). In particolare, mi sono resa conto che la stima di concludere IHS in 80 capitoli è una sovrastima… considerato tutti i fatti che devono ancora capitare e che certi personaggi, Erin e Castiel in primis sono ad un punto di “tensione sessuale” (son adolescenti, perddio!), temo sarebbe una forzatura far durare così tanto la storia. Loro due in particolare, mi sembrano approdati, finalmente, ad un punto in cui per entrambi è sempre più difficile imporsi l’autocontrollo di non rivelare all’altra parte i propri sentimenti…  questo però dovrà capitare dopo determinati eventi, quindi credo sia finalmente arrivato il momento che tanto temevo di affrontare: il nocciolo del mistero di IHS. Mi sono resa conto che a partire dal capitolo del rientro ufficiale di Castiel, non ho mai fatto veramente proseguire la trama, che si è quindi un po’ arenata. Diciamo piuttosto che ho seminato le basi per il raccolto di cui godremo a partire da questo capitolo.
Perché solo spiegando tutte le trip mentali di Sophia, potevo arrivare a farla andare a letto con Nathaniel. Solo facendo vedere quanto Rosalya fosse dolce insieme al biondo, potevo sperare di farvi soffrire con lei se e quando scoprirà la verità. Insomma, basta presupposti, IHS ha tutta la carne al fuoco per un barbecue come si deve.
La scena di Castiel che spiega ad Erin perché gli piaccia la matematica ce l’avevo in testa da quando è nata la storia, da quando, nei primissimissimi capitoli, forse addirittura il 2, Erin nota la dimestichezza che ha il rosso per la materia. Spero che la sua spiegazione abbia interessato voi come interessò me al liceo quando, una mia compagna di classe, flautista, mi spiegò questo concetto.
Bueno, a proposito di cose previste molto tempo addietro, l’amicizia Sophia-Debrah. Ebbene sì, quando nel capitolo 16 (mi pare, non andate a controllare, fidatevi sulla parola), Castiel parla di Debrah ed Erin lo interrompe dicendo che era amica di sua sorella, all’epoca qualcuno azzardò l’ipotesi che stessero parlando della stessa persona… e da vecchia volpona quale sono, ovviamente era proprio così! Mi dispiace che abbiate dovuto scoprirlo dopo 3 anni ^^’
Capirete che con l’entrata in scena di Debrah, si apre un altro scenario interessante di IHS, anche se sappiamo tutti che lei è stata egregiamente sostituita da Erin… ma ciò non toglie che io non veda l’ora di presentarvela insieme a Castiel u.u …
Ecco, che altro posso dirvi se non GRAZIE?
Grazie per esserci state, grazie se continuate ad esserci <3
Io mi ci devo un attimo riabituare,  è stato stranissimo tornare su EFP e vedere nomi di autrici mai lette prima (accanto ad alcune di cui sento una nostalgia immane)… tra l’altro, mesi fa, ho inoltrato la richiesta per tornare ad essere RandomWriter… ma non ho ricevuto feedback ^^’
Ci terrei a ritornare alle origini, con il soprannome con cui mi sono fatta conoscere, anche perché dopo questa pausa di scrittura, ho l’impressione che sto ripartendo da zero o, comunque, da un livello più basso di quello a cui ero arrivata, stilisticamente parlando.
Portate pazienza dunque.
Vi informo anche che aveva in cantiere la one shot per cui aveva lanciato il sondaggio…arriverà anche quella non temete!
Che altro?
Beh, sono felice di essere tornata ^^
 
 
Alla prossima!
 
Elena

 
  
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