Recensioni per
Sacrogral ha una penna in mano V
di sacrogral

Questa storia ha ottenuto 12 recensioni.
Positive : 12
Neutre o critiche: 0


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Recensore Master
11/01/23, ore 22:24

Caro Sacrogral,
Cavolo se ne fa!!! Un vero opificio di danni!
Lesioni e guasti di cui, però, ancora non ci è dato molto di sapere.
Ma, sadico per sadico, nemmeno Launay è proprio una mammoletta! (Come mai nei capitoli precedenti lo cognominavi Luny?) Una persona "complicata" anche nella realtà, che, forse giusto per tale motivo, andò incontro ad una fine spietata.
Ci sono due povere giovani violentemente decedute e chiunque ne potrebbe essere l' assassino, ma anche l' assassina, chissà... Noi brancoliamo nel buio più tetro e non sarà di certo qualche entità più o meno paranormale, in ogni caso tutto meno che normale, (se non altro per i connotati che si ritrova a possedere) a rivelarcelo, ahinoi.
Finalmente, invece, apprendiamo dell' effettiva sopravvivenza di Foret e anche della buona salute dell' innamorata di Joss, purtroppo non ancora diventata la dolce metà dello stesso. Rivelazioni che valgono due sospironi di sollievo. Ma... si protrae ancora il mistero più fitto sul destino dell' intraprendente dottor Lasonne e su quello dell' eclettico fra Etienne. Dettagli, si fa per scrivere, che danno molto da pensare!
Capitolo molto interessante, in cui i due diversi piani temporali di narrazione funzionano magnificamente, ognuno stupendamente collocato nella propria pertinenza.
Mi è permessa una quasi-citazione? Per me il piano del dottor Lasonne è una (omissis) pazzesca!!!
Però è anche una "c....a" divertente ed è uno spasso starle dietro!
Ho letto (avevo letto oppure lessi) questo capitolo quand' era fresco-fresco di pubblicazione, poi... chissà come e chissà perché si è fatta stasera...
Tante care cose, caro S./M./L., sempre grazie e a presto
L MMXV

Recensore Master
11/01/23, ore 21:38

Cavaliere, lo sai tu e lo so io quanto sono in ritardo...spero davvero potrai perdonarmi, ti chiedo scusa.
Questo capitolo è più breve di altri ma non accenna a perdere lucentezza o grinta per questo, anzi!
Devo ammettere che vedere Joss e Michel pensare al passato e valutare il futuro è uno spunto di una riflessione rara, mi ci sono rivista io stessa nella loro gestualità e nell'approccio alle cose.
Foret portato per la cucina scioglie il cuore, lui e anche la sua dote di vedere "attraverso cose e persone" pur affrontando le cose come se non le stesse ascoltando con attenzione, questa è la qualità delle anime rare e - attraverso la tua attentissima e bellissima narrazione - gli si cuce perfettamente addosso. Le discussioni sul Graal mi fanno sorridere, dovrei essere più come Foret ma in questo caso mi rivedo più nello scetticismo di Michel. Inoltre mi ha fatta ridere moltissimo la raccomandazione del dottore a Foret e immaginare il frate udire il poeta...scena a cui avrei assistito volentieri!
La parte centrale, quella col marchese protagonista, è stato uno scossone potentissimo: si percepisce tutta la sua furia per il raggiro subito, una volta messi insieme i pezzi, e mi è parso di avercela un po' addosso l'ira per la sua penna oltraggiata dalla violenza col fine della violenza in sé, appunto. Spero di essermi spiegata, so di essere un po' contorta :).
Inoltre devo confessartelo, un brivido di orrore mi ha fatta immaginare Lei e io fremo solo al pensiero dell'ira che la smuove e dal capriccio ingordo del Graal che la anima. Incredibile come pure da assente, sempre attraverso le tue magistrali narrazioni, riesca ad essere sempre presente. Questo capitolo mi è piaciuto veramente tanto e non ti nascondo di averlo riletto con grande piacere più volte: spettacolare.
Una piccola curiosità: i pronostici su quello che il marchese dovesse fare se fallissero sono una citazione a un certo dottor Lecter? Credo che anche lui avesse il debole per il rosso...
Ancora complimenti e anche qui auguri di buon anno,
Fantasmino fatto d'acqua

Recensore Veterano
11/01/23, ore 12:02

"Voglia il Cielo che il lettore, reso ardito e momentaneamente feroce come ciò che legge, trovi, senza perdere l’orientamento, il suo cammino, il selvaggio passaggio attraverso le paludi desolate di queste pagine grevi e impregnate di veleno; infatti, a meno che non applichi alla lettura una logica rigorosa e una tensione intellettuale pari almeno alla sua diffidenza, le esalazioni mortali di questo libro gli impregneranno l’anima come l’acqua lo zucchero. Non è bene che tutti leggano le pagine che seguono; pochi soltanto potranno assaporare senza impunità questo frutto amaro. Perciò, anima rimpicciolente, prima di avventurarti oltre in queste lande inesplorate e perigliose, volgi indietro i tacchi, e non in avanti. Ascolta bene ciò che ti dico: volgi indietro i tacchi, non in avanti.”

Le chants de Maldoror

~ Isidore Lucien Ducasse ~

Unico pensiero esteso un secolo, monito che pone onore, onere e responsabilità nella palude di mezzo, filo solo e invisibile di scritti e di maledetti, marchiati e trapassati a memoria, sopravvissuti.

Storie diverse, uomini distinti, vite succhiate via come midolli da ossa, raminghe in tempo e dimensione lontani, fermate sulla medesima pagina.
Accade qui che, per riacquistare colore quando l’ombra si infittisce, capiti di dover prendere a schiaffi il cielo e ascoltare, sulle ginocchia della meraviglia, i lustri schiocchi dal suono largo. Eco dell’eco dei tormenti forse affogati nel fiume di fango, sangue di lettere e terrore, terrore di lettere e sangue.
Succede anche che, nello scampolo di midollo risucchiato, il verso abrasivo diventi mostro buttato fuori e fuori raccattato, malamente riaccordato da desinenze di specchi sporchi, lì, dove la rima si scioglie persa nel riflesso cangiante di un pensiero acceso, armato però nel buio della mano sinistra e pesante di chi lo raccoglie.
Dunque siamo corpi di uomini scoppiati dal cannone della scelta, distinti anche in quella che, per amor di giustizia, ci distingue dal solo coraggio di soffrire l’ingiustizia e conduce a riporre sogni e speranze, di una Storia diversa, nel miracolo di un cuore puro, consapevole gesto che scava generoso nella terra nera il verde di fronde di cui, chissà, non godrà mai l’ombra.

Un abbraccio e a presto,
Minaoscarandre 

Recensore Junior
09/01/23, ore 16:21

“Mioadorato” Graal, diavolo dal cuore puro,
non sono più sicura di niente e, nella nebbia, ti batto le mani confondendo narratore e autore, situazioni e personaggi.
Aspettando il lungo “spiegone” profferito direttamente dalla bocca del Calice, già ne ritrovo briciole nella bocca del delirante “de”.
Mi aggiro così tra l’autocitazione assimilatrice e l’antinomica, che i livelli di lettura, scrittura, logici e temporali sono molteplici e mi domando se mai gli insiemi degli scritti de le Marquis lo contengano, lui, una proposizione auto-contraddittoria, che sia falsa o vera.
Intanto però, della contesa fra testo, autore, narratore e lettore, di pensiero, parola e scritto, certame d’assoluzione e condanna, di innocenza e colpevolezza, di inoffensivo e letale, e in attesa di ascoltare come la singolar tenzone si risolverà, si apprende che il fruitore del testo, se non colpevole, non è però sempre innocente. Questo ipocrita fratello, perennemente reso partecipe e complice del testo dal narratore, non necessita di riconoscere l’autore perché legge già la propria storia identificata nel mondo non scritto dell’esperienza reale. 
Perché domandarsi sulla intenzionalità del testo e di quanto sia “d’autore” se, nel nostro caso, il parolante “de”, è un retore che incanta con parole che non rimandano a niente di concreto? Se il romanzo non è delittuoso ma innocuo e lo scandalo è nel modus e non nel dictum, solo nell’inquietante gioco con cui il narratore seduce il lettore, se lo scritto non ha valenza nel mondo reale, se non sovverte perché solo scritto, perché oltraggiarsi di fronte alle idee che Justine rappresenta? Difronte a questo mostro e mito, inverosimile e grottesco, nato da idee?
Un personaggio il cui l’io della prima persona si annulla nella terza in cui viene raccontata, a trionfo quindi dell’idea che rappresenta.

A tirar le somme, mio Graal, se prima non me la raccontavi giusta, adesso non me la racconti giusta né tutta.
Ti aspetto con il prossimo, baci e abbracci,

sempre solo tua di fuoco e fiamma.

F. 
(Recensione modificata il 09/01/2023 - 04:36 pm)

Recensore Veterano
08/01/23, ore 11:15

Ho iniziato in ritardo, ma grazie ad una - come si dice in certi ambienti - apprezzabile capacità di recupero, eccomi qui!
Ogni "quête" che si rispetti deve essere vagamente inquietante. Solleticare un po' il lato "oscuro", presente in ognuno di noi, anche più pericolosamente che negli altri, forse, in coloro che con più convinzione si affannano a negarlo.
Deve celare in sé un po' di mistero, sull'oggetto stesso della ricerca, innanzitutto, ma anche su tutto ciò che gira intorno ad esso.
Ed anche sui compagni di viaggio che ogni quête, per caso e per necessità mette insieme, che devono essere male assortiti e malmessi, e problematici, ognuno a modo suo, ma legati, un po' sotto la superficie, da qualcosa che è più forte, più persistente, più essenziale e più indissolubile.
E' sempre un piacere.
A presto.
Octave

Recensore Junior
07/01/23, ore 21:15

Allora, a volte accade. Semplicemente che un cuore umile realizzi il suo sogno.
A volte accade che un sogno semplice diventi realtà.
Che diventi solido amore che attraversa il tempo e il mondo che cambia attorno a sé.
Che l’amore semplicemente viva.
Che un uomo umile e saldo diventi un cavaliere innamorato. Che racchiuda nel suo cuore amore e orgoglio semplicemente per lei e per un pulcino che sa guardare la luce.
Mentre il tempo passa viaggia nella nebbia Michel, perso nel mondo che cambia. Fino a ritrovarsi di nuovo lì, indietro nel tempo a ripercorrere la storia degli umili che cercarono di cambiare il mondo.
Indietro nel tempo…
Ricorda lui, il Marchese, la rabbia ribollire per l’ingiusta punizione. Ribolle la rabbia per i suoi scritti. Lui, il Marchese, che sa le sue parole attese da un popolo ormai stanco di essere vessato.
Parole che condannano l’ipocrisia di un mondo che ricopre i suoi peccati con un velo di ipocrisia.
Parole che lacerano quel velo e mostrano la realtà senza pietà e clemenza.
Parole di filosofia incompresa.
Ribolle la rabbia per l’ipocrisia del lettore. Lui, il Marchese, che sa le sue parole incomprese.
Condannate e disprezzate da lettori avidi che ammantano di falsa morale l’ipocrisia della loro vera natura.
L’ipocrita lettore che legge e giudica, che legge e non sa vedere. Non sa comprendere.
Monta il furore. Ché le sue parole non generano sangue, ché le sue parole son figlie del pensiero privo di ipocrisia.
Monta il furore per l’ingiusta accusa e il silenzioso sospetto.
Indietro nel tempo…
Due uomini a parlar di Fede, perché credere senza ragione e senza fondamento può cambiare il mondo. Ché il coraggio di un umile è l’unica scelta.
Ché un cuore puro può essere scelto per cambiare il mondo.
E un pulcino che sa guardare la luce semplicemente crede.
Mi fermo ad assaporare le tue parole, intanto la vita scorre e si dirada la nebbia. E, anche nella nebbia, semplicemente…

Recensore Veterano
07/01/23, ore 16:25

Carissimo Cavaliere,
È un vero piacere iniziare questo nuovo anno con un tuo aggiornamento che ha deliziato le mie papille come un calice di Maudit della migliore annata (magari proprio quella del 1793?!) sorseggiato in compagnia di un caro amico. 
Innanzitutto mi ha confortato scoprire che il pulcino Foret, mentre Joss e Michel ripercorrono il viale dei ricordi, sia vivo e vegeto e si trovi sotto l’ala protettrice di Juliette. Ho tirato un sospiro di sollievo.
E il tuo Divin Marchese, così perseguitato, torturato e incompreso, finito suo malgrado in un disegno più grande, mi fa sempre una pena e una tenerezza immense. Non può fare a meno di comportarsi da gentiluomo persino con un demone infernale dalla testa di cammello per le sue fattezze femminili, facendo ricadere su di sé i sospetti per la morte delle due fanciulle. Lui che vorrebbe solo la libertà di scrivere in santa pace senza far male a nessuno. E sicuramente per lui recuperare il sacro calice significa anche mettere fine a un'epoca poco illuminata e a un regime oppressivo. 
Intanto Lassone, Gobemouche e Foret si stanno recando a Versailles per la missione di recupero vera e propria. E sono curiosissima di scoprire se i nostri eroi troveranno davvero il Graal e in quale forma.
Una riverenza, Messere, e a presto. Nel frattempo attendo scalpitante la primavera per portare il dolcissimo Foret a caccia di farfalle. Ho già pronto il retino.  
Sempre deliziata e contenta di leggerti,
Galla, con ammirazione e affetto doppiamente infiniti.
(Recensione modificata il 07/01/2023 - 04:34 pm)

Recensore Veterano
07/01/23, ore 16:13

Coraggioso Cavaliere,
la vita può essere arte, ma invertendo i fattori si rischia la follia, che ad evocare un demone con la penna ci vuole poco, ma è pericoloso crederci veramente.
E poi Donatien ha il difetto che hanno i geni: pecca di ingenuità.
Urla di essere solo uno che scrive, ma con quel “solo” si sminuisce, che la potenza della parola scritta è più deflagrante di una bomba e gli infami che nei secoli hanno incendiato le biblioteche lo sapevano bene.
Il timore è che non sia stata evocata una trascendente Lei, ma sia stato provocato un Lui, in carne, ossa e denti. Ogni Guglielmo Scuotilancia prima o poi asserve un Calibano selvaggio. E se qualcuno dovesse scoprire che Prospero non sempre langue in prigione sarebbero guai.
Ma venendo al ratto dell’ineffabile Graal, non posso che confidare nella luccicanza di Foret: “Se esiste lo troveremo, e quando l’avremo trovato esisterà.”
In ultimo faccio finta di essere una pensatrice ermetica, quindi non tralascio nulla, perché tutto è colmo di ogni significato. Perciò quando leggo che il novantatré è passato come una tempesta ed il prima e il dopo hanno lasciato strascichi, non mi viene da pensare al 1793. Ma questo, in effetti, riguarda solo me.

Che l’Onnipotente benedica la tua penna.
(Recensione modificata il 07/01/2023 - 04:17 pm)

Recensore Junior
06/01/23, ore 20:57

Due giovani vite recise nel cuore della notte. Torturate, sgozzate,i corpi fatti a brandelli. L’autore dei delitti sconosciuto. Può arrivare a tanto solo una bestia. Una bestia famelica.
Ma che cosa vuol dire bestia? Chi può essere appellato tale? Uno scrittore vizioso e pervertito? Una lamia dall’orrido volto di cammello?

Le mura viscide e maleodoranti di quella cella hanno visto ogni sorta di più infimo peccato. L’aria è intrisa di violenza e ira, reiterate da carcerati e carcerieri indifferentemente.
Ma è un’altro il padre di tutti i mali. La superbia. Ergersi a giudice dei propri simili. Vedere sempre e soltanto la pagliuzza negli occhi altrui. E il giudizio genera la condanna. Scrivere diventa reato e lo scrittore pericoloso criminale, reietto anche da chi quelle parole le legge avidamente e le pratica nel privato.
Eppure non ne è immune neanche colui che è vittima del giudizio altrui, perché de Sade arriva a pensare che il mostro sia colei che ama e che per sua natura si nutre di carne umana.

Ma quello che più mi ha fatto riflettere mio cavaliere, sono le motivazioni che come scintilla danno fuoco alla sua rabbia incontrollata. Perché vedete, il vostro divin marchese, personaggio così complesso per sua caratterizzazione storica quanto per bravura e talento dell’autore, mostra qui nuovamente tutta la sua contraddittorietà. Capace di modi fini e raffinati con una semplice guardia e di lingua mordace e violenza con gli inetti e gli ipocriti di ogni rango, cede all’ira incontrollata contro i suoi simili per due sole motivazioni: la negazione della libertà di scrivere e il senso di tradimento che si prova esclusivamente quando ci si sente giudicati ed usati da coloro che amiamo e rispettiamo.
Allora la delusione diventa dolore: da infliggere ai suoi accusatori nell’affare del Maudit; da riversare impotente su se stesso ora che immagina sia lei a vedere le sue mani sporche di sangue. Mani che hanno sempre e solo impugnato una penna.

Tuttavia fuori da quella cella c’è chi ha imparato a sospendere il giudizio e a fare la cosa giusta anche quando sembra umanamente impossibile.
E così un trio composto da un uomo di scienza, un poeta e un ragazzino con la Luce, si appresta a trovare il sacro Gral confidando semplicemente nella volontà divina che imperscrutabile e misericordiosa si incarnò in un frugoletto e versò il suo santissimo sangue per la salvezza dell’umanità intera.
Ma Dio non giudica certo dall’aspetto o dalla sapienza. In tutto vero uomo volle condividere con le sue creature paura e dolore. E allora questi disperati potrebbero veramente trovare il Gral perché, nonostante le mani sporche e la paura, solo chi è pronto a sacrificare la propria vita per il bene di molti ne è degno.

Infine mio cavaliere condivido e faccio mie le considerazioni di Gobemouche per Joss. Il tempo per essere felici è adesso. Il passato è memoria e il futuro un’incognita. Le condizioni per afferrare la felicità dobbiamo crearle noi, nonostante i venti di tempesta e l’incertezza dell’esistenza.

Nel salutarti ti auguro che in questo anno tu possa afferrare la vera felicità e tenerla stretta senza perderla mai.

Recensore Master
05/01/23, ore 17:08

Illustrissimo, anzi, Divin Cavaliere,
questo capitolo porta con sé tante e diverse sollecitazioni.
Per prima cosa: che cos'è il bisogno di scrivere, quest'ansia che si nutre di sé stessa, che non si acquieta mai, che rischia di divorarci se non le diamo sfogo, proprio come fa il tuo De Sade, che io (ma lo sai!), immagino con la faccia, le smorfie, la gestualità, le unghie lunghe e un poco giallognole e spesse, i denti da predatore buono di Jeoffrey Rush in "Quills"? E poi, altra domanda pesante come il marmo, perché mai dovremmo incolpare chi scrive e non chi dalla scrittura dice di prendere il destro per compiere certe azioni? "Le roman est un miroir", diceva un Signore che amava l'Italia, Milano, la Scala e il "Don Giovanni": se riflette il fango della strada, di chi è la colpa? Dello specchio o di chi ha lasciato che la strada si riempisse di fango? Questo tuo Marchese, poi, che, su richiesta, quando è in vena, quando è in buona, qualche volta, fra una partita ai Tarocchi e a Faraone e l'altra, dispensa consigli personali (mi immagino, anche un po' di galateo, suvvia, non si è Marchesi per nulla!), mi ha fatto venire in mente, per certi versi, il "Don Raffaele" immortalato nella canzone di De André:

"Per fortuna che al braccio speciale
C'è un uomo geniale che parla co' me
(...)
Ma alla fine m'assetto papale
Mi sbottono e mi leggo 'o giornale
Mi consiglio con don Raffae'
Mi spiega che penso e bevimm' 'o café".

Ce lo vedo, sai?, il De Sade detenuto che spiega per bene al secondino persino "quel che pensa"... Non so, vado fuori strada? E poi, ci sarà stato spazio per un caffé anche per il nostro Divin Marquis ?
Grazie per questo aggiornamento strabiliante, che ha un solo difetto: vola via in un fiat, ed è come la sigaretta di Wilde: è buonissima, dura pochissimo, e appena finita ci lascia con la voglia immediata di averne ancora. E ancora. E ancora.
E dunque, a presto!!!
Con omaggi e ossequi devotissimi,
d
(Recensione modificata il 05/01/2023 - 06:28 pm)

Recensore Master
05/01/23, ore 16:47

Caro Cavaliere,
innanzitutto ho piacere di augurarvi un anno sereno e progettuale, e poi voglio complimentarmi per questo capitolo quanto mai interessante e che, nella tensione sottile che lo pervade nelle tre parti che lo compongono, ha fatto scattare delle riflessioni nella mente del lettore.
Abbiamo potuto assaporare, nella prima parte, quanto sia vivido il ricordo dell’impresa a cui i frequentatori e amici della Disperazione avevano partecipato, un ricordo quasi palpabile dallo scambio di parole tra il poeta Gobemouche e l’oste Joss. Joss che aveva dovuto rimandare il suo sogno di sposare Julienne, la cuoca di cui si era invaghito, e che aveva preso sotto la sua ala protettrice il piccolo Foret. Cinque anni sono trascorsi da allora, ma tutto viene quasi rivissuto tramite la suggestione che ancora, a distanza di tempo, quelle situazioni avevano creato.
Sul finale abbiamo appreso che la missione sta prendendo corpo, con il dottor Lassonne in compagnia del poeta e del piccolo Foret inseguitore di farfalle. Quello che stanno accingendosi a compiere avrà sicuramente una portanza epica, poiché avere fra le mani il Graal, anche se non sanno bene cosa possa essere e quale aspetto abbia, sono però certi potrebbe portare quella luce che tutti stanno attendendo. Ma il Graal si farà trovare solo da chi è degno, solo dai puri di cuore e solo se sarà giunto il momento giusto per farsi trovare. E solamente chi ne sarà degno comprenderà cosa sia il Graal e quale potere abbia racchiuso in sé. Un potere che è passato di mano in mano, di padrone in padrone, e ora, forse, potrebbe proprio risiedere nelle mani di sua maestà il re. E il compito di avere un abboccamento con il sovrano spetta a Gobemouche, l’unico che sa ben parlare. Se non dovesse avere successo nell’impresa, vorrà dire che per il Graal non era abbastanza puro, ma forse Foret, lui che ha il cuore candido di un fanciullo, potrebbe riuscire dove altri invece fallirebbero.
E poi la parte centrale, molto forte, impattante, fa da perfetta cerniera con le altre due di cui hai narrato. Abbiamo potuto percepire la disperazione, la rabbia, la desolazione e il dolore a cui si è assoggettato Monsieur le Marquis, il quale, pur di riavere carta penna e calamaio, quasi fossero una parte di se stesso, ha stipulato un patto con quel diavolo di De Launay, che gli impone l’indossare la maschera di ferro, che rischia di farlo impazzire, tanta è la costrizione fisica e mentale che su di lui esercita, ma tutto è accettabile pur di poter leggere e, soprattutto, scrivere e divulgare il suo pensiero, qualunque sia. Un uomo che legge e scrive è un uomo libero dentro, e un uomo libero, anche se imprigionato, fa paura. Ed è questo che teme De Launay, uomo piccolo e meschino, dalla mente ristretta che non riuscirà mai a contemplare le meraviglie che possono scaturire dalla mente umana e per le quali si è disposti a tutto pur di lasciare correre i pensieri. Monsieur le Marquis è solo un uomo che scrive e vuole continuare a farlo, ne ha un bisogno spasmodico, ed è quanto mai drammatica la sua affermazione così colma di dolore.
Un altro capitolo dalle tonalità e connotazioni potenti che la vostra penna ci ha regalato in questo inizio di anno, che speriamo tutti sia di svolta positiva sotto ogni punto di vista.
Un caro saluto e un doveroso inchino.

Recensore Veterano
05/01/23, ore 13:02

Cavaliere,
il capitolo è bellissimo. Teso, diretto, vivo.

Sono sollevata per Foret, innanzitutto. Il capitolo precedente mi aveva messo in apprensione.

E mi è piaciuta questa frase, mi ha fatto pensare a cose che a volte succedono anche a me: “E ora, come se riallacciassi un filo, rivivo tutto, come se lo stessi vivendo la prima volta nel momento in cui ne parliamo”.

Poi, cavaliere, ho amato Foret, fanciullino che coglie i legami nascosti tra le cose lontane solo con un battito di ciglia, che, dopo aver sentito parlare del Graal, se ne esce con “Dunque per cui sembra che parli di un bambino, e non di una cosa”. E il dottore che risponde facendo riferimento all’incarnazione “in un frugoletto”, mi pare che abbia chiuso il cerchio identificando il frugoletto neonato nella capanna con l’uomo destinato a sollevare quel calice nell’ultima cena (o a riempire con il suo sangue quel calice).

Ma sto temporeggiando, cavaliere. Perché vedi anche tu che ora ti devo proprio parlare di Monsieur le marquis e della parte centrale del tuo capitolo.
Posso dire che l’ho trovata strepitosa?
La costrizione, la frustrazione, la furia, la violenza, la rabbia, la disperazione, la limpida e terrificante capacità di non farsi illusioni né su sé stesso, né sulla sua scrittura, né sui suoi lettori. Tutto pare insozzato, in una Parigi decadente, ipocrita e depravata. Ma brilla, in tutto questo, un’idea lucente, un’idea forte, urlata con la testa contro il muro e con il disprezzo del dolore e della morte nelle vene: “Ma io sono uno che scrive, solo uno che scrive! Le mie parole sono specchi, non riflettono me, riflettono chi legge. Io sono solo uno che scrive!”
E allora mi chiedo che cosa vuole fare, davvero, chi usa la forza per impedire a un uomo di scrivere. Forse vuole impedire a sé stesso di leggere.

Cavaliere, dammi ancora qualche riga, poi finisco.
Ho letto di recente un libro che in alcuni punti ripercorre la vicenda di Auerbach esule a Costantinopoli, durante la guerra. A lui, che veniva dalle straripanti biblioteche tedesche, toccò di finire una città con biblioteche decisamente sfornite, prive di tutto quello di cui uno studioso ha bisogno. Eppure, proprio da questa impossibilità di leggere, di studiare testi, di recuperare informazioni, quest’uomo grande, - e con la memoria prodigiosa secondo me -, ha scritto Mimesis. E lui, in fondo al libro scrive “Del resto, è possibilissimo che il libro debba la sua esistenza proprio alla mancanza di una grande biblioteca specializzata; se avessi potuto far ricerche, informarmi su tutto quello che è stato scritto intorno a tanti argomenti, forse non mi sarei più indotto a scriverlo”.

Non è strabiliante come, talvolta, chi priva sadicamente (avverbio non casuale) un uomo di quello che per lui è essenziale non ottenga altro che l’effetto opposto?

Sempre grazie, cavaliere, lo sai.
Settembre