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Autore: orange    09/10/2013    14 recensioni
Tu non ne sei degno, tu non devi piangere, devi solo soffrire. E non appena ti rimetterai in piedi, io te lo dirò.
Genere: Angst, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Akane Tendo, Ranma Saotome, Ryoga Hibiki
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
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Eccoci qui con la terza shot dedicata a loro, ai supporting actors, per così dire.

Ryoga è il terzo protagonista (“a grande richiesta”!). L'intera storia è ambientata sul monte Hooh (ok, banale), ma volevo follemente raccontare le cose dal suo punto di vista. Che poi non racconto niente, descrivo solo il suo stato d'animo – e anche parecchio a modo mio, ma diciamo lo stesso che racconto.

La canzone che ha ispirato la storia, dandole anche il titolo, è l'incantevole Nothing left to say degli Imagine dragons. Vi consiglio vivamente di ascoltarla durante/prima/dopo la lettura (scegliete voi), ma ascoltatela, perché racchiude tutto il senso della shot e, a dirla francamente, crea anche l'atmosfera.

Ringrazio ancora chi ha gentilmente commentato Same mistake e vi lascio alla lettura.^^

 

 

Nothing left to say

 

 

I keep falling, I keep falling down...
If you could only save me
I'm drowning in the waters of my soul.

 

 

Akane ha tutto. Tutto ciò che lui ha sempre desiderato in una ragazza, tutto ciò che gli è sempre mancato nella perenne solitudine.

Ora che la guarda, per la prima volta senza vergogna, se ne rende conto. La vede lì, morta, lontana, eppure bellissima - e se ne rende conto. Akane ha tutto. Ha la gentilezza, ha la forza, ha la voglia di vivere, ha l'energia. Anche adesso, pensa stupidamente, anche ora che è morta resta viva, piena di calore.

Com'è possibile?

"Ryoga..."

La voce di Mousse è un sussurro impercettibile, ma abbastanza udibile da convincere quelle lacrime a scendere. Sente una mano che vorrebbe dirsi amica, almeno in un momento del genere, la sente stringere la presa sulla sua spalla, ma si scansa, inciampando nella ghiaia sotto i piedi, nel grigio di una montagna su cui non sarebbe mai dovuto salire. Ora sa anche questo, che sul Monte Hooh c'è solo disperazione, che non ci sarebbe mai dovuto salire, che non avrebbe mai dovuto vedere questo.

Si trascina a fatica sulle gambe stanche, lottando per restare in piedi, ma presto le ginocchia diventano deboli e tenere come quelle di un bambino e il suo corpo crolla rassegnato sulla terra fredda. Semplicemente, ora non c'è più niente che lo tenga in piedi - non c'è più niente che lo sorregga, perché Akane è morta.

Morta.

Akane è morta.

E non c'è più niente.

Lo sguardo scivola sulle dita sporche di polvere e sangue rappreso. La vede anche lì, su quelle mani, la sua Akane, la vede anche ora ripulire i graffi e curare le ferite, benevola, buona. Ma io lo so che non ci sei, dice a quell'ombra così dolce, io lo so che non sei tu.

Non può essere lei, perché lei è laggiù, pallida, seria. E con lei c'è lui, lui che la tiene stretta, che urla con tutto il fiato rimasto nei polmoni, lui che quando lei non c'è è un uomo peggiore, ma che quando lei c'è finge di non volerla, di non averne bisogno. Perché, si domanda Ryoga, perché non le hai mai detto che l'ami? Perché piangi sul suo corpo freddo come se ti importasse della sua vita? Tu non ne sei degno, tu non devi piangere, devi solo soffrire. E non appena ti rimetterai in piedi, io te lo dirò.

Ryoga lo guarda ancora, quel combattente impulsivo e coraggioso, che gli è sempre sembrato più grande di lui. Lo guarda, ma quello che vede non gli piace. A stringere il corpo di Akane non è Ranma, è uno spettro piccolo e sfuggente, che la culla come si culla un neonato, che le si avvinghia come se cercasse qualcosa, che, in fondo, non è poi tanto grande. Dovrei esserci io, pensa confusamente, prima di rialzarsi e camminare verso di loro. Quello è il mio posto. Il mio. Spostatevi tutti.

Cammina incerto sulle gambe, che tremano ancora, e quello che accade all'improvviso è solo un brutto incubo, si dice, perché non è possibile, non ora, non adesso.

E' troppo tardi, non lo sai? Ormai è tardi, non lo vedi?

L'urlo di Ranma squarcia il cielo. A Ryoga pare di vederle, quelle parole desolate, che rimbombano nel silenzio contro le pareti di roccia scura. L'urlo di Ranma, l'urlo, ancora e ancora. Ranma.

E' così, dunque. Gli viene da ridere e forse sta ridendo, perché Mousse lo fissa spaventato, come si fissano i malati mentali. Sì, sta decisamente ridendo, perché sente nella gola l'aria fredda. Riesce a malapena a pensare che se Ranma lo sentisse lo ucciderebbe senza riflettere, lo ucciderebbe qui, su questa cima sperduta. Morirebbe qui nel mezzo del nulla, dimenticato da tutti. Morirebbe qui – dove è morta lei – e forse non sarebbe tanto male.

Di sicuro, sarebbe meglio di questo. Meglio di questo dolore, questa voragine spalancata nel petto e pronta a inghiottirlo, famelica, insaziabile. Meglio di questa nausea che sale e sale e gli riempie la bocca con un sapore amaro e insopportabile.

Si china, ripiegandosi su se stesso, ignorando il fastidio delle ossa battute, dei muscoli stirati, e rimette i passati due giorni senza cibo. Si accorge appena di quelle lacrime che rotolano copiose lungo le guance e scivolano giù insieme al resto, mescolate con la rabbia, su quella terra che odia con ogni fibra del proprio misero corpo martoriato.

Per cosa, poi? Lei è morta.

Morta.

Non c'è più niente, ora, non per lui.

Andate via tutti. Lasciatemi qui, fatemi dormire e risvegliare sempre qui, perché il ricordo di lei, perché la vista di loro non mi lasci mai.

Mousse sembra preoccupato, gli va incontro con un po' di indecisione, ma Ryoga si allontana. Non ha certo bisogno della compassione degli altri, oggi. Ne ha ricevuta già troppa da Akane.

È a questo pensiero che il cuore si dilania definitivamente. Lo sente farsi a brandelli sotto la presa della donna che ha amato, davanti all'immagine di quello stupido codardo che si è sempre vergognato di provare amore. In fondo, però, non c'è molta differenza, tra loro. Anche lui si è sempre vergognato di provare amore.

E allora, Ranma, in cosa siamo diversi, io e te? In cosa sei migliore di me, tu? Cos'altro vuoi portarmi via?

Lui non sa cosa vuol dire non essere amati. Lui gli ha sempre portato via tutto – gli ha sempre portato via Akane. E gliela sta portando via anche ora che è morta.

 

Decide di guardarla di nuovo, un'ultima volta, prima di andarsene. Il suo corpo sottile è coperto malamente da un pezzo di stoffa sgualcita, rossa. Ryoga ride. Sanno gli dèi quanto ha imparato a odiare il colore rosso.

 

*

 

“Ranma?”

Non è possibile, ma è quasi certo di averla sentita. No, non può essere. Lei è...

“Ranma.”

...viva.

 

Corre, rovina sulle ginocchia, si trascina verso di lei. Non crede a ciò che vede, perché lei era morta e ora è viva e parla e sorride – il suo sorriso – e sorride ancora, a lui – il suo sorriso per lui.

No.

“Akane?” mormora, ma il suono è solo un rantolo che graffia la gola e nessuno lo sente.

Akane sta abbracciando Ranma. Non è più sicuro di molte cose, ma di questa lo è. Ranma sta piangendo tra le braccia di Akane ed è la scena più straziante che abbia mai avuto occasione di vedere.

Il cuore sembra risanarsi lentamente, una ferita alla volta.

Una, due, tre.

Accade in silenzio, ma accade. Ogni cicatrice si richiude, e lui lo sente. È una gioia fisica, la più bella che abbia mai provato, è la vita che torna in Akane, in lui. Le conta una per una le ferite rimarginate, un po' meno stanco, ora, ma ancora incredulo.

Quattro, cinque, sei.

Akane è viva, non c'è altro da dire. Non c'è altro da chiedere, nient'altro da sperare, nient'altro per cui pregare.

Si lascia cadere riverso sulla polvere, piangendo, vivo.

Sette, otto, nove.

Poi li sente ridere, complici, innamorati, insieme più di prima, vicini più che mai, inseparabili in questa e in ogni vita.

 

Dieci.

Questa ferita non si chiude, Ryoga se ne accorge, e fa male come sale sopra al taglio. Non c'è nient'altro per cui cui pregare, e questa cicatrice non apparirà mai, la ferita continuerà a sanguinare, perché ora sono insieme, insieme, senza inganni, senza costrizioni, e lui non può fare nulla. Lo dirà a tutti, a Shan pu, a Ukyo, anche a quell'idiota con la spada.

Basta. Mi arrendo.

Arrendetevi anche voi.

Loro stanno tornando a casa.

  
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