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Autore: Seraphimon    01/07/2017    0 recensioni
Continuo spirituale della storia 'A volte la neve che cade finisce su valli insanguinate'.
Dopo la vittoria contro i goblin nella Battaglia della Luna, Kilium è in subbuglio. Le parole pronunciate da Jur, il capitano della Guardia di Kilium, risuonano ancora nei livelli più bassi della Città nella Montagna, dove il malcontento per la tirannia del Tempio e dei Sette è sempre maggiore. Sagras, Maestro Paladino dell'Uno, farà di tutto per salvare Jur, suo vecchio amico e maestro, dalle grinfie della repressione; ma non è il suo destino forse già segnato?
Genere: Fantasy | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Sui Mille Scalini

Come tutte le prigioni, anche quelle di Kilium erano immerse nella quasi totale oscurità; ma ad i nani bastava una flebile luce per riuscire a vedere bene. Una figura tozza, ammantata in una larga cappa marrone scuro, si aggirava liberamente tra i corridoi deserti del livello più basso di celle. Aveva il volto messo in ombra dal cappuccio, dal quale usciva però una folta barba acconciata alla maniera dei minatori, cioè in una stretta treccia.

Era entrato da uno degli ingressi secondari, non aveva neanche dovuto corrompere le guardie, le quali avevano capito tutto appena lo avevano visto, mostrandosi subito dalla sua parte.

La figura avanzava sicura tra le fila di celle illuminate soltanto dalla flebile luce della torcia che stringeva in mano. Il suo passaggio avrebbe sicuramente risvegliato i prigionieri, se solo ce ne fossero stati. Quelle celle erano state occupate da coloro che si erano messi a capo delle rivolte, la cui esecuzione era già avvenuta nei giorni precedenti. Ora le segrete più profonde di Kilium ospitavano soltanto un detenuto: Jur, l'ex comandante della Guardia di Kilium.

La luce della torcia, sebbene fioca, accecò per un istante il nano rannicchiato in un angolo quando la figura che la teneva sbucò da dietro un muro. Il prigioniero aveva lunghi capelli bianchi che gli ricadevano sulle spalle coperte di una semplice tunica di lana grezza; bianca era anche la folta e ispida barba. Aveva la fronte rugosa corrugata, mentre con le mani nodose si schermava gli occhi color rame dalla luce. Non gli ci volle molto per comprendere chi gli si trovava davanti.

Vedo che questa volta sei venuto in incognito”, disse Jur avvicinandosi alle sbarre.

Non scherzare – sentenziò Sagras togliendosi il cappuccio – non c'è proprio nulla su cui scherzare”.

Immaginavo ti saresti fatto vivo prima della fine, soprattutto dopo che mi hanno riferito che il Tempio si è avvalso della prelazione. Qua dentro ho perso la cognizione del tempo: fra quanto è l'esecuzione?”

Tra due giorni, al rintocco di mezzo sulla cima dei Mille Scalini... Jur, vogliono che sia io ad eseguirla”.

E tu cosa farai?” chiese il condannato con voce calma, se era turbato da questa notizia non lo diede per nulla a vedere.

Io... io non credo di potercela fare. Jur, come puoi pensare che possa riuscire a farlo?”

Devi, Sagras! Altrimenti ti marchieranno come eretico e ti cacceranno dalla città, questo se ti andrà bene”.

Jur...” il paladino non riuscì a sostenere lo sguardo del vecchio e abbassò lo sguardo.

Te lo chiedo io, per la città e per i suoi abitanti: fallo”.

Come puoi pensare a Kilium ora, davanti alla tua fine?”

La mia fine è ormai inevitabile, temo lo sia da quando mi sono eretto a difesa della popolazione nella Battaglia della Luna. La tua ancora no. Come tuo maestro sono felice di dare la mia vita perché tu possa continuare a vivere”.

Io invece no! Come credi possa continuare a vivere dopo aver fatto calare l'ascia su di te? Rispondimi, Jur! Come puoi chiedermi di continuare a vivere con questo fardello sulla spalle?”

Non capisci...”

No, non capisco!”

La città...”

Credi me ne freghi qualcosa della città in questo momento? I Sette hanno ormai rinunciato a migliorare Kilium ed il Tempio non fa nulla per fargli cambiare strada. Sui sacrifici dei livelli inferiori il Primo Livello ha costruito un precario benessere, ma il Consiglio è ben consapevole che così il destino della città è segnato. Nel giro di un paio di secoli, Kilium si unirà alle altre città abbandonate e la razza nanica sarà soltanto un ricordo. Questo non può essere il volere dell'Uno, eppure il Tempio non fa nulla per evitare la fine dei figli del Sommo. E tu vorresti morire per questo? Vorresti morire per una città che ti ha rigettato? Per le persone che hanno usato il tuo nome fino a quando gli è servito ma lo hanno gettato tra gli escrementi non appena la rivolta è finita male?”

Sagras! – le nocche di Jur erano diventate bianche per quanto forte stringeva le sbarre della cella – credi mi piaccia l'idea di dover morire?”

Potevi evitarlo! Potevi sottostare alla volontà del Consiglio e andare in esilio”.

Sarebbe stato peggio”.

Saresti comunque vivo”.

Ed a che costo? Credi che avrei detto quelle cose se non le pensassi veramente? Davanti alla porta che tremava sotto i colpi dell'ariete la paura della morte mi torceva le budella; laggiù vidi le cose da un'altra prospettiva. Allora era fondamentale che vivessi, ora non lo è più. Sono vecchio, Sagras, davanti a me non rimane altro che decadenza del corpo e della mente; credi davvero che l'esilio sarebbe per me diverso dalla morte immediata? Cosa posso guadagnare ad aggiungere dieci anni, forse venti, alla mia già troppo lunga vita? Che finisca, se questo significa non dover rinunciare a quello che ho detto. Davanti all'orda dei goblin ebbi paura di morire; davanti alla possibilità che tutti i miei sacrifici si rivelino vani, inizio ad avere paura di restare in vita; ma ancora non è tutto perduto”.

Come puoi dire questo? Come puoi pensare che la tua morte possa portare speranza?”

Non penso che sarà la mia morte a portare speranza, quanto chi resterà in vita grazie ad essa. Sarà il fatto che tu sia ancora in vita ed ancora un paladino a farlo. Sagras, non te ne rendi conto? Gli eventi delle ultime settimane ti hanno cambiato, sei riuscito a comprendere il problema di questa vecchia città. Se tu resterai a Kilium e tra le fila dei paladini, la mia morte non sarà vana, sarà l'inizio del cambiamento, l'inizio del dubbio. Sono sicuro che nel Tempio tu non sia l'unico sul quale le mie parole hanno fatto presa. Se tu ci sarai, il tempo farà radunare attorno a te sempre più persone e questa volta cambierà qualcosa davvero, questa volta né il Tempio né il Consiglio riusciranno a fermare il cambiamento, perché verrà dal loro interno”.

Credi davvero che succederà così? Credi davvero che non verrà soffocato nuovamente tutto nel sangue?”

Forse è soltanto una speranza di un vecchio, ma in questo momento non mi resta altro”.

Davvero vuoi rinunciare così alla tua vita? Anche se ci fosse una via d'uscita – dai recessi del mantello, Sagras tirò fuori un mazzo di chiavi tintinnanti – prima che il sole sorga potremmo essere sbucati dai canali sotterranei che alimentano il Radiel. Da là poi è solo una questione di scelta: la Federazione, le Città Libere, i villaggi nelle foreste del nord o addirittura il regno di Avel al di là del golfo. Cosa ci può fare il Consiglio nelle città degli umani?”

Sagras – sospirò Jur – allora non capisci proprio. Credi che la fuga sia in qualche modo diversa dall'esilio? Forse è addirittura peggiore. Come possono aver peso le parole di un fuggitivo? Farei ugualmente il gioco del Consiglio, tutto quello che ho fatto fino ad ora sarebbe oscurato dalla mia fuga, l'onore dei miei antenati e dei miei eredi verrebbe macchiato ancora di più; questo non lo potrei sopportare proprio”.

Hai paura che venga messo in dubbio il tuo coraggio?”

Coraggio? Se avessi coraggio, Sagra, vivrei! In questo momento il coraggio è l'unica cosa che mi manca. Sono stanco di lottare inutilmente, stanco di vedere i miei sforzi andare in fume. Sagras, ti prego, prendi il mio fardello e continua il mio lavoro, per tutti i nani di Kilium”.

Jur...”

Sulla cima dei Mille Scalini la tua mano non dovrà tremare, promettimelo. Un colpo secco, deciso. Metti fine a questa faccenda, mantieni la tua posizione di Maestro Paladino e continua la lotta per il bene dei cittadini”.

Jur...”

Sagras, devi farlo. Consideralo il mio ultimo desiderio”.


Due giorni più tardi, poco prima del rintocco di mezzo, Jur, vestito di una lunga tunica di lana grezza, era inginocchiato sulla cima dei Mille Scalini. I lunghi capelli bianchi erano sciolti e gli ricadevano ai lati della testa, anche la barba non era acconciata. Aveva la schiena rivolta verso il Tempio ed il suo sguardo rassegnato vagava tra i nani che affollavano i larghi gradini e la piazza sottostante; nani comuni, che si erano trovati da entrambi le parti nella rivolta ed ora lo fissavano.

Chi, fino a quel giorno, era stato in silenzio, ora sosteneva a gran voce che aveva sempre condannato le eresie dell'ex comandante delle Guardia; chi si era messo in bocca le sue parole perché credeva veramente in una Kilium diversa o soltanto per ricavare un vantaggio personale, stava invece in silenzio, forse proprio perché aveva consumato la voce nei giorni successivi alla rivolta a forza di gridare discolpe e sostenere di essere stati traviati.

Alle spalle del condannato, sulla piazza su cui si affacciava il Tempio, era raccolta l'élite della città. I sette, tre nani e quattro nane riccamente vestiti, erano seduti su troni posti su di un palco semicircolare. Sotto di loro, su sedie più sobrie, erano seduti i tre Gran Maestri dell'ordine dei paladini del Sommo Uno; indossavano l'armatura cerimoniale: acciaio laccato di bianco, che li copriva da capo a piedi; l'unica nota di colore era la runa del Sommo Uno, incisa in oro sul pettorale.

Attorno a loro, in ordine sparso, vi erano Maestri Paladini, alti ufficiali dell'esercito, il nuovo comandante della Guardia di Kilium e figure minori, che erano riuscite ad accaparrarsi un posto in prima fila all'esecuzione del Disobbediente ed Eretico Jur. Solo il Gran Sacerdote era assente, aveva sostenuto di non poter neanche assistere al triste spettacolo, per quanto dovuto, così vicino al Kon'Ra.

Un mormorio si propagò tra la folla quando una figura completamente ammantata di bianco uscì dal Tempio. Con passo lento, cerimoniale, si avvicinò alla scalinata; arrivato a metà della piazza, all'altezza della statua del primo Consiglio, lasciò cadere il manto che lo rivestiva, rivelando la testa pelata e la barba castana acconciata alla maniera dei paladini.

Sagras, con indosso la bianca tunica ricamata con fili d'oro ed argento, segno distintivo del suo ordine, giunse sull'improvvisato patibolo e tenne la testa alta; sentiva di non farcela a guardare il maestro e amico in quelle condizioni, sapendo cosa avrebbe dovuto fare.

A pochi passi di distanza vide la moglie di Jur, fiera ed impettita, con gli occhi arrossati ma una compostezza ferrea; il figlio, l'unico, non era presente, ma quella era la consuetudine tra i nani. Per mantenere un minimo di onore al nome della famiglia i parenti non dovevano presenziare alle esecuzioni, in segno di netta rottura con il reo. Solo alle mogli, o ai mariti, era consentito assistere, anzi: dovevano farlo; ma a loro era proibito di mostrare una qualsiasi emozione.

Un messo giudiziario, facendosi largo nello stretto corridoio lasciato libero dalla folla, guadagnò la cima dei Mille Scalini, per poi posizionarsi al fianco del condannato, dall'altro lato rispetto a Sagras.

Popolo della grande Kilium – cominciò il messo dopo essersi schiarito la voce – popolo dell'Uno. In nome del Consiglio e con la benedizione del Tempio, il tribunale della città ha ritenuto il qui presente, Jur figlio di Gour, reo di disobbedienza ed eresia, reati gravissimi soprattutto in questi tempi bui; pertanto la condanna emessa è di morte. Il Tempio, come è suo diritto riconosciuto fin dai più antichi codici, si è avvalso della possibilità di eseguire la condanna nei casi di eresia. Il Gran Sacerdote, però, è una nano dell'animo gentile ed ha deciso di dare al condannato un'altra possibilità. Se qui, davanti al popolo di Kilium, rigetta le sue parole ed ammette il suo errore, gli verrà risparmiata la vita e la condanna sarà mutata in esilio. Cosa dice il condannato?”

Tra la folla si sparse un'onda di sorpresa; anche Sagras fu colto per un momento dalla speranza, ma quel sentimento ebbe breve durata. Jur aveva già deciso di non sottomettersi a quella richiesta una volta, il paladino non vedeva perché ora dovrebbe essere stato diverso.

Il suo timore venne confermato quando abbassò lo sguardo verso il suo vecchio maestro: sul volto del nano lesse la determinazione ad andare fino in fondo.

Cosa dice il condannato?” tornò a chiedere il messo giudiziario davanti al silenzio di Jur.

La piazza fremeva di bisbigli, tutti guardavano la cima dei Mille Scalini con nuova apprensione.

Assistete al mio ultimo respiro e sappiate che non mi pento neanche di una parola di quello che ho detto!”, latrò Jur in un ultimo lampo di fierezza.

Così sia, allora”, concluse il messo.

Ad un gesto del messo, quattro adepti portarono fuori dal Tempio una pietra squadrata, che avrebbe fatto da ceppo, e la posizionarono davanti a Jur. Myrr, fino ad allora rimasto nascosto tra i presenti, si fece avanti porgendo un'ascia a Sagras. Il paladino impallidì quando si rese conto che si trattava della propria ascia, regalatagli tempo addietro proprio da Jur.

Con mano tremante ne strinse il manico in ferro intarsiato e si voltò a fronteggiare il condannato. La testa di Jur era stata appoggiata sul ceppo dagli adepti; sulla pietra bianca, Sagras vide segni di colpi e sangue rappreso, tracce delle passate esecuzioni.

In due passi si posizionò alla giusta distanza ed alzò l'ascia sopra la testa. Tutti i presenti sembrarono trattenere il respiro.

Sagras strinse la presa e fissò la nuda nuca di Jur; davanti agli occhi gli scorsero momenti della sua infanzia, di quando Jur era stato il suo maestro, prima che diventasse comandante della Guardia di Kilium. Gli iniziarono a sudare le mani e la bocca gli si seccò. Davanti a quella vista la rassegnazione che lo aveva colto nei giorni passati venne velocemente sostituita dalla rabbia, rabbia verso i Sette, verso il Tempio, verso tutti quelli che lo avevano costretto ad essere lì in quel momento.

Lentamente, abbassò l'ascia; poi la fece cadere a terra e rimase immobile, come paralizzato. I bisbigli attorno a lui divennero grida concitate, solo i Sette ed i Gran Maestri rimasero di un ferreo contegno. Ad un gesto di uno dei tre vecchi paladini in armatura cerimoniale, il comandante Dreur latrò con voce profonda degli ordini agli uomini della Guardia lì presenti. In quattro, con in mano lunghi bastoni, accerchiarono Sagras. Il primo colpo lo raggiunse al retro delle ginocchia, facendolo rovinare a terra; altri colpi gli arrivarono sulla schiena, mozzandogli il fiato. Solo un altro latrato di Dreur fermò il pestaggio; dopo poco la folla venne richiamata all'ordine.

Con la vista annebbiata, Sagras osservò una figura vestita di bianco raccogliere la sua ascia ed avvicinarsi a Jur, solo a quel punto capì che si trattava di Myrr.

Cercò di muoversi, ma le guardie lo tenevano immobilizzato a terra.

Le ultime parole?” chiese Myrr.

A questo punto mi rammarico soltanto di una cosa: che questo luogo sacro verrà macchiato del sangue di uno che è morto in vano”.

Quelle parole furono poco più di un bisbiglio ma arrivarono chiare alle orecchie di Sagras; il suo urlo fu l'unica cosa che accompagnò il rumore dell'ascia che fendeva veloce l'aria. Il colpo di Myrr fu deciso, la testa di Jur si staccò di netto e l'ascia si conficcò nella pietra. Caduta dal ceppo, la testa iniziò a rotolare sui gradini dell'immensa scalinata; la folla accalcata là sopra le faceva largo, mentre cadeva sempre più giù, finendo per fermarsi soltanto ai piedi dei Mille Scalini.

Nel silenzio della folla rimasta ammutolita, Sagras venne portato davanti ai Sette ed ai Gran Maestri. Il Consiglio non lo degnò neanche di uno sguardo, uno dei sommi paladini, sembrava il più vecchio, si fece avanti.

Ci hai deluso, Sagras. La tua devozione per l'Uno non era seconda a nessuno, allora perché fai questo? Perché metti i legami terreni al di sopra di quelli divini e vai contro la volontà del dio che hai deciso di seguire?”

Sagras, tenuto in ginocchio dalle mani forti di due guardie, sputò una boccata di sangue.

La volontà del dio? Come fa ad essere questa la volontà dell'Uno? Come può volere lo spargimento del sangue dei suoi figli ad opera di scontri fratricidi? no... questa non è la volontà dell'Uno, è la volontà dei Sette e del Consiglio!”

Tu vaneggi – intervenne un altro Gran Maestro, facendosi avanti – sei stato traviato dalle parole di Jur. Portatelo via! Non c'è posto a Kilium per lui”.

Ad un gesto del Gran Maestro, Sagras venne sbattuto nuovamente a terra, sulla fredda roccia della piccola piazza davanti al Tempio. Capì cosa sarebbe successo quando, qualche istante dopo gli fu strappata la tunica di dosso.

Un adepto corse nel Tempio per riemergerne poco dopo reggendo in mano un bastone in ferro che terminava con tre rune. Mentre il ferro veniva arroventato ad uno dei bracieri posti ai lati della scalinata, una delle guardie estrasse un corto pugnale e gli tagliò malamente la lunga barba; poi sulla schiena del nano vennero marchiate a fuoco le rune che significavano “Rinnegato dall'Uno”.

Sagras strinse i denti ma non riuscì a trattenersi dall'urlare mentre la sua carne bruciava. Di quello che successe dopo non gli rimase che un ricordo annebbiato.

Venne trascinato, semisvenuto, giù dai Mille Scalini, tra la folla muta ed inerte, poi attraverso la piazza al cui centro sorgeva la statua del Sommo Uno, fino alla Porta della Luna. La porta della città venne aperta e Sagras fu scaraventato oltre la soglia, a simboleggiare la cacciata dalla città.

Il Gran Maestro più anziano lo aveva seguito; guardandolo con disprezzo dall'alto gli sputò a dosso.

Sai cosa succederà se rimetterai piede nei territori di Kilium; che la maledizione dell'Uno ti possa perseguitare ovunque andrai, rinnegato”.

L'ultima cosa che Sagras riuscì a ricordare erano delle forti mani che lo alzavano da terra.


E così mi ritrovai solo nella valle – disse Sagras con voce cupa, per poi trarre un profondo sorso dal boccale che stringeva con forza – c'era ancora la neve. Ero pieno di lividi e sanguinavo, per non parlare delle fitte lancinanti che mi arrivavano dalla bruciatura sulla schiena. Quando mi voltai vidi che accanto a me era stata gettata la mia ascia, ancora sporca del sangue di Jur. Giacei là per almeno un giorno, aspettando la morte, ma neanche in questo venni accontentato... non mi ricordo quando cominciai a pregare, so solo che, vedendo il sole tramontare oltre le montagne, mi resi conto che pregare e basta non era servito a nulla, che aspettare che le cose si sistemassero per intervento divino era stato da idioti, perché se uno aspetta il momento giusto per agire senza fare nulla questo non arriverà mai. Si può dire che da allora abbia smesso di pregare ed abbia preso in mano l'ascia... Contenta Ora?”

Con questa domanda alla donna che sedeva dall'altro lato della tavola in silenzio, il nano finì il suo racconto.

I due si trovavano in una locanda affollata, un grosso fuoco bruciava nel focolare, l'aria era satura del fumo di vari tipi di tabacco consumati dagli astanti e rimbombava di mille voci. Il suono di un liuto mal accordato cercava, con poco successo, di farsi largo tra il chiasso generale.

Sagras, con il volto che tradiva il turbamento che lo aveva colto, tracannò il boccale di birra, poi lo agitò in aria in direzione dell'oste.

Ehi, Tim! Un'altra pinta!”

Solo dopo che una giovane ragazza gli ebbe riempito il boccale il nano tornò a rivolgersi alla donna, che era rimasta in silenzio fino ad allora.

Volevi sapere la storia dietro la mia bruciatura sulla schiena? Questo è quanto. Da allora sono passati quasi quarant'anni; il resto credo che tu lo sappia già, Lyleas; in fondo da allora non ho fatto molto. Non mi piace parlarne, ma era giunto il tempo che tu sapessi. D'altronde viaggiamo insieme da quasi due anni, ora...”

Sagras... è una storia orribile. Io...” la donna si bloccò, l'espressione sul suo volto tradiva il disagio che l'aveva colta.

Non devi dire nulla. Solo non fare più facce strane quando mi senti imprecare contro la città, ora sai il perché; ma basta parlare di queste cose: domani ci aspetta l'inizio di un lungo viaggio e non voglio rovinare oltre il sonno rimuginando ancora su queste cose”.

  
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