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Autore: volleylover_09    17/09/2017    0 recensioni
«Dieci minuti» esclamò Ivan all’improvviso, spezzando il silenzio «e due ore.»
Simone aggrottò le sopracciglia, confuso.
«Che vuol dire?»
«Ho anticipato le tue domande.» spiegò Ivan voltando lo sguardo verso di lui per un istante, un ghigno sulle labbra.
«Mancano dieci minuti ad arrivare e siamo in ritardo di due ore.»
[Ivan Zaytsev/Simone Giannelli]
Genere: Commedia, Romantico, Sportivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
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Simone sbuffò per l’ennesima volta. Erano le sette e mezza del mattino, un mattino luminoso di fine luglio in quel di Cavalese e nonostante il sole, la giornata libera, nonostante Ivan, Simone se ne stava a gambe incrociate sul letto disfatto, a fissare il grande zaino poggiato a terra.

Blengini l’aveva presentata come un’attività che consolidava lo spirito di squadra e atta a staccare per un attimo la testa dalla palestra, dopo giorni e giorni in cui erano passati dall’albergo al campo da gioco senza sosta.

Erano rimasti tutti entusiasti di quella giornata da passare nei boschi, con in mano mappe e bussola, con lo zaino e i panini preparati dall’albergo. Tutti tranne Simone.

«Sei pronto?»

La voce di Ivan lo riscosse da quell’impasse e il palleggiatore si raddrizzò, pur non scendendo dal letto.

«Io non vengo.» affermò con un filo di voce.

Vide Ivan in piedi davanti a lui, con la tuta della Nazionale e un’aria sorpresa sul viso.

«Come non vieni?» esclamò di rimando, una mano poggiata sul fianco «Glielo dici tu a Chicco, io non mi prendo responsabilità.»

Simone sbuffò e si lasciò cadere di nuovo di schiena sul letto. Avrebbe quasi voluto mettersi a scalciare, stringere i pugni e infilare la testa sotto il cuscino, per poi ricordarsi di avere vent’anni e non tre, limitandosi ad un sospiro dietro l’altro.

«Simo, che hai?»

Abbassò lo sguardo, quando sentì un peso sulle gambe e osservò Ivan seduto sulle sue cosce con le braccia incrociate al petto. Girò la testa, la guancia che sfiorava il lenzuolo fresco e lo sguardo attraversava la finestra e andava a quelle montagne che li circondavano. Per una volta, la prima nella sua vita, Simone sentì quella stretta farsi oppressiva.

Lui, che dipendeva da quel panorama, che si lamentava delle curve fin troppo dolci intorno a Perugia, avrebbe preferito una spiaggia, in quel momento.

«Sei pesante, Ivan.» ribatté, fissandolo con aria convinta, cercando di muovere le gambe senza riuscirci.

Ivan rispose con un mezzo sorriso, mentre scivolava alla sua altezza, reggendosi sui gomiti.

«Strano, non ti sei mai lamentato prima d’ora» esalò sulle sue labbra «di avermi sopra»

Simone strinse le labbra, trattenendo l’ennesimo sospiro, riluttante anche alle battute del ragazzo, che in un altro momento l’avrebbero fatto arrossire di vergogna.

«Preferirei andare in palestra e allenarmi, piuttosto che...» chiuse gli occhi, in preda allo sconforto, quando sentì Ivan lasciargli un bacio leggero sulla guancia e fare forza sulle braccia, rialzandosi.

«...piuttosto che passare una giornata nei boschi, tu ed io da soli, ho capito.»

Simone si tirò su sui gomiti, sgranando gli occhi al tono serio di Ivan, già pronto a difendersi, a scusarsi, quando lo vide ridacchiare.

«Stavo scherzando.» gli rispose lo schiacciatore, che si stava chinando ad afferrare lo zaino e a metterselo in spalla.

Si lamentò di nuovo, mentre si infilava le scarpe e si trascinava dietro a Ivan in silenzio, per il corridoio dell’albergo.

«E comunque Chicco ha detto che conta per la convocazione.»

Simone si immobilizzò in cima alle scale, la figura di Ivan che spariva oltre la seconda rampa. Tentennò, riflettendo su quante possibilità ci fossero che quell’affermazione corrispondesse alla realtà, per poi smettere di pensare e raggiungere in fretta il compagno.

«Stai scherzando, vero?» aveva gridato, cercando di non inciampare sui suoi stessi piedi «Ivan...IVAN!»

 

All’ingresso del sentiero Simone guardava i propri compagni in cerchio attorno a Blengini, come un plotone in attesa di direttive. Sembravano tutti entusiasti della giornata che avevano davanti e fece una smorfia, appoggiandosi ad Ivan, mentre l’allenatore finiva di spiegare le regole della gara.

«Bene, è tutto...mi raccomando, non fate le solite...» esclamò il mister, prima di fermarsi e fissarli scuotendo la testa «...coppie. Ma io parlo al vento, come sempre.»

Simone a metà del discorso si era aggrappato al braccio di Ivan e osservava il gruppo che si divideva a due a due. Teo e Luca, da una parte, con Piano che già studiava la mappa e premeva per la partenza. Colaci e Balaso, coppia di liberi, bisticciavano su chi dovesse tenere la bussola, Gigi e Giulio che chiedevano a Ivan se potessero accodarsi a loro, per poi ricevere un richiamo verbale dall’allenatore.

Ridacchiò all’occhiataccia riservatagli da Pippo che si era ritrovato in compagnia di Buti, mentre i restanti Oleg, Spirito e Mazzone si sfidavano a morra cinese per capire chi sarebbe finito in coppia con Ricci.

Con un fischio, Blengini riportò l’attenzione su di sé. «Su, via, disperdetevi e intendiamoci, non voglio dovervi venire a ripescare a Innsbruck. Ci vediamo all’arrivo.»

Con qualche risata, il gruppo cominciò a muoversi in direzioni diverse e Simone fissò con aria sorpresa il punto in cui si stava dirigendo a passo svelto Vettori, per raggiungere Piano che si era già allontanato con la mappa in preda all’entusiasmo. Avrebbe voluto averne anche solo un briciolo, quel giorno.

Si trascinò dietro a Ivan, o almeno dietro allo zaino che copriva completamente il compagno, limitandosi a sbuffare, tenendo la testa bassa.

 

Non aveva idea di quanto tempo fosse passato, da quando avevano cominciato quell’insensata scarpinata. Si era fermato un paio di volte ad aspettare che Ivan segnasse l’arrivo ad un determinato albero e si mettesse di nuovo a controllare la direzione verso cui dovevano dirigersi, solo per ripartire dietro di lui. Non aveva nemmeno alzato la testa quando la voce ansimante di Teo li aveva salutati con un “ciao ragazzi” prima di fuggire via di nuovo.

«Non ce la faccio più.» sospirò fermandosi all’improvviso in mezzo alla boscaglia «Mi fermo qui.»

Vide Ivan controllare l’orologio e tornare indietro senza dire niente, mentre lui si sedeva a terra e si lasciava andare contro il tronco di un albero.

«È che non capisco lo scopo di questo...gioco.» sospirò Simone con tono irritato.

Ivan si sedette davanti a lui e prese ad aprire lo zaino, tirando fuori una bottiglia d’acqua e dei tramezzini.

«Lo scopo è divertirsi, Simo.»

Il palleggiatore si chiese se il compagno ce l’avesse con lui e ne osservò i movimenti misurati, lo sguardo sereno e improvvisamente si sentì ancora più in colpa.

«Non mi sto divertendo.» mugolò con aria scocciata, incrociando le braccia al petto.

«E io che pensavo che voi caprette dell’Alto Adige foste abituate a queste escursioni...» ridacchiò Ivan prendendo un morso dal suo panino.

Simone proseguì il suo discorso senza aver dato segno di aver sentito l’altro. «Non è quello, mi piacciono le escursioni, solo che adesso non mi sembra proprio il momento adatto per-»

Si fermò a metà frase, assottigliando gli occhi, lo sguardo fisso su Ivan, che stringeva le labbra per non ridere, i pensieri che si rimettevano in fila e gli ricordavano le parole del compagno.

«Mi hai dato della capretta?»

Ci fu un attimo di silenzio, in cui solo i tipici rumori del bosco risuonavano nell’aria, il cinguettio di qualche uccellino, uno scoiattolo che correva su un ramo, in lontananza le urla di Buti che si chiedeva dove si trovasse.

«Con quei tre peli che ti ostini di far crescere sul mento, inizi a somigliarci.»

Simone ispirò a fondo, pronto a replicare ma interrotto sul nascere da una nuova voce.

«Ivan, ce l’hai ancora?»

Si voltò verso Giulio che era sbucato dal sentiero, Gigi al seguito che arrancava visibilmente. Aggrottando le sopracciglia, spostò lo sguardo sullo schiacciatore che, dopo aver infilato metà braccio all’interno dello zaino ne aveva tirato fuori una bottiglia di birra e gliel’aveva lanciata al volo.

I due se ne andarono in fretta com’erano arrivati e Simone scosse la testa in direzione del compagno, il quale fece spallucce.

«Non ho parole per voi. E se Chicc-»

Le parole gli rimasero incastrate in bocca assieme al mezzo tramezzino che Ivan si era premurato di fargli ingerire.

«Mangia.»

Simone si allungò verso un sasso e lo lanciò nella sua direzione.

 

«Secondo te stanno andando bene gli allenamenti?»

Simone riprese fiato un attimo, su per un erto sentiero che portava chissà dove, forse all’ennesimo albero identico al precedente, forse ad un burrone o magari a Blengini che li aspettava all’arrivo, anche se, con più probabilità, l’allenatore si trovava in quel momento a mollo nell’idromassaggio dell’albergo, complimentandosi con se stesso per la prova a cui li aveva sottoposti. Strinse i denti e riprese il passo.

«Sì, certo che vanno b-»

«Perché secondo me no. Anzi, per niente.» esclamò con convinzione, senza alzare gli occhi dall’erba su cui stava piantando con forza i piedi, ad ogni passo. «Certo, dalla World League siamo migliorati, ma era anche difficile fare peggio. Insomma mi hai visto anche tu con Vetto, no? Non funziona, Ivan, non ci troviamo e adesso ce l’avrò a Trento per i prossimi tre anni, ti rendi conto? Tre anni, Ivan, tre anni. E non farmi cominciare con Ricci, no dico, è lento, non è colpa mia, vero? L’hai visto in World League, giusto? Ivan mi ascolti?»

Arrivò col fiatone alla fine della tirata, prendendo per un braccio il compagno per farlo voltare. Vide il viso di Ivan disteso e sereno, le labbra che gli sorridevano appena e una mano andava ad accarezzargli la testa.

«Siamo arrivati.»

La testa di Simone si riempì di nuovo di domande, chiedendosi se fosse possibile che la gara fosse finita dal momento che era quasi sicuro che poco prima Ivan avesse detto che mancavano ancora cinque alberi da raggiungere. Avevano forse vinto? O almeno, c’era qualcosa da vincere? Probabilmente una pacca sulla spalla da Blengini per non essersi persi.

Simone aggrottò le sopracciglia alla vista di quello che aveva tutta l’aria di essere un rifugio di montagna. Il tetto spiovente, il porticato in legno, vasi coi gerani alle finestre, ed un manipolo di escursionisti in bicicletta che si preparavano a partire.

Si voltò con aria confusa verso Ivan.  «Ci siamo persi?» esclamò, indicando la struttura davanti a loro.

Sentì il braccio dello schiacciatore stringerglisi attorno, mentre il respiro rallentava e si faceva più tranquillo.

«Sorpresa.» ridacchiò Ivan, girandosi appena e dando all’altro un bacio sulla testa.

Simone ricambiò la stretta con entrambe le braccia, lo sguardo fisso sul rifugio, gli occhi che pizzicavano appena, intanto che aumentava la presa attorno alla vita di Ivan.

«Possiamo entrare? Lo zaino comincia a farsi pesante.» scherzò Ivan, facendo qualche passo avanti e trascinando con sé il palleggiatore «È pieno di roba tua. I pigiami, le felpe...»

Simone rise e lo guardò finalmente tranquillo.

«Anche le felpe?»

Ivan si fermò sul porticato, accanto al dondolo in legno e posò lo zaino a terra. Dall’interno venivano un leggero chiacchiericcio e un invitante odore di cibo.

«Una sola.»

Simone lo abbracciò di nuovo, con slancio, facendolo ridere.

«Mi basta.»

 

Sentiva caldo, Simone, coperto com’era dalla sua felpa e dal plaid che aveva addosso, accoccolato contro il corpo solido di Ivan, sul divano nella sala del rifugio.

Si erano riposati un paio d’ore nella camera che il compagno aveva preso, per poi scendere a cena, durante la quale Simone aveva evitato di commentare le porzioni sovrabbondanti di polenta, pensando che per quel giorno si era decisamente lamentato abbastanza.

In quel momento, rilassato e tranquillo, riaffiorò appena la colpa che si era portato dietro da quella mattina.

«Oggi sono stato impossibile, scusami.»

Alzò appena gli occhi verso il viso dell’altro, la testa che spuntava dalla coperta e il viso accaldato. Sentì il tocco rassicurante di Ivan risalire lungo la sua schiena e fermarsi sulla spalla.

«Sono giorni che sei preoccupato, ti vedo, Simone.» mormorò Ivan, lo sguardo che vagava per la sala, verso i due uomini che giocavano a carte in un angolo e al bambino che si improvvisava costruttore coi mattoncini lego sul tappeto. «Però devi parlarmi, non puoi aspettare fino a scoppiare, capisci?»

Simone rimase in silenzio, sistemandosi nell’abbraccio e posando la fronte contro il lato del collo dell’altro, chiudendo gli occhi.

«L’allenamento funziona e comunque abbiamo tempo.» continuò Ivan, scuotendolo appena, come per essere certo di avere la sua attenzione «Ci sono io, c’è Buti, Pippo, non sei da solo.»

Il palleggiatore si allontanò quanto bastava per carezzargli appena la barba, voltandogli il viso per baciarlo appena sulle labbra e mormorare un grazie sommesso. Si aggiustò la coperta sulle spalle e si riaccomodò nell’abbraccio.

«Non lo sei mai, Simo.»

  
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