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Autore: Hainechan    12/11/2017    0 recensioni
Melanie ha un dono: può vedere i fantasmi ma non può farne parola con nessuno. Ha imparato fin da piccola che le persone non capiscono. Da quando era una bambina si è rifugiata in un mondo di fantasia per poter fuggire da una realtà malinconica nella quale i suoi genitori non fanno altro che litigare. Quando a cinque anni vede il suo primo fantasma sa che ora ha uno scopo: aiutare gli spiriti a passare oltre. Ma qualcuno non ne è felice. E Melanie non tarderà a scoprirlo.
Genere: Fantasy, Sentimentale, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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-Melanie ti prego! Non scappare da me!- le urla dietro Matthew.
Melanie non vuole sentirlo. Non vuole dargli retta. Non vuole che lui la consideri una pazza. Non c’è un perché. Non lo vuole e basta.
Ma lui è più veloce. All’improvviso Melanie sente la grande mano di lui afferrarle il polso con un tale impeto da farla girare su se stessa quasi facendola inciampare.
Per poco non cade addosso al suo petto. È in quel momento che Melanie realizza quanto alto è in realtà Matthew. Deve essere quasi un metro e novanta visto che la sua testa arriva a malapena alle sue scapole.
Nonostante ciò cerca in tutti i modi di liberarsi dalla presa. Inutilmente.
-Lasciami andare!-
-Melanie ascoltami! Io sono come te!- le urla il ragazzo per sovrastare i suoi strilli isterici. Tanto basta per farla calmare. È come se tutta l’energia e l’adrenalina che aveva in corpo solo pochi istanti prima l’avessero abbandonata.
Melanie si piega sulle ginocchia, accucciandosi a terra.
-Sono come te- ripete il ragazzo a voce più bassa, accucciandosi a sua volta.
Melanie non ci crede. È impossibile. Nessuno è come lei. Lei è speciale. Unica. Ѐ la ragazza che parla da sola in classe, quella che fugge prima della fine delle lezioni.
È la ragazza che inizia a correre in mezzo alla gente all’improvviso, come se stesse inseguendo qualcuno.
È la ragazza che fino alle elementari è stata presa in giro dai compagni.
È la ragazza pazza, svitata, quella a cui è meglio stare alla larga se non si vuole essere contagiati dalla sua malattia.
È la ragazza che si è sempre sentita fuori luogo, che non ha mai avuto un posto che considerasse casa.
È quella bambina rinnegata dai suoi genitori senza nemmeno sapere il perché.
È la bambina che è cresciuta con la sola compagnia delle persone morte, le uniche che l’avessero cercata, le uniche che consideravano la sua esistenza importante.
Io sono come te.
“No. Non è come me.”
-Tu non sei come me- dice a fior di labbra, il tono indurito dalla rabbia. Alza gli occhi e lo guarda con freddezza.
-Nessuno sarà mai come me.-
E questa volta, prima che lui riesca a fermarla, lei si alza e corre via, senza girarsi, allontanandosi da quella che considera una situazione pericolosa.
Con le lacrime che le bruciano gli occhi apre la porta di casa e corre su in camera sua.
Non bada allo sguardo truce che le lancia la madre, già brilla alle due del pomeriggio. Non le importa di andare quasi a sbattere contro la domestica, facendole quasi cadere il vassoio con le tazzine di porcellana, quelle del servizio buono, che la madre tira fuori ogni volta che la sorella la viene a trovare.
Non le importa se la porta si riapre dietro di lei facendo entrare la sua scorbutica zia la quale inizia ad imprecare verso la sorella.
E non le importa del fatto che suo cugino con tutta probabilità passerà la notte con sua madre nella sua casa, con l’intenzione di sommergerla di insulti.
Non le importa di nulla.
Chiude la porta dietro di sé e si getta sul letto. Prende il cuscino e ci nasconde il viso.
Piange lacrime di frustrazione, di ansia e di dolore. Non vuole ma non può farne a meno, è come se le parole del ragazzo fossero state la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Per anni è stata forte e si è imposta di non piangere, di non versare nemmeno una lacrima.
Non per sua madre, non per suo padre, non per Lucas né per i suoi compagni. Non per il fatto di essere sola e di non avere amici. Non per le botte che prendeva dai suoi genitori quando ancora aveva il coraggio di dar voce alle sue “fantasie” davanti a loro.
E tantomeno non si è mai permessa di piangere per se stessa.
Non perché non se lo merita, ma perché è conscia che se si fosse permessa di mostrarsi debole anche solo una volta, tutto ciò per cui ha lottato, quel muro che si è costruita con fatica e sudore dopo anni e anni di lotta interiore, si sarebbe sgretolato come neve al sole, vanificando tutti i suoi sforzi.
Ora è lì, rannicchiata sul letto, il viso sul cuscino ormai fradicio, il respiro accelerato nel tentativo di calmarsi.
Chiude gli occhi. Non vuole più pensare.
Ed è allora che iniziano gli incubi.
 
All’inizio sono solo contorni sfocati, ombre che traballano nella notte. Sta sognando. Lo sa.
Eppure qualcosa le dice che si deve svegliare. Che c’è qualcosa di sbagliato. C’è qualcuno che non deve essere lì.
Sente freddo. Un brivido le scende lungo la schiena.
Un campanellino risuona in lontananza.
Chi è?
Non le è mai capitato nulla di simile. Forse è semplicemente sconvolta per quello che le ha detto Matthew. Sì, deve essere così.
Le tenebre si fanno più nere. Il gelo le entra nelle ossa.
Dove si trova?
Non riconosce il luogo.
Vede solo le nuvolette bianche provocate dal suo respiro accelerato.
E poi accade. All’improvviso sente una presenza vicino a lei, terribile, opprimente. È qualcosa di malvagio che vuole farle del male.
Sa che deve svegliarsi. Deve andare via da qualunque luogo si trovi.
Non mi ruberai altre anime.
Quelle parole rimbombano nella sua testa dolorose come stalattiti di ghiaccio nella pelle.
"Svegliati! Svegliati!"
Non puoi sfuggirmi.
E finalmente apre gli occhi.
Rimane per qualche secondo sdraiata nel letto, la mano sul petto per cercare di calmarsi.
Il cuore le batte così forte da farle male. Il respiro è accelerato e convulso. Gocce di sudore freddo le rigano le guance.
Sa che quello che è appena successo, qualunque cosa sia, non sarebbe dovuto accadere. Sa di aver oltrepassato un limite che non avrebbe dovuto valicare.
E ora sarebbe stata costretta ad affrontare un pericolo senza nome.
Per la prima volta nella sua vita è spaventata dal suo dono.
Sarebbe presto accaduto qualcosa. Il punto è: che cosa?
Dei colpi alla porta la fanno balzare sul letto.
-Sbrigati a scendere.- La voce di sua zia la raggiunge, glaciale come sempre. –Ѐ ora di cena. Smettila di fare aspettare tutti. Non sei più una bambina.-
Detto questo si allontana dalla sua stanza a passi pesanti.
Melanie si stropiccia gli occhi rossi e gonfi cercando di radunare i pensieri.
“Ora di cena? Non è possibile che abbia dormito fino ad ora.”
Ma quei numeri azzurri sulla sveglia le dicono ben altro.
Le sette meno un quarto. Ha dormito tutto il pomeriggio.
Si alza a fatica. La testa è pesante e le duole. Prende un lungo respiro e, relegando in un angolino della testa quel suo strano sogno, si fa coraggio e scende al piano terra.
Suo padre non c'è. La zia ha preso il suo posto a capotavola.
Lucas è al suo fianco, un perfetto cagnolino disposto ad obbedire ad ogni ordine della madre.
La madre di Melanie la sta guardando con sguardo truce, gli occhi scintillanti di disprezzo.
-Eccola qui la nostra principessa. Ancora qualche istante e avremmo cenato senza di te.-
“Sarebbe stato meglio” pensa Melanie accomodandosi al proprio posto.
La cameriera inizia a servire i primi.
-Oggi la nostra Melanie ha fatto faville- dice Lucas all’improvviso interrompendo il silenzio.
-Ah sì? E cosa ha combinato di grazia?- chiede la zia. Sua madre si rifiuta di alzare lo sguardo dal piatto.
-Si è trovata un ragazzo pazzo come lei. O almeno credo che sia pazzo. Nessuno sano di mente oserebbe rivolgerle la parole, dico bene?-
-Per quanto sia duro da accettare non posso che confermare. Questo ragazzo ha un nome?-
-Matthew Harrison.-
-Harrison. La famiglia appena trasferita. Bene. Ho conosciuto il padre. È un ottimo partito. Se riusciamo a sbolognarti a loro sarebbe perfetto non credi?-
Melanie non crede alle proprie orecchie che, per altro, devono aver assunto un acceso colore rosa. I suoi parenti non l’hanno presa in considerazione nemmeno una volta per tutti questi anni ed ora non vedono l’ora di creare l’occasione perfetta per un matrimonio in modo da eliminare una volta per tutte la sua scomoda esistenza dalle loro vite.
Melanie sente di nuovo le lacrime pungere per uscire. Perché la odiano così tanto?
-Perché mi odiate così tanto?-
Le parole le escono senza che lei possa fare nulla per impedirlo. Se ne pente all’istante.
Il viso della madre si fa cereo mentre quello della zia si incupisce. Stringe gli occhi e la guarda con una tale malvagità da farla tremare.
-Semplicemente perché tu sei stata un errore. Un grave errore che ha sconvolto la nostra famiglia. Nulla di più.-
Melanie si irrigidisce, lasciando cadere le posate rumorosamente sul piatto.
-Sarah.-
-No. Non dire nulla Lucy. Forse è ora che lei sappia la verità.-
La madre di Melanie si zittisce.
-Tu, cara la mia nipote, sei nata da una scappatella di tuo padre con la vecchia domestica, una ragazza assai ingenua quanto inutile. Non so nemmeno perché tua madre si sia ostinata a tenerla quando ha rovinato servizi interi di piatti di pregiata fattura. Ora. Quando Lucy l’ha saputo ne è stata devastata. Tuo padre si divertiva alla grande non solo con quella domestica ma ogni sera usciva fuori e si scopava due o tre puttane. E no Lucy, non ho intenzione di moderare il linguaggio per cui non interrompermi. Poi tornava a casa e giocava a fare il buon marito fedele. E poi sei nata tu. Oh Dio risparmiaci davvero! Sei sempre stata diversa dagli altri bambini. Vivevi in un mondo tutto tuo e ci mettevi in costante imbarazzo. E poi sei saltata fuori con la storia dei fantasmi. Non ti sei resa conto che persino il tuo adorato padre si è allontanato da te dopo questo? E tua madre! Dio. Non faceva altro che bere e ora non è certo messa meglio. Tuo padre continua a sperperare soldi e sappiamo tutti in che modo gli usa. E tu continui a crearci imbarazzo e guai a iosa. Quindi, se permetti, il fatto che un ragazzo si sia interessato a te e che per giunta provenga da una famiglia benestante cade a fagiolo. Due piccioni con una fava. Quindi domani sera lo inviterai qui e ce lo presentarai. Non è necessario che finisci gli studi. Diventerai una perfetta moglie e cercherai di rimediare a tutti i guai che ci hai fatto passare fino ad ora. Sono stata chiara?-
“Cristallina” pensa Melanie, gli occhi pieni di lacrime. Non le importa. Non le importa  nemmeno della malvagità con cui la zia le ha sputato addosso quelle parole cariche di odio e di rancore.
L’ha capito ormai: per la sua famiglia non vale nulla. Non ha un posto all’interno di quelle mura. Non l’ha mai avuto ed ora almeno sa il perché. Non doveva nascere. Non doveva esistere. Tutta la sua vita fino ad ora non è stata altro che frutto di un capriccio del padre.
Si alza, insicura sulle sue stesse gambe, vergogandosi di se stessa ed esce di casa.
Non sa dove andare. Non sa cosa fare. Si sente debole e fragile come mai prima di allora.
La notte è silenziosa. È quasi confortante.
Cammina senza una meta fino a quando non giunge ad un piccolo parchetto e lì si siede sull’altalena.
Che cosa deve fare?
Come deve vivere da ora in poi?
Non ha nessuno. Non ha soldi per fuggire. Non vuole più vivere in quella casa ma non può fare altro.
Non sa quanto tempo è passato ma all’improvviso una mano piccola e trasparente le accarezza il viso.
È di una bambina, forse dell’età delle elementari. Indossa un cuirioso vestito lungo, di un'epoca passata. I capelli un tempo biondo infuocato, sono acconciati in una complessa capigliatura.
I suoi occhi la fissano preoccupati.
-Perché piangi?-
-Perché sono triste.-
-Perché sei triste?-
-Perché sono sola.-
-Nessuno è solo.-
-Io sì.-
-Mia madre dice sempre che non esiste nessuno che non abbia una persona che le vuole bene.-
-Tua madre ti ha detto una cosa giusta, ma per me non è così.-
-Io credo di sì.-
Melanie si irrigidisce. Quella voce non è della bambina. È una voce che conosce bene. È una voce che non vuole sentire.
-Che cosa ci fai qui?- chiede alzandosi di scatto.
-Tu che cosa ci fai qui a quest’ora tarda.-
-Rispondi.-
Matthew sospira poi indica la grande villa dall’altra parte della strada.
-Abito proprio lì. Ti ho vista correre e fermarti in questo parchetto.-
-Ah.-
-E la bimba ha ragione.-
-Quale bimba?- chiede preoccupata Melanie.
-Lei- risponde Matthew accarezzando la testolina del fantasma. La bimba gli sorride mentre Melanie spalanca la bocca. Anche le lacrime si sono interrotte.
-Te l’ho detto o no che io sono come te?-
-Io…-
-Lo so. Non devi dire nulla. Per ora aiutami a ritrovare i genitori della piccola, ti va?-
Melanie annuisce, incapace di proferire anche solo una parola.
Non è difficile. Sua madre l’aspetta a braccia aperte qualche isolato più in la.
-Mi ero persa. Non riuscivo a ritrovare la strada. Era come se fossi circondata da un buio perenne- spiega la donna mentre accarezza con estrema dolcezza la figlia. –Ora però posso passare oltre. Grazie.-
Dopo aver ringraziato i due ragazzi, la donna si volta e, insieme alla bambina, scompare dalla loro vista. Per sempre.
-Che cosa significa che era circondata da un buio perenne?- chiede Melanie prima di mordersi la lingua. Non si fida ancora di Matthew. Non è facile per lei. È sempre stata sola. È difficile cambiare atteggiamento all’improvviso e la diffidenza nei confronti delle altre persone è più accesa che mai dopo che sua zia le ha sputato in faccia la verità con una crudeltà gratuita.
-Melanie io non sono qui per caso. C’è un motivo. E quel motivo sei tu.-
La voce di Matthew è seria. Troppo. Il suo sguardo è profondo. I suoi occhi non si staccano un secondo dai suoi.
-Cosa significa?-
-Significa che tu sei in pericolo. In un grave pericolo. E io sono qui per impedire a lui di trovarti.-
Melanie sa che dice la verità. E in un’istante comprende che quel sogno non era un sogno.
Qualcuno le vuole fare del male. La domanda è: chi? E soprattutto: chi è veramente Matthew?
 
[Continua…]
   
 
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