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Autore: La Fra    12/06/2019    1 recensioni
Dopo l'improvvisa morte del Quarto Hokage, il consiglio si riunisce per scegliere un suo successore.
Kakashi non è soddisfatto della decisione.
Genere: Drammatico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Kakashi Hatake, Naruto Uzumaki, Obito Uchiha
Note: What if? | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Nessun contesto, Naruto Shippuuden
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- Questa è la prima volta che mi cimento nella scrittura. Ho scelto quindi una breve storia “what if” incentrata sui personaggi di Kakashi Hatake e di Obito Uchiha. Si potrebbe forse definire un Character Study. Sarà piuttosto breve, solo qualche capitolo. Spero vi piaccia. -

 

Capitolo 1: La decisione sbagliata

 

Kakashi Hatake

 

La porta si era aperta con un sonoro click e le sagome dei più grandi esponenti di Konoha erano apparse di fronte alla piccola folla in attesa.

Prima che la roca voce del Terzo spezzasse la tensione, il consiglio era rimasto in ritiro per più di due giorni. Insieme a Mitokado, Utatane e Shimura, Sarutobi e altri Ninja di alto grado erano rimasti chiusi nell'ormai abbandonato ufficio per scegliere il quinto Hokage.

 

Ancora impalato, Kakashi ci mise un po' prima di rendersi conto che il nome che era appena stato pronunciato non era quello che avrebbe voluto sentire.

 

Fino a pochi minuti prima, era stato in piedi tra la folla davanti alla finestra a fissare la strada principale del villaggio, insolitamente deserta quel giorno. Dalla torre si poteva vedere tutta la via, che gli era apparsa opprimente e scura in quella mattina di pioggia. Era rimasto nervosamente a tamburellare con le dita sulle braccia conserte, il piede aveva battuto concitatamente a terra, mentre l'occhio scoperto e stanco aveva continuato a guizzare nervosamente su e giù per la strada costellata da pozzanghere. Era arrivato lì prima del dovuto, e si era limitato a rivolgere qualche cenno o mezza parola ai ninja che piano piano lo avevano raggiunto, accalcandosi davanti alla grande porta di legno.

 

Era stato durante quella soffocante attesa che Kakashi si era domandato per la prima volta nella sua vita cosa significasse per lui essere Hokage. In effetti, non ci aveva mai ragionato su troppo. Quello, in fondo, era stato da sempre il sogno di qualcun altro. Negli ultimi giorni però Kakashi si era inevitabilmente ritrovato costretto a rifletterci.

 

Una volta, avrebbe, senza pensarci troppo, risposto che quel titolo spettava al ninja migliore del villaggio- al più forte. L'esperienza però gli aveva insegnato che non si trattava solo di una questione puramente agonistica... Quel ruolo doveva spettare a qualcuno puro d'animo, qualcuno capace di far risplendere luce anche nei momenti più bui. Un buon leader sarebbe stato qualcuno in grado di mettere gli interessi di Konoha al primo posto, e che avrebbe, magari, potuto davvero cambiare per sempre le cose; rendere il mondo un posto migliore. Sarebbe dovuto essere una persona che il villaggio avrebbe potuto seguire, come Minato: in poche parole, qualcuno che fosse un eroe.

Ma sentitemi, aveva pensato mentre apprensivo aveva continuato a osservare la deserta strada dalla finestra, come mi sono messo a ragionare adesso?! Sembro davvero diventato un povero illuso... Aveva sorriso tristemente, e scosso un po' la testa. Certo che... era cambiato parecchio negli ultimi anni.

Comunque, ciò che restava certo era che Kakashi non si considerava affatto quel tipo di uomo.

 

Per questo, quella mattina piovosa, quando si era preparato in fretta ed era uscito dalla sua solitaria casa, quando aveva attraversato a testa bassa il villaggio, era stato sicuro- più che sicuro-, che da lì a poco avrebbe udito un altro nome pronunciato a gran voce. Un nome più appropriato del suo.

 

Il Quarto Hokage era morto all'improvviso, troppo giovane per aver avuto l'occasione di scegliere lui stesso a chi passare la torcia. Sicuramente, Minato si sarebbe aspettato di rimanere in carica almeno per qualche altro anno...

Anche se non aveva mai espresso una preferenza, tutti si aspettavano che a sedere su quella sedia dopo di lui sarebbe stato un suo allievo. Non sarebbe stata certo la prima volta al villaggio, infondo: molto spesso era l'Hokage stesso a fare la scelta, che inevitabilmente ricadeva su una persona fidata, o un allievo appunto, e nessuno aveva in questi casi, quasi mai, nulla da obiettare.

 

Nonostante quell'evidenza, la stessa che da giorni ormai lo teneva sveglio la notte, Kakashi era rimasto incredulo e paralizzato all'udire il suo nome pronunciato con fermezza ed autorità dalle labbra severe e rugose di Sarutobi. A fianco a lui, Danzo Shimura era corrucciato, teneva la testa bassa e gli occhi appena socchiusi, e non aveva rivolto nemmeno mezzo sguardo alla folla di Jounin che attendeva con trepidazione nel corridoio. Anche se l'atmosfera fuori da quella porta chiusa era stata tesa di aspettativa, i volti dei ninja lì presenti erano rimasti scuri e chini; erano passati solo pochi giorni dalla battaglia che aveva visto sconfitto il Lampo Giallo, ed il villaggio era ancora in lutto.

 

Il funerale si sarebbe svolto l'indomani.

Appena superati i ventisei anni, Kakashi avrebbe quindi dovuto sopportare di nuovo quel dolore; per la seconda volta nella sua vita. Prima suo padre, adesso il suo maestro.

Minato aveva dato la sua vita per salvare il villaggio. Quella coraggiosa scelta di sacrificio gli aveva senz'altro fatto onore, eppure Kakashi non riusciva a smettere di pensare quanto fosse sbagliato che il giovane Naruto dovesse crescere senza il padre; con solo qualche appannato ricordo che, inevitabilmente, con gli anni si sarebbe sempre più sbiadito. Purtroppo, lui sapeva bene come funzionava.

 

Anche se erano passati anni ormai dall'ultima missione che il Team Minato aveva svolto, si sentiva come se il suo maestro avesse avuto ancora tante, troppe cose da insegnargli.

Minato era stato un Hokage amato e rispettato. Dalle doti sorprendenti e il grande carisma, era stato facile per tutti loro riporre la fiducia in lui. Kakashi stesso lo aveva da sempre considerato, in maniera un po' infantile forse, un'icona, una specie di idolo infallibile che li avrebbe guidati per sempre.

Ovviamente, le cose non sarebbero potute andare davvero così.

 

Fu in quel suo meditare che gli tornò alla mente, per la prima volta da quando Minato se ne era andato, l'ultimo loro incontro.

Era stato qualche ora prima dell'attacco al villaggio. Non era stato un evento eclatante o particolarmente incisivo; infondo né Kakashi né Minato potevano immaginare che quella sarebbe stata l'ultima volta nella quale si sarebbero rivolti la parola. Il maestro gli aveva parlato di Kushina e Naruto, di quanti impegni riempissero la sua scrivania e, con il suo solito timido sorriso e sfregandosi una mano sul retro della nuca, di come, in fondo, rimpiangesse i tempi da Jounin. Se solo Kakashi gli avesse fatto una delle tante domande che ora lo stavano affliggendo; quelle che adesso sarebbero per sempre rimaste senza risposta. Se solo gli avesse detto quanto lo ammirava, o se lo avesse ringraziato per quello che aveva fatto per lui negli anni...

 

Quel rammarico non era una sensazione nuova: anche quando era morto suo padre, Kakashi era rimasto colto improvvisamente dal rimpianto. C'erano un sacco di cose che non gli aveva potuto dire... Cose delle quali si era reso conto troppo tardi... Ma funziona sempre così quando qualcuno di caro ci lascia, no? È proprio per quello che esistono i monumenti e le lapidi nei cimiteri; per permettere a chi continua a vivere di pronunciare ad alta voce quelle domande e quelle frasi non dette. Ci avrebbe fatto un salto, più tardi.

 

Mentre rimaneva sospeso fra i suoi pensieri, ignaro dell'attesa che stava intorno a sé creando, l'ansia lo travolgeva sempre più, cominciando a rendere quell'affollato corridoio un po' troppo opprimente.

Kakashi deglutì, cercando di tornare in sé e ricordandosi all'improvviso di essere ancora lì, imbambolato di fronte a quella folla, mentre la consapevolezza lo stava lentamente travolgendo. Anche se la sua faccia era, come al solito, in gran parte nascosta, si sentiva troppo esposto e vulnerabile sotto a tutti quegli sguardi.

 

Sarebbe stato in grado un ninja come lui, con talento, certo, ma troppi errori alle spalle, di sostituirlo?

 

No...Il confronto con il suo maestro non poteva assolutamente reggere.

 

Kakashi poteva vedere- poteva sentire- i segni indelebili che avevano insudiciato per sempre le sue mani e la sua coscienza. Ogni giorno cercava di rimediare agli errori del suo passato, ma per quanto si sforzasse ed impegnasse, sapeva che quelle macchie non se ne sarebbero mai andate completamente.

 

Perché avevano scelto lui allora? Era stata una decisione che avevano dovuto prendere in troppa fretta? O forse era stato proprio il Terzo Hokage a proporre il suo nome?

 

Possibile che Minato gli avesse lasciato detto qualcosa a proposito?

 

No, impossibile... Perché se lo avesse fatto, sicuramente avrebbe...

 

A distoglierlo dal suo rimuginare, fu la pesante e maldestra (come sempre) mano di Gai, che con un poderoso colpo gli si appoggiò sulla schiena, facendogli fare involontariamente un passo in avanti e risvegliandolo di soprassalto. “Beh, mio Eterno Rivale! Sembra proprio che non avremo molto tempo per le nostre sfide da oggi in poi!” La sua voce profonda echeggiò in quel pesante silenzio che si era fino a quel momento protratto.

 

Kakashi era rimasto immobile, a fissare il vuoto. Non si era reso conto che quella folla non aveva più gli occhi puntati sulla maniglia della porta dell'ufficio, ma dritti su di lui. Si girò lentamente verso Gai, che con gli occhi umidi e la sua solita teatralità stava ancora aspettando una sua reazione.

“Già”. Fu tutto quello che Kakashi riuscì ad articolare nello shock e la tensione di quel momento. A quella reazione, lentamente, tra sommesse congratulazioni e mormorii non proprio soddisfatti, la folla iniziò a diradarsi. Sembrava che l'annuncio avesse colto alla sprovvista solamente il diretto interessato.

 

Il Terzo Hokage rimase fermo davanti alla porta, osservando Kakashi con aria di comprensione. Lentamente, iniziò ad avvicinarsi con il suo solito fare solenne, facendo irrigidire ed arretrare di qualche passo un Gai ancora euforico. Poi, Kakashi lo sentì prepararsi a parlare.

“La decisione è stata praticamente unanime. Sei sempre stato un ninja eccezionale, Kakashi, e sono sicuro che sarai altrettanto capace nel guidare il nostro villaggio.” Il Jounin chinò leggermente la testa in segno di rispetto, sforzando un debole sorriso, ma senza riuscire a celare il dolore che gli stava segnando il volto. Sulla sua giovane pelle c'erano già troppi solchi, troppi segni, che in quel momento di afflizione divennero, nonostante la maschera che gli copriva mezza faccia, ben evidenti.

Sentì poi l'esile mano di Sarutobi appoggiarsi dolcemente alla sua spalla: “Capisco il dolore e i dubbi che ti affliggono. Purtroppo Minato ci ha lasciati davvero troppo presto... ma ripongo-riponiamo- grande fiducia nella saggezza nei sui allievi. Non fare quella faccia preoccupata... Sai, hai ancora tempo prima della cerimonia di dichiarazione per pensarci e... per fare le tue valutazioni.”

A quelle parole, Kakashi alzò la testa di scatto, incredulo. Gli occhi di Sarutobi rimasero impassibili, ma il Jounin riuscì a cogliervi uno scintillio breve ed eloquente.

A volte sembrava che il Terzo Hokage riuscisse a leggere nella sua mente, e che sapesse esattamente cosa Kakashi avesse bisogno di sentirsi dire.

Lui sarebbe mai riuscito ad essere altrettanto intuitivo, altrettanto saggio?

No... Lui non sarebbe mai potuto essere così.

 

Dopo un breve sorriso di autocompiacimento, l'ex Hokage estrasse dalla tasca la sua ingombrante pipa e l'accese. Poi si diresse verso Shimura e gli rivolse parola con tono sarcastico e pacato: “Andiamo Danzo, ti offro da bere per affogare i tuoi dispiaceri...”

 

Mentre si allontanavano insieme al resto del consiglio ed ai pochi Jounin che si erano trattenuti fino a quel momento, Gai balzò di nuovo di fronte a Kakashi. “Insomma, Kakashi! Ma non sei neanche un po' contento?” Come suo solito, l'amico non rispose. “Non ci starai ripensando?” E questa volta ottenne solo un sospiro.

 

“Per quel che vale-” Aggiunse allora, con tono improvvisamente più deciso, prendendogli entrambe le spalle fra le enormi mani e scuotendolo come per risvegliarlo dal l'apatia che sembrava all'improvviso averlo colto.

 

“-secondo me sarai un grande Hokage!”

 

Kakashi lo guardò negli occhi, che erano luminosi ed inondati di lacrime. Poi sorrise, questa volta più sincero di prima. “Grazie, Gai.” Disse debolmente, mentre il suo occhio tornò instancabile ad attraversare il vetro della finestra e pattugliare il panorama sottostante.

 

Dall'enorme vetrata della torre, si poteva chiaramente scorgere il monumento agli Hokage. Là, il volto di Minato, insieme a quello dei suoi predecessori, sarebbe rimasto per sempre a vegliare su di loro. Oggi però, quello sguardo di pietra gli era apparso davvero troppo severo, quasi maligno; un'espressione che non si addiceva affatto a quella che il suo maestro gli avrebbe rivolto in quell'importante momento. Kakashi per un attimo si immaginò anche il suo volto, là su quella montagna, e sentì un tuffo al cuore, un dolore e un senso di colpa così profondi da farlo trasalire.

 

“Che ne dici di festeggiare con un bel ramen, eh Kakashi? Avanti!” Gai gli avvolse un braccio intorno alle spalle e lo costrinse ad avanzare. Facendogli distogliere lo sguardo dall'imponente roccia. Era un buon amico, ma a volte faticava davvero a comprendere ciò che lo affliggeva. Forse infondo però, era meglio così. Anche se era rimasto immerso da quei pensieri che lo avevano improvvisamente colto, Kakashi aveva mantenuto quel genuino sorriso che era scaturito dalle parole ricolme di affetto e sincerità del compagno.

 

Poi all'improvviso, come se se ne fosse accorto solo allora, Gai si arrestò, lo guardò dritto in faccia e chiese: “Hey ma, dì un po', il tuo amico dov'è? Non è qui a farti le congratulazioni eh? Come mai?”

Kakashi tornò serio all'improvviso, dando un ultimo sguardo alla strada sottostante. La profonda occhiaia divenne più scura e le sopracciglia gli si contrassero.


“Come al solito, è in ritardo...”

 

   
 
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