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Autore: Ancient Flower    22/06/2019    5 recensioni
RogerxJohn
Ispirato alle "Notti bianche" di Fedor Dostoevskij.
In tre giorni che ormai sanno di primavera, la Londra notturna nasconde le frustrazioni di un batterista dato già per fallito e le speranze di un giovane sognatore nel fargli ritrovare ancora la voglia di stupirsi di fronte alle infinite vie che la vita porta davanti a tutti.
Storia partecipante al contest "Music is my best disaster" indetto da Soul_Shine sul forum di EFP.
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash | Personaggi: John Deacon, Roger Taylor
Note: OOC | Avvertimenti: nessuno
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Finché l’alba non ci svegli
 
1. Prima notte – The child is father of the man
 
 
Londra, 19 marzo 2019.
 
Era cosciente, grazie a Dio, ma ridotto molto male. I medici lo davano ormai per spacciato e lui stesso ormai stava cominciando a crederlo, ma cercava sempre di evitare l’argomento in sua presenza. Del resto, è questo ciò che succede quando si continua a fumare, di nascosto per giunta, anche dopo la diagnosi di un tumore ai polmoni. Ma John Deacon era sempre stato così: paziente e calmo come un monaco buddhista, ma impetuoso e mutevole come un ragazzino di quattordici anni. D’altronde faceva sempre lo stesso ragionamento contorto da quando aveva quattordici anni, età in cui fumò la sua prima sigaretta: suo padre, suo nonno e suo zio erano morti per tumore ai polmoni e, quindi, quello sarebbe stato anche il suo destino. Credente al destino che cambia, ma già col destino segnato: che dire? John Deacon era una contraddizione vivente.
Era stato trovato da Roger stesso nel suo giardino immenso in cui si era ritirato dopo una vita passata sotto a dei riflettori che mal sopportava, svenuto sul prato e infreddolito. Quando Roger cercò di rianimarlo riuscendoci, John gli sorrise debolmente, esaltando ancora di più i segni del tempo e della malattia su di sé.
“Rog, te lo ricordi quando ti ho fatto uscire da quel brutto circolo vizioso quarantanove anni fa? Mi devi tre notti insonni, amico mio”, ridacchiò, sputando sangue.
E Roger, con le lacrime agli occhi, rivide distintamente il deprimente paesaggio notturno che lo circondava quarantanove anni fa.
 

Londra, 19 marzo 1970.
 

Clapham Common è il luogo migliore per smaltire una tristissima sbornia e questo Roger Meddows-Taylor lo sapeva benissimo. Barcollando, ma ancora capace di intendere e di volere, quel giovane dal viso paonazzo e la pelle impregnata di whiskey a basso costo fece il suo ingresso nel lussureggiante parco del Sud di Londra, cullato dal silenzio dell’oscurità e a tratti confortato dalla presenza di qualche lampione qua e là che rischiarava le fronde degli alberi imperlate da qualche goccia di pioggia, ricordo di una giornata tutt’altro che soleggiata.
Il luogo in cui di solito il biondo vomitava le proprie delusioni da batterista fallito era un immenso gazebo, riservato alle orchestre, in stile tardo-vittoriano. Lì il giovane si sedeva penzoloni sul balconcino verde scuro, cercando il più possibile di non valicare il confine che lo separava da un probabile trauma cranico sporgendosi troppo in avanti e passava così le ultime ore che lo separavano dall’alba, da una vita in cui difficilmente riusciva a mantenersi sobrio. Un’eterna notte nebbiosa governava la mente del giovane Roger, e tra una bottiglia e un’altra amava sfogare la propria frustrazione suonando l’amata batteria, con cui sperava, un giorno, di sfondare nel mondo della musica, come un nuovo Keith Moon*, ad esempio.
La routine alcolica notturna di Roger Taylor venne interrotta dalla voce di qualcuno seduto sugli scalini del gazebo.
“Giornata no, eh?”, si sentì dire.
Il ragazzo voltò la testa di scatto, cercando di mettere a fuoco il più possibile per riuscire a distinguere la fonte da cui provenivano quelle parole. Ed ecco che inquadrò un ragazzo sui diciannove anni, capelli castani e occhi brillanti rivolti verso la Luna piena. Tra le mani rigirava una lattina di fagioli arrugginita con dentro quelli che sembravano dei penny, visto il tintinnio che si sentiva.
Roger tornò a fissare il prato.
“Devo cercarmi un altro posto per l’autocommiserazione”, grugnì, seccato.
Il ragazzo sugli scalini rise.
“Alcune volte bisogna mettere in conto che magari altre persone hanno le nostre stesse idee”.
“Non mi dica che anche lei è venuto qui per smaltire una sbornia dovuta alla consapevolezza di essere una completa nullità”.
Il castano lo guardò stranito.
“Beh, no. Intendevo dire che non è l’unico a voler starsene da solo in un parco alle tre di notte mentre tutta la città dorme”.
“Purtroppo”, soffiò il biondo, “e comunque Londra non dorme mai, nemmeno quando tutti dormono”.
Il suo interlocutore non si fece troppe domande sulla natura di quella frase apparentemente senza senso, attribuendola forse ad un prodotto dell’alcol. Una parte, però, del significato criptico di ciò che il biondo aveva detto fu spiegato poco dopo.
Vi è un piacere nei boschi inesplorati e un’estasi nelle spiagge deserte, vi è una compagnia che nessuno può turbare presso il mare profondo…**”, recitò il ragazzo.
“Byron”, sorrise l’altro, “nessuno più ormai cita i suoi versi”.
“Per un adolescente impetuoso, Byron è ciò che ci vuole per cercare un po’ di comprensione quando ci si sente fuori dal mondo”, sussurrò il ragazzo biondo, “lo leggevo molto quando avevo sedici anni”.
“Io penso che lei stia vivendo in un sogno”, disse il ragazzo castano, serio.
“Se questo è un sogno io spero di svegliarmi presto”, commentò sarcastico.
“Penso che lei giunga a conclusioni troppo affrettate e si stia facendo scappare molte occasioni alla prima delusione”, disse in tono severo, “avvilirsi così condurrà solo a più tristezza”.
“Diamoci del tu innanzitutto, visto che il progetto di star da solo è andato affanculo”, disse il biondo saltando giù dal balconcino per sedersi davanti al più giovane, sul prato, “e mi devi credere quando ti dico che parlare della mia tristezza ad uno sconosciuto e abbandonarmi alla mediocrità non era tra i miei piani quando sono venuto in questa città di merda, con poche banconote e il mio set della batteria”.
“Senti, non sono affari miei e lo capisco, ma che senso ha arrendersi ad un’età così giovane, quando, magari, il bello deve ancora venire? Se è per questo, niente risponde ai nostri piani se noi non lo vogliamo realmente e ardentemente. Ecco, ardentemente è la parola esatta, ardere sempre”, disse il ragazzo col riflesso della Luna negli occhi.
“Dì un po’ sei uscito da una di quelle campagne di prevenzione ai suicidi?”, chiese il biondo disorientato.
Il ragazzo davanti a lui rise di gusto.
“No, parlo in funzione di come normalmente va la vita”, disse con la sincerità negli occhi.
Nonostante la giovane età, quel ragazzo parlava come fosse un vecchio saggio, il che stupì e, a tratti, irritò il biondo batterista.
“Cosa ne sai tu della vita se non hai nemmeno venti anni sicuramente?”, chiese sarcastico il giovane.
Il castano sorrise e si accese una sigaretta, aspirandone avidamente il fumo e buttandolo fuori con gesti molto lenti e un’espressione trasognata.
“Touché”, disse dopo una pausa, “la mia non era presunzione, ma mi baso sulle mie esperienze. Mio padre è morto quando ero ancora molto piccolo, quindi a sedici anni sono scappato di casa quando mia madre ha deciso di risposarsi con uno stronzo violento. Sono arrivato a Londra che non avevo niente, quindi ho cominciato a fare il gigolò per signore insoddisfatte del loro matrimonio con ricconi quasi mai a casa, quindi ho guadagnato un po’ per affittare un piccolo buco in un condominio colonizzato da cinesi e vecchie abbandonate. Adesso chiedo l’elemosina per strada, oltre a continuare ad intrattenere le signore sposate, non perché abbia perso l’appartamento, anche se quello dell’affitto non è esattamente amico mio, ma così racimolerò una piccola fortuna per comprare un biglietto aereo e viaggiare un po’. Andrò in qualche posto sperduto per ritrovarmi un po’”, disse il ragazzo.
Roger rimase a bocca aperta, provocando le risate del castano.
“Io sono l’esempio vivente della merda umana che cerca di trovare il proprio posto nel mondo vivendo da sperduto, quindi non ti abbattere”, disse il ragazzo mentre consumava lentamente la sua sigaretta, “e soprattutto non fidarti delle apparenze”, concluse, gettando il mozzicone per terra e dando una pacca sulla spalla a Roger. Mentre faceva per allontanarsi, con il Sole che faceva capolino dalle fronde degli alberi, il ragazzo castano si girò un’ultima volta, seguito dallo sguardo del biondo.
The child is father of the man***, il bambino è padre dell’uomo, poiché gli insegna più di quanto egli crede: a meravigliarsi ancora, nonostante tutto, ad esempio”, disse il ragazzo camminando al contrario mentre si allontanava, “che senso ha leggere gli autori romantici se non se ne emula l’ardore?”, e si voltò, perdendosi tra gli alberi.
Roger, dopo averlo osservato attonito, si stese sull’erba, mentre il Sole risplendeva sulla sua chioma aurea.
“Certo che di pazzi ce ne sono in giro, ma questo!”, si disse, ridendo.
 
1358 parole.
 
 
*Batterista degli Who, gruppo rock britannico attivo dal 1964.
**Il pezzo di poesia di Lord Gordon Byron proviene da “Vi è un piacere nei boschi inesplorati”, tratta dal poema “Childe Harold’s pilgrimage’ del 1812.
***Frase tratta dalla poesia “My heart leaps up” di William Wordsworth, poeta del primo romanticismo inglese, pubblicata nel 1802.
 
Angolo autrice:
 
Salve a tutti!
E’ bello essere tornata in questa sezione, anche se per un contest indetto dalla cara Soul! Ti ringrazio per avermi stimolato con questo contest, visto che sono reduce di un periodo di blocco dello scrittore compulsivo. La storia si articola in tre capitoli, tutti si svolgono in tre notti, ma non voglio anticiparvi niente perché non voglio sminuire tutto questo! Come ho detto nell’introduzione, la storia è ispirata alle Notti bianche di Fedor Dostoevskij e anche i protagonisti, Nasten’ka e il sognatore, sono stati d’aiuto per caratterizzare Roger e John, un po’ OOC ma non mi piacciono molto i cliché su loro due ;). So bene che Roger faceva già parte dei Queen, ma presto vedrete degli sviluppi diversi. Spero vi sia piaciuto questo primo capitolo, alla prossima!

Cheers, M.
   
 
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