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Autore: Ancient Flower    15/07/2019    6 recensioni
RogerxJohn
Ispirato alle "Notti bianche" di Fedor Dostoevskij.
In tre giorni che ormai sanno di primavera, la Londra notturna nasconde le frustrazioni di un batterista dato già per fallito e le speranze di un giovane sognatore nel fargli ritrovare ancora la voglia di stupirsi di fronte alle infinite vie che la vita porta davanti a tutti.
Storia partecipante al contest "Music is my best disaster" indetto da Soul_Shine sul forum di EFP.
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash | Personaggi: John Deacon, Roger Taylor
Note: OOC | Avvertimenti: nessuno
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3. Terza notte – Eternal sunshine of the spotless mind
 
Londra, 19 marzo 2025.
 
Tirare le cuoia in un appartamento abbandonato, spoglio e pieno di polvere, che un tempo aveva condiviso con John e che ora del ragazzo castano in quella casa rimanevano soltanto delle incisioni sui battiscopa, non era di certo quello che un giovane Roger si sarebbe augurato, ma il destino è un bambino capriccioso e probabilmente non conviene fare a gara a chi vuole cosa in questi casi.
Stava morendo solo, vecchio e infreddolito e, tra qualche piccolo colpo di tosse e delle contrazioni all’addome, sperava sempre, col calare del Sole, di rivedere la sagoma snella ed eterea di John entrare silenziosamente nella sua taciturna malinconia notturna, portando un po’ di brio alla deprimente consapevolezza di stare per morire. Ecco, se fosse stato lì in quel momento avrebbe detto: “Stai morendo? E quindi? Cazzo, sei sopravvissuto alla cocaina e hai tirato avanti per 76 anni, dovresti ritenerti fortunato! Hai già visto troppo”, o qualcosa di abbastanza simile, tirando fuori un sorriso sardonico, reso unico da una piccola fessura nei denti centrali. Steso sul pavimento in legno che andava a marcire, Roger ridacchiò divertito al pensiero del suo compagno mentre gli faceva quel rimprovero improvvisato e una lacrima gli solcava le rughe sporgenti e il volto livido.
Mancavano pochi minuti al tramonto e Roger si sentiva il fiato pesante. Cercò di tirarsi su e, quando ci riuscì, sentendo il fastidioso rumore di ossa vecchie quasi come si stessero polverizzando, afferrò la bottiglia di brandy e la nascose nel caminetto spento. Dopodiché, prese il cappotto e uscì di casa in fretta, affondando il viso nella sciarpa di lana, forse più per coprirne il colore giallognolo che per vero e proprio freddo.
Camminò a passo spedito per le strade che circondavano Clapham Common, riconoscendo in un batter d’occhio i luoghi in cui aveva buttato l’anima. Il vento spazzava via tutto ciò che si trovava lungo la sua traiettoria con delle folate gelide e Roger, barcollante, era l’unico che resisteva alla burrasca. Fuori, per quelle strade, non vi era un singolo cristiano a camminare e Roger percepiva il tepore delle case che si apprestavano a consumare la cena.
Quando fu abbastanza vicino ad una casa familiare, si fermo davanti la porta in mogano rossa e suonò il campanello diverse volte. Sentiva che le gambe stavano per cedergli e pregò affinché si sbrigassero ad aprirgli la porta. Nel momento in cui le sue preghiere si realizzarono, Roger fu investito da un’avvolgente nuvola di calore proveniente da un probabile caminetto scoppiettante. Infatti, avvicinandosi, l’odore di pino bruciato l’avrebbe riconosciuto tra mille. Fu fermato dalla voce di chi gli aprì la porta: un uomo sull’ottantina, capelli rasati e brizzolati, occhietti neri vispi e un paio di baffi ornavano lo spazio tra il naso e le labbra sporgenti. Roger l’avrebbe riconosciuto tra mille.
“Roger, darling, hai un aspetto abbominevole!”, esclamò stupito Freddie. Roger accennò un sorriso stanco e si appoggiò allo stipite della porta con le mani tremanti e le occhiaie pronunciate. Più Freddie lo guardava, più sentiva il cuore stringersi in una morsa di apprensione. Dal canto suo, Roger ascoltava le pressanti domande del più anziano, ma non ce la faceva a rispondere, voleva risparmiare energie per quello che avrebbe detto.
Appena alzò lo sguardo, anche Brian li raggiunse e Roger fu felice del fatto che fossero tutti lì, a casa di John, a commemorarlo dopo sei anni dalla sua morte. Brian era quello più provato dal suo aspetto malaticcio.
“Roger, ma che diavolo ti è successo?”, riuscì a dirgli con voce tremante.
Roger, ormai ansimante, riuscì a dire: “Ragazzi, vi prego, perdonatemi”.
Furono le sue ultime parole, prima di crollare a peso morto sul pavimento in noce, mentre l’ultima cosa che sentì fu Freddie ordinare agli altri di chiamare un’ambulanza e Roger pensava che fosse una cosa stupida, visto che stava morendo.
 
Londra, 19 marzo 1997.
 
“Voi siete matti, cazzo, la crisi di mezza età vi fa sparare cazzate, altrimenti non si spiegano queste assurdità!”, sbraitò Roger, furente.
“Roger, tesoro, arrabbiarti così non farà altro che accentuare le tue rughe e smettila di versarti gin nel bicchiere, non hai più vent’anni, mettitelo in testa!”, esclamò Freddie massaggiandosi le tempie, alquanto spazientito.
Roger scaraventò il bicchiere a terra, rompendosi in mille pezzi.
“Senti un po’, Farrock, non farmi la predica su quanto ci voglia fegato ad affrontare questa vita, perché non mi sembra che tu sia tutta questa fortezza di spirito!”, grugnì Roger.
Freddie deglutì. “Ti do ragione Roger, ma se John non vuole continuare a fare tour con noi, non possiamo mica puntargli una pistola sulla tempia e costringerlo a suonare il basso mentre un negriero lo frusta, o mi sbaglio?”.
“Ci parlo io con John, a me fa incazzare il discorso che tu e Brian avete fatto all’inizio, che lui è una persona debole e fragile e che non possiamo pressarlo, voi non sapete quante ne ha passate quell’uomo!”, urlò il biondo.
Brian sbuffò. “Roger, questo non lo metto in dubbio, ma, arrivati alla veneranda età di cinquant’anni se uno non vuole avere più niente a che fare con questo business noi possiamo dire soltanto amen!”, disse il riccioluto.
“Voi siete delle fighette, ci parlo io con John dato che voi tirate fuori il pretesto della debolezza”, sputò Roger, “la verità è che volete tenervi i soldi tutti per voi e se è così, questa è l’ultima volta che mi vedete”.
Detto questo uscì, sbattendo la porta furiosamente e ignorando Brian che lo chiamava. Freddie lo prese da un braccio.
“Lascialo stare, tesoro, vedrai che un giorno tornerà”, soffiò Freddie.
 
Roger corse per le vie notturne del sud di Londra con le lacrime che andavano a morire fin sotto gli zigomi, per poi perdersi nel vento tiepido che annunciava la bella stagione. Loro non capivano niente, di questo era fermamente convinto. Eppure, una piccola parte di sé stesso, per quanto esigua, gli diceva insistentemente che, forse, stava esagerando, che se veramente amava John doveva rispettare quello che desiderava. Ma, in quel momento, solo l’impeto lo guidava.
Una volta arrivato nell’appartamento che condivideva con John, entrò a gamba tesa e trovò il diretto interessato seduto per terra, con le spalle rivolte verso la porta, mentre sembrava incidere qualcosa sul battiscopa. I mobili dell’appartamento erano ricoperti da un telo bianco.
“Che significa, John? Che significa che te ne vai dalla band? Che significano questi lenzuoli sui nostri cazzo di mobili, eh John?”, chiese Roger ansimante, gli occhi ceruleo ormai rossi dal pianto.
John smise di incidere sul battiscopa e si voltò appena, buttando un occhio sulla figura nera dalla rabbia di Roger. Non sopportando quel silenzio, il biondo scattò in avanti e lo afferrò da sotto le ascelle, costringendolo poi a voltarsi e a guardarlo negli occhi.
“Dimmi perché lo hai fatto, ti prego, John, parlami! Perché non me lo hai detto?”, singhiozzò Roger.
John lo guardava dritto negli occhi e gli appoggiò una mano fredda sulla guancia, mentre appoggiò la fronte contro quella di Roger, che, dopo quel contatto, fu scosso ancora di più dai singhiozzi.
“Roger, io ho sei figli, cinque dei quali li devo ancora sistemare, non posso continuare ad andare avanti in giro per il mondo ed abbandonarli a sé stessi solo perché spezzerei il cuore a qualcuno”, soffiò John mentre stringeva a sé Roger, ancora preso dai singhiozzi. Il biondo sapeva, dentro di sé, quanto avesse ragione, ma non voleva dargli questa soddisfazione.
“Tutte cazzate! Tu hai paura! Vuoi allontanarti da me, ecco cosa vuoi fare! Ho accettato il fatto che tu avessi una moglie, dei figli, una casa tutta tua, ma che tu decida di andartene via da me, i-io non lo accetto, mi dispiace, sei ingiu-“. Roger non riuscì a finire la frase che John si avventò sulle sue labbra, passando le dita tra i capelli, che andavano a diventare bianchi, di Roger. Il biondo fu sopraffatto dalle lacrime e cercò avidamente il viso di John, mentre il suo respiro si univa dolcemente al suo smorzato dal pianto e dall’angoscia di perderlo per sempre. John s’interruppe un attimo, lasciando che le loro bocche prendessero fiato per quella che sarebbe stata una notte d’amore, e soffiò sulle sue labbra: “Non mi perderai mai, non mi hai mai perso”. E Roger divenne un po’ più sicuro quella notte, nonostante l’idea di due vecchi che facevano l’amore come due adolescenti, a tratti, lo stranisse, sapeva che John si sarebbe preso cura di lui come la prima volta, in una dimensione in cui il tempo era superfluo quando in gioco c’erano soltanto due corpi intrecciati amorevolmente, due bocche che si desideravano e le dita di uno che scoprivano ogni lembo di pelle dell’altro.
La Luna alta ora dava un po’ di refrigerio ai loro corpi imperlati di sudore, coperti solo dai lenzuoli sui mobili plastificati. L’impercettibile respiro di John arruffava leggermente le restanti ciocche dorate sulla testa di Roger. Il biondo avrebbe voluto che quel momento rimanesse scolpito nel tempo per sempre, ma lo sentiva che John se ne sarebbe andato appena avrebbe chiuso gli occhi, quindi cercò di rendere tutto quanto il meno deprimente possibile e chiuse gli occhi, prima di stampare un piccolo bacio sulla guancia accaldata di John.
“Ti perdono, John”, soffiò il più grande e chiuse gli occhi, sperando di rivederlo presto a Clapham Common o dove il suo istinto l’avrebbe portato.
John se ne andò come l’inverno: sgusciando via in silenzio, portando con sé la notte di cui era padrone da molti anni ormai per lasciare spazio all’alba di una vita nuova, pronto a ritornare non appena fosse stato il momento giusto.
La mattina del venti marzo, Roger si svegliò frastornato per l’alcol che aveva bevuto furiosamente, ma col cuore lenito da una dose terapeutica di affetto e devozione del suo amante. Si ritrovò sul tavolinetto un foglio di carta piegato e un libro di poesie di Keats rilegato in pelle bordeaux. Accennando un sorriso sconfitto, e pronto a piangere come un bambino, aprì il foglietto e si mise a sedere sul divano, mettendosi il libro di poesie di Keats sulle ginocchia. Non ci volle molto ai suoi occhi di velarsi di lacrime.

Com’è felice il destino dell’incolpevole vestale!
Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata.
Infinita letizia della mente candida!
Accettata ogni preghiera e rinunciato a ogni desiderio.
Questa poesia, mio caro Roger, è tratta dall’Eloisa ed Abelardo di Alexander Pope. I due protagonisti sono un esempio di quanto difficile sia amare in certe circostanze, con mille difficoltà e quanto spesso le decisioni di una parte facciano soffrire l’altra. Perché l’amore serve a sentire l’altro e a sentire sé stessi, ma di certo non risolve i problemi. Io sono sempre stato convinto di questo.
Non ho mai avuto l’intenzione di spezzare il tuo fragile cuore, non ho mai preso questa decisione con il voluto intento di farti del male, perché ancora, quando ti vedo, io rivedo quegli occhi che ventisette anni fa imploravano aiuto nell’oscurità di un parco. Non immagini quante cose vorrei fare ancora insieme a te, quanti posti vorrei vedere, quante risate vorrei strapparti e quanto vorrei invecchiare insieme a te. Ma come amo te, amo anche i miei figli e, a differenza dei miei genitori, voglio esserci quando i loro occhi brilleranno d’amore per la persona che hanno scelto, così come i nostri brillarono in quelle notti.
Considerami d’ora in avanti come un’ombra che ti seguirà sempre, come un secondo cuore che batte in sincronia col tuo, come un altro paio di occhi che ti porteranno via dai guai e come altre mani che asciugheranno le tue lacrime al posto tuo, ogni qualvolta ti sentirai da solo. Puoi cercarmi nell’aria notturna, nelle foglie di Clapham Common, in una poesia di Keats o in un passo di Byron, in una macchia di sangrìa o nei fiori che sbocciano, nelle canzoni che ho scritto pensando a te. Sei pieno di me, Roger, ovunque, come io lo sono di te. A differenza dell’incolpevole vestale, io non ti dimenticherò, non lascerò questo buco. Sarò immensamente felice se mi porterai sempre con te.
 
Eternamente tuo,
John.

 
Roger strinse quella lettera al suo petto morbosamente, lanciando un singhiozzo strozzato e premendo il foglio di carta a sé, come se quelle parole volesse tatuarsele indelebilmente al cuore. Il Sole era già alto.
 
Londra, 21 marzo 2020.

Brian e Freddie sapevano quanto Roger ci tenesse a quella lettera da quando gliela lesse sorridente tra le lacrime. Per questo motivo, decisero di cremare il suo corpo insieme alla lettera, come una sorta di “segno di riconoscimento” qualora avesse rivisto John.
Mentre spargevano le ceneri sulla tomba di John, i due restanti membri della band speravano con tutto il cuore che quelle due anime, strette al vincolo dell’eternità, si rincontrassero nell’aldilà, in un luogo senza più limitazioni.

2120 parole.
 
Angolo dell’autrice:

Salve a tutti!
Non ci posso credere, ma ragazzi, finalmente, riesco a finire qualcosa che ho iniziato! Urrà! Stasera offro io. A parte gli scherzi ringrazio a questo punto il contest indetto da Soul, altrimenti, vista la mia inerzia, difficilmente avrei finito questa storia se non ci fosse stato un motivo preciso per finirla. Come vedete, Freddie vive ancora ai giorni nostri, anche se, sinceramente, non riesco ad immaginarmi Freddie vecchio, infatti ho avuto diverse difficoltà lol. Ringrazio tutti voi per il supporto e per le belle parole dei capitoli scorsi, tornerò presto con una one-shot e, probabilmente, una long con cui spero di ritrovarvi! Intanto vi abbraccio e vi ringrazio di essere giunti fin qui.
Cheers, M.
 
 
   
 
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