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Autore: La Fra    29/08/2019    0 recensioni
Dopo la Seconda Guerra Ninja, Sakumo Hatake si è guadagnato il soprannome di Zanna Bianca ed è tornato al villaggio acclamato come un eroe. Ad anni di distanza, la pace tra le nazioni sembra ancora precaria e lui ed il suo Team si dovranno scontrare con delle realtà sepolte sotto ad anni di menzogne ed inganni. - La storia dell'ultima missione di Sakumo
Genere: Avventura, Drammatico, Guerra | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Hiruzen Sarutobi, Kakashi Hatake, Nuovo Personaggio, Sakumo Hatake
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
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Ecco il primo capitolo... È un po' lentino, me ne rendo conto, ma spero riesca ad introdurre a dovere i protagonisti. Vi prometto che dal prossimo sarà tutto più scorrevole ;)

 

 
COPERTINA

 
 

Capitolo 02 - Zanna Bianca

 

 

“Si dice che in quella terra il cielo sia sempre coperto da una spessa coltre di nuvole, ed il sole dietro a quella cortina non sorga e non tramonti mai. Per quello che ho visto laggiù, posso dire che la descrizione è piuttosto accurata.”

 

Il fuoco scoppiettava allegro, ma era l'unico in grado di proferire parola nell'attesa che il racconto proseguisse. La bocca sotto alla sottile maschera ninja si mosse, creando ombre ipnotiche tra le pieghe del tessuto. “I giorni erano scuri come notti, e la sera scendeva un buio così profondo da non essere nemmeno descrivibile a parole. Completamente senza luce. Non era possibile accendere fuochi in quel deserto, perché la pioggia cadeva incessantemente. Avete idea di che cosa significhi dover camminare per giorni, settimane, sulla sabbia bagnata? Non ricordarsi nemmeno più il calore del sole sulla pelle?”

 

Fece una pausa, in attesa di una risposta che non arrivò. Come uno di quegli inquietanti cantastorie ai bordi delle strade, che spaventavano i bambini narrando le gesta degli Hokage, Sakumo si lasciò sprofondare nell'ombra di quel suo sipario naturale che era la foresta. “Durante la notte, marciare era impossibile. Quindi, non avevamo altra scelta se non quella di montare in fretta qualche tenda e passavamo la notte al riparo, ascoltando l'incessante battito della pioggia sulla tela; e non potevamo fare altro che sperare. Sperare che il nemico avesse la nostra stessa paura, e si fermasse anche lui, inerme di fronte all'oscurità. Ma la gente della Sabbia conosce bene il buio.” Persino un uccello notturno sembrava volerlo aiutare a creare atmosfera, lasciando alzare il suo canto lugubre fra le querce.

 

“Sentire i passi di qualcuno là fuori, in quel frastuono, era praticamente impossibile. Se non fosse stato per la stanchezza accumulata in ore di cammino, non ci sarebbe stato modo nemmeno di addormentarsi in quella tensione. Ricordo che stringevo la mia lama con entrambe le mani e cercavo di tenere gli occhi aperti. Al mattino, quando mi svegliavo, solo vagamente riposato, aprivo la tenda e speravo di trovare ancora tutta la mia unità. La maggior parte delle volte non era così. Più a fondo ci spingevamo in quel deserto umido, più il nostro numero diminuiva. Alla fine, rimanemmo solamente io e Kuma.” Un sospiro si alzò dalla bestia quasi addormentata, ed improvvisamente tutti gli occhi furono puntati su di lei.

 

“Non so nemmeno quanto tempo ho passato là fuori. Nello zaino non avevo più nulla da mangiare- ma era ancora pesante sulla mia schiena, carico di copri-fronte dei caduti; li avevo tenuti tutti, per avere qualcosa da portare a casa alle loro famiglie, no? Ci avevo inciso dietro con il kunai il nome di ognuno di loro.” Si portò un pollice sulla tempia e mosse leggermente il metallo per riflettere la luce. Pensò alla umida notte nella quale aveva inciso anche il suo nome dietro a quella targhetta, un'indelebile prova di essere stato troppo vicino alla morte.

Aprì di nuovo la celata bocca, ghignando segretamente per l'avvicinarsi del punto forte del racconto.

 

“Una sera, ad un certo punto, mentre costeggiavamo ancora il confine del Vento, io e il mio compagno stavamo camminando su per un'umida duna, quando improvvisamente lo vidi fermarsi. Aveva aperto le fauci e allargato le narici, alzato la testa e socchiuso gli occhi nella pioggia. Assaporava l'aria come un animale affamato- beh... in effetti lo era. Aveva fiutato qualcosa. Strisciammo lungo quel crinale, e quando arrivammo in cima, l'odore di brace e carne cotta ci inondò come un bel miraggio. Non riuscii a capire bene quanti fossero all'inizio, ma vidi chiaramente una donna, ed un uomo con i classici ricci rosso fuoco del Vento. Si erano appostati dentro ad una costruzione fatiscente, che aveva un tetto abbastanza solido ed avevano acceso un fuoco. Un gran bell'errore, mettersi ad arrostire qualche lepre durante la guerra. La fame fa fare cose stupide ai ninja inesperti. Sulla soglia, avevano lasciato un paio di quelle loro strane marionette di guardia, i fili di chakra erano sottili, ma riuscivo a vederli estendersi tutti intorno nella fioca luce del falò.

Ricordo che guardai il cane, e ci scambiammo un cenno di intesa come se stessimo pensando proprio alla stessa cosa. Eravamo affamati, bagnati e soli. Non avevamo certo intenzione di passare un'altra nottata in una tenda fradicia. Così-”

 

“Valli a biasimare. Io dico che vale la pena di morire per un bel pezzo di carne.” La voce di Hoshi era ovattata dalla coperta che la avvolgeva completamente. Le sbucavano solo il naso e gli occhi; assomigliava vagamente ad una larva troppo pigra per decidere di schiudersi e spiegare le ali. Si spostò goffamente sul tronco che le faceva da panchina per accostarsi un po' allo scoppiettante falò.

 

“Se ti avvicini ancora al fuoco, con quella coperta e tutto l'alcool che ti sei bevuta, diventerai una torcia umana.” Le disse il compagno seduto poco più indietro nell'ombra. Il volto, già serio, era indurito dalla debole luce che lo faceva sembrare una scultura di pietra. Hoshi si scosse ancora un po', ma non rispose, decisa ad ignorarlo. Rimase visibilmente imbronciata, probabilmente ancora indispettita dal pasto che i tre avevano spartito poco prima, obbiettivamente scarso e decisamente vegetariano. In quella foresta non c'era molta fauna, e persino Kuma si era dovuto accontentare di un po' di riso e qualche tubero. L'animale non sembrava lamentarsene però, mentre riposava accucciato ai piedi del suo padrone, la testa leggermente alzata come se stesse ascoltando e rievocando anche lui quel giorno lontano.

 

“È stata una bella storia Sakumo, ma speravo in un po' più di azione.” Gli disse la giovane scalciando e lasciando che i piedi scalzi sbucassero dal tessuto e si scaldassero vicino alle fiamme. Quando faceva i capricci, si imbronciava ed usava il suo tono scontroso, sembrava una bambina.

 

Taro non alzò la testa per rimproverarla, e parlò continuando ad affilare il suo kunai senza un reale motivo. “Se tu lo lasciassi parlare e lo ascoltassi, magari ti renderesti conto che il racconto deve ancora concludersi.” Dopo un'intera settimana passata là fuori, era del tutto comprensibile che non riuscisse più a sopportare le lamentele della kunoichi.

 

Sakumo sospirò e si abbassò la maschera dal viso lasciando che la fresca aria della foresta gli riempisse i polmoni. Amava intrattenere i suoi compagni con i racconti della Guerra. Sapeva che le sue storie riscuotevano sempre molto successo tra i più giovani, soprattutto quelli che avevano iniziato a scendere in missione dopo il conflitto. Ci teneva a mettere sempre molta enfasi nel racconto: se voleva mantenere l'attenzione alta e intimorire gli ascoltatori era necessario descrivere la scena nei minimi dettagli, farli immergere completamente nell'atmosfera e scandalizzarli con dettagli crudi. Era per questo che non gli piaceva, più di qualsiasi altra cosa, essere interrotto.

 

Si piegò un po' in avanti, entrando nell'alone aranciato prodotto dalla fiamma. La sua pelle pallida ed i capelli incolore si accesero nel rosso del fuoco. Poi parlò con un tono lugubre, quasi teatrale, mostrando i denti affilati. “Sai, Hoshi, la donna che c'era dentro a quella casetta fatiscente era proprio come te. Se ne stava lì a bere e ridere con il suo compagno, ad arrostire la sua carne di lepre sullo spiedo, come se la guerra non esistesse nemmeno. È stata la sua imprudenza a farle fare quella brutta fine e non tornare a casa dal suo bambino.”

 

La giovane socchiuse gli occhi. “Non mi paragonare alla feccia della Sabbia!” Gli si rivolgeva sempre come se non fosse il suo capitano, come se fossero coetanei: a Sakumo piaceva la sua sfacciataggine.

 

La ragazza si scosse ancora nel suo bozzolo. “E poi che fine avrebbe fatto, scusa? L'hai ammazzata, no?”

 

Taro rise con sufficienza e si alzò finalmente per spostarsi più vicino al fuoco e ai suoi compagni. Si mise un laccio rosso tra i denti e portò le mani dietro la nuca per raccogliere i lunghi capelli neri che gli ricadevano sulle spalle. “Avanti Sakumo, vogliamo sentire come va a finire la storia. Come avete fatto a farli fuori?” Chiese facendo fare all'elastico qualche giro intorno alla lucida coda di cavallo.

 

Il ninja ghignò, vedendo che l'interesse si era finalmente ridestato in loro.

Abbassò una mano per accarezzare dietro all'orecchio il suo fedele compagno. Poi, ripartì proprio da dove si era fermato. “Non avevamo certo intenzione di passare un'altra nottata in una tenda fradicia. La prospettiva di un po' di cibo ed un letto asciutto era troppo allettante. Così- abbiamo messo in atto il nostro vecchio trucco del randagio. Non è vero, Kuma?” Quell'enorme cane bianco in battaglia avrebbe terrorizzato persino un membro del clan Inuzuka; quei canini avevano forse ucciso più della lama che aveva sulle spalle, ma ai suoi occhi era ancora un cucciolo indifeso. Mentre la mano lo massaggiava sapientemente, una zampa posteriore iniziò a muoversi di riflesso.

 

Taro si schiaffeggiò il collo per uccidere una fastidiosa zanzara, poi fece un cenno a Sakumo per esortarlo a continuare e si rimise al lavoro sull'affilata lama. Gli occhi di Hoshi brillavano d'aspettativa. “Cos'è il trucco del randagio?”

 

Questa volta fu Sakumo ad ignorarla. Diede qualche pacca sulla testa al cane, che si accucciò di nuovo con il muso fra le imponenti zampe. Alcuni tizzoni ardenti si alzarono da un tronco scoppiettante. “Quando vedevamo che c'erano donne o ragazzini, giocavamo la carta del cucciolo affamato. Sapevamo bene che non potevano resistergli. Beh, ai tempi ovviamente Kuma non era così grande, ma è sempre stato un bravo attore. Così, rimasi nascosto e mandai avanti lui a far scattare le loro inquietanti trappole. Quelli si allarmarono subito, aprirono la porta pronti ad attaccare, e si ritrovarono di fronte un cucciolo zoppicante, che li implorava con i suoi occhioni per un pezzetto di cibo. Fu la ragazza, che mossa da compassione per quel povero cagnolino indifeso, prese della carne dalla brace e si chinò per porgergliela. Il suo innamorato le andò dietro, distratto dalla commovente scena. Ancora prima che Kuma potesse assaporarla, la mia spada li aveva uccisi entrambi velocemente, tagliando la gola di lei, trafiggendo il cuore di lui passando tra le costole.” Il tono che usava per descrivere i suoi omicidi era del tutto privo di enfasi, quasi neutrale; ma le mani si muovevano veloci, emulando perfettamente le letali mosse. Rievocare quel momento, gli fece scattare un po' le sopracciglia, che gli si avvicinarono leggermente. “Per lo meno, morirono guardando gli occhi di ghiaccio di Kuma... non penso sia tanto male come morte, no?”

 

“Che cane che sei.” Disse Hoshi senza una vena di ironia e ghignando soddisfatta.

 

Taro lasciò cadere pesantemente il kunai sul legno del tronco. “Come ti permetti Hoshi? Sei sempre così sfacciata con il capitano. Ti rendi conto che siamo i Jōnin più fortunati del villaggio? Possiamo ascoltare le sue storie tutte le sere.” Si girò verso Sakumo e continuò. “So che il nome Zanna Bianca fa accapponare la pelle ancora oggi alla gente della Sabbia. A lui sono ricondotte centinaia di uccisioni di ninja durante la guerra. Tutte potevano essere ben riconosciute, perché il taglio della sua lama è inconfondibile; si dice sia letale come il taglio di un macellaio, brutale come il morso di un cane.” Gli occhi neri gli scintillarono insieme all'acciaio del kunai. “Dovresti portargli più rispetto.” Concluse, accompagnando il rimprovero ad una gomitata e un'occhiata gelida. Lei sembrò filtrarlo completamente.

 

Sakumo provò una vena di nostalgia nel sentir pronunciare quel soprannome, che generalmente nessuno utilizzava mai in sua presenza. Decise di venire al punto: “Anche se ormai siamo nel territorio intorno al villaggio, non dovreste mai sottovalutare le minacce intorno a voi. Quella sera, io e Kuma ci scaldammo e asciugammo al riparo, mangiammo la carne di lepre arrostita e dormimmo in caldi e comodi letti. Il giorno dopo, ricominciammo la nostra marcia sul confine tra il Paese della Pioggia e del Vento. E sapete perché siamo qui ora a raccontarlo, mentre quella coppia di ninja non ce l'ha fatta? Perché noi non abbiamo mai abbassato la guardia.”

 

Hoshi sembrò guardarsi intorno un po' ansiosa. Sakumo sentì una scintilla di soddisfazione per essere riuscito ad intimorirla un po'. Poi la vide rivolgere uno sguardo pensieroso al maestoso animale ai suoi piedi, e tornare a guardare il capitano negli occhi. “Però se la sono cercata. Non bisognerebbe mai dividere un pasto con una bestia randagia.”

 

Taro rise ancora e sputò per terra. “Sono perfettamente d'accordo con te.” disse ad Hoshi che si girò sospettosa verso di lui. “La prossima volta che cacceremo qualcosa ci ricorderemo di lasciarti solo le ossa, allora!

 

Dopo un breve momento nel quale la ragazza elaborò le parole del suo compagno, si alzò di scatto lasciando cadere la coperta a terra. I suoi capelli scuri, nella luce del fuoco apparvero ancora più ramati del solito. Il copri fronte brillò. “Prima lui mi da della feccia e poi tu della bestia. Adesso basta!” Si scagliò sul suo compagno afferrandolo per i capelli. Lui cadde all'indietro deliberatamente sotto all'esile peso della giovane, la schiena colpì il terreno e le gambe rimasero sollevate sul grande tronco che gli aveva fatto da sedia per tutta la sera. Hoshi era sopra di lui, aveva i denti digrignati e faceva versi disumani mentre Taro la teneva a bada senza troppo sforzo.

 

Sakumo lanciò un piccolo tronco di pino nel cerchio del falò, per rinvigorirlo, e si sentì per un attimo come un vecchio cane da pastore che alla fine della giornata resta a guardare gli instancabili cuccioli giocare. Rise sonoramente e scosse la testa, pensando che il ragazzo non avesse tutti i torti. Quella kunoichi non sapeva cosa fosse la grazia, tanto meno la compostezza; tra i due, quella che sembrava non avere né una famiglia né una casa, che aveva dovuto crescere elemosinando e rubando, sembrava essere lei.

 

Ma le apparenze spesso ingannano.

 

Kuma rimase impassibile per un po', ormai abituato ai continui battibecchi tra quei due giovani ninja. Senza nessuna voglia di farsi pestare di nuovo la coda, decise di appartarsi per riuscire a riposare un po' in pace. Si alzò sulle zampe e si scrollò le foglie dal pelo, poi si fermò ad annusare profondamente l'aria e tese le orecchie all'indietro. I rantoli e i ringhi dei due Jōnin rendevano difficile prestare attenzione ai rumori della foresta che li circondava.

 

“Vai a riposare,” gli disse Sakumo sorridendo. “Ci penso io qui.” Kuma sembrò annuire, si stirò sbadigliando e scomparve lento nell'ombra di una grande quercia.

 

Erano giorni che camminavano in quella foresta, sulla strada verso Konoha. La loro missione era stata piuttosto semplice, ma aveva richiesto tanto tempo lontano da casa, e negli ultimi giorni l'Hatake aveva fatto velocizzare un po' il passo al suo Team, nella fretta di fare ritorno. Una flebile folata di vento mosse le fronde intorno a loro, facendo danzare le lunghe fiamme di nuovo impazzite per qualche istante. Sakumo aprì la bocca ed inspirò profondamente, lasciando uscire l'aria dalle narici e facendo passare l'odore umido della foresta sulla lingua.

 

Terra, acqua, felci, funghi.

 

Sembrava tutto tranquillo. Si risollevò la maschera sul naso, poi dovette silenziosamente correggersi.

 

Era tutto tranquillo, tranne i suoi compagni.

 

L'ho sentito! Mi hai toccato il culo.” Urlò Hoshi con un tono un po' troppo alto. Da quello che il Jōnin più anziano poteva vedere, il suo compagno aveva guadagnato vantaggio, e adesso la stava tenendo ferma a terra premendole i polsi. Sentì Taro ridere un po' e sussurrarle qualcosa di indecifrabile, ma sicuramente inappropriato, nell'orecchio.

“Vai a farti fottere!” Sbraitò lei liberandosi dalla sua presa e spingendolo di lato piegando le ginocchia.

 

Sopra di loro, la luna splendeva attraverso le fronde. Ormai era notte inoltrata. “Andate a dormire adesso. Resto io di guardia. Domani dovremmo arrivare al villaggio per mezzogiorno.” Li avvisò con tono gentile e ovattato dal tessuto, ignorando le effusioni che dietro al grande tronco i due si stavano segretamente scambiando. Era stata una settimana intensa di camminate e appostamenti, e anche se aveva fatto di tutto per impaurirli quella sera, non li biasimava per volersi rilassare un po', adesso che erano quasi arrivati a casa. Fino a quando il loro atteggiamento non avesse influito sull'esito della missione, Sakumo non si sarebbe lamentato dei loro litigi, né degli slanci affettivi che sembravano non riuscire a contenere quando potevano abbassare un po' la guardia.

 

Doveva ammetterlo, per quanto fossero due scalmanati, si era trovato subito a loro agio in sua compagnia ed aveva ritenuto che la squadra funzionasse piuttosto bene e fosse equilibrata. Certo, aveva davvero faticato un po' all'inizio per non considerare quello sbarbatello di Taro e quella bestiolina di Hoshi come suoi allievi, piuttosto che compagni di squadra.

La loro spensieratezza ed energia, lo facevano sentire a volte più vecchio di quanto non fosse in realtà (ed aveva solamente trent'anni). Altre volte però, quando Taro metteva da parte l'insicurezza e si dilungava a spiegargli i comportamenti di certi animali della foresta, o le tecniche migliori per catturarli, e quando Hoshi si perdeva ad illustrargli le proprietà di alcune erbe che lui aveva calpestato senza nemmeno badarci, Sakumo si sentiva di nuovo come un bambino con ancora un mondo di cose da imparare e da scoprire; e gli sembrava di ritrovare quell'energia e quell'interesse che aveva creduto di aver perso da tempo.

 

Dopo qualche altro attimo di riposo, si alzò per spegnere il fuoco con del terriccio, poi si avvolse nella coperta abbandonata da Hoshi e si allontanò, sprofondando nell'ombra accanto a Kuma. Si sfilò il fodero che aveva sulla schiena, per appoggiarsi comodamente all'albero, riponendolo alla base del tronco; guardò un'ultima volta il suo vecchio compagno e gli sussurrò: “Che ne dici, ci coccoliamo anche noi?” Kuma gli appoggiò il muso alla gamba e sospirò. Lui unì il dito indice ed il pollice e gli tolse una pulce dal pelo, lanciandola nella brace.

 

“Non ci stiamo coccolando.” La testa di Hoshi sbucò improvvisamente da dietro il legno disteso, scompigliata come sempre; foglie e terra fra i lunghi codini che apparivano ambrati anche sotto alla pallida luce della luna. La ragazza si sollevò e si ripulì la maglia ed il grembiule che le ricopriva le cosce con qualche poderosa pacca. “Sakumo, ti ringrazio per aver condiviso con noi il tuo racconto. Mi dispiace di aver interrotto anche questa volta, ma non è stata colpa mia.” Lui le sorrise ed annuì piano.

 

“Sì invece, perché sei la solita permalosa. E poi io ti stavo solo prendendo in giro.” Disse Taro alzandosi con lei. “Guarda qui che morso mi ha lasciato.” Continuò, allungando il braccio nella pallida luce che filtrava dagli alberi. “Sai una cosa? Mi hai fatto venire un'idea. Potremmo usare te come diversivo con i nemici. Ti manderemmo ad elemosinare qualche pezzo di carne e intanto li coglieremmo alle spalle. Con il tuo visino carino e l'aspetto sciatto da vagabonda, sicuramente non riuscirebbero a resisterti.”

 

La ragazza questa volta sembrò particolarmente scocciata, e si diresse verso la piccola tenda dall'altro lato dello spiazzo. Con fare sdegnato, fece per entrarci, quando si fermò e si girò verso il capitano, come se si fosse improvvisamente resa conto di qualcosa. “Ogni volta che ascolto le tue storie ti invidio sempre di più sai? Tu hai potuto partecipare ad una delle battaglie più importanti per il nostro villaggio. Guarda noi invece. Alla nostra età avevi già fatto grandi cose, e non eri certo in giro per la foresta a fare patetiche consegne merci.” Sakumo abbassò un po' la testa nell'ombra, affondando il mento nella coperta. Le orecchie concentrate su quello che sembrava essere un piccolo roditore notturno che scorrazzava tra le foglie secche. “Erano altri tempi, Hoshi. Stai certa che non avresti voluto esserci.” Lo sguardo di lei era penetrante, determinato come quello che Sakumo aveva visto su tanti suoi compagni, tanti giovani che non erano mai tornati da quel deserto di arenaria e pioggia.

 

Taro sembrò stizzito. “Guarda che la nostra era una missione di grado A. È stato facile solo perché è filato tutto liscio come l'olio, ma abbiamo rischiato comunque la pelle quando abbiamo passato quegli accampamenti di banditi.”

 

Sakumo sapeva che il suo giovane compagno non era uno sprovveduto, ed aveva notevoli doti d'osservazione e valutazione. Anche se era Jōnin da tempo ormai, gli mancavano ancora alcune conoscenze di base che gli avrebbe illustrato molto volentieri, se solo lui avesse avuto l'umiltà di fargli qualche domanda.

Il potenziale di Taro era davvero impressionante: aveva un portamento fiero ed elegante, ma allo stesso tempo una tecnica brutale e selvaggia. Quando combatteva, raramente si affidava alle armi, e le sue mani si muovevano efficacemente con una tecnica tutta sua- composta e regolare, impossibile da replicare e non riportata su nessun manuale -che lo rendeva del tutto imprevedibile.

A Sakumo piaceva pensarlo come un lupo selvaggio determinato a fingersi un cane domestico, ma che a volte mostrava i denti e ringhiava, levando ogni dubbio sulla sua natura e probabilmente facendo morire di invidia la giovane muta del villaggio. Non sapeva molto del passato di quel ragazzo, ma probabilmente non c'era nulla che valesse la pena di essere raccontato; aveva sentito qualcosa in merito ad un riconoscimento ad onore da parte di Sarutobi, ma nulla di più.

Non gli aveva mai chiesto se fosse la verità- anche perché non gli interessava -ma si diceva che Taro fosse un orfano di un importante clan, abbandonato da piccolo nel bosco e cresciuto selvaggio fino alla guerra. Si vociferava addirittura che la madre fosse un'Uchiha adultera scappata con un forestiero sconosciuto, o uccisa dal marito per punizione. Probabilmente, quelle voci erano nate per via dell'aspetto di Taro: alto e snello, dai capelli neri e i lineamenti bilanciati, non avrebbe sfigurato nell'uniforme del corpo di Polizia Militare.

 

A differenza di Hoshi, il ragazzo riusciva a comprendere che dietro alle loro tranquille missioni non si celava il semplice caso. Da quando il loro team era nato, gli scontri e gli imprevisti erano stati praticamente pari a zero. Questo, era probabilmente dovuto al fatto che Sakumo non abbassava mai la guardia: raramente dormiva, e il suo naso, le sue orecchie erano sempre tesi per perlustrare i dintorni. Dopo più di un anno passato in servizio insieme, e più di un centinaio di missioni, Sakumo era arrivato a dover estrarre la sua bianca lama leggendaria solo un paio di volte, e in nessuna delle due aveva dovuto utilizzarla, perché solo la vista di quel metallo argentato e acceso con saettanti scariche aveva fatto fuggire i banditi a gambe levate. Questi erano i vantaggi di una grande reputazione.

Anche se i tre si conoscevano ormai bene, Hoshi e Taro lo avevano visto poco in azione e per questo continuavano a considerarlo una specie di leggenda ineguagliabile. Il loro lavoro di squadra ne aveva risentito molto, e Sakumo sapeva che era colpa sua. A volte si era chiesto se sarebbero stati in grado, loro tre insieme, di gestire situazioni estreme, più pericolose dei soliti gruppi di banditi che si aggiravano per la Terra del Fuoco. La verità però, era che non voleva scoprirlo. Non gli piaceva l'idea di mettere a rischio le loro giovani vite per qualche incarico di routine, e da quando la guerra si era conclusa, aveva iniziato a preferire la tranquillità e la sicurezza alla vivacità della battaglia.

 

Inizio ad essere vecchio, si era detto ironico quella sera, mentre la sua energica compagna aveva continuato ad esporre a gran voce la sua delusione per quella missione troppo fiacca dall'interno del suo riparo.

 

“Serata noiosa? Che ne dici se la ravviviamo un po' allora?”. Quella proposta di Taro, con la testa infilata fra i lembi della tenda ed il corpo ancora alla fresca aria aperta, fu seguita da uno scatto del tessuto ed una sonora espirazione del giovane, che si allontanò massaggiandosi lo stomaco per lasciarsi poi cadere su un giaciglio improvvisato con qualche foglia. Sakumo sospirò udibilmente, poi guardando il cielo disse: “Sarà, ma non si è mai visto un cane dormire al caldo in una tenda ed il suo umano costretto a scaldarsi il culo con qualche foglia a cielo aperto; o no, Kuma?” Il ragazzo gli rivolse uno sguardo truce e si girò per riposare su un fianco, mentre una risata soddisfatta si alzò sonora dalla tenda.

 

Mentre i sue tre colleghi si addormentavano, Sakumo rimase fermo nell'ombra di quella pianta ad osservare le stelle e la luna che poco a poco si spostavano nel cielo, trascinandosi dietro le tenui ombre della foresta. Per tutta la notte, con la mente già verso casa, tenne una mano affondata nel pelo di Kuma, l'altra sull'elsa della spada.

 

   
 
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