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Autore: La Fra    26/11/2019    1 recensioni
Dopo la Seconda Guerra Ninja, Sakumo Hatake si è guadagnato il soprannome di Zanna Bianca ed è tornato al villaggio acclamato come un eroe. Ad anni di distanza, la pace tra le nazioni sembra ancora precaria e lui ed il suo Team si dovranno scontrare con delle realtà sepolte sotto ad anni di menzogne ed inganni. - La storia dell'ultima missione di Sakumo
Genere: Avventura, Drammatico, Guerra | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Hiruzen Sarutobi, Kakashi Hatake, Nuovo Personaggio, Sakumo Hatake
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
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Le piaceva stare lassù, perché da quell'altezza riusciva a vedere le pianure oltre la città. A tarda notte, spesso sgattaiolava fuori dalla sua stanza per arrampicarsi in cima alla torre ed osservare il buio orizzonte sperando di intravedere la calda luce aranciata del sole.

Da quando era arrivata ad Amegakure però, non era mai successo - nemmeno una volta.

 

Le nuvole erano sempre grige e spesse, dalla mattina alla sera, e la luce si diffondeva tenue e debole attraverso una coltre che avrebbe reso impossibile scorgerne la fonte. Come se non bastasse, le torri che spezzavano qua e là il panorama avevano la stessa tonalità; tubi grigi le percorrevano, artificiali venature di immensi tronchi secchi. L'odore che si alzava dalle lontane e strette strade era disgustoso; il fumo che usciva dai tombini rancido e marcescente.

 

C'era da ammettere che, in quel contesto, le passeggiate nei boschi con sua madre non sembravano più tanto male, anzi; erano diventate un ricordo rassicurante - l'odore della terra asciutta e delle foglie, una memoria lontana da tenere stretta nel cuore.

 

Anche in quel buio, riusciva a scorgere i palazzi che si estendevano a perdita d'occhio, come resti di alberi ancora in piedi dopo un terribile incendio - sagome scure di ciò che la città era stata un tempo. Oggi, del Villaggio della Pioggia descritto nei libri di scuola non rimaneva che un triste scheletro, un luogo lugubre ed inospitale distrutto dalla guerra; certamente, non uno nel quale avrebbe voluto trasferirsi.

 

Ma infondo, andava bene: vivere lì era il giusto prezzo da pagare. Se per scontare la sua pena avesse dovuto finire i suoi giorni in quel paese, le sarebbe stato bene così.

 

“Hoshi?La voce che la chiamò le fece alzare lo sguardo di nuovo verso est. Senza girarsi, sentì Taro fermarsi accanto a lei, non curante della pioggia che continuava a cadere dal cielo. “Sapevo che ti avrei trovata qui.” Le disse mettendosi appollaiato sotto alla fredda doccia naturale.

 

Era ancora un selvaggio, e lo sarebbe sempre stato. Aveva dovuto sostituire la sua foresta con quella giungla di acciaio e pietra, ma scrutava ancora le vie e gli alti parapetti come un falco, costantemente in cerca di una preda annidata nell'ombra.

Quando ebbe concluso la solita ricognizione, l'occhio nero si posò finalmente su di lei. “Non riesci a dormire di nuovo, vero?

 

“Perché, tu sì?

 

Mm...” Mormorò nascosto nella luce bluastra della prima mattina. I ricordi dovevano tormentare anche lui ogni tanto, era inevitabile che lo facessero.

 

Hoshi tornò ad osservare il cielo si infilò una mano nella scura tunica che da tempo le aveva fatto da divisa. Nei momenti difficili, quando si era sentita persa e nostalgica, quel piccolo pezzo di metallo che teneva nascosto l'aveva confortata. Il calore dell'acciaio e dei ricordi che portava con sé l'avevano aiutata ad andare avanti.

 

“A volte vengo qui a rimuginare sul passato.” Ammise alzando il pallido viso e lasciando che la pioggia lo sciacquasse. “Sai, mi chiedo cose del tipo: cosa sarebbe successo se non avessi commesso tutti quegli errori? E se non avessimo fallito la nostra missione, dove saremmo oggi?Aveva cercato di apparire disinvolta, ma la voce le si era spezzata in qualche punto.

 

Taro scosse la testa e rise sommessamente. “A cosa serve pensarci? Il passato è passato.” Lì in mezzo a quei palazzi distrutti e fatiscenti, scuro, con i segni della guerra sul viso, sembrava proprio nel suo ambiente naturale. Ora, nessuno avrebbe visto la differenza fra lui e uno degli innumerevoli orfani della Pioggia; lo stesso dolore rimasto sul viso fin dall'infanzia, la stessa ardente volontà nel cuore. Si era adattato perfettamente a quella città, forse perché non aveva mai dovuto lasciarsene davvero nessuna alle spalle. Se la sua fosse una fortuna o una terribile disgrazia, Hoshi non lo aveva ancora deciso.

 

Affondò il viso nell'ampio collo della tunica e, ancora immersa nei pensieri, provò a guardarlo: scrutando il suo serio profilo, si chiese se anche lui sentisse, qualche volta, la mancanza di casa - ma quel viso era sempre stato difficile da leggere.

 

“Forse su questa città,” Continuò imperterrita. “Adesso starebbe sorgendo il sole. Invece guarda...Con una mano gli indicò l'orizzonte. La sua linea era scura e cupa; così scura che era quasi impossibile pensare che dietro a quella coltre di nuvole ci fosse davvero un sole caldo e splendente.

 

Eppure c'era, doveva esserci.

 

Sovrappensiero, estrasse il copri-fronte e fissò l'acqua bagnarlo dolcemente. Quando ripensava alla Foglia, la nostalgia si acuiva fino a divenire insopportabile, un'invisibile presa le stringeva il cuore. Hoshi sapeva che non si sarebbe mai potuta sentire davvero a casa sotto alla pioggia di Amegakure; ma più guardava il simbolo del suo villaggio natio, più comprendeva di non appartenere nemmeno a Konoha. Ogni volta che lo stringeva fra le mani, le sembrava avesse un po' meno significato per lei; però, la sua mente non riusciva a smettere di visitare quel luogo famigliare e lontano.

 

Era la condanna di chi non apparteneva più a niente, vero? Sì, la stessa che aveva dovuto scontare Niji. Ora poteva capirla un po' meglio, sapendo quanto i loro destini, alla fine, fossero stati simili. Poteva sentire la sua stessa sofferenza, ora che era come lei: una Shinobi senza un villaggio, con un copri-fronte che non era nulla di più che un pezzo di metallo qualsiasi.

 

Hoshi si passò la lingua tra le umide labbra; che strano, la pioggia aveva sempre un sapore salmastro in quelle mattine. Sospirò, prima di continuare a pronunciare ad alta voce i suoi pensieri.

 

“Ogni giorno guardo l'acqua cadere dal cielo e non riesco a non pensare che scenda per colpa mia.Disse all'improvviso, cogliendo Taro alla sprovvista. “Non abbiamo portato solo la guerra quaggiù... ma anche la pioggia.” Con il dolore non più nascosto, guardò il compagno dritto in faccia, implorandolo di darle una risposta; come suo solito, non negò le sue parole e rimase in silenzio, i suoi lunghi capelli neri lasciavano che le gocce d'acqua li percorressero veloci.

 

“Ma cosa dici?” Ribatté poi all'improvviso con un'espressione tra il confuso e l'adirato. “Lo sai meglio di me che questa città è in una terra sfortunata... È sempre stato così, e così resterà per sempre...”

 

Mentire adesso non serviva a nulla, eppure Taro non si dava per vinto. A distanza di anni, continuava a negare ciò che entrambi sapevano benissimo, ed Hoshi si chiedeva sempre il perché.

 

Non era una stupida, e nemmeno un'ingenua – non più almeno. Lo aveva compreso lentamente, mano a mano che la pioggia l'aveva colpita nel lungo viaggio in quel paese. All'inizio, aveva provato a lasciarsi scivolare le gocce sulla pelle, a scrollarle via; ma quando l'acqua le era penetrata fin dentro le umide ossa non aveva più potuto negarlo, non a sé stessa. Poco a poco aveva capito che la guerra dalla quale stavano fuggendo era una responsabilità che non avrebbe potuto più addossare a qualcun altro.

 

Aveva compreso che la sua mera esistenza, la sua stessa vita era la causa di quella devastazione, di quella pioggia.

 

Su una cosa aveva però dovuto dare ragione al suo compagno: piangersi addosso non avrebbe riportato indietro il passato. Hoshi si era lasciata ispirare dalla gente di quella terra che, malgrado le politiche del paese, si era rimboccata le maniche ed aveva provato a migliorare le cose. Proprio quando avevano creduto di non avere più un posto nel mondo, lei e Taro avevano incontrato dei giovani shinobi e si erano uniti a loro. Il loro contributo era stato subito ben accetto: un ninja molto dotato ed un medico erborista, in tempo di guerra erano sicuramente più utili là dove c'era qualcuno da aiutare. Non gli avevano fatto domande sul loro passato – nessuno di loro voleva mai parlare di ciò che aveva dovuto passare.

 

Ne avevano viste tante in quei mesi ad Amegakure, ma non si erano mai scoraggiati: la determinazione di quei ragazzi era contagiosa, ardeva come una fiamma che non voleva proprio spegnersi sotto ad una tempesta senza fine. Nei loro occhi, Hoshi aveva rivisto il sogno che sembrava accomunare la gente della Pioggia; lo stesso che si era spento tanto tempo prima nelle iridi gialle di Niji, quello che ora sentiva accendersi anche nei suoi. Insieme loro avevano iniziato a combattere per provare a cambiare davvero le cose – per portare la pace.

 

Eppure, forse anche quella non altro che un'illusione. Nonostante gli sforzi ed i buoni propositi, negli anni quella pioggia aveva continuato a bagnare ogni cosa, ad inondare le strade senza pietà. Ame-onna sembrava non voler proprio allentare la sua presa da quella città, e lei sapeva bene quanto le sue ossute mani potessero stringere a lungo una morsa. A lungo sì, ma non per sempre.

 

“Per sempre...” Sovrappensiero, ripeté le ultime parole del suo compagno, ormai svanite nel rumore incessante della pioggia. “Nulla dura per sempre, Taro. Persino quello che facciamo qui - persino i nostri ideali – tutto avrà una fine.”

 

Taro alzò le spalle.Vuoi sapere cosa credo? Il tuo problema è che pensi troppo.Le mise una mano sulla testa, tirando affettuosamente i corti capelli rossi e scuotendoli per liberarli dalle gocce. Ogni scusa era buona per prenderla in giro, ma Hoshi non aveva mai sentito la mancanza dei suoi lunghi codini: tagliarli poteva anche non essere servito ad allontanare la stupida sciagura con la quale era nata, ma per lo meno le ricordava, ogni volta che si guardava allo specchio, che non era più la ragazzina di un tempo.

 

Lo guardò aggrottando le sopracciglia. “Qualcuno deve pur farlo per tutti e due ogni tanto.” Gli disse con tono sarcastico facendo una smorfia.

 

Taro non rise, e si girò verso di lei più serio di prima. Il lato nascosto del viso - quello che, quando lo guardava, le faceva sempre provare un grande senso di colpa - si rivelò, illuminato dalla luce soffusa del mattino.

 

“Ascolta: qui stiamo bene, o mi sbaglio?” Le chiese prendendole la mano che stringeva il copri-fronte e chiudendole il pugno intorno alla medaglietta. Hoshi annuì. “Ogni giorno aiutiamo un sacco di gente, facciamo delle cose buone.” Il suo sguardo era penetrante e deciso, quello di qualcuno che sapeva esattamente cosa voleva dal futuro. “Basta pensare al passato: adesso casa nostra è questa.”

 

Lei alzò la testa con uno scatto e fece un ghigno malizioso. “Credevo non ti piacesse stare qui.”

 

“Infatti non lo sopporto.” Rispose lui in fretta mentre continuava a scrutare le cime dei palazzi. “Acqua, fango... una terribile puzza. Non c'è nulla di bello qui, ma questa non è una buona ragione per cercare di migliorare le cose?” Quando sospirò, una nuvola di vapore gli lasciò le labbra. Chiuse gli occhi e scosse la testa pensieroso.

 

“Una volta qualcuno mi ha detto che un vero ninja deve proteggere il suo villaggio e le persone che ama ad ogni costo,” Hoshi lo ascoltò perplessa e annuì concorde ripensando a ciò che le era stato insegnato nel suo primo giorno all'Accademia. “Beh, non è quello che stiamo facendo? Io dico che ce la stiamo cavando piuttosto bene.”

 

Lei lo guardò incantata. Taro parlava come se non sapesse che agli occhi di Konoha non erano nulla ormai se non due sporchi ninja traditori; come se ignorasse, o non gli importasse affatto, che persino le vesti che ora indossavano per combattere per la pace erano quelle di criminali, nulla di più. Mentre le domande la assalivano, la sua pupilla destra continuava a fissarla, più scura della benda che gli copriva l'altra orbita.

 

Taro le strinse le dita con più forza. “Tu dici sempre che il mondo, prima o poi cambia tutte le persone; che ci trasforma in qualcuno di peggiore. So che Niji la pensava così, e forse una volta le avrei dato ragione anche io.” Quando le lasciò la mano, Hoshi si ritrovò a fissare di nuovo il vecchio copri-fronte.

 

“Adesso però non ci credo più, e sai perché? Il motivo è proprio davanti a me...” Alzò gli occhi per capire di cosa stesse parlando, quando incrociò il suo sguardo, stranamente gentile. “Anche dopo quello che hai passato, dopo tutte le cose che hai dovuto affrontare, tu non sei cambiata affatto.” Aggiunse con uno di quei suoi rari sorrisi che lasciavano intravedere il bianco dei denti. “Sì, sei cresciuta, ma infondo sei sempre la stessa stupida, ingenua ragazza-” Prima che potesse concludere, Hoshi strinse gli occhi e sospirò, scocciata da quel suo solito comportamento.

 

Taro rise sommessamente e continuò a parlare. “Ma, sopratutto,” Disse appoggiandole una mano sul viso. “Hai gli stessi identici occhi sognanti di allora.”

 

Hoshi rimase un momento scossa da quelle parole, ed incerta abbassò lo sguardo.

 

“Sono sicuro che sarebbe felice di saperlo.” Concluse lui prima di voltarsi di nuovo verso est per scrutare le lontane pianure.

 

Sarebbe... felice? Si portò una mano alla nuca, e nervosa si scrollò via le gocce d'acqua.

 

“Fidati di quello che ti dico.” Ripeté lui, divertito, percependo il suo sgomento. “Sarebbe molto orgoglioso di quello che fai e di quello che sei.”

 

Sarebbe orgoglioso?

 

Ed ecco che la nostalgia tornava a sopraffarla. Pensare al Capitano faceva riemergere sempre tanti ricordi, la maggior parte tristi e spiacevoli. Soprattutto, riaccendeva in lei il senso di colpa per come si erano separati l'ultima volta a Sagan, tanto tempo prima. Ricordava ancora la sensazione che aveva provato quando, con poche cose raccolte e infilate in fretta e furia nello zaino, si era fermata ad ascoltare l'irrequieto respiro del sonno di Sakumo sapendo che quella sarebbe stata l'ultima possibilità di dirgli addio e sistemare le cose. Avrebbe voluto girarsi, sussurrargli un addio; ma non lo aveva fatto. Il rancore era ancora troppo forte, e la mano di Taro l'aveva trascinata via nella notte con tanta decisione.

 

Ora però, le cose erano diverse. Nel suo cuore pieno di rimpianto non c'era più spazio per odio e rabbia. Che cosa gli avrebbe detto adesso, se lo avesse rincontrato? Gli avrebbe chiesto scusa per le cose che gli aveva detto, o lo avrebbe ringraziato per averla salvata un'altra volta?

 

No, probabilmente niente di tutto questo.

 

Se lo avesse rivisto, gli avrebbe solo fatto una promessa: gli avrebbe giurato che il suo impegno per salvare una stupida ragazzina non sarebbe stato vano; che si sarebbe tenuta stretta quella vita e l'avrebbe dedicata ad una nobile causa. Già, sarebbe stato giusto che sapesse che, se il sole fosse davvero sorto un giorno tra quei palazzi, sarebbe stato anche merito suo.

 

Hoshi rimase in silenzio a pensare, il pollice che si muoveva lungo le linee del simbolo inciso. Il caldo acciaio che aveva fra le mani le riportò alla mente tutto quello che, nel bene nel male, quell'uomo le aveva insegnato - tutto quello che aveva fatto per loro -

 

“E poi chissà,” Taro interruppe bruscamente i suoi pensieri. “Magari verrà davvero il giorno nel quale ce la faremo.” Disse allargando le braccia per stiracchiarsi e alzando improvvisamente il tono della voce. Le mani alte sopra la testa disegnarono un arco perfetto ricadendo di nuovo ai suoi fianchi.

 

Era solo una recita, ovviamente, ma vederlo così entusiasta era qualcosa di raro, che la lasciava incantata ogni volta. “Riusciremo a portare la pace, e tutto questo finirà.” Disse con tono teatrale. Per un momento Hoshi si chiese se non fosse davvero spuntato il sole, vedendo la luce che gli illuminava l'iride. All'orizzonte però, solo un'enorme nuvola nera.

 

Si voltò verso di lei con un sorriso. “Allora, se vorrai, potremo tornare laggiù... Per fargli un saluto e vedere come se la passa.”

 

Lei si limitò ad annuire in risposta.

 

Ma sì, non c'era bisogno di negarlo e rovinare quel momento. Infondo, entrambi sapevano che non sarebbe davvero successo: la fine della guerra sarebbe arrivata un giorno, ma loro non sarebbero stati lì ad assistervi. Avrebbero dovuto sopportare che la pioggia si abbattesse su di loro ancora ed ancora, fino a quando la loro colpa non sarebbe stata lavata via completamente. Fino a quando i loro piedi stranieri non avrebbero abbandonato per sempre quel paese.

 

Sapevano che non avrebbero più rivisto la luce del sole, il vecchio villaggio, o Sakumo. Ed era giusto così.

 

Improvvisamente, Taro si sollevò al suo fianco e si diede una sistemata alla lunga tunica scura e fradicia. L'acqua gli scivolava sul tessuto e sulla pelle, disegnando segni che si intrecciarono a quelli lasciati dal fuoco tanto tempo prima.

 

“Dai, adesso torniamo dentro con gli altri.” Le propose allungandole una mano.

 

“Sì,” Disse con un sussurro, rivolgendosi a qualcuno di troppo lontano per poterla sentire. Taro le tirò dolcemente il braccio per esortarla a seguirlo, ma lei indugiò un attimo, sorridendo per la prima volta a quelle nuvole scure.

Il sole non si era visto nemmeno quella mattina, ma era giusto così; andava bene lottare per uno scopo che non avrebbero mai visto realizzato con i loro occhi. Infondo, non lo facevano per loro stessi, ma per chi sarebbe vissuto in quel mondo dopo di loro; perché non dovessero essere loro a pagare per gli errori commessi in passato.

 

È questo che significa essere ninja, no? Sacrificare sé stessi per ciò che amiamo... me lo hai insegnato tu...

 

Prima di iniziare ad incamminarsi con Taro sotto all'apertura del grande arco di pietra, Hoshi si infilò il copri-fronte in tasca e ispirò profondamente.

 

“Ci rivedremo, quando sorgerà l'alba.”

   
 
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