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Autore: Ancient Flower    21/03/2020    7 recensioni
7-12 febbraio 1945: eccidio alle malghe di Porzûs, Friuli Venezia Giulia.
Ad ordire il massacro fu il IX Korpus di Tito, servendosi delle brigate comuniste friulane ai danni della Brigata Osoppo, di ispirazione cattolica.
In mezzo ai trucidati osovani ci fu anche Guido Pasolini, fratello minore di Pier Paolo.
Questa è la sua storia.
Sangue partigiano sparso da sangue partigiano.
Seconda classificata al contest "Voglia di tè" indetto da Inchiostro_nel_Sangue ed Elli2998 sul forum di EFP.
Genere: Azione, Drammatico, Guerra | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza | Contesto: Guerre mondiali
- Questa storia fa parte della serie 'Resistenza'
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Premessa storica: i fatti narrati, ovviamente romanzati, si svolgono sullo sfondo dell’eccidio avvenuto alle malghe di Porzûs (sul monte Topli Uorch, appartenente al comune di Faedis), zona di confine tra il Friuli e la Slovenia di Tito, fra il 7 e il 12 febbraio 1945, ai danni della Brigata Osoppo (composta da cattolici, liberali e azionisti*). Tra il 1944 e il 1945 due erano le formazioni partigiane più importanti presenti in Friuli, occupato dai tedeschi: la Brigata Garibaldi (di ispirazione comunista e sotto l’influenza di Tito) e, appunto, la Brigata Osoppo. Nell’estate del ’44, su richiesta esplicita di Stalin ai partigiani comunisti di allearsi con qualsiasi forza antifascista, i garibaldini strinsero un patto con gli osovani. Tuttavia, i rapporti tra le due fazioni erano molto tesi e una prima rottura avvenne già nel settembre del 1944, quando il IX Korpus di Tito richiese alle forze partigiane friulane di cedere alla Iugoslavia i territori sottratti ai tedeschi. L’Osoppo rifiutò e i garibaldini ricevettero l’ordine di isolarli. La rottura definitiva avvenne il 24 dicembre 1944, quando, con un ultimatum, i garibaldini passarono al Korpus di Tito, mentre gli osovani rimasero indipendenti. Il 28 gennaio 1945, i GAP (Gruppi d’Azione Patriottica, comunisti), sotto la coordinazione della Brigata Garibaldi e per ordine del Korpus, mossero verso le malghe di Porzûs, dove si trovava il quartier generale dell’Osoppo, in previsione di un attacco che sarebbe avvenuto il 7 febbraio 1945. Alcuni partigiani osovani (tra cui il comandante “Bolla”, alias Dante Francesco De Gregori) vennero uccisi subito, altri sedici verranno interrogati e, successivamente, giustiziati nel comprensorio del Bosco Romagno (Cividale del Friuli). Tra questi c’era Guido Pasolini (1925-1945), il protagonista di questa storia, fratello minore di Pier Paolo Pasolini, arruolatosi come azionista nell’Osoppo appena concluso il liceo, nel maggio del 1944. Non venne ucciso subito, ma nelle giornata del 12 febbraio, dopo un'avventurosa fuga.
 

Col mio sangue metto radice

 
Mio caro Guido (o preferisci Ermes**?),
penso che nostra madre stia per impazzire sapendoti lassù, così esposto ad un pericolo che, ogni giorno, ci viene raccontato con sfumature che si fanno sempre più minacciose. Io ho molta fiducia in te e spero di regalarti un po’ di normalità con questa mia lettera, dicendoti che stiamo bene e che Versuta*** ci regala tanta serenità tra un bombardamento e l’altro. Le giornate le passo tenendo lezioni per i ragazzetti del paese, che sembrano volermi un bene dell’anima e di questo gioisco. Spero che un giorno torneremo a fare dei bagni insieme sul Tagliamento, come quando eravamo bambini, asciugati solo dalla luce del Sole. Questo inverno sta durando decisamente troppo, non credi? Ah, non voglio instillarti tristezza: hai ben altre cose a cui pensare che alla mia solitudine.
Mi sono preso la briga di metterti in un sacchettino di cotone delle foglie tritate di tè nero con dei pezzi di mela, dono di un mio caro amico appena tornato dalla Cina e che ho avuto la fortuna di incontrare durante il mio ultimo viaggio nella nostra cara Bologna. So quanto tu vada matto per questa brodaglia (a volte sei più borghese di quanto pensi) e spero che il suo tepore ti faccia sentire un po’ a casa. Ti scongiuro, fatti sentire più spesso. Ti abbraccio con tutto l’affetto e l’ammirazione del mondo.
Pier Paolo
 
I ghirigori di tè fumante sembrano disegnare mollemente il tuo volto liscio, Paolo, e quello rugoso e dolce di mamma. Oramai l’unico mio modo per ricordare i vostri visi è quello di cercarvi nelle piccole cose. Se ti confessassi che cerco di riconoscere la voce di nostra madre nel frusciare secco dell’erba sospinta dal vento di montagna, mi prenderesti per pazzo? Tuttavia, il pensiero di voi e, al tempo stesso, del Friuli liberato è l’unica cosa che mi permette di non impazzire.
Rigiro la lettera tra le dita della mano destra, e il debole rumorio della carta mi fa venire in mente te, Paolo. Eccoti, ti vedo: sei rannicchiato davanti al foglio, con il calamaio nella destra, mentre il pollice e l’indice della sinistra reggono la tua fronte che fa da cornice all’espressione dura di chi sta riflettendo sulle parole da scegliere per non angosciare troppo il destinatario. State soffrendo, capisco bene, anche se non me lo dirai mai e ciò mi strazia poiché so, e i paesi bombardati me lo hanno insegnato, che più il dolore è acuto, più il silenzio si fa totalizzante.
Ti piacerebbe l’alba a cui sto assistendo dalla finestrella sgangherata del casolare: la nebbia sui campi di foraggio viene timidamente colorata di rosa dai primi raggi del Sole che squarciano l’orizzonte modellato dalle montagne e colpiscono il ghiaccio sui rami, ora scintillanti. Il silenzio sarebbe tombale se non fosse per l’audacia di qualche lampo in lontananza, forse un temporale o un rastrellamento tedesco.
Mi stringo nella coperta di lana grezza e ancora maleodorante: vorrei scriverti immediatamente, Paolo, ma ho le dita congelate e le membra indolenzite dopo il pestaggio di un maledetto cane tedesco l’altro giorno, durante una piccola incursione in cui abbiamo trionfato, fortunatamente. Per ora, ti bastino i miei pensieri e scusami se gioco con la tua infinita pazienza. La tazza di tè, tuttavia, per quanto abbia il retrogusto dell’acqua sporca, mi fa già sentire il vostro contatto e nessuna parola basterebbe per esprimerti la mia gratitudine. Decido di travasare la restante parte nella mia borraccia un poco arrugginita, ahimè, legandomela al petto, così da portare te e mamma come santi protettori durante le mie scorribande con gli altri.
“Notte insonne, eh Ermes?”, mi chiede sarcastico Bolla, il comandante. Mi scompiglia affettuosamente i capelli e si siede accanto alla brace ancora ardente, cercando un po’ di calore. Poso la lettera sul davanzale della finestra e rigiro la tazza di tè nelle mani.
“Ho visto notti migliori, ad essere sincero”, dico, “ho ancora male alle spalle”.
Bolla stringe le labbra. “Lo so, ragazzo, ma fatti forza: hai una famiglia fedele che prega per te”, dice facendo cenno alla lettera, “Pier Paolo continua a scrivere quegli articoli?****”.
“Sì, certo”, soffio, sprofondando nella coperta di lana.
Bolla mi guarda in pensiero. “Livia dovrebbe portare dei ceci stamattina, vedremo di metterti in forze”.
Bevo l’ultima goccia di tè. “Sto bene, veramente, altrimenti sarei scappato da un bel pezzo”, dico ironizzando.
Bolla interrompe il russare degli altri compagni con una risata, scuotendo la testa.
“Mi ricordi tanto mio fratello più piccolo. È partito per la Russia così fomentato che, quasi quasi, stava per sentirsi male e nemmeno le nostre avvertenze riuscivano a calmarlo”, ridacchia.
“Sta bene, vero?”, chiedo con esitazione.
Il sorriso di Bolla si fa carico di malinconia. “Come te ci rassicurava dicendo che sarebbe scappato in qualsiasi momento se la situazione si fosse fatta brutta contando sulla sua imbattibile velocità. Del resto è normale avere paura. Tuttavia, non capì in tempo quando andarsene e rimase intrappolato. Seppi da mia sorella che di lui tornarono soltanto le sue scarpe di cartone, quindi, pur volendo, non sarebbe riuscito a scappare comunque in quel gelo”, conclude amaramente, stringendo le mani e dondolandosi sulla piccola sedia di legno, forse cullato da quei brutti ricordi.
Mi alzo per prendere la bottiglia di grappa sul tavolo mettendola in due bicchierini, uno per me e uno per Bolla, che accetta di buon grado e, in silenzio, brindiamo a suo fratello, un altro santo protettore.
Le campane lontane, amplificate dal silenzio, segnano le otto del mattino. I nostri si sono svegliati e si fa colazione con del pane nero e una scodella di latte di capra rafforzato dalla grappa. Di legna non ne abbiamo più, dunque ce lo siamo gustato freddo. Il tintinnio delle scodelle viene interrotto da Rombo, tutto trafelato, che bussa frettolosamente identificandosi. Spio attraverso una fessura della porta e tiro un sospiro di sollievo sapendolo solo. Gli apro piano e lo faccio entrare velocemente.
Bolla si affretta ad andargli vicino, visibilmente stranito.
“Rombo, che succede?”, chiede il comandante.
Il ragazzo ci mette un po’ ad elaborare un discorso compiuto, vista la strada che si è fatto dal posto di guardia al quartier generale. “Comandante, è arrivato stamane un nutrito gruppo di uomini, alcuni dei quali affermano di appartenere alla brigata Osoppo, altri, invece, dicono di essere garibaldini, altri ancora sono prigionieri scappati da un treno diretto in Germania. Che dobbiamo fare?”, chiede.
Bolla non sembra convinto del racconto. “Inviate sul posto Enea e ditegli di dividere in gruppi questi uomini e di capire chi sono gli osovani e chi i garibaldini. Questi guidateli verso il gruppo garibaldino più vicino. Non vorrei che ci stessero tendendo un agguato; è un po’ che non si fanno sentire ed è strano che così tanta gente si presenti a noi”, dice.
Rombo annuisce e, in fretta e furia, si congeda e ritorna a scapicollarsi per i pendii di Topli Uorch.
Dopo un’ora circa risentiamo il suo fiato pesante squarciare il cinguettio dei tordi. È visibilmente turbato rispetto all’ora prima.
“Comandante, Enea le manda questo”, dice.
“Santo Dio, ragazzo, la tua faccia è terrorizzata”, dice Bolla.
Rombo scoppia in lacrime, affermando di aver sentito degli spari mentre veniva qui. Bolla afferra subito il pezzo di carta e lo legge. Il suo viso diventa nero.
“Enea dice che la situazione non gli piace per niente”, sputa, “vado a dare un’occhiata, gli serve aiuto. Mantenete la calma e non intervenite se non ad un mio ordine”, dice, grave.
E dunque se ne va seguito da Rombo, gettandoci nella confusione più totale.
Passata una mezz’ora, fuori dal casolare si sentono dei passi affrettati nel soffice nevischio sul terreno. Non faccio in tempo a far capolino dalla finestrella che un gruppo di “fazzoletti rossi”, sfondata la porta, fa irruzione nel casolare. Uno di loro spara senza pietà alla fronte di Gruaro, la cui unica colpa era quella di trovarsi seduto al tavolo di fronte alla porta. Quando mi avvicino gattonando è ancora in preda a convulsioni violente e mi stringe la mano in cerca di pietà, prima di abbandonarsi al pavimento con gli occhi spalancati, strozzato dal suo stesso sangue. Mi puntano il fucile e alzo le mani, la sinistra ancora stretta a quella rigida di Gruaro.
Ci conducono fuori come bestie al macello, trattenendoci con quanta forza hanno in corpo. Le loro scarpe, sozze di sangue, macchiano la neve candida. Io, intanto, tengo stretta la mia boraccia.
 
Cinque giorni sono passati. Li ho contati per non impazzire. Cinque giorni in cui sono stato preso a calci e pugni, sputato e lasciato a congelare sulla neve, cosicché gli sputi si ghiacciassero sulla mia pelle, marchio di vergogna per non voler parlare. Mi si dà del “fascista”, della “spia dei repubblichini”, del “borghese infame”. Ma non sanno, o forse ignorano, che questa impresa, questa resistenza, io l’ho iniziata insieme a loro. L’unica cosa che mi dà ristoro, oltre all’acqua pisciata che mi danno da bere, è il tè che mi hai procurato, Pier Paolo. Sono riuscito a tenermi stretta la borraccia, come una boccetta di acquasanta e, forse, sono ancora vivo grazie a lei. Non capisco perché continuo a parlarti col pensiero.
Alle sei del mattino, illuminati solo da una lampada ad olio, io e altri miei compagni veniamo condotti nei campi di Bosco Romagno e qui ci intimano, sardonicamente, di scavarci la fossa. Scavo a testa bassa e a fatica, poiché non sono mai stato molto avvezzo al lavoro dei campi. E poi fu un attimo in cui alzai la testa e i miei occhi scintillarono delle prime luci dell’alba. Tu lo sai, Paolo, che non sono mai stato molto docile e che a fatica io abbasso la testa. E quindi mi metto a correre come un pazzo, facendomi strada tra le frasche del bosco, rincorrendo il Sole con le braccia tese e assaporando il vento freddo e secco a boccate disperate. Sarà forse il fratello di Bolla, mio santo protettore, a darmi la forza di correre, che lui non ha avuto? Intanto gli alberi, miei amici, mi fanno da scudo nella mia rocambolesca fuga, bloccando i proiettili che mi rincorrono. Ciò non impedisce, tuttavia, ai proiettili di ferirmi al braccio destro e alla spalla. Sanguinante e libero, scappo fin dove mi condurrà il Sole.
La mia corsa ebbe delle interruzioni durante le quali lavai via il sangue con della neve lercia di fango, per evitare che le goccioline formassero un “sentiero di briciole di pane” che portasse a me. Raggiunsi Sant’Andrat dello Judrio e ivi mi medicò un farmacista.
“La puzza da osovano si sente da qui”, mi disse, con disprezzo, una volta curate le mie ferite.
Lì, chiaramente, non potevo stare e quindi proseguii a piedi, senza meta, disorientato. Durante il mio cammino cercai di capire perché fossi scappato, sentendomi profondamente in colpa per i miei compagni, oramai ammassati sul fondo di una fossa comune. Mi dissi che gli ideali che mi mossero un anno prima erano di una nobiltà impeccabile, come qualsiasi ideale di un neodiplomato di diciannove anni. Quando vidi il volto di Gruaro, stravolto dalla violenza di chi era altrettanto ispirato da nobili intenzioni, capii che la guerra non dà spazio ad alcun proposito puro, poiché esso viene sporcato della sua stessa ferocia. E io, dalla parte della ragione, non voglio macchiarmi della colpa di aver ucciso un’altra persona dalla parte della ragione né farmi uccidere da questa. Lo trovo un controsenso.
Giunsi, infine, a Dolegnano, dove una dolce anziana mi offrì riparo, una scodella di caffellatte e un goccino di grappa. Io trangugiai il latte con la stessa voracità che dava fastidio a te, Pier Paolo, ricordi? Alcune volte mi alzavi il bicchiere apposta perché il latte si rovesciasse sulla mia faccia. Accarezzai la scodella grezza con un sorriso nostalgico al pensiero. La donna anziana mi appoggiò sul viso la mano callosa di chi lavora i campi con materna comprensione. Mi sembra di vedere te, mamma, quando mi costringevi a guardarti mentre mi curavi delle ferite dovute ai miei giochi spericolati, per iniettarmi un po’ di fiducia nel cuore. Strinsi le labbra a quel contatto e buttai un occhio sulla mensola del caminetto della donna, dove c’erano due fotografie: una di un uomo baffuto, forse il marito, in divisa da ufficiale e l’altra di un ragazzo sulla ventina, glabro, mentre due ceri troneggiavano ai lati delle foto. Capii il suo dolore.
“Sii forte, ragazzo”, mi disse semplicemente. Giuro che aveva la tua voce, mamma.
Ed ora eccomi di nuovo qui, a Bosco Romagno, in un tardo pomeriggio limpido che scioglie il nevischio e che prospetta precocemente una bella stagione. Il farmacista deve aver fatto la spia, poiché a Dolegnano venni di nuovo catturato, senza che l’anziana signora potesse far niente. In fondo non volevo niente da lei: doveva ancora piangere i suoi morti.
Uno dei miei due aguzzini mi tiene fermo, mentre l’altro impugna la pistola. Mi trascinano a vedere la fossa riempita dei corpi di molti miei compagni, mi costringono a sbatterci la faccia dentro, a respirare la puzza nauseabonda dei cadaveri ghiacciati, in lenta decomposizione. Tra loro scorgo il volto bluastro di Bolla, coperto di sangue rappreso sulle ferite da calci, irriconoscibile. Non hanno avuto nemmeno la pietà di chiudergli gli occhi, contornati da un alone color ocra.
“Tanto tutti finite, cosa pensavi di fare?”, mi dice con proverbiale verità quello che tiene la pistola, un tale di nome Bino. È vero: tutti finiamo.
Chiedo di poter finire di bere il tè e me lo concedono. Ormai è impregnato di un sapore metallico, ma il suo retrogusto dolce di mele cotte mi riporta sempre al tuo affetto, Paolo. Mi dispiace di aver risposto al tuo accorato appello tramite uno scarno bigliettino con su scritto: “Sto bene, non preoccupatevi, mi farò sentire presto e intanto vi abbraccio”. L’ho fatto per il vostro bene. Gettata la borraccia, dato che nella fossa non mi servirà più, guardo dritto negli occhi Bino e dichiaro il mio infinito ed estremo amore per il mondo che abbandono. Qui dichiaro solennemente che col mio sangue metto radice in questo terreno invernale, brullo, con la speranza di una nuova primavera. Quando finirà la guerra tu, Pier Paolo, e tu, mia adorata madre, spero che verrete a trovarmi qui dove, per sempre, scorrerà la mia vita. Uno sparo e cado indietro, abbracciato dai miei compagni.

2387 parole.

*Membri del Partito d’Azione, socialista, attivo dal 1942 al 1947.
**Nome di battaglia di Guido Pasolini.
***Località in provincia di Pordenone in cui Pier Paolo Pasolini e sua madre si rifugiarono.
****Pier Paolo Pasolini, spesso clandestinamente, scrisse degli articoli, alcuni in lingua friulana, in cui incoraggiava i partigiani del Friuli e forniva loro informazioni preziose.
 
NdA: per qualsiasi domanda sono a disposizione. Spero abbiate apprezzato.
AF
   
 
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