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Autore: Leyazara    16/08/2020    3 recensioni
Chi il sangue ha tradito
Chi il sangue ha sporcato
Il sangue il Tàri ha lacerato.
Un tempo regno di pace
Questa terra attende l'erede fugace,
Che tempra vendetta a fiamme di drago
Contro il tiranno dai lauri odiato.
Nel cielo vibrano le possenti ali,
Mentre si lucidano i macchinari astrali.
Si desteranno gli Ent e perirà l'unicorno
Quando l'erede farà ritorno
Sul drago il cui fuoco
Farà rinascere questo loco.
Al passaggio della cometa ciò si compirà
e il sangue degli elfi i fiumi tingerà,
perché con altro sangue il sangue si paga.
Il drago e l'erede saran del re la piaga
E ciò che nel sangue è iniziato,
Da loro nel sangue sarà terminato.
Ma dove li porterà il loro rancore infinito?
-
-
In omaggio al maestro Tolkien in questa opera compaiono gli Ent, con l'unica differenza di essere elevati al rango di esseri divini.
Genere: Avventura, Fantasy, Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Incompiuta, Violenza
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Nei grembi di Acqua e Terra gli Ent piantarono il loro seme e nacque la vita. Due immensi luchi, due foreste gemelle, si estesero a dominare sopra i continenti e sotto le onde: Panxilo, dalle verdi foglie, e Pankorallion, dalle fronde colorate. Un albero di mare e uno di terra si ersero allora sopra gli altri, talmente in alto da far quasi ingelosire le montagne. Tharram, la nobile fronda sopra i continenti, e Llyr, il fusto rosso sotto le onde, furono i primi sovrani di Nelira. Entrambi divennero simulacri degli Ent in questo mondo e, il primo giorno, quello della Creazione, da una fessura nei loro fusti furono partoriti gli esseri animati, i nuovi figli degli Ent. Una scintilla divina dei padri arborei fu posta nella carne e un numero di creature superiore a quelle che ci sono note oggi si spanse sotto le fronde dei luchi fratelli.
Il secondo giorno, quello dei Popoli, da Llyr e Tharram, nacquero le sirene e gli elfi, creature dotate di un’intelligenza superiore, che per rendere gloria ai loro padri, edificarono i primi santuari sopra gli alberi sovrani. Vi fu allora un’epoca di armonia e prosperità. Non esistevano guerre e nemici, perché i nemori, coloro che sapevano ascoltare i luchi, indicavano ai loro fratelli il giusto sentiero dei padri.
Nessun’altra creatura nacque dagli alberi re fino a mille anni dopo la creazione dei primi popoli. Allora, gli Ent dettero vita a quelli che Nelira conobbe come mostri, ma che loro avevano solo chiamato draghi. L’orribile fama del figlio del Panxilo si estese poi al figlio di Pankorallion. Esso infatti emerse dal grembo di Tharram assieme a una goccia del sole, il fuoco. Mai si era vista bestia tanto potente e gli elfi intesero come un castigo ciò che in realtà era un dono.

Riuscirono a rubare il nuovo elemento portato dalla bestia, dissipando così le tenebre della notte. Tuttavia, ciò non dissipò la paura per la nuova creatura. Essi temettero che quella goccia di sole sprigionata dalle sue fauci potesse distruggere la loro sacra foresta e, dunque, l’ultimo animale donato alla terra dagli Ent, divenne anche il primo a essere cacciato.
Iniziò comunque l’Era Mesta, poiché il bosco della terra e quello del mare persero man mano terreno, lasciando posto alle sabbie, alle praterie erbose oppure a piccole foreste, loro mediocri imitazioni.
Allora alcuni, tra elfi e sirene, abbandonarono la protezione delle prime fronde, imparando a vivere al di fuori. I nuovi popoli divennero noti come: nani, genti della roccia, idriadi, i figli dell’acqua, gerramani, abitanti delle pianure…Gli ultimi, altri mille anni dopo la nascita del primo elfo furono i lauri, la gente dell’alloro.
Degli antichi Panxilo e Pankorallion ormai non restavano che gli alberi sovrani e due piccole regioni: l’Isilith per il primo e l’Euribia per il secondo, ubicata negli abissi più reconditi. I primi popoli divennero anche gli ultimi ad abitarvi, mantenendosi puri e isolati dagli altri, vicino ai simulacri dei padri.
Delle sirene si perse ogni traccia, ma sulla terra gli elfi crearono il regno del Tàri, per proteggere ciò che restava dell’antico bosco.
Testo apocrifo: La nascita della Vita
Frammento
Enea
Ricordo poco della mia vita prima che incontrassi Alye. Tutto ciò che mi resta sono sprazzi di immagini, frammenti di memoria ammantati da emozioni. Tanto basta, però, a ricostruire un piccolo mosaico di quella che era un tempo la mia vita.
Tutto il mondo per me si riduceva al mio nido in una caverna, in cui abitavano anche mio fratello, mia sorella e mia madre. Di lei in particolare, mi sono tenuto stretto tutti o quasi i momenti più teneri, il suo calore, i suoi occhi dolci, celesti come i miei, e persino il suo bruito che mi faceva da ninna nanna. La sua immagine, quindi, è nitida come il riflesso in uno specchio tirato a lustro: aveva un corpo magro ed elegante, bianco come una stella, un muso dolce e affusolato, mentre dietro la nuca svettavano due corna grigie curve all’insù. I miei fratelli, invece, sono poco più che macchie di colore, uno verde come le foglie in primavera, l’altra blu scura come l’oceano. Tuttavia, ricordo che giocavamo spesso insieme, soprattutto a fare la lotta, e poi, la sera, dormivamo tutti e tre rannicchiati l’uno vicino agli altri, formando un mucchietto di squame vicino al muso di nostra madre. Una spensierata vita da cuccioli di drago, in breve. L’unico momento che non apprezzavo affatto, da piccolo, era quello del bagno. Non ne volevo proprio sapere e ogni volta che mia madre mi agguantava tra le zampe, stringendomi a sé, io cominciavo a dimenarmi disperato e pigolare a squarciagola. Lei però continuava il suo lavoro, dilungandosi fin troppo per me. Forse le piaceva darmi tutte quelle leccate, mentre barriva dolcemente nel vano tentativo di calmarmi. Non so da dove derivasse tutta la mia avversione per il bagno, magari dal solletico o dal fatto che mi piacesse stare sporco, ma appena finiva scappavo via di corsa. Mia sorella, invece, pareva apprezzare molto quella coccola e non mancava mai di strofinarsi sul muso della mamma, come una gattina affettuosa. Il tempo di tornare a giocare con noi, però, e diventava una piccola vipera. Trovava sempre il modo di rubarci gli ossi, gli equivalenti dei nostri giocattoli, e, se provavo ad avvicinarmi per riprenderli, cominciava a soffiare agguerrita. Mio fratello era molto meno combattivo e di solito lasciava perdere, andando a cercare un po’ di attenzioni dalla mamma. Io, invece, finivo quasi sempre per azzuffarmi con la piccola ladra. I dentini che avevamo all’epoca non erano ancora abbastanza appuntiti per fare seri danni, ma ugualmente ci tiravamo morsi e graffietti in quantità, ringhiando combattivi e rotolando tra le foglie e i rametti del nido.
Bastava però che uno di noi emettesse un guaito di dolore, che nostra madre alzava la testa di scatto, emettendo un rombo possente e autoritario. Subito allora fermavamo i nostri bisticci, uggiolando dispiaciuti. Ogni rimprovero della mamma, anche il più pacato, insidiava in noi cuccioli la paura di non ricevere più coccole. Il tempo di uno sbuffo, però, e lei dimenticava tutto di fronte ai nostri grandi occhi lucidi, ammorbidendo lo sguardo e dandoci una vigorosa leccata.
Ero nato in un mondo piccolo e confortevole. Il fatto che mancasse un padre non lo rendeva meno perfetto ai miei occhi, visto che all’epoca nemmeno sapevo cosa fosse.  Crescendo, tuttavia, divenni sempre più attratto da ciò che stava al di fuori della mia caverna. L’entrata leggermente rialzata non mi permetteva di vedere molto, solo le cime di alcuni alberi, che cambiavano con le stagioni, e un brandello di cielo. Per poter uscire e investigare avrei dovuto scalare il pendio, quasi verticale, che portava all’arcata della grotta. Tuttavia, le mie zampine di cucciolo non mi permettevano di arrivare molto in alto e mia madre era solita prendermi per la collottola e rimettermi vicino ai miei fratelli, se mi vedeva tentare. Poi prese a “punirmi” con altri bagni e allora cessai ogni tentativo.
Dovevo avere più o meno tre anni quando mi accorsi che c’erano altre creature fuori dalla mia grotta. I loro versi non assomigliavano affatto a quelli di mia madre, anzi spesso erano più brutti e grotteschi. All’inizio ne fui spaventato, come un bambino dai mostri immaginari tra i mobili della sua camera. Tuttavia, pian piano arrivai a pensare di essere protetto e al sicuro nel mio nido, inavvicinabile, e la paura cedette il posto alla curiosità. Abbandonai le lotte con mia sorella per cimentarmi in un nuovo gioco: imitare tutti quei bizzarri richiami. Non impiegai molto tempo a imparare, anche se i suoni più acuti erano quelli che mi riuscivano meglio, mentre i miei ruggiti non erano che guaioli capaci solo di far tenerezza. Ugualmente, però, andavo fiero di tutti gli altri miei successi. Una volta, per esempio, quando mia madre rientrò dalla solita battuta di caccia della mattina, pronta a rigurgitare il nostro pasto, io l’accolsi con un lungo ululato. Volevo solo mostrarle la mia contentezza in un modo diverso -e dirle che ero affamato- ma non mi aspettavo la sua espressione stupita. Alcuni mostri risposero persino al mio richiamo, spaventando i miei fratelli.
Per quella volta mia madre si limitò a controllare che nessun intruso si fosse avvicinato troppo alla grotta, ma un giorno mi colse in flagrante. Stava sistemando un po’ le foglie e i rametti del nido, mentre due dei suoi cuccioli si cimentavano in un’epica battaglia contro il gigantesco serpente bianco rappresentato dalla sua coda. Io, intanto, ero tutto preso dall’imitazione di uno strano mostro. Faceva versi articolati, fatti da tanti vocalizzi insieme e tutti diversi; non ce n’era mai uno uguale all’altro! Alla fine, però, riuscii a ripetere un suono, che riecheggiò nella caverna: «Drago!».
Ancora non lo sapevo, ma quella era stata la mia prima parola, che però non rese molto contenta mia madre. Di colpo drizzò il collo e le orecchie, per poi afferrarmi per la collottola e spostarmi bruscamente nel mezzo del nido, vicino agli altri draghetti. Non era mai stata tanto rude nei miei confronti e ciò bastò a farmi tacere, mentre lei usciva circospetta dalla caverna. La vidi ringhiare e poi ruggire verso qualcosa, un mostro che non riuscivo a vedere, poi vi si avventò con le zanne scoperte, da cui scappavano piccole scintille. A giudicare dagli urli e dagli strepiti che sentimmo, dovevano essere più di uno là fuori.
 Tornò un po’ di tempo dopo, con ancora il muso impiastricciato di sangue e uno sguardo carico di rimprovero solo per me. Così finì anche il mio nuovo gioco e, quella sera, feci molte meno storie per il bagno. Leccai persino il muso di mia madre mentre mi puliva, come a chiederle scusa, ma lei non sembrò accorgersene. Aveva un’espressione seria, quasi preoccupata, e guardava un punto indefinito fuori dalla grotta. Uggiolai dispiaciuto, perdendo qualche lacrimuccia, convinto di averla fatta davvero arrabbiare, e solo allora lei mi rassicurò con uno dei suoi barriti lunghi e tonanti.
Non avevo ancora visto il mostro che la impensierì tanto, ma poco tempo dopo quello arrivò alla mia caverna, a portarsi via tutto il mio mondo.
 Un sentiero indaco percorreva il cielo spruzzato di stelle, in una notte in cui la luna era assente e il vento arpeggiava tra gli alberi. Al caldo nel nido, la mia famiglia dormiva placidamente, fino a quando un tramestio sempre più chiassoso ci svegliò. Una luce aranciata e tremolante prese a crescere fuori dalla grotta, illuminandone l’arcata. Era come se il sole stesse sorgendo proprio in mezzo agli alberi del bosco. Mia madre fu rapida ad alzarsi e correre all’entrata, venendo salutata dal ruggito di un’orda di mostri. Lei rispose con altrettanta ferocia, mentre dispiegava le sue maestose ali diafane e noi rimanevamo acquattati nel nido. Spiccò il volo, eruttando una fiammata e avventandosi sugli invasori. La luce fuori dalla caverna crebbe di intensità, illuminando le pareti e proiettando su di esse le ombre dei mostri. Avevano la testa rotonda e camminavano sulle zampe posteriori, mentre una di quelle anteriori terminava in un lungo artiglio affilato. Oltre ai ruggiti e il crepitio sempre più vorace delle fiamme, sentivamo altri suoni sconosciuti, possenti e tonanti come se dei sassi stessero rotolando giù dalla montagna. La mamma era là fuori a combattere, ma ne intravedevamo soltanto la coda o la punta di un’ala.
 Restammo nascosti, accucciati tra le frasche come se esse potessero offrici una qualche protezione. Accanto a me, sentivo il mio fratellino non riuscire a contenere la vescica, mentre le ombre attorno a noi vorticavano in una macabra danza. Anche io, però, ero spaventato al punto da indietreggiare davanti alla sola ombra di un artiglio, come se quella bastasse a farmi male. Avrei tanto voluto che fosse solo un brutto sogno; risvegliarmi accoccolato tra le zampe di mia madre che mi rassicurava e…
 Un tonfo, talmente forte da farci tremare, e non la vedemmo più. I mostri levarono al cielo un nuovo grido, persino più forte del precedente.
 Le loro ombre si allungarono minacciose, arrivando fino al nostro nido. Io e i miei fratelli ormai non riuscivamo a smettere di tremare, tenendo la codina nascosta tra le zampe, schiacciati contro la parete di fondo. Dopo poco, poi, li vedemmo finalmente comparire sulla soglia.
 Erano cinque o sei, ma molto più piccoli di quanto ci saremmo aspettati, delle formiche paragonate a nostra madre. Tuttavia, erano più grandi di noi e i loro artigli sproporzionati bastarono a terrorizzarci. Nemmeno nei miei pochi incubi avevo mai immaginato creature tanto brutte: alla luce del fuoco il loro corpo spigoloso e glabro mandava bagliori spettrali, mentre la testa era ricoperta di lunghissimi peli, tra i quali sbucavano le orecchie a punta. I loro occhi frontali scrutarono rapaci l’interno della grotta, prima che uno indicasse noi con il lungo artiglio affilato. 
 I cinque sulla soglia scivolarono allora giù dal pendio, seguiti da altri compagni. Avanzarono a passi circospetti, protendendo il loro lungo artiglio verso di noi e mostrando i denti quadrati. Non avevo mai avuto tanta paura in vita mia. La mamma non c’era, noi eravamo soli e circondati da mostri… Disperati, tremando come foglie, iniziammo a chiamarla, producendo versi striduli e acuti pigolii, mentre i mostri si facevano sempre più vicini, ormai pronti a colpire.
 Non so descrivere quanto sollievo provai, quando finalmente lei rispose con un ruggito possente, che riecheggiò nella caverna come se potesse farla crollare. L’attimo dopo era lì con noi.
 Si lanciò sui mostri, schiacciandoli tra le sue mascelle e lanciandoli contro le pareti. I loro corpi informi lasciarono chiazze e striature sanguigne, mentre scivolavano mollemente a terra. Altri accorsero ad aiutarli, subendo però lo stesso destino. Alcuni furono persino schiacciati sotto le zampe di mia madre. Nessuno di loro riusciva a fare qualche passo verso di noi senza finire ucciso.
 Tutto il nido ormai era intriso di sangue, ma non era solo quello dei mostri. Mi ci volle un po’ per notare la grande ferita slabbrata che si apriva nel fianco di mia madre, ma dopo non riuscii più a distogliere lo sguardo. Il sangue colava a goccioloni da un lungo squarcio, imbrattando di rosso le sue squame nivee. A ogni suo movimento la carne martoriata veniva spremuta come un frutto e nuovo sangue sgorgava fuori. Il nostro giaciglio ormai era un ammasso di foglie e rametti umidicci, caldi e disgustosi.
 Vedevo le sue forze venire meno. Barcollava. La foga con cui si era gettata nella grotta per salvarci fluiva via dal suo corpo assieme al sangue. Ma come poteva essere? Era la mamma! Non poteva morire! Non aveva alcun senso per me. Tuttavia, quando incrociai il suo sguardo, spento e fiaccato, sentii che qualcosa di molto brutto stava per succedere. Fu solo un presentimento, una sensazione, ma si avverò.
 Approfittando di un momento in cui i mostri sembravano essersi fermati, nostra madre ci prese uno a uno per la collottola e ci issò sopra il pendio, fuori.
 La prima immagine che ho del mondo esterno è un branco di mostri che gridano e ruggiscono disperati. Un incendio divampa attorno a loro. Le fiamme si arrampicano sugli alberi fino a formare torri di fuoco, talvolta fermandosi a divorare anche qualche mostro. L’aria è secca, pregna di fumo e odore di carne bruciata. Le sagome dei mostri sono affocate dalla luce intensa, che quasi mi abbaglia.
 Tutto mi faceva paura. Non mi ero immaginato così il mondo fuori dalla mia grotta. Un incubo reale. Rimasi pietrificato fino a quando mia madre non mi spinse con il muso, facendomi cadere a terra. Con un altro spintone mi spinse ad alzarmi velocemente, grugnendo – forse per il dolore. Dette un paio di buffetti anche ai miei fratelli, indirizzandoci verso un altro lato della foresta, dove né le fiamme né i mostri erano ancora arrivati. Il suo corpo martoriato ci faceva da scudo.
 Faticava a reggersi in piedi. Le zampe tremavano come se non riuscissero a reggere il suo peso. Alle sue spalle un torrente vermiglio serpeggiava tra le foglie e le radici degli alberi, colando verso i mostri.
 Vedendolo, quelli si animarono ancora e uno indicò la mia famiglia con l’artiglio affilato, abbaiando ai compagni. Il branco guardò nella nostra direzione, per poi caricare.
 Nostra madre ci spinse di nuovo verso le tenebre del bosco. Prima uggiolò mestamente e vidi i suoi occhi brillare per le lacrime, poi prese a grugnire, vedendo che noi non scappavamo. Non sapevo cosa fare: i mostri stavano arrivando di corsa, ma non volevo lasciare la mamma. Nonostante la mia inesperienza di cucciolo, infatti, avevo già capito che lei non sarebbe venuta con noi.
 Alla fine, mi diede un’ultima forte spinta, ruggendo in faccia a me e ai miei fratelli, come per riscuoterci dalla paura che ci intorpidiva. Il suo lamento disperato, mentre ci supplicava con gli occhi di obbedire, è l’ultimo ricordo che mi è rimasto di lei.
 Corremmo. Ci tuffammo nel buio sotto le fronde degli alberi. Il mio naso fu invaso dall’odore di resina e foglie bagnate, che crepitavano sotto le mie zampette. Non mi voltai a guardare indietro, troppo terrorizzato dai ruggiti dei mostri alle mie spalle.
 Udii un altro tonfo, simile a quello di un albero che cadeva. Avvertii una strana sensazione dentro di me, diversa dalla paura che mi spingeva a correre all’impazzata. Una fitta al petto mi avvisò che il presentimento di poco prima si era avverato. Qualcosa di molto brutto era successo, alla fine.
 Sentii i mostri esultare e solo allora mi accorsi dei due che inseguivano me e i miei fratelli. Con una zampa reggevano un bastone infuocato, la cui fiamma rischiarava le tenebre dietro di noi. Sussultai e cercai di correre ancora più veloce, mentre mio fratello pigolava disperato, in un ultimo tentativo di chiamare la mamma.
 Continuai a correre ancora per un po’. Non riuscendo a pensare ad altro. D’istinto, svoltai verso un luogo in cui gli alberi erano più fitti, nel tentativo di trovare un riparo. Credevo che i miei fratelli mi avrebbero seguito.
 Quando inciampai più volte nelle radici nodose che affioravano nel terreno, pensai di essere spacciato. Tuttavia, nessun mostro mi saltò mai addosso, nonostante fossi al limite delle forze e facessi sempre più fatica a destreggiarmi al buio. Rotolai per terra un paio di volte, ma nemmeno il dolore riuscì a frenare la mia fuga. Dovevo correre, correre e ancora correre! La mia sola fortuna fu quella di avere delle squame completamente nere. Divenni una cosa sola con le tenebre della foresta, che mi accolsero nel loro abbraccio silenzioso. Nella mia testa, invece, c’era un gran baccano: il cuore mi martellava nelle orecchie e respiravo come un mantice, ansimando per la fatica. Non smisi di correre, e inciampare, fino a quando non trovai un rifugio tra le radici di un albero, illuminato da un sottile fascio di luce stellare che filtrava tra le fronde.
 Entrai rapidamente in quello spazio grande appena per nascondermi. Fui costretto a raggomitolarmi come se fossi stato ancora nell’uovo. Attesi l’arrivo dei miei fratelli, pensando che in qualche modo saremmo riusciti a stringerci nel nascondiglio. Tuttavia, non mi raggiunsero mai. Li aspettai a lungo, ma non sentii più nemmeno i loro passi. La foresta che scorgevo fuori dal buco si era fatta di colpo immobile e silenziosa. Il buio rendeva tutto spaventoso, persino i fusti e i tronchi degli alberi mi sembrarono una sorta di giganteschi mostri intenti a fissarmi. Non riuscivo a vedere nient’altro dal mio nascondiglio, ma non mi azzardai a mettere la testa fuori.
 Tremavo dalla fatica, ma pian piano smisi di ansimare. Perché non venivano? Dov’erano?
 Volevo gridare, chiamarli a squarciagola… Non potevano lasciarmi lì da solo! Avevo il muso bagnato di lacrime, mentre uggiolavo sommessamente. La paura mi aveva serrato la gola e non riuscivo a fare nessun altro richiamo. Poteva esserci un mostro in agguato tra i cespugli proprio davanti a me.
 Sperai comunque che in qualche modo la mia famiglia mi sentisse e corresse subito a rassicurarmi.
 Vedevo i miei fratellini venirmi incontro e stringersi ancora a me per dormire, nel nostro caldo mucchietto di squame. E la mamma, ferita ma viva, uscire dalle tenebre della foresta con le sue squame bianche. Si arricciava protettiva attorno a noi, cullandoci nel sonno con i suoi barriti. Aveva cacciato i mostri e poi era accorsa in nostro aiuto…
 Capii solo la mattina seguente, al mio risveglio, di aver sognato quest’ultimo momento. Mi ero addormentato da solo, stretto nell’abbraccio delle radici dell’albero, quando avevo perso anche la forza di piangere. Della mia famiglia, del mio mondo, non restava più niente.

Spazio autrice: Ehilà lettori! Su wattpad forse mi conoscete come PaikeaApirana, ma sono qui per presentare una riedizione del primo libro, dopo che mi sono accorta di numerose imprecisioni e buchi di trama. Ho quindi bisogno di un pubblico anche un po' più fresco che mi dia un'opinione su questa storia. Cercherò di aggiornare settimanalmente, ma voi non siate timidi a commentare!
   
 
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