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Autore: padme83    30/08/2020    23 recensioni
La voce gli muore in gola, lentamente, inesorabilmente. I suoi occhi ora sono fissi altrove, rapiti da un’ombra che si erge minacciosa al di sopra delle tue spalle. Allunghi un braccio, senza neanche voltarti, e la Fenice vi si posa sicura, con un movimento regale, sontuoso, pieno di grazia.
Scamander rimane pietrificato, quasi sopraffatto, la bocca incurvata in un sorriso estatico e le pupille accese da un guizzo di pura, incontenibile meraviglia.
«È… magnifica».
[Ladyhawke!AU] [Beauty and the Beast!AU] [Canon Divergence]
Genere: Angst, Introspettivo, Romantico | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash | Personaggi: Albus Silente, Gellert Grindelwald, Newt Scamander
Note: AU | Avvertimenti: nessuno
- Questa storia fa parte della serie 'We were closer than brothers'
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[Ladyhawke!AU; Beauty and the Beast!AU; note esplicative alla fine]
 
 
 
Lo spiraglio dell'alba
respira con la tua bocca
in fondo alle vie vuote.
Luce grigia i tuoi occhi,
dolci gocce dell'alba
sulle colline scure.
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell'alba
sommergono le case.
La città abbrividisce,
odorano le pietre –
sei la vita, il risveglio.

Stella sperduta
nella luce dell'alba,
cigolìo della brezza,
tepore, respiro –
è finita la notte.

Sei la luce e il mattino.


(Cesare Pavese – In the morning you always come back)
 
 
 

 
~ Come il vento dell’alba ~
 
 
 
 
 
 
I wish I could come back to you
once again feel the rain.
Falling inside me
cleaning all that I've become.
 
 
 
 
 
 
«Che cosa ci fa un topo di città[1] come te disperso in queste lande desolate?»
Il ragazzo – un giovane uomo[2], in realtà – abbassa lo sguardo.
Osserva i segni violacei che, simili a piccoli serpenti, si avviluppano intorno ai suoi polsi, stretti in un laccio magico decisamente complicato da sciogliere.
Quando parla, tuttavia, il suo tono è calmo, lucido.
«Mi chiamo Newt Scamander, sono un Magizoologo».
Pronuncia queste parole con la convinzione e il piglio risoluto di chi ha scelto il proprio cammino in totale autonomia, e rivendica per sé il diritto di percorrerlo.
«Il mio lavoro mi ha portato qui. È stata segnalata la presenza di due creature mai viste da queste parti, e la gente della zona è preoccupata. Gli Auror stanno organizzando una battuta di caccia, vogliono catturarle».
Increspi le labbra in un ghigno beffardo.
«E dimmi un po’, Signor Magizoologo, tu sei venuto qui per lo stesso motivo?»
Scamander, o come accidenti si chiama, alza di scatto il capo.
Il pallido sole del crepuscolo, a malapena visibile oltre le mura pericolanti della rocca[3], ruba un baluginio rossastro ai suoi capelli arruffati.
È per questo, Grindelwald, che non lo hai ancora ucciso?
«Assolutamente no! Io sono qui per trovarle prima degli altri, per controllare che stiano bene e metterle in salvo, se necessario. Io non…»
La voce gli muore in gola, lentamente, inesorabilmente. I suoi occhi ora sono fissi altrove, rapiti da un’ombra che si erge minacciosa al di sopra delle tue spalle. Allunghi un braccio, senza neanche voltarti, e la Fenice vi si posa sicura, con un movimento regale, sontuoso, pieno di grazia.
Scamander rimane pietrificato, quasi sopraffatto, la bocca incurvata in un sorriso estatico e le pupille accese da un guizzo di pura, incontenibile meraviglia.
«È… magnifica».
 
 
 
♦♦♦
 
 
 
 
Il volto della Dea era un grumo di dolore e rabbia[4].
China sul corpo senza vita della fanciulla, sembrava racchiudere in sé la sofferenza e la disperazione dell’intero Universo – di ciascuno di voi. Il suo furore scuoteva le fondamenta della terra eppure tu, sprezzante fino all’ultimo, non hai piegato la testa. L’hai sfidata, perché nella tua arroganza non hai mai riconosciuto altra autorità al di fuori di te stesso, perché disprezzavi e irridevi ogni esistenza ritenuta inferiore, perché non ti importava di nulla che non fosse strettamente riferito alla tua persona, perché nemmeno sotto il peso schiacciante della colpa hai pensato di accantonare la tua ambizione, la tua brama di conoscenza e potere, i tuoi progetti sconsiderati – i vostri progetti (vostri, vostri, vostri! Eravate insieme in tutto, in tutto, non c’era pensiero che non fosse condiviso, eravate un cuore solo, un’unica anima).
Hai ricordi confusi di quel giorno.
C’era il pianto inconsolabile di un ragazzo, poco più di un bambino – l’unico a essere risparmiato, dopo. Il cielo che tracimava tutta la sua furia in fiotti di acqua gelida. E Albus – Albus Albus Albus –, che ti ha fatto da scudo con il suo stesso corpo, mettendosi tra te e la Dea dalle iridi fiammeggianti, nel folle tentativo di proteggerti, di salvarti – sempre e comunque e nonostante tutto.
C’era l’orrore, e quella voce inumana, e la Maledizione implacabile, che hai sentito riverberare ovunque – dentro la carne il sangue le ossa.
Poi, il buio.
 
 
 
 
♦♦♦
 
 
 
 
«Ho incontrato un uomo, stanotte».
Scamander parla senza guardarti, occupato com’è a trafficare con il contenuto della sua valigia.
È libero, adesso, ma in fondo non ne sei stupito. Lo avevi previsto, sapevi bene che lui non lo avrebbe trattenuto.
Ti sorprende che sia rimasto, però. Francamente, eri convinto che non lo avresti più rivisto.
«Un uomo?» domandi, e la tua voce per un momento echeggia fra le rovine, ostile e sferzante – un ringhio feroce, da belva selvatica.
«È stato lui a liberarmi. Vi conoscete?»
Una fitta acuta ti trafigge il ventre, provocandoti un brivido basso. Aggiustare le fibbie degli stivali non t’è mai parso tanto difficile. Decidi di non rispondere.
«Ti ha parlato?»
Lui lo ha visto. Ha ascoltato la sua voce. A lui è stato concesso ciò che a te da anni è proibito.
«Sì» Scamander piega la testa di lato, smarrito in chissà quale oscuro ragionamento. Hai l’impressione che stia tergiversando, indeciso se approfondire o meno il discorso.
«Voglio dire, ci siamo scambiati poche parole. Io gli ho chiesto chi fosse».
«Te lo ha detto?»
Il giovane esita, fatica a tenere ferme le mani, concentra tutta l’attenzione sui risvolti consumati della sua giacca.  
«No. Anche se forse ne aveva l’intenzione. Parlavamo, tranquillamente, quando abbiamo udito un ululato spaventoso provenire dalla valle. Lui si è allontanato in fretta, raccomandandomi di restare qui, al sicuro nel castello. Mi sono affacciato dal torrione e l’ho visto camminare, proprio laggiù, su quelle rocce. Vicino a lui c’era un lupo. Un lupo enorme».
 
 
 
 
“My home is far but the rest it lies so close,
with my long lost love under the black rose.

You told I had the eyes of the wolf,
search them and find the beauty of the beast.

 
 
 
 
 
Sempre insieme, eternamente divisi.
Questa dunque la punizione, il prezzo terribile per aver oltraggiato la Dea dai quattro volti, la Vendicatrice, la Morrigàn[5].
Di giorno, Albus è la Fenice che vola superba al tuo fianco, che dispiega le ali maestose e pennella l’orizzonte di folgori vermiglie; di notte, gli ululati del Lupo altro non sono che le tue grida straziate, furenti, scagliate alla volta di un’oscurità cieca e sorda e immota, che assorbe il tuo rancore e ti restituisce soltanto un silenzio livido, maligno. Sempre insieme, eternamente divisi, senza memoria della vostra semivita animale, senza la possibilità di guardarvi, sfiorarvi, se non per un brevissimo, disperato istante al sorgere e al calare del sole. Sempre insieme, eternamente divisi, in un perverso susseguirsi di tramonti e albe maledette, bloccati dentro un circolo vizioso destinato – condannato – a perdurare fino alla morte e, forse, anche oltre – fino alla fine del Tempo.
 
Vi ci sono volute settimane, mesi interminabili vissuti alla stregua di fiere selvagge, per rassegnarvi all’idea che nessuna delle vostre abilità, per quanto eccezionali, sarebbe stata in grado di spezzare un simile anatema.
Determinati a non cedere all’oblio – che pure già stendeva i suoi lembi viscidi sopra di voi –, avete lasciato l’Inghilterra, perché doveva esserci, da qualche parte, nel mondo, un indizio, un segno che vi indicasse il modo per riscattare la libertà perduta. Avete deciso di partire dalla Bacchetta di Sambuco, malgrado l’iniziale riluttanza di Albus. La vostra ossessione per i Doni aveva causato la morte di Ariana, e lui temeva che proseguire su quella china non avrebbe portato che a ulteriori sciagure. Ciò non di meno ti ha appoggiato, consapevole che se non fosse stata la bacchetta più potente mai costruita a rompere le vostre catene, allora nient’altro avrebbe potuto. Per anni avete setacciato l’Europa in lungo e in largo, e la vostra ricerca vi ha condotti al laboratorio di un noto fabbricante di bacchette ungherese. Davanti alle zanne affilate del Lupo, l’uomo non ha opposto resistenza. Ma le parole di una Dea non possono essere scalfite da un oggetto creato da mani mortali. La Bacchetta di Sambuco si è rivelata inutile, al pari di ogni altra. Alla Pietra della Resurrezione e al Mantello dell’Invisibilità avete rinunciato presto. Non era la Morte il nemico da sconfiggere.
 
Abbattuti – ma non ancora piegati – vi siete rifugiati a Nurmengard, seppellendovi tra i rimasugli di un fasto che la tua nobile stirpe aveva ormai dimenticato da tempo. La biblioteca del vecchio maniero rimaneva comunque tra le più fornite del Continente[6], e voi passavate le ore immersi in cumuli di pergamene e libri grigi di polvere, alcuni talmente antichi da richiedere di essere maneggiati esclusivamente per mezzo di particolari incantesimi. Tu annotavi scoperte, considerazioni e appunti sopra ogni foglio disponibile, traducendo le tue speculazioni in parole che si riversavano come zampilli scroscianti sulla carta, certo che, al sorgere del sole, avresti trovato la tua calligrafia spigolosa e precisa affiancata dalla sua, altrettanto netta, ma più corposa, elegante, raffinata. Albus continuava nella notte il lavoro che tu avevi abbozzato di giorno, sezionando con minuzia le tue informazioni e arricchendole di nuovi spunti e riflessioni; attraverso le sue osservazioni acute e brillanti, le analisi dettagliate, le intuizioni fulminee, potevi intravedere, quasi lo avessi dinnanzi agli occhi, il ragazzo geniale che, in un luminoso mattino d’estate, era entrato a forza nella tua vita, stravolgendola. Il cuore ti vibrava nel petto, scosso dai colpi di una passione mai ammansita, mentre lo immaginavi curvo sulla scrivania, intento a sviscerare rituali e formule, il bel volto rischiarato dalla luce tremolante delle candele. La maledizione aveva troncato di netto il legame mentale che vi univa: ma i suoi pensieri mai ti erano apparsi tanto trasparenti come negli attimi in cui potevi, letteralmente, tenerli fra le dita.
 
A volte, (spesso), lo sconforto dovuto ai ripetuti fallimenti, cui si accompagnava la stanchezza per i numerosi viaggi intrapresi a vuoto, ti soverchiavano al punto di paralizzarti e offuscarti la vista, toglierti il respiro. Lasciavi allora la penombra, l’odore stantio, l’aria rarefatta della biblioteca, e ti smaterializzavi in cima alla torre più alta del castello. Lassù, immobile, con lo sguardo fisso alle montagne e il mantello che ti si attorcigliava addosso sotto l’assedio di un vento ruggente, ti ritrovavi a inveire contro il cielo e la terra e gli inferi tutti. È accaduto in un pomeriggio d’inverno, mentre la Fenice volteggiava sopra boschi e laghi ghiacciati, leggiadra e ardente come una scintilla di fuoco; un’invocazione che credevi sepolta tra le pieghe più fumose della memoria ti è affiorata alle labbra, limpida e violenta e inaspettata. Era rivolta agli dèi dei tuoi avi, a quel dio delle Forche che, così cantavano i bardi, soleva presentarsi ai mortali nelle vesti di un viandante dall’occhio bendato. Narrava di Loki, l’Ingannatore, maestro d’intrighi e astuzie, di sua moglie, la fedele Sigyn, e di Thor, l'erede al trono di Asgard, terra di fiordi e leggende[7]. Forse, hai pensato, il sigillo posto da una Dea si sarebbe infranto grazie all’intercessione di una divinità altra, appartenente a una cosmogonia diversa, a un piano spirituale simile, parallelo, eppure irrimediabilmente separato. Nessuno ha mai risposto al tuo appello. Dopotutto, anche gli dèi scompaiono[8].
 
Non rimaneva che una strada, quella più tenebrosa, quella che, una volta intrapresa, vi avrebbe gettati in abissi neri dai quali sarebbe stato impossibile riemergere. Non vi eravate risparmiati nell’uso delle Arti Oscure – abbandonare gli scrupoli, da parte di entrambi, si era reso necessario, persino indispensabile; tuttavia, c’erano confini che Albus non era disposto a superare, entità e forze, mali indicibili che, affermava, non potevano – non dovevano – essere evocati. “La maledizione non ci ha privati della coscienza, bredhu” scriveva, nel vano sforzo di indurti a desistere, “perdere noi stessi non ci renderà liberi”. Lo hai insultato, lo hai chiamato sciocco e pazzo, rifiutandoti di dar retta alle sue ragioni, ai suoi moniti sempre più preoccupati e urgenti. I tuoi esperimenti dissennati marchiavano la carne con cicatrici indelebili, scavavano nell’animo solchi profondi, precipitavano la mente in pozze viscose e putride. Il Lupo aveva artigli letali e fauci mastodontiche, capaci di squarciare la gola di un orso adulto con un unico affondo – ed era comunque, indubbiamente, la parte migliore di te. Penne e calamai giacevano inutilizzati sopra i tavoli ingombri, le vostre lettere rotolavano accartocciate in angoli bui e ammuffiti. Una voragine invalicabile si era formata tra te e quell’uomo freddo ed estraneo, che stentavi a riconoscere, e quando, un mattino, in seguito all’ennesima crisi procurata da un sortilegio fuori controllo, non hai trovato la Fenice ad attenderti, ti sei limitato a serrare la mascella, sputando sul pavimento sudicio, imprecando e maledicendo tu stesso il destino bastardo e infame che vi aveva fatti incontrare – solo che.
 
Separati, distanti, non avete resistito. La maledizione della Dea era chiara, inequivocabile. Sempre insieme, eternamente divisi – ma mai, mai, mai lontani. I vostri corpi, qualunque aspetto assumessero, non si rassegnavano l'uno all'assenza dell'altro. Ribollivano, preda di convulsioni e spasmi incessanti, di allucinazioni crudeli che vi costringevano a incuneare le unghie nella pelle, fino a che il sangue non sgorgava sulle guance in rivoli densi – e tutto il male che uno dei due infliggeva a sé stesso si percuoteva anche sull’altro, in un’agonia atroce e inevitabile che ben presto avrebbe scaraventato entrambi sul fondo di un baratro osceno – a meno che.
 
Sei fuggito da Nurmengard in una sera d'ottobre, durante l'imperversare di una tempesta, e per le notti successive non hai fatto altro che correre, affidandoti all’istinto del Lupo e alle sue zampe possenti, infaticabili. La nebbia che ti ottundeva i sensi si è pian piano diradata ed è svanita non appena hai toccato le coste della Cornovaglia. Hai seguito il richiamo ineluttabile della Fenice e infine sei crollato, esausto, alle pendici di un colle solitario, circondato dalla brughiera e dominato da una fortezza diroccata e tetra. Per la prima volta in dieci anni hai avvertito le mani di Albus posarsi sul pelo ispido del Lupo, e le sue carezze impetuose ti hanno aperto il cuore, colmandolo d’amore e dolore ed eterna devozione – anche se.
 
La tua corsa furiosa non è passata inosservata.
Ora avete alle calcagna gli Auror di mezza Europa.
 
 
 
 
“A saint blessed me, drank me,
spitting out the misery in me.
Still a sinner rapes thousands saints
sharing the the same hell with me.

Sanest choice in the insane world,
beware the beast but enjoy the feast he offers.

 
 
 
 
 
«Lascia che lo aiuti, ti prego. Io posso guarirlo».
La Bacchetta di Sambuco sfrigola rabbiosa nelle tue mani; premuta contro il collo esposto di Scamander, emette una serie di ronzii striduli e discontinui, e ti ustiona i palmi, li morde, li divora, quasi fosse animata da una volontà propria, dal bisogno impellente, distruttivo, di scatenare la sua magia.
«Lascia che mi avvicini. So come fare per aiutare una Fenice a curarsi da sola. Ti prego, prima che sia troppo tardi».
Scamander non ha intenzione di arrendersi, lo sai, lo percepisci. Per fermarlo saresti obbligato a ucciderlo, dannazione, e non sarebbe altro che un incredibile spreco. Il ragazzo ha coraggio, oltre che un talento smisurato e, soprattutto, senza il suo intervento non saresti riuscito a scampare all’agguato teso dagli Auror – non con Albus ferito in quel modo.
Ti scosti, ritirando la bacchetta, e volti lo sguardo verso il profilo brumoso delle colline; non manca che qualche minuto al calare del sole.
«Sbrigati allora. Portalo dentro, nella torre. Io resto di guardia».
 


Il Lupo corre.
Corre fino a scorticarsi i muscoli, gli arti, i tendini.
Macina terra e sassi in immense falcate, oltrepassa strapiombi e costoni di roccia. Le sue impronte risaltano cupe nella neve, simili a mostruose macchie d’inchiostro.
Il Lupo corre, ulula il suo tormento e l’angoscia che gli consuma le viscere, snuda le zanne, ringhia e aspetta, aspetta.
Aspetta.
L’aurora, sfolgorante d’oro e ambra, lo sorprende così, con il muso ancora levato all’ultima stella.
Il Lupo si ferma, guarda ad est.
La Fenice è lì, si staglia nitida contro il disco del sole nascente, fiera e indomita e perfetta.
Il Lupo si placa, i roghi nelle sue vene si stemperano, si dissolvono in braci morenti. Ansimando si accascia al suolo, si raggomitola sopra un manto soffice e punteggiato da boccioli di rosa scarlatti. La bestia ritorna uomo e si solleva sulle gambe, la Fenice lo raggiunge e lui la attira a sé, ne sfiora la cresta morbida con il dorso delle dita.
Gellert distende il palmo della mano per sentire, attraverso la pelle, il cuore di Albus battere all’unisono col suo, vigoroso e intatto.
Dopo, finalmente, piange.
 

 
È un attimo.
L’incantesimo prorompe dalle tue labbra prima che tu abbia il tempo di elaborarlo in un pensiero coerente.
Uno schiocco secco – l’effetto immediato di un attacco congiunto –, e un lampo opalino esplode a pochi centimetri dal tuo petto. Cadi all’indietro, pervaso da un senso di vago stupore; l’impatto con il suolo è attutito appena da una sottile coltre di neve. Annaspi, e le narici si riempiono di un odore acre, nauseante.
Brucia, la carne brucia.
Tutto, ogni cosa brucia.
Newt si precipita da te e ti trascina al riparo. Ha un sopracciglio spaccato e la bocca distorta in una smorfia sconvolta che troveresti buffa se non fossi impegnato a ricordarti come si fa a respirare.
«Mi hai salvato. Perché lo hai fatto? Perché lo hai fatto
Non gli dai la soddisfazione di rispondere, ma, lo ammetti, ostinarsi a fingere non ha più alcun senso.
Sì, tu lo hai salvato, tu lo hai protetto – lo hai fatto perché grazie a lui Albus è vivo, perché non vi ha abbandonati pur avendo tutti i motivi per farlo, perché non vi ha guardati con pietà quando, inevitabilmente, ha scoperto il vostro segreto, perché non ha mai avuto paura di voi, perché dopo tutti gli anni trascorsi a nascondervi e a rinnegare la vostra natura lui in essa ha scorto anche una commovente bellezza. Lo hai fatto perché lui è vostro amico, e non potevate sperare di trovarne uno migliore[9].
La Fenice ti si corica accanto, altera e meravigliosa, stende le ali e ti avvolge in una stretta calda, impacciata, tenera e furibonda al contempo, un abbraccio che è un groviglio di piume e lacrime[10] e poi pelle e capelli e baci tremanti. I suoi occhi – gli occhi di Albus – risplendono di una luce vivida, intensa, traboccante di gioia e orgoglio sconfinato.
Una melodia struggente s’innalza nell'aria, e la sua dolcezza infinita vi travolge e vi sommerge – come il vento dell'alba.
 
Adesso capisci, Grindelwald?
 
 
 
 
 
 
 
 
 
“All of my songs can only be composed of the greatest of pains.
Every single verse can only be born of the greatest of wishes,
I wish I had one more night to live.
 



 
 
 
{Words Count: 2787 – perché non bastava il COVID quest’anno}
 
 


 
[1] “topo” è il modo in cui viene chiamato Philippe Gaston, mentre “di città” è una mia considerazione personale, perché Newt non va propriamente in giro vestito da Crocodile Dundee, tenuto conto del lavoro che fa;
[2] Newt mi serviva adulto in questa storia, se non proprio alla soglia dei trenta, come in AF, almeno già pienamente avviato nel suo lavoro. Solo che per mantenere la sua data di nascita originale (1897) avrei dovuto FAR SOFFRIRE I MIEI DILETTI PER QUASI, APPUNTO, TRENT’ANNI. NO, NO E NO. Dieci sono più che sufficienti (che sono poi gli anni che passano dalla trasformazione del principe in Bestia all’arrivo di Belle – perché comunque il riferimento è al classico Disney, naturalmente). Quindi, invecchiate Newt di almeno nove\dieci anni;
[3] non mi riferisco a nessun luogo particolare, anche se immagino che in Inghilterra castelli diroccati e persi in mezzo alle brughiere non manchino. Questo tipo di descrizione serviva semplicemente per richiamare il paesaggio intorno a Rocca Calascio. Avevo anche pensato di ambientare il racconto in parte in Francia, o addirittura in Italia, ma non mi sono venuti in mente motivi validi per giustificare una scelta del genere, dato che mi è sembrato più logico che Albus, dopo la crisi, semplicemente tornasse in patria;
[4] ammetto di essere stata tentatissima di far innamorare di Albus l'Arcivescovo di Canterbury, con tutte le conseguenze del caso XD scherzi a parte, questa è la sostanziale differenza con il film: per mettere in piedi una maledizione che nemmeno i due maghi più potenti del loro tempo fossero in grado di spezzare, dovevo far scendere in campo una forza superiore, non umana, la cui “magia” non potesse essere contrastata da due maghi talentuosissimi sì, ma pur sempre mortali. Come al solito ho attinto dai libri di M.Z.Bradley, prendendo in prestito la sua rappresentazione del culto della Dea (che comunque può essere assimilata alla Fata che scaglia la maledizione contro il principe): la morte di Ariana, creatura pura e innocente – nella mia idea quindi “consacrata” alla Dea –, è un oltraggio che va in qualche modo punito (e Gellert poi ci mette del suo, perché invece di pentirsi si ostina a non volersi piegare, peggiorando la situazione). Isabeau e Navarre sono due innocenti, la cui unica "colpa" è quella di amarsi. Albus e Gellert innocenti non lo sono mai stati, nemmeno nel ventre delle loro madri, da qui l’impianto diverso della maledizione, che negli effetti è uguale a quella del film ma può essere spezzata – e qui entra pienamente in gioco la Beauty and the (two) Beast(s)!AU – solo nel momento in cui entrambi, più che imparare ad amare (perché questo sentimento in loro già esiste, quello che provano l’uno per l’altro è, al solito, intenso e totalizzante) riescono ad avere piena consapevolezza del loro egoismo, della loro arroganza, del loro disprezzo per la vita umana (Albus diciamo che ci arriva un po’ prima). Devono cominciare ad accorgersi dell’esistenza anche del resto del mondo – che no, non è un terreno di gioco o qualcosa da prendere e schiacciare sotto i piedi. In questo senso l’arrivo di Newt dà l’accelerazione definitiva al processo: lui cerca da subito di aiutarli (perché figurati se il nostro Magizoologo preferito non ci cadrebbe dentro con tutte le scarpe in una storia del genere), e grazie a lui anche un testone come Gellert riesce a ritrovare un minimo di buon senso. Perché a volte ci vuole uno sguardo esterno e imparziale per riportare nei ranghi dell’obbiettività la percezione che abbiamo di noi stessi e di coloro che più sentiamo vicini;
[5] la Dea ha tre volti, che si identificano con le tre fasi lunari: crescente (la Vergine), piena (la Madre), calante (la Maga o la Morte). Tuttavia, la luna possiede anche un lato nascosto (The Dark Side of the Moon, sì), così come la Dea cela un quarto volto, un’entità oscura, spesso associata alla Morrigàn irlandese (dalla quale si pensa derivi il nome Morgana) che si manifesta sotto forma di furia guerriera e/o vendicatrice;
[6] sì, è la biblioteca della Bestia ^^
[7] grazie a Shilyss, per tutto. Lei sa <3
[8] il che non è comunque una considerazione consolante per Gellert: se scompare la Dea, scompare anche ogni possibilità di liberarsi dalla maledizione (perché una maledizione lanciata da una dea può essere revocata soltanto dalla dea stessa, una volta verificatisi i presupposti per scioglierla. Sua è infatti la “voce” finale);
[9] riprendo le parole che Isabeau rivolge a Philippe alla fine del film;
[10] le lacrime della Fenice hanno poteri curativi (immagino anche su se stessa, da qui il discorso di Newt quando Albus viene ferito dagli Auror. N.B: Albus è e rimane mortale, e così anche la Fenice in cui si trasforma). Albus e Gellert sono potenti, ma non invincibili. Considerate che, in queste circostanze, non combattono mai insieme, perché uno dei due è comunque sempre nella sua forma animale.
 

 
 
 
 
 
Nota:

Buonasera <3
 
Innanzitutto, grazie per essere arrivati fin qui. Questa idea mi girava per la testa da un anno, e sono davvero felicissima di essere riuscita finalmente a trasporla su carta. Forse, anzi sicuramente, avrei potuto fare meglio, molto meglio, ma considerato il periodo tutto questo ai miei occhi è già un mezzo miracolo.
 
Ho ben poco altro da aggiungere, se non che ho deciso di pubblicare la OS singolarmente e non nella raccolta di AU perché, sia per i toni che per la lunghezza, con gli altri capitoli c’entra poco. E poi, come ho già scritto, non è nata da un prompt ma ha avuto un percorso diverso, più lungo e travagliato. Inoltre, più che un’AU a me sembra una canon divergence (però queste alla fine sono sottigliezze). L’ho messa nella sezione di AF perché compare Newt, che è in tutto e per tutto il Newt di Animali Fantastici (mi auguro di averlo restituito almeno in modo decente).
 
Spero di aver reso tutto il più chiaro possibile (mannaggia a me e alla mia tendenza a sintetizzare al massimo). Non è stato semplice trovare la quadratura del cerchio stavolta, e infatti credo di essermi lasciata parecchi pezzi in giro. Voi fatemi sapere, se vi va. Per qualsiasi dubbio o appunto io sono qui 😊
 
Consentitemi di ringraziare tutte le meravigliose persone che mi sono state vicine in queste settimane piuttosto difficili. Senza di voi probabilmente avrei rinunciato a scrivere ancora.
 
Un abbraccio enorme va a Shilyss e a Miryel, che ci sono sempre, mi supportano e mi sopportano anche quando farebbero bene a mandarmi a quel paese. Vi si lovva ragazze, davvero <3
 
Questa storia però è tutta – tutta tutta tutta – per Ladyhawke83, perché è un anno che l’aspetta e perché comunque, senza la sua approvazione, non avrebbe mai visto la luce. Ti voglio bene, Sam <3
 
Soundtrack: (ovviamente e inevitabilmente) Beauty of the Beast, Nightwish; Ladyhawke OST, Andrew Powell.
 
Grazie come sempre a chi leggerà – anche silenziosamente –, e a chi commenterà o inserirà questo racconto in una delle liste messe a disposizione da EFP.
 
Un bacio :*
 
 
padme
 
 
 
Disclaimer:
(scusate ma, vista l’aria che tira ultimamente, si rende necessario)
Non concedo, in nessuna circostanza, né
l'autorizzazione a ripubblicare le mie storie
altrove, anche se creditate e anche con link
all'originale su EFP, né quella
a rielaborarne passaggi, concetti o trarne
ispirazione in qualsivoglia modo senza mio
consenso esplicito.
   
 
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