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Autore: Leyazara    06/09/2020    3 recensioni
Chi il sangue ha tradito
Chi il sangue ha sporcato
Il sangue il Tàri ha lacerato.
Un tempo regno di pace
Questa terra attende l'erede fugace,
Che tempra vendetta a fiamme di drago
Contro il tiranno dai lauri odiato.
Nel cielo vibrano le possenti ali,
Mentre si lucidano i macchinari astrali.
Si desteranno gli Ent e perirà l'unicorno
Quando l'erede farà ritorno
Sul drago il cui fuoco
Farà rinascere questo loco.
Al passaggio della cometa ciò si compirà
e il sangue degli elfi i fiumi tingerà,
perché con altro sangue il sangue si paga.
Il drago e l'erede saran del re la piaga
E ciò che nel sangue è iniziato,
Da loro nel sangue sarà terminato.
Ma dove li porterà il loro rancore infinito?
-
-
In omaggio al maestro Tolkien in questa opera compaiono gli Ent, con l'unica differenza di essere elevati al rango di esseri divini.
Genere: Avventura, Fantasy, Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Incompiuta, Violenza
Capitoli:
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Alye
Dalla penombra sotto la volta di rami e foglie, una vecchia umana avanzò verso di loro a passi lenti e misurati. Non l’avevano nemmeno sentita arrivare, come se fosse emersa da un tronco o dalla terra stessa. L’abito cencioso e logoro in cui era avvolta, assieme al cesto di funghi stretto tra le mani, fecero subito pensare ad Alye che si trattasse di una strega. Tuttavia, non poté fare a meno di notare quanto fosse insolitamente bella. 
  Ancora una volta, gli unici riferimenti che aveva la bambina erano le favole, dove le streghe avevano una orribile pelle verdognola ricoperta di pustole e brufoli. Quella lì, invece, aveva solo le guance un po' scavate dall'età, ma per il resto la sua pelle era quasi priva di rughe, distesa in un sorriso tenero. I capelli grigi, come i suoi occhi, erano raccolti in una crocchia curata da cui non sfuggiva nemmeno un ciuffo. 
  «Non abbiate paura» disse in tono affettato, vedendo il piccolo drago stringersi di più ad Alye, come alla ricerca di protezione «Non sono qui per farvi del male. Anzi voglio aiutarvi».
Per tutta risposta, Alye raccolse una pietra dal terreno, tenendosi pronta a lanciare, ma per quanto si sforzasse, non riusciva a nascondere il tremito della sua mano. Si aspettava che la vecchia le scagliasse contro un incantesimo da un momento all’altro. 
  «Calmati, bambina» la rimproverò dolcemente, come fosse stata sua nonna «Non è me che devi temere».
«Mio padre dice che non devo dare confidenza agli estranei» ribatté ancora la bambina, stringendo tra le mani la pietra. 
  «Tuo padre ha ragione da vendere, cara, ma questa foresta è troppo pericolosa per te e per il tuo amico. Io sono qui per portarvi al sicuro». 
  «P-preferisco tornare a casa…» fece Alye, spaventata dall’ultima affermazione. Per quanto ne sapeva, quella vecchia poteva essere una spia degli elfi o una strega che voleva mangiare lei e il piccolo drago. 
  «Oh no!» protestò quella in tono preoccupato, allungando il braccio come per fermarla «Non è prudente andare in città adesso. Thalion non è più un posto sicuro per le bambine come te».
  «Di cosa state parlando?» chiese Alye sempre più agitata. Le sue emozioni si riverberavano nel piccolo drago dietro di lei, il quale prese a muovere nervosamente la coda. 
  L’anziana donna lasciò cadere il suo sorriso zuccheroso, per far posto a un’espressione più seria.
  «Purtroppo devo informarti che il periodo di convivenza pacifica tra lauri, umani ed elfi è giunto al termine» disse, giungendo le mani davanti a sé. 
  «È scoppiata una guerra?» chiese ancora la bambina, confusa e insieme spaventata per la sua famiglia. 
  «Non ancora» rispose la donna muovendo un passo avanti «Ma la pace è finita e tra non molto sopraggiungerà la guerra».
  Parlava in tono solenne, cadenzato, ma i suoi discorsi enigmatici riuscirono a catturare la curiosità di Alye. Vedendo che Sibilla non accennava ad attaccare, lentamente la bambina abbassò il braccio, senza però lasciar cadere la pietra.
  «Chi siete?» chiese, accarezzando il draghetto con la mano libera. Il cucciolo intanto brontolava sommessamente, forse cercando di imitare un ringhio. 
  «Puoi chiamarmi Sibilla» rispose quella, riacquistando la sua espressione sorridente. Prese a frugare nel cesto dei funghi, prima di tirarne fuori un trancio di carne cotta. Lo fece penzolare a poca altezza da terra e il suo odore invitante bastò a dissolvere la paura del piccolo drago. Un po’ circospetto, come lo era stato con Alye all’inizio, si avvicinò all’anziana donna, continuando ad annusare il succulento bocconcino che lei gli tendeva. Sibilla attese pazientemente che fosse vicino, prima di inginocchiarsi e accarezzargli il muso. Nonostante le mani grinzose, il suo fu un gesto fermo e deciso, mirato a trasmettere sicurezza. Qualche grattatina dietro le corna e il piccolo drago era ormai completamente sotto il suo incantesimo. 
  Dopo aver ricevuto il suo premio, poi, divenne un brodo di giuggiole, lasciandosi persino abbracciare e coccolare da Sibilla come fosse stato il suo nipotino squamoso. Intanto, proprio come una nonna, la presunta strega gli rivolgeva un sorriso orgoglioso e uno sguardo tenero.
  A giudicare da come si muoveva, l’anziana donna sembrava molto più esperta di Alye riguardo alle carezze dei draghi. Un paio di volte il cucciolo provò persino a mordicchiarle le mani, ma Sibilla lo prese tranquillamente come un gioco e ricambiò agguantandogli il muso con il palmo. 
  La bambina si avvicinò, ingelosita dalle attenzioni che il cucciolo regalava a Sibilla.
  Inconsciamente temeva che potesse rubarle il suo nuovo amico, ma quando fu ormai vicina, la sentì mormorare una frase strana: «Dall’unione del sole e della luna è nata la più nera delle eclissi…».
  «Cos’è un’eclissi?» chiese di getto Alye, come a ricordarle la sua presenza. 
  Sibilla allora si riscosse, smettendo di coccolare il draghetto. «Niente, niente, cara» disse, mentre si rimetteva in piedi. Si ripulì l’abito dalle foglie e dai rametti secchi prima di ripetere: «In ogni caso, tu e questo piccolo drago siete in grave pericolo. Forse avrai sentito dei cacciatori che battono questo monte…». 
  Accennò con la testa alla foresta circostante e d’istinto anche Alye si guardò intorno, come se gli elfi potessero saltare fuori da un momento all’altro. Strinse ancora di più la pietra nella sua mano, tornando poi a guardare Sibilla. 
  Pensandoci bene, non aveva senso che fosse una spia degli elfi, altrimenti a quell’ora sarebbe già andata ad avvertirli di aver trovato la loro preda. Però…poteva sempre essere un’incantatrice, in cerca di draghi da usare per le sue pozioni.
  «Io posso portarvi al sicuro» continuò quella, avvicinandosi ora ad Alye «Ma prima, mi diresti il tuo nome?». 
  La bambina strinse le labbra, come a impedire che quello le scappasse dalla bocca. Aveva già infranto molte delle regole di suo padre, venendo fin lassù completamente da sola e dando tanta confidenza a una perfetta estranea.
  «P…perché dovrei fidarmi di voi?» disse, forzando un tono deciso e mettendosi anche davanti al piccolo drago, come a proteggerlo. 
  La reazione di Sibilla, tuttavia, fu solo uno sbuffo divertito, mentre le si inginocchiava davanti. Alye si tenne pronta a colpirla con la pietra. Tuttavia, non riusciva a reprimere i leggeri tremolii del suo corpo, aspettandosi di veder svanire da un momento all’altro quel sorriso serafico ed essere investita da un incantesimo mortale. 
  «Meglio io che una pattuglia di elfi, non trovi?» disse la donna con tranquillità «Peggio di ciò che vi farebbero se dovessero trovarvi ci sono solo pochissime cose e io non credo di riuscire a compierle».
  Un brivido gelato percorse la schiena di Alye a quelle parole. Quando i delegati elfici venivano a casa o li incrociavano per via, Surion spingeva i figli nella cameretta oppure dietro di sé, ordinando loro di tacere e non guardare. Tuttavia, ormai entrambi i bambini avevano raggiunto l’età della ragione e sapevano che poche cose fermavano la loro la voglia di calpestare e umiliare, in nome della loro purezza.
  Aveva ragione Sibilla, alla fine: meglio una strega che degli elfi. 
  «Va bene veniamo» disse, ma per non mostrarsi troppo arrendevole aggiunse: «Però poi dobbiamo tornare a casa…».
  «Quando sarà il momento, andrete entrambi dove necessario» sentenziò pacatamente la vecchia donna. Alye si sentiva sempre più frustrata da quelle risposte elusive, che, tuttavia, avevano anche l'effetto di intrigarla sempre di più. 
  E se fosse stato proprio quello l'incantesimo di Sibilla?
Scosse lievemente la testa, come per liberarsi dai fili sottili in cui la strega voleva imprigionarla, come un ragno con la sua preda.
  Quando le tese la mano, Alye incrociò entrambe le braccia dietro la schiena, lasciando però cadere la pietra.
  Ancora una volta, però, quella sorrise e disse: «Sei una bimbetta caparbia».
  La piccola laura non rispose, ma quelle parole la inorgoglirono. Seguì dunque Sibilla nel folto della foresta, con il draghetto appiccicato al fianco.
La presunta fattucchiera non dimorava in qualche antro oscuro, né in una casa fatiscente assediata da ragnatele e rampicanti. Il suo rifugio era una tenda in mezzo a quelle che sembravano antiche rovine. Il terreno era costellato di blocchi, colonne divelte e frantumate e cornicioni rivestiti di muschio e foglie secche. La foresta li aveva fagocitati lentamente, rendendoli parte di sé, al punto che Alye non capì che cosa fossero finché non furono praticamente arrivati. 
  La tenda sdrucita e cenciosa nella quale doveva dimorare Sibilla sorgeva su un basamento circolare rialzato. La pietra chiara era liscia e levigata, malgrado le chiazze azzurrigne di licheni che la ricoprivano. Lungo il perimetro, erano ancora visibili le basi delle colonne, i cui resti giacevano tutt’intorno come pezzi di giocattoli rotti. 
  Non sembrava un santuario degli Ent. Secondo i nemori, non era infatti nelle opere di mani terrene che si poteva avvertire la presenza del divino e venerarlo. I boschi, le grotte e i laghi erano templi edificati dagli stessi Padri Arborei, già prima dell’avvento dei loro figli.
  Alye e il piccolo drago avanzarono ancora tra le macerie, superando due piedistalli su cui un tempo dovevano ergersi statue di qualche creatura, temibili guardiani i cui artigli ghermivano ancora la pietra. Tutto il resto, invece, era stato fatto a pezzi. 
  D’improvviso il piccolo drago si animò, correndo verso uno dei resti mezzo affossato nel terreno davanti al basamento. Alye si sorprese a vederlo uggiolare e strofinare il suo musetto sulla pietra muschiosa. Non capì che cosa ci trovasse di tanto interessante, finché non si avvicinò e riconobbe il muso di un drago. Uno strato di soffice muschio aveva ricoperto la sommità del muso, scolpito nella pietra chiara e porosa, ma erano ancora visibili i lineamenti spigolosi e l’espressione severa dei suoi occhi. Il cucciolo lo annusava con un interesse morboso, arrivando anche a leccarlo. Tuttavia, non ottenendo alcuna reazione, i suoi guaiti si fecero sempre più fiochi, quasi sconsolati. Forse era solo la sua immaginazione, ma ad Alye sembrava che stesse piangendo. 
  Gli si fece vicino, accarezzandogli la testolina tonda, mentre quello continuava ad annusare il pezzo di statua, ancora aspettando una risposta. 
  «Povero piccolo» proruppe Sibilla «Sente la mancanza della madre e dei fratellini».
  «Tu come lo sai?» chiese la bambina. Si stava lentamente dimenticando del fatto che Sibilla non fosse una conoscente e le aveva dato del tu senza rendersene conto. 
  «Vedi…» rispose lei, accarezzando teneramente le squame nere del draghetto «I draghi, come le persone, sono molto legati alla loro famiglia, quindi ai genitori, ai compagni e ai fratelli. Non fosse per i cacciatori da cui sono costantemente braccati, vivrebbero in gruppo come i lupi». 
  «Come fai a sapere tutte queste cose sui draghi?» chiese ancora Alye, sempre più curiosa. Si guardò attorno, accennando alle rovine di quel bizzarro edificio sperduto nella foresta di cui aveva sempre ignorato l’esistenza. «E… e che cos’è questo posto?». 
  Sibilla prese un profondo respiro, fissando le macerie con uno sguardo malinconico, prima di rispondere con un’altra frase enigmatica: «È il simbolo di una speranza andata in frantumi, ma per gli elfi è un luogo maledetto. Non verranno mai qui».
  Non dette tempo ad Alye di chiederle altro e si affrettò a cambiare discorso: «Tuttavia non siamo venute per parlare di questo luogo. Ci sarà tempo in futuro. Ora dobbiamo pensare al tuo amico». 
  Si alzò per andare verso la tenda, facendole cenno di seguirla. La piccola laura le venne dietro senza esitazioni, mentre spronava il draghetto a fare altrettanto. 
  «Vieni, piccolo. Andiamo» gli ripeteva. Lui la seguiva, trascinando le zampine, forse per la stanchezza. Alye non poteva fare a meno di provare pietà per quel cucciolo, capace di soffrire e provare affetto esattamente come lei. Di nuovo non capì come si potesse fargli del male. 
  Sibilla si affacciò all’interno della sua tenda, tirandone fuori un libro di modeste dimensioni. Sembrava antico quanto quelle rovine: i fili di spago della rilegatura pendevano sconsolati da più parti e gli angoli di alcune pagine spuntavano dal bordo della copertina di cuoio, come in procinto di staccarsi. 
  Alye e Sibilla si sedettero su quel che restava dei plinti di due colonne, mentre il draghetto si appoggiava alle gambe della bambina, che prese subito ad accarezzarlo. 
  «Sono molto più intelligenti di quanto si creda» disse la vecchia donna «Sanno distinguere tra nemici e amici, per i quali darebbero anche la vita. Inoltre, hanno una memoria eccellente».
  «Non sembrano cattivi…» mormorò Alye. L’idea che si stava facendo dei draghi strideva sempre di più con i racconti ascoltati fino a quel momento.
  «Infatti, non lo sono. Almeno non per definizione» proseguì Sibilla «È il loro fuoco a incutere timore. Non a caso sono stati la prima razza ad essere cacciata. Tuttavia, a differenza di quanto credono alcuni, il loro respiro di fuoco ha ben altra spiegazione di un animo malvagio».
  Aprì il libro, sfogliandone delicatamente le pagine secche come foglie d’autunno, per poi leggere: «Ciò che rende un drago tale, la capacità di volare e di sputare fuoco, si deve unicamente a un gas che si crea all’interno del suo stomaco: l’aerapyrio. Essendo molto leggero, infatti, permette al drago di librarsi in volo quasi lievitando, mentre le ali hanno unicamente funzione di manovra. Inoltre, si incendia a contatto con i denti, i quali fungono da pietre focaie creando la tipica vampa di fiamme».
   Alye ascoltò meravigliata. Non dovevano essere in molti a conoscere il segreto dietro al respiro di fuoco dei draghi e sapere di essere una tra i pochi eletti la fece sentire speciale. Pregò silenziosamente Sibilla di andare avanti nel suo racconto e così fece, aprendo un’altra pagina del libro. Quasi non si accorse del draghetto che aveva preso a leccare la sua sbucciatura sul ginocchio, ben visibile attraverso lo squarcio nei pantaloni.
  «Sapevi che hanno anche poteri curativi?» chiese poi Sibilla con un sorriso complice «Saliva, sangue, squame e molte altre parti del corpo dei draghi, se correttamente usate, possono guarire qualsiasi ferita».
  Chiuse dunque il libro, prima di indicare ad Alye il proprio ginocchio. Quando lei abbassò lo sguardo si accorse del piccolo drago che finiva di pulire il sangue rappreso, ma della ferita non c’era più traccia. La pelle era liscia, senza croste né cicatrici, come se non si fosse mai aperta. 
  L’espressione incredula della bambina si schiuse presto in un sorriso, mentre si girava per incrociare gli occhioni azzurri del suo nuovo amico. Gli prese il muso tra le mani, cominciando a fargli le feste, meravigliata da quella piccola magia. Il cucciolo mosse la coda contento, alzandosi sulle zampe posteriori per salirle sulle ginocchia e farsi più vicino. 
  «Gli piaci davvero tanto» constatò Sibilla, interrompendo le risatine gioiose della bambina «Questo libro ti sarà molto utile per prenderti cura di lui. Vi sono racchiuse tutte le informazioni note sulla sua razza, ma fa attenzione: è probabilmente l’unica copia che riuscirai a trovare».
  Quando lo porse ad Alye, lei lo prese tra le mani quasi con deferenza, viste le dimensioni e il prezioso ricamo sulla copertina, raffigurante un drago stilizzato con le ali spiegate. La bambina aveva imparato a leggere sulle insegne di Thalion, aiutata da suo padre, ma non aveva mai tenuto tra le mani un libro come quello e si sentì messa in soggezione dal peso ingente delle numerose pagine.
  Accarezzò il ricamo sulla copertina di cuoio marrone, con il piccolo drago che annusava curioso. Nonostante l’ebbrezza del momento per tutti i segreti di cui Sibilla l’aveva resa partecipe, sentiva che c’era qualcosa di strano. Perché proprio lei? Perché quel giorno? Che cosa stava succedendo?
  Quando pose quelle domande alla vecchia umana, avrebbe dovuto aspettarsi l’ennesima frase criptica, ma fu ugualmente delusa. 
   «Perché così è stato deciso. Entrambi siete stati scelti e vi siete scelti» spiegò brevemente Sibilla, senza mai far vacillare il suo sorriso mieloso «Non passare troppo tempo a crucciarti, bambina. Adesso ci sono cose più importanti a cui pensare».
  «Ma io volevo sapere cosa…!» iniziò a protestare lei, prima che la misteriosa umana la zittisse con un gesto imperioso della mano. 
   «Non abbiamo tempo per questo» disse, in tono più severo del solito «Così è stato deciso e così accadrà. Ora c’è bisogno di pensare a un altro nome per questo cucciolo, visto che non possiamo sapere quale gli abbia dato sua madre».
  «Perché è tanto importante?» obbiettò ancora Alye, decisa a non lasciarsi trasportare ancora dalle parole di Sibilla come un aquilone al vento. 
  «L’ultimo drago non può certo portare un nome mediocre» rispose lei con sufficienza «Se lui, di tutta la sua specie, è sopravvissuto allo sterminio operato dal re, il Fato può averlo destinato solo a grandi cose. Sarebbe un insulto chiamarlo Nerigno o Fiammetto».
   Il suo tono solenne la faceva assomigliare a un’alseide, una sacerdotessa degli Ent, che si esprimeva solo attraverso sermoni e parabole. 
   Alye fece per ribattere ancora, non capendo il motivo di tanta urgenza, né a che cosa dovesse essere destinato quel draghetto. Tuttavia, Sibilla la precedette: «Solo il tempo vi dirà quale sentiero il Fato abbia scelto per voi. Finora vi ha condotto a me, ma poiché il nostro di tempo è quasi finito, sarà bene affrettarci. Hai già in mente un nome che sia all’altezza dell’ultimo drago?».
   Prima di pensarci, Alye chiese se il piccolo drago fosse un maschio o una femmina. L’anziana donna le rispose che era un bel maschietto di circa tre anni, cosa deducibile dalle corna. 
   «Quelle dei maschi sono più larghe alla base e diventano man mano più robuste, mentre quelle delle femmine si incurvano verso l’alto» spiegò. 
Anche così, però, alla bambina non venne in mente nessun nome capace di racchiudere la forza e la maestosità di un drago. Serviva qualcosa di principesco ma allo stesso tempo non troppo lezioso, quindi erano da scartare tutti i nomi degli animali alla fattoria e quelli dei semplici lauri e uomini di Thalion. 
   Alla fine, dovette ammettere la sua sconfitta, ma Sibilla non sembrò contrariata e disse: «Allora te ne suggerisco uno io. È un nome unico che non sentirai mai in tutta Nelira, se non dalla mia bocca e da coloro che parleranno di questo drago. Significa “Degno di Racconti”, perché molte canzoni e storie verranno scritte e narrate su questo drago nei secoli a venire. È un nome che non è di questo mondo».
   Ormai Alye era talmente abituata al suo linguaggio misterioso che non fece caso all’ultima frase. Voleva sentire quel nome e fissava Sibilla con i suoi occhioni spalancati, pregandola di dirglielo. 
   «Enea» la esaudì infine, allargando ancora di più il suo sorriso. 
   La bambina ripeté più volte quel nome, tastandone il suono sulla propria lingua. In effetti aveva un sapore esotico e particolare, malgrado fosse molto meno altisonante e pomposo di quanto si sarebbe aspettata.
   Però le piaceva. Anzi, somigliava persino al suo, seppur in maniera un po’ sottesa: sia Alye che Enea erano nomi con quattro lettere e costituiti quasi esclusivamente da vocali. 
   «Enea!» squittì improvvisamente il draghetto, facendola sobbalzare. Lo aveva solo immaginato o sapeva davvero parlare?
   «Non spaventarti, Alye» la rassicurò Sibilla con un sorriso orgoglioso «Questa è l’età in cui iniziano a dire le prime parole. Hanno un apparato vocale identico al nostro».
  «Enea!» ripeté di nuovo il piccolo, strappando un sorriso alla sua amica, dalla quale chiese di nuovo delle coccole. Ormai la decisione era presa da entrambe le parti: Enea, l’ultimo drago, sarebbe venuto con lei a Thalion, dove lo avrebbe cresciuto di nascosto. 
  La bambina stava ancora facendo dei grattini dietro alle corna del suo nuovo amico, quando si rese conto di una cosa e il suo viso si adombrò. 
  «Mi hai chiamata per nome…» mormorò girandosi verso Sibilla e ritrovando di colpo la sua diffidenza «Io non te l’ho detto…».
  «Non era necessario» le rispose con quella sua imperturbabile espressione sorniona. 
   «S…sei una strega, non è vero?» chiese incerta la bambina, alzandosi in piedi e arretrando col libro stretto al petto. 
   «No» fu la sua risposta «Anche se so già che tuo padre ti dirà tutt’altro». 
   Alla menzione di suo padre, Alye si preoccupò subito, non capendo come facessero a conoscersi quei due. Proprio in quel momento, però, dal folto degli alberi arrivò uno scalpitare di zoccoli sempre più forte. Le fronde di rami e cespugli sferzarono nella penombra e solo in quel momento la bambina si accorse del cielo imbrunito. Quanto tempo aveva vagato nella foresta assieme a Sibilla ed Enea?
   Udì il cavallo nitrire e per un attimo ebbe il terrore che alla fine gli elfi li avessero trovati, ma poi udì una voce familiare chiamarla: «Alye! Alye dove sei?!».
  «Padre! Sono qui!» rispose lei, prima di vederlo sbucare dagli alberi sulla groppa di uno dei loro cavalli. L’animale aveva la saliva alla bocca e il suo respiro era così pesante che lei riusciva a sentirlo anche prima che si fermasse davanti ai resti delle statue. 
   Per la paura, il piccolo Enea era corso a cercare protezione dietro a Sibilla, che stava ancora seduta sul plinto come se niente fosse. Anche Alye, d’altra parte, fu leggermente intimorita dalla camminata rapida e decisa del padre. Malgrado i vestiti umili e rattoppati, la piccola laura aveva sempre pensato che avesse l’aspetto e il portamento di un soldato, per via delle spalle larghe e il corpo muscoloso. Persino il suo viso dai tratti marcati e spigolosi, ingentilito solo dalla leggera barba castana, trasmetteva forza e autorevolezza, soprattutto quando era arrabbiato. In quel momento, infatti, tutto il volto era contratto in una smorfia iraconda, da cui Alye si sentì subito accusata, anche se non era rivolta a lei.
  «Padre, mi …» iniziò a dire, prima che Surion si accanisse contro Sibilla. 
   «Ti avevo detto di non provare a usare i tuoi trucchetti su mia figlia!» le abbaiò. La sua voce bassa e tonante fece guaire di terrore Enea, ma Sibilla non si scompose un istante. 
«Non puoi opporti al destino, Surion, e lo sai» gli rispose con la massima calma.
  Lo sguardo del lauro corse rapidamente dal piccolo drago rannicchiato dietro di lei al libro che Alye teneva tra le mani. Prese quest'ultimo e lo scagliò a terra come se fosse stato un serpente velenoso. 
  «Sta lontana da noi» la avvertì «Lei non sarà la tua nuova pedina». 
  Afferrò quindi la mano di sua figlia, dicendole che dovevano sbrigarsi ad andare via. Lei lo seguì, quasi correndo per tenere il suo passo, sempre più confusa dalle sue parole. Si guardò dietro, per incontrare gli occhi azzurri di Enea. Sembrava chiedere: Dove vai? Non mi porti con te?
  «Padre, aspetta» provò a dire, quando erano quasi arrivati al cavallo «Il draghetto, Enea, è in pericolo. Dobbiamo portarlo con noi!».
  «Non se ne parla» le rispose lui, lapidario.
  «Ma…».
  «Alye, basta!» la zittì, spazientito, issandola sul cavallo per poi montare dietro di lei «Dimenticati di quel drago e di tutto ciò che ha detto Sibilla. Non abbiamo tempo per questo adesso». 
  Spronò dunque il cavallo con una tallonata decisa nelle costole, facendolo immediatamente volare al galoppo. Enea, Sibilla e le antiche rovine svanirono in un attimo nella foresta, che sembrò richiudersi su di essi. Solo un gridolino del draghetto le confermò che non si era trattato di un sogno e che li aveva visti davvero. 

Spazio autrice: chiedo scusa per l'errore di qualche giorno fa, dove ho ricopiato anche qui il capitolo 3. Ho confuso i file e spero che possiate perdonarmi. Un bacio e ci vediamo questo fine settimana per il capitolo 5.
   
 
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