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Autore: Leyazara    26/09/2020    2 recensioni
Chi il sangue ha tradito
Chi il sangue ha sporcato
Il sangue il Tàri ha lacerato.
Un tempo regno di pace
Questa terra attende l'erede fugace,
Che tempra vendetta a fiamme di drago
Contro il tiranno dai lauri odiato.
Nel cielo vibrano le possenti ali,
Mentre si lucidano i macchinari astrali.
Si desteranno gli Ent e perirà l'unicorno
Quando l'erede farà ritorno
Sul drago il cui fuoco
Farà rinascere questo loco.
Al passaggio della cometa ciò si compirà
e il sangue degli elfi i fiumi tingerà,
perché con altro sangue il sangue si paga.
Il drago e l'erede saran del re la piaga
E ciò che nel sangue è iniziato,
Da loro nel sangue sarà terminato.
Ma dove li porterà il loro rancore infinito?
-
-
In omaggio al maestro Tolkien in questa opera compaiono gli Ent, con l'unica differenza di essere elevati al rango di esseri divini.
Genere: Avventura, Fantasy, Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Incompiuta, Violenza
Capitoli:
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Alye

Lo scalpitio degli zoccoli e delle ruote sulla strada era l’unica cosa che scandisse il tempo all’interno dell’armadio.
 I due lauri e il draghetto rimasero rannicchiati in uno degli angoli per la maggior parte del tragitto. Era difficile non crollare dal sonno, cullati dal dondolio del carro, e un paio di volte Alye cedette, addormentandosi sulla spalla del fratello. Tuttavia, furono momenti brevi, da cui si svegliò di soprassalto e con la mente piena di immagini orribili: il lago di sangue nella sua casa, gli elfi che trascinavano via la piccola Rìne, la sua città messa a ferro e fuoco…
Appena trasaliva, però, c’erano Haldamir ed Enea a farsi ancora più vicini. Il braccio ossuto di suo fratello le cingeva le spalle, mentre il draghetto teneva il muso appoggiato sulle gambe di entrambi, riscaldandoli col suo fiato. Anche loro sembravano stanchi, visto quanto spesso sbadigliavano, ma ceravano di resistere e rimanere vigili, soprattutto Haldamir.
Alye gli si fece ancora più vicina, lasciando che poggiasse la testa sulla sua. Poteva solo immaginare quanto fosse stato orribile umiliarsi come aveva fatto lui, pronunciando una delle formule più gradite agli elfi. Lei però non lo rimproverava affatto. Anzi, secondo lei era stato un gesto coraggioso per salvare il suo amico, un gesto che non tutti avrebbero compiuto.
Tuttavia, quando glielo disse, il giovane lauro le rispose: «No… Io ho dato ragione a quegli assassini. Ho detto che fanno bene a trattarci da bestie… Zirakel avrebbe dovuto picchiarmi».
«Tu lo hai salvato».
«Ma se ci fossi stata tu al posto di Rìne…» insistette lui «Gli ho praticamente dato il permesso di ucciderti».
La conversazione era tornata allo stesso punto di poco prima e il pianto stava già incrinando la voce di Haldamir. Sua sorella capì allora che non sarebbe riuscita a fargli cambiare idea su sé stesso. Tutto quello che poteva fare era stringerlo a sua volta, per dirgli che non l’aveva persa. Era vicino a lui e non se ne sarebbe andata.
Non si abbracciavano così da molto tempo: da quando Alye ancora non camminava neppure. Secondo Surion, a quell’epoca lei dormiva sempre tra le braccia di suo fratello maggiore.
«Ti voglio bene, Haldamir» gli disse.
«Anche io, sorellina».
Vedendoli accoccolarsi così, anche Enea pretese la sua parte e si sfregò col muso contro di loro. Si accontentò solo quando entrambi i bambini posarono una mano sul suo collo.
Stretti gli uni agli altri nel loro nascondiglio, i membri della bizzarra triade suggellarono con gli occhi una solenne promessa: qualsiasi cosa fosse accaduta, sarebbero rimasti insieme, fino al Vallo e oltre.
Come il mitico marinaio Pitea quando giunse agli Obelischi di Ghiaccio, che segnavano il confine più estremo del mondo, anche Alye provò la vertigine dell’ignoto, man mano che si avvicinava alla muraglia di confine. Sapeva di non avere oceani di ghiaccio e feroci sermilik ad attenderla, ma quanti altri pericoli e meraviglie potevano celarsi oltre le mura?
Lei e suo fratello erano dei pionieri, i primi lauri a varcare quella barriera che, stando alle storie di Limalon, era stata creata pietrificando con la magia delle antiche querce. Le arcate cieche che scandivano il Vallo, infatti, erano scolpite proprio a immagine di quegli alberi.
Quando il carro si arrestò, i tre fuggiaschi si affrettarono a nascondersi di nuovo nel doppiofondo. Alye prese a fare respiri corti e misurati, mentre stringeva la mano di suo fratello. Enea, in piedi in mezzo a loro due, entrava a malapena in quello scomparto, con la schiena che sfiorava lo sportello.
Fortunatamente, la guardia incaricata di controllare la carovana sembrava avere fretta. Passò nel loro carro a passo svelto, aprendo e richiudendo l’armadio subito dopo aver visto l’interno vuoto. Alye e gli altri due fuggiaschi, tuttavia, trattennero comunque il fiato, fino a quando non lo sentirono uscire. Poco dopo, i gitani si rimisero in marcia e la carovana entrò nel regno della Brelonna.
Elluin non tardò a chiamarli, accogliendoli tra le sue braccia con un ampio sorriso.
«Siete stati bravissimi. Tutti e tre!» li lodò «A breve ci accamperemo, così potrete mangiare qualcosa, riposare e sentire qualche storia. Non vi farà altro che bene, vedrete».
Alye era un po’ scettica sul fatto di poter stare bene dopo quella giornata orribile. L’unica cosa che voleva fare era dormire e lasciare che i sogni si sostituissero ai ricordi, ma il sonoro brontolio del suo stomaco le ricordò che non mangiava da un pezzo.
Alla fine, una volta che i gitani ebbero trovato un posto adatto ad accamparsi, seguì Elluin fuori dal carro, tenendole la mano. Come un serpente coricato, la carovana si era attorcigliata su sé stessa, con i carri che formavano un doppio anello. Al centro di esso, alcuni gitani si stavano già industriando per accendere un fuoco e preparare la cena.
«E si mangeranno gli avanzi, oh! Che s’ha a fare…» disse un colosso, mentre portava da solo un grosso calderone. Il suo corpo sembrava essere stato scolpito nella roccia; aveva infatti delle braccia nerborute spesse come rami di quercia e due ampi pettorali che tiravano la stoffa della camicia. Alye riconobbe il titano del circo, capace di sorreggere tre persone sulle sue braccia.
Cavalli e ippogalli vennero staccati dai carri e lasciati pascolare nei dintorni dell’accampamento. I loro padroni, invece, si riunirono intorno al focolare, senza nascondere la fame da lupi. I colori sgargianti dei loro abiti creavano un effetto caleidoscopico alla luce delle fiamme e i carri non erano da meno. Nemmeno nei campi incolti durante la primavera Alye aveva visto tanti colori.
Il piccolo Enea sembrava affascinato tanto quanto lei da quella insolita vista. La sua testa girava come una trottola e annusava l’aria in modo quasi ossessivo, forse estasiato da quella moltitudine di colori e odori esotici.
«Oh, voi bifolchi!» gridò d’un tratto Elluin, lasciando le mani dei due piccoli per precipitarsi al calderone «Prima di ingozzarvi servite almeno i nostri ospiti! Cos’è? Le buone maniere non vi entravano nel carro?».
Bacchettati come dei monelli, gli altri gitani smisero subito di reclamare la loro razione, girandosi a guardare i due bambini e il draghetto.
Alye sentì la parola “balaur” riecheggiare sommessamente tra loro. Di colpo però si zittirono, quando il direttore del circo si alzò in piedi per invitare educatamente i tre ospiti a sedere in mezzo a loro.
«Accomodatevi, piccoli. Sedete dove vi aggrada e mangiate quanto vi aggrada» disse.
I due lauri non erano abituati a essere il centro di tante attenzioni e cerimonie, ma dopo qualche incoraggiamento di Elluin, accettarono l’invito. Trovarono posto proprio davanti al pentolone, dove furono subito serviti con garbo dal titano. Il sorriso che rivolse ai due bambini, mentre passava loro le scodelle di minestra ribollita, sembrò arricciare ancora di più i suoi baffetti sottili.
Enea stava in mezzo a loro, guardando con diffidenza quella moltitudine di visi calamitati su di lui. Alcuni bambini gitani lo indicavano, chiedendo qualcosa all’orecchio delle madri e qualcuno allungò una mano per accarezzarlo. Il draghetto, però, prese a ringhiare, irrequieto.
«Stevo, lasciali mangiare» disse Elluin per ammonire un bambino più insistente degli altri.
Lui mise il broncio, ma lasciò in pace Enea. L’omone forzuto poi prese a servire la ribollita agli altri membri della carovana. Aveva dei modi stranamente garbati, soprattutto verso i membri più piccoli del gruppo, tanto da fare tenerezza.
«Ecco a te, piccoletto» disse a Stevo porgendogli la sua parte «Attento che ti scotti le mani. Brucia parecchio».
Il draghetto divenne sempre più curioso del contenuto di quelle ciotole e prima che Alye potesse fermarlo raccolse con la lingua un pezzo di bietola dalla sua minestra.
Tuttavia, sembrò pentirsi della sua decisione appena sentì il sapore dell’ortaggio sulla lingua. Lo sputò sul prato con un verso di disgusto, suscitando un coro di risate tra i gitani. Persino Alye e suo fratello si concessero un sorriso. Quando erano piccoli anche loro odiavano le verdure e Surion aveva faticato un bel po’ per fargliele piacere.
«Piride, che ci s’ha un po’ di carne per la creatura?» chiese una vecchia chiromante avvolta in uno scialle di lana rossa.
L’omone, ovvero Piride, si avviò prontamente verso uno dei carri, tornando poco dopo con un intero pollo spennato.
«Ecco a te, piccolino» disse teneramente a Enea, mentre gli porgeva la cena «Questo è un po’ grosso non devi finirlo per…».
Non ebbe il tempo di dire la frase che il draghetto gli azzannò il pollo, strappandoglielo dalle mani. Subito si mise a staccare grossi pezzi di carne e spolpare a dovere la preda.
«Bah! Gl’ha di molta fame!» rise uno dei gitani. Sembrava l’esatto opposto di Piride: magro e allampanato, con dei capelli corvini che gli arrivavano fino alle spalle, mentre quelli del titano erano corti e pettinati con cura. Una bandana amaranto gli cingeva la testa e proprio in mezzo alla fronte era fissato un monile ovale finemente inciso.
«Che altro t’aspetti da un balaur?» fece Ianven, seduto accanto a lui.
L’atmosfera venne ben presto allietata dalle corde di un liuto. I gitani, appena stanchi, mangiavano di gusto la loro ribollita parlando di vari argomenti, quasi tutti gravitanti attorno al piccolo drago.
Elluin chiedeva spesso ai due bambini se avessero ancora fame o desiderassero qualcos’altro, ma loro rispondevano sempre di no. La minestra di pane e verdure aveva riempito loro lo stomaco e aspettavano pazientemente che i loro anfitrioni si alzassero per andare a dormire.
Alye, intanto, aveva preso a seguire la conversazione tra Messer Ianven e l’uomo seduto accanto a lui.
«Credi che ci raggiungerà?» chiese il gitano con la bandana.
«Non lo so, Nimmin, ma nei carri non c’era posto per nascondere un adulto. Ora dobbiamo pensare ai due bambini e al piccolo balaur. L’influenza degli elfi si estende a tutto il regno di Brelonna».
«Tra un po’ gl’ammazzeranno pure le bambine di qui. Schifosi bastardi» fece Nimmin, sputando per terra. La sua voce non era ancora bassa come quella degli uomini adulti, ma i baffetti e la barba rada lo facevano sembrare più grande.
«Non succederà» ribatté sicuro Ianven «È stata la Brelonna a voler aprire i commerci con il regno degli elfi e quest’anno sono aumentate le richieste di grano… Leoneiros non si azzarderebbe mai a fare una cosa del genere al regno che lo rifornisce sempre di più, ma Il Consiglio delle Città accetterebbe volentieri di consegnargli dei fuggiaschi. Inoltre, ammazzerebbero il balaur senza tante cerimonie».
Alye ebbe un tuffo al cuore. Lei e suo fratello non erano ancora al sicuro, quindi. Gli elfi avrebbero potuto braccarli come lepri anche fuori dal loro regno.
«E quando saremo nel regno dei nani? Che facciamo se il padre non arriva?» chiese ancora il gitano più giovane.
«Allora avremo guadagnato tre nuovi membri del circo» rispose pacato il direttore.
Fu allora che qualcosa scattò dentro Alye. Si alzò in piedi, lasciando cadere a terra la scodella vuota, e gridò: «No! Noi non ci uniremo a voi! Mio padre arriverà nel regno dei nani prima della vostra carovana. Ci scommetto! Gli… gli elfi non lo prenderanno…!».
Il suo tono sembrò spaventare Enea, ma mantenere la voce salda si fece sempre più difficile per lei. Rifiutava di accettare una vita senza suo padre, per quanto bella e avventurosa potesse essere. Si odiò per non averlo abbracciato quando era partito, per non avergli dato un ultimo bacio e aver creduto che fosse una specie di mostro. Lui l’aveva solo protetta!
«Piccola» le fece Elluin in tono dolce, prendendole la mano «Messer Ianven non intendeva offendere te o tuo padre. Stava solo pensando ad alta voce».
Alye si scostò bruscamente, continuando a dire: «No! Non ci andiamo con voi mai e poi mai! Potete anche lasciarci là da soli. Aspetteremo finché nostro padre non arriva!».
Il direttore e Nimmin sembrarono mordersi la lingua, pentiti di non aver fatto maggiore attenzione alle loro parole.
La bambina non si sforzò affatto a trattenere le lacrime, meravigliandosi anzi di come facesse Haldamir a non versarne neanche una. Il piccolo lauro, infatti, si alzò per abbracciarla forte, lasciandola singhiozzare sulla sua spalla. Si rimisero a sedere nell’erba sotto gli sguardi impietositi dei gitani, mentre Alye mormorava: «N…non l’ho neanche salutato… Adesso penserà che non gli voglio bene, ma non è vero! Non è giusto… che abbiamo fatto di male? Perché gli elfi ci odiano tanto?!».
«E…Enea?» disse di colpo una vocina. Il draghetto era appoggiato con le zampe sulle sue gambe e la guardava un po’ timoroso. Forse temeva che fosse arrabbiata con lui.
Alye tirò su col naso, facendogli una carezza. Tanto bastò perché lui si avvicinasse e prendesse a sfregarsi col muso su di lei, leccando via tutte le lacrime. In un attimo, la bambina si ritrovò con tutto il viso insalivato. Il gesto innocente del draghetto mitigò un po’ il suo dolore, come l’acqua fredda su una bruciatura.
Sia lei che Haldamir gli fecero qualche carezza per ringraziarlo e lui scodinzolò, contento di averli fatti stare meglio.
«Piccoli, noi capiamo come vi sentite. Sappiamo quanto sia doloroso scappare dalla propria casa, perdere amici e familiari senza nessuna colpa…» iniziò Nimmin, ma quelle parole suonavano come una vuota formula di circostanza.
«No, non lo sapete!» scattò velenoso Haldamir «Voi siete della Brelonna, non sapete cosa voglia dire sopportare l’odio degli elfi, essere considerati alla stregua di schiavi. Non avete idea di cosa ci hanno sempre fatto fino a oggi, cosa abbiamo dovuto sopportare! Lasciateci in pace e smettetela di compatirci».
«Non lo stiamo facendo» disse Messer Ianven in tono basso e deciso «I gitani un tempo erano come siete voi ora».
Le ultime parole calarono un alone quasi sacrale sulla carovana, che sprofondò in un silenzio ossequioso.
«La nostra gente condivide un dolore non diverso da quello dei lauri e degli uomini del Tàri, ma solo più antico» continuò, acquistando solennità. Gli altri gitani chinarono il capo, come lasciando che le parole del direttore evocassero in loro quel lutto recondito.
«Avete mai sentito parlare delle Parole?» chiese ai due bambini «Qualche umano vi ha mai detto la sua?».
Loro scossero la testa, confusi, e il gitano proseguì: «A differenza delle altre genti di Nelira, noi umani non ci identifichiamo con elementi della Natura, ma con delle Parole. Ognuna di esse racconta una storia, il dolore di un popolo umano. La nostra è “Porrajmos”».
Scandì con reverenza quella parola dal suono esotico, ravvivando le fiamme con alcuni bastoncini. Piccole scintille di fuoco guizzarono come pesciolini dal focolare.
«Significa “Grande divoramento”» intervenne Elluin, parlando piano.
Qualcuno annuì tristemente. Persino i bambini avevano perso la loro irruenta allegria e ascoltavano come se fossero a una funzione degli Ent.
«Gli umani sono fiori di un’altra terra» riprese Messer Ianven «E come i fiori, i nostri avi furono calpestati, eradicati, bruciati e ammazzati dalle genti con cui la condividevano. Tuttavia, non si possono distruggere i fiori e, come semi portati dal vento, i popoli umani giunsero a Nelira, un terreno a loro molto più fertile. Della nostra antica patria non ci è rimasto né il ricordo né la strada, solo la nostra Parola».
I piccoli lauri ascoltavano in silenzio, toccati dal dolore che traspariva dalla voce del direttore. Persino le fiamme del focolare sembravano compiangere la storia dei gitani, crepitando piano, come per non far rumore.
«Porrajmos racchiude il dolore di un popolo e l’odio di un altro. Generazione dopo generazione, ce li trasmettiamo assieme al sangue, per non dimenticarli e non recare offesa ai nostri avi che li hanno vissuti».
Messer Ianven tacque e il suo silenzio sembrò avvolgere ogni cosa. Fissò i due bambini con occhi penetranti e subito Alye si sentì in colpa per essere stata tanto insolente.
«Noi sappiamo cosa state vivendo» ribadì poi il gitano ai due bambini «Forse un giorno, anche i lauri avranno una Parola per dare un nome alla barbarie perpetrata dagli elfi».
Dopo quelle ultime parole, a poco a poco l’atmosfera quasi religiosa in cui era avvolta l’intera compagnia si sciolse.
«Meriterebbero di essere infilzati dal corno di quel cavallino che tanto gli piace» disse Piride ad alta voce, ricevendo diversi cenni di assenso «Allora sì che sarebbero puri!».
Alye non aveva mai visto un unicorno in vita sua, se non sui vessilli del Tàri, poiché viveva nella Foresta di Isilith, il cui accesso era proibito a lauri e umani. Tuttavia, il vecchio Limalon aveva provveduto a descriverglielo e spiegarle perché gli elfi lo avessero scelto come emblema del loro regno. Era un cavallo piccolo e slanciato, dal manto niveo e i crini dorati, con un lungo corno spiraliforme che gli sputava sulla fronte. La sua stazza ridotta e la natura delicata non gli permettevano di essere una valida cavalcatura, ma il suo potere risiedeva proprio nella sua ingombrante escrescenza. Qualsiasi cosa l’animale toccasse con il suo corno, infatti, veniva purificata dai veleni e dalle infermità. Tutto ciò che era malvagio o impuro veniva eradicato.
Proprio come i lauri, pensò Alye, ricordandosi delle guardie venute a prenderla. Avevano parlato di lei e dei lauri come se non fossero stati altro che rifiuti da eliminare.
I suoi pensieri andarono di nuovo a suo padre. Si odiava ancora per come lo aveva trattato, ma gli era anche immensamente grata per aver affidato lei e Haldamir a delle persone in grado di proteggerli e capirli.
«Ipocriti assassini, la peggiore razza, ecco cosa sono!» brontolò la vecchia di prima «A partire da quel cane di Leoneiros».
«Suo fratello Tharram però era l’esatto opposto. Sotto di lui lauri e umani potevano ancora respirare. Qualcuno dice anche che volesse porre fine al loro asservimento. Addirittura, sposò una facoltosa dama di Briri, la compianta regina Lorinarre» spiegò Nimmin, come per spezzare una lancia in favore degli elfi.
I due bambini non avevano mai avuto molto interesse riguardo alle dinastie reali, a meno che non facessero parte delle epiche battaglie narrate da Limanon. Tuttavia, la menzione di re Tharram catturò subito la loro attenzione. Un sovrano elfico tanto gentile con la loro gente sembrava il personaggio di una favola.
«Perché adesso non governa lui o il suo erede?» chiese di colpo Haldamir.
«Lui e sua moglie non ebbero eredi» spiegò Nimmin «Morirono meno di… quanto? Uno o due anni dopo essersi sposati? Sì, mi pare uno… In ogni caso fu durante un incendio scoppiato a palazzo quasi dieci anni fa. Poi salì al trono il fratellino Leoneiros…».
«Direi che è ora di cambiare argomento e parlare di cose un po’ più allegre!» proruppe una ragazzina alzandosi in piedi.
Sembrava avere qualche anno più di Alye e Haldamir, benché non fosse molto alta. A ogni suo movimento si udiva un dolce tintinnio. La sua chioma catramosa, infatti, era tenuta ferma da una stoffa scarlatta, su cui erano cuciti dei campanellini piccoli come un’unghia. Dalle orecchie, poi, pendevano due grandi e vistosi orecchini dorati.
A differenza delle altre gitane, non portava una gonna, ma dei pantaloni scuri e persino un paio di stivali.
«Sentiamo, Harira» la spronò il direttore del circo, sorridendole.
«Dobbiamo trovare un ruolo nel circo per questi due» disse la ragazza «Se viaggeranno con noi, tanto vale che si rendano utili».
«Ma… noi non sappiamo fare nessuno dei vostri numeri» protestò debolmente Alye. Enea ormai si era appisolato sulle sue gambe.
«Potete sempre imparare» fu la risposta semplice di Harira «La strada da qui al regno dei nani è lunga. E poi, credetemi, è divertente!».
«Perché non glielo fai vedere, Harira?» sembrò sfidarla Nimmin «Magari così troviamo finalmente la compagna che ti serve!».
«Ha-ri-ra! Ha-ri-ra!» iniziò a sillabare Piride, seguito a ruota dal resto della carovana. Tutti battevano le mani per incitare la ragazza, sul cui viso si dipinse un sorriso imbarazzato.
Il chiasso svegliò il piccolo Enea, il quale si strinse ai due amici. Tuttavia, una volta capito che non era in pericolo, anche lui si lasciò prendere dal gioco. «Ha-i-a! Ha-i-ra!».
Sentendolo parlare, i gitani si fermarono di colpo, sorridendo meravigliati.
«E va bene!» disse infine la ragazza «Se me lo chiede anche un balaur… Vado a prendere Yicio».
Uscì dal cerchio dei carri, tornando poco dopo in sella a un ippogallo. Alye amava i cavalli, ma dovette ammettere che quell’animale colorato era mille volte più affascinante di tutti quelli che aveva visto. Aveva un aspetto elegante ma robusto, con un collo ricurvo e una linea slanciata. La parte anteriore del corpo era ricoperta di pelo nero, mentre appena dietro le spalle spuntavano due piccole ali piumate. Il manto prendeva allora i colori dell’autunno, mostrando la parte galliforme dell’animale, che terminava con le lunghe piume verdi della coda. Anche le zampe posteriori erano quelle di un uccello, essendo ricoperte di squame e provviste di tre lunghe dita artigliate.
Harira lo spronò e Yicio prese subito a galoppare attorno ai gitani. I movimenti erano lenti e aggraziati. Per una frazione di secondo l’animale rimaneva sospeso nell’aria, come sul punto di spiccare il volo. La ragazza si mise in ginocchio sulla sua groppa, stendendo poi una gamba dietro di sé. Aprì le braccia per tenersi in equilibrio e anche il suo ippogallo dispiegò le alucce.
Con un movimento fluido, poi, si mise in piedi rimanendo su una sola gamba, mentre il rumore dei suoi campanellini riempiva l’aria. Alye ne rimase ipnotizzata, così come suo fratello e persino Enea.
L’intesa tra lei e la sua cavalcatura era palpabile; entrambi si muovevano come membra di uno stesso corpo, seguendo l’uno i movimenti dell’altra.
Haria poi appoggiò di nuovo l’altra gamba, afferrando la criniera di Yicio prima di lasciarsi cadere da un lato. Alye trasalì, ma la ragazza non cadde dall’ippogallo. I piedi erano ancorati alla sua groppa e la mano libera sfiorava piano i ciuffi d’erba.
Quella orribile giornata si chiuse dunque con la meravigliosa esibizione di Harira, che regalò almeno un po’ di gioia ai tre piccoli fuggiaschi.
Prima ancora che la gitana smontasse dall’animale, Alye aveva già deciso il suo ruolo nel circo. Si sarebbe impegnata per diventare una brava cavallerizza e quando suo padre sarebbe tornato, si sarebbe esibita per lui.

Spazio autrice: alcune note di carattere informativo.
1)
“Porrajmos” è una Parola vera molto simile alla più nota “Shoah”, in quanto indica il genocidio di Rom e Sinti messo in atto dal Terzo Reich e che conta circa 500.000 morti. Lo stesso genocidio può essere inoltre indicato con una seconda parola: “Samudaripen”, che significa “Tutti morti”.
 2)Nel romanzo utilizzo il termine generico “gitani” (o talvolta “zingari”) per identificare sia Rom che Sinti, in quanto entrambi i popoli, indistintamente, sono stati colpiti da questa strage. Pertanto, potremmo dire, che il loro antico e comune dolore, sempre nel mio romanzo li abbia resi un’unica gente, che presenta tradizioni ibride.
3) Nel racconto del signor Ianven, quando dice “Gli umani sono fiori di un’altra terra ecc…”, mi sono permessa di citare alcuni versi liberi Karl Stojka, un giovane austriaco di origini Rom deportato in un campo di concentramento vicino a Birkenau insieme a tutta la sua famiglia. Qui sotto vi metto le sue vere parole:


Noi Rom e Sinti siamo come i fiori di questa terra.
Ci possono calpestare,
Ci possono eradicare, gassare,
Ci possono bruciare,
Ci possono ammazzare,
Ma come i fiori noi torniamo sempre.
   
 
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