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Autore: Leyazara    10/10/2020    2 recensioni
Chi il sangue ha tradito
Chi il sangue ha sporcato
Il sangue il Tàri ha lacerato.
Un tempo regno di pace
Questa terra attende l'erede fugace,
Che tempra vendetta a fiamme di drago
Contro il tiranno dai lauri odiato.
Nel cielo vibrano le possenti ali,
Mentre si lucidano i macchinari astrali.
Si desteranno gli Ent e perirà l'unicorno
Quando l'erede farà ritorno
Sul drago il cui fuoco
Farà rinascere questo loco.
Al passaggio della cometa ciò si compirà
e il sangue degli elfi i fiumi tingerà,
perché con altro sangue il sangue si paga.
Il drago e l'erede saran del re la piaga
E ciò che nel sangue è iniziato,
Da loro nel sangue sarà terminato.
Ma dove li porterà il loro rancore infinito?
-
-
In omaggio al maestro Tolkien in questa opera compaiono gli Ent, con l'unica differenza di essere elevati al rango di esseri divini.
Genere: Avventura, Fantasy, Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Incompiuta, Violenza
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Alye

Nella prima mattinata, la carovana si lasciò alle spalle Nursia e la Cintura di Colli. Sotto di loro una bruma lattiginosa avvolgeva la piana di Dera, il vero cuore e granaio dell’intero regno di Brelonna.
Come pesci sotto uno specchio d’acqua torbida, dalle nuvole di condensa talvolta affioravano cime di alberi o tetti di granai. Tuttavia, man mano che i gitani discendevano il sentiero, il paesaggio fu gradualmente spogliato di quel velo di nembi che ne celava i colori sgargianti. La valle fiorita che avevano appena attraversato non era niente in confronto alle colline ammantate di girasoli dorati e cespugli di lavanda.
Alye, suo fratello ed Enea si godettero comodamente la vista dalla porta posteriore del carro.
«Certo che ai brelonniani devono piacere proprio tanto i fiori!» pensò ad alta voce la piccola laura. Si era innamorata di quella terra variopinta, ma dentro di sé continuava a sottolineare le differenze tra essa e il contado thalionese in cui era cresciuta. Non era mai stata tanto lontana da casa – le volte in cui suo padre aveva portato lei e Haldamir a Briri, un’altra città laurica, si contavano sulle dita di una mano – ma anche allora il paesaggio non era mai stato tanto diverso.
 Per quanto bella, tuttavia, la piana di Dera non poteva eguagliare, né tantomeno a superare i dintorni di Thalion e Briri. Alye ci si metteva d’impegno, ma non riusciva a zittire la nostalgia di quei luoghi, da cui era stata rigettata come uno scarto. Fissava intensamente il mare di fiori e coltivazioni, dal quale affioravano altre cittadelle come Nursia, senza però trovarvi alcun conforto. Anzi era persino rammaricata del fatto che non somigliasse abbastanza alla sua terra natìa.
Se con lei ci fosse stato anche suo padre, forse non si sarebbe sentita così alla deriva, e quel viaggio sarebbe stato un’avventura di famiglia. Invece lui era da qualche parte tra le montagne, cercando di raggiungere l’Ileona, il regno dei nomadi domatori di cavalli.
Alye fu morsa di nuovo dal senso di colpa al pensiero di non avergli detto un’ultima volta quanto gli volesse bene. Magari se lo avesse fatto, lui si sarebbe sentito più forte, più sicuro…
«Ehi, piccola amazzone! Cos’è quel muso lungo?» la canzonò improvvisamente qualcuno. Enea fece un versetto gioioso, mentre l’aria si riempiva di un allegro scampanellio. Harira era proprio davanti a loro sulla groppa di Yicio, il suo ippogallo, che in quel momento trainava il carro dietro a quello dei tre piccoli fuggiaschi.
«Allora?» la incalzò Harira «Sei in ansia per la tua prima esibizione?».
«Cosa?» fece Alye, confusa. Durante quei pochi giorni Harira l’aveva immersa a capofitto nelle lezioni di equitazione e acrobazie sull’ippogallo. La piccola laura aveva ancora le gambe indolenzite dall’ultimo allenamento, ma sapeva che avrebbero ripreso alla prossima sosta della carovana. Malgrado il ritmo serrato e i piccoli miglioramenti, però, non si sarebbe certo detta pronta a un’esibizione.
«Non preoccuparti» la rassicurò Harira, leggendole il suo stupore sulla faccia «Quando arriveremo a Perusna, la nostra prossima tappa, tu e io faremo solo piccoli intermezzi tra un numero e l’altro. Comunque, sei già molto brava per la tua età. Solo un bambino degli eporedi saprebbe fare di meglio!».
«Grazie» disse timidamente Alye. Adesso era in ansia per la sua prima esibizione. E se ci fossero stati anche gli elfi tra la folla?
«Ira! Ira!» pigolò Enea, rivolgendosi alla gitana. Essendo il beniamino di tutta la carovana, il piccolo drago aveva stretto amicizia con quasi tutti i gitani, ma tra loro Harira sembrava la sua preferita.
«Arrivo subito, cucciolotto!» lo vezzeggiò lei, prima di mettersi in piedi sulla groppa di Yicio. Istintivamente, Alye e Haldamir indietreggiarono, portandosi dietro Enea. Non immaginavano che Harira sarebbe stata capace di un simile balzo e si prepararono a vederla cadere. Invece lei montò sulla sbarra del timone in mezzo ai due ippogalli e da lì saltò nel carro del mago, atterrando proprio sul bordo.
«Ira, Ira, Ira!» gioì il piccolo Enea, mentre correva da lei a pretendere la sua dose di coccole.
«Strano» disse Haldamir «Di solito quando vuole qualcosa dice sempre il suo nome».
Lui e sua sorella avevano sfogliato a lungo il libro dei draghi, cercando qualcosa su come i cuccioli imparassero a parlare. Tuttavia, quell’Ameiva Nehustan che lo aveva scritto non sembrava particolarmente interessato ai cuccioli: di tutto il libro, aveva dedicato a essi solo una decina di pagine.
«Perché sta ancora imparando. Guardate» disse Harira. Si mise una mano sulla testa e guardò il draghetto negli occhi, mentre sillabava: «Ha-ri-ra. Lo sai dire, cucciolotto? Ma sì che lo sai! Ha-ri-ra. Ha-ri-ra».
«Harirwa» disse Enea, un po’ incerto. La seconda volta fu perfetto: «Harira!».
«Bravissimo!» gli disse la ragazza, prima di sommergerlo di coccole. Lui continuò allora a ripetere il suo nome, scodinzolando contento. Alye fece un mezzo sorriso, con la mente ancora impantanata nei pensieri cupi di poco prima. Fino a quel momento aveva cercato di mettere da parte la tristezza per la mancanza di suo padre e il terrore di non rivederlo, dicendosi che era al sicuro e l’aveva lasciata in buone mani, che aveva degli amici con cui affrontare quel viaggio… Tuttavia, non era mai stata tanto tempo lontana da casa e senza di lui e in quel momento sentiva di non riuscire più a trattenere il pianto.
«E Alye? Lo sai dire Alye?» fece ancora Harira al draghetto, indicando la piccola laura.
Lui guardò la bambina, che nascondeva il viso rosso sotto i suoi capelli mori, e sembrò un po’ confuso. Anche Haldamir si accorse che qualcosa non andava nella sorellina e le venne più vicino.
«Alye? Stai bene?» le chiese, prendendole subito la mano.
«Voglio andare a casa… Voglio tornare a casa con nostro padre» piagnucolò lei, pur sapendo che non era possibile. Non le importava quanto fosse bello il mondo che aveva visto e quello che doveva ancora vedere. Avrebbe dato qualsiasi cosa pur di tornare indietro, alla sua vita di prima, o per poter almeno scappare insieme a suo padre.
«Piccola amazzone» la chiamò di nuovo Harira, mettendole un braccio intorno alle spalle «So che hai paura e non c’è niente di male in questo, ma non devi lasciarti abbattere o rimarrai indietro».
«Che…che cosa significa?» chiese lei.
«Ciò che è fatto ormai non si può più cambiare» le rispose la gitana asciugandole le lacrime col pollice «La tua vita non tornerà mai più com’era prima e la tua casa ormai non è più nel Tàri. Ma davanti a te, da qualche parte nel regno dei nani o ancora più in là, c’è un futuro che ti aspetta. Forse non sarà come lo vorresti adesso. Forse sarà migliore, ma non potrai mai saperlo se rimani indietro, nel passato. Dunque, piangi, sfogati quanto ti serve, ma poi riparti e non perdere la speranza. Cavalca sempre verso l’alba, mai verso il tramonto. Capito, Alye?».
«Alye!» fece Enea, mentre si avvicinava a sua volta a lei. Le annusò il viso, leccando via qualche altra lacrima, prima di ripetere: «Alye?».
Lei gli fece una carezza, abbozzando un sorriso. Anche Haldamir sorrideva, per infonderle un po’ di coraggio.
Cavalca sempre verso l’alba, mai verso il tramonto.
Era un motto degli eporedi poi trasmesso anche ai Lovari, come la sua maestra le spiegò.
Enea continuò a farle le coccole, ripetendo il suo nome di proposito, per farla contenta. Suo fratello e Harira le rimasero accanto, per farle sentire anche la loro presenza confortante. Non era come una carezza affettuosa di Surion, ma era bello, piacevole. Magari sarebbe stato così anche per il resto.
In effetti aveva ragione. Lei, Haldamir ed Enea alle spalle non avevano altro che morte e distruzione, mentre davanti a loro poteva esserci una nuova vita, in un regno lontano dagli elfi. Però prima dovevano arrivarci e dunque non potevano permettersi di rimanere indietro, tra le rovine lasciate dagli elfi.
«Va bene» disse Alye alla fine, tirando su col naso «Andiamo avanti insieme. Raggiungeremo nostro padre e vivremo insieme nel regno dei nani oppure ancora più in là».
In fin dei conti lo avevano promesso, nell’armadio, e sperare non costava niente, finché si poteva.

Il viaggio proseguì tranquillo per il resto della giornata. Harira e Alye insegnarono qualche altra parola a Enea, mentre Haldamir leggeva interessato il libro di Nehustan. Il draghetto, tuttavia, non era riuscito a imparare il suo nome, finendo per chiamarlo solamente “Mir”.
«Secondo me saprebbe dirlo benissimo, se anche io lo viziassi come fate voi» aveva scherzato il piccolo lauro, prima di immergersi di nuovo nella lettura.
 Non aveva mai tenuto un libro in mano e visto il suo carattere di avventuriero e cacciatore di mostri, Alye si sorprese di vederlo tanto appassionato.
Anche Harira d’altra parte era curiosa di quel libro sui balaur e al contempo sorpresa che non ci fosse nemmeno un accenno alla loro musica.
«Forse i draghi si tramandavano delle canzoni, quando ancora esistevano i loro nidi» ipotizzò Haldamir.
 «È possibile» rispose Harira, prima di sottrarre uno dei suoi campanellini alle fauci di Enea. «Magari più avanti potremo insegnare anche qualche canzoncina al nostro cucciolotto» continuò, lasciandosi mordicchiare la mano «Ma dovremmo stare attenti a non farlo vedere ad altri brelonniani. Purtroppo, questo regno è famoso per la caccia ai balaur da molto più tempo degli elfi».
«Balur?» provò a dire Enea, a cui ormai quel gioco sembrava piacere.
«Balaur» lo corresse Harira e subito dopo il draghetto ripeté correttamente la parola, ottenendo la promessa di una chicca a pranzo.
«Ruffiano» bofonchiò Haldamir, sempre con il naso tra le pagine del libro.
«Sei solo geloso» lo rimbeccò Alye, prima che da fuori si udisse un’altra vocina allegra: «Guarda, padre! Il circo. Il circo!».
Harira sembrò allarmarsi, balzando in piedi fino a una delle finestre del carro, mormorando: «Non possiamo essere già a Perusna…».
Alye montò sul tavolino sotto al quale si era nascosto Enea giorni prima, per guardare fuori insieme alla sua maestra.
Le distese fiorite avevano ceduto il posto a un’immensa distesa erbosa, nella quale pascolavano enormi bovini dal manto color ruggine. A differenza degli uri allevati alla sua fattoria, avevano una strana criniera cavallina e le corna arricciate dietro la testa.
Erano bonnacon, una specie di mucca che solo i brelonniani riuscivano ad allevare. Secondo le storie, il motivo risiedeva nel fatto che fossero gli unici a sopportare il tanfo mortifero delle loro feci.
«Cneve, fa piano» disse un’altra voce, più autoritaria.
Il bambino, Cneve, però non se ne curava molto e correva accanto ai carri con gli occhi colmi di meraviglia, mentre suo padre cercava di stargli al passo.
Entrambi avevano una carnagione olivastra e i capelli scuri e reggevano in mano dei bastoni da mandriani.
Il padre era un gerramano alto e ben piazzato, ma la testa ovale e il naso a patata gli davano un’aria simpatica e bonaria. Dal folto cespuglio castano sulla sua testa spuntava un paio di poderose corna ricurve, simili a quelle delle sue bestie. Cneve, invece, possedeva solo un paio di bozzoli scuri, proprio come Enea.
La sua boccuccia spalancata per la meraviglia lasciava intravedere le numerose finestrelle tra i suoi denti. Suo padre lo controllava a vista, celando però un sorriso sotto la sua folta barba ricciuta.
«Guarda padre! Questo è il carro del mago!» disse euforico Cneve, indicando il carro di Alye.
«Casomai delle maghe, Cneve» lo corresse l’uomo «E saluta per bene le signorine».
«Buon pomeriggio, signorine» cantilenò svogliatamente quello.
«Ehi voi, non rubatemi gli ammiratori!» gridò scherzosamente Nimmin, in quel momento alla guida del carro «Piccolo, non dargli retta a queste incantatrici, che il mago son io!».
Il bambino ridacchiò, producendo un sibilo quasi serpentino per colpa dei denti mancanti. «E voi allora che cosa fate?» chiese poi ad Alye e Harira.
«Coreografia sugli ippogalli» spiegò la gitana. Sia lei che la sua giovane allieva erano ignare del fatto che intanto, sotto di loro, stesse avvenendo un’accanita lotta tra Haldamir ed Enea, il quale tentava disperatamente di raggiungerle e guardare fuori dalla finestra con loro.
«Sì, ma il mago resta il numero migliore» si pavoneggiò Nimmin, strizzando l’occhio a Cneve.
«Lo so! Per questo da grande io voglio unirmi al circo e fare il mago!» cinguettò il bambino, tutto contento.
«Seh… Vallo a di’ a tua madre e poi senti quante te ne dà!» disse suo padre scompigliandogli i capelli. «Insomma, mago, di indo’ venite?» chiese poi.
«Dal Tàri».
«Ah quella sì che gl’è brava gente!» disse il mandriano «In tutta la mia famiglia un’ s’era mai visto un elfo, ma son molto contento d’averne incontrati, soprattutto cacciatori di draghi».
Alye dovette fare un grosso sforzo, per non dare a vedere di aver ricevuto un pugno nello stomaco. Anche se gli elfi non avessero cacciato dei draghi, ma un’altra creatura davvero malvagia, non avrebbe mai potuto considerarli “brava gente”. Non dopo che avevano massacrato tutte quelle bambine.
«Poi, devo dire, son l’unico popolo che un’ piglia per il culo noi gerramani con quella storia delle feci di bonnacon. Si vede son più civili di molti» continuò ancora il mandriano.
«Ma quindi che gli hanno ammazzati tutti i bala… cioè i draghi?» chiese Nimmin, rallentando un po’ il carro per non affaticare i due gerramani.
«Eh no, purtroppo» rispose quello «Ce n’è ancora uno che infesta le colline vicino ad Arrantia. Fate attenzione se vu’ passate di lì. Gl’è un demonio furbo. Si nasconde nelle Bocche della Terra e poi va a depredare le mandrie».
«Vi esibirete a Perusna stasera?» chiese improvvisamente Cneve, desideroso di riportare l’attenzione su un tema molto più divertente.
«Sì, e spero di vederti, aspirante mago» disse allegro Nimmin, assecondandolo «E ora scusate, ma dobbiamo proprio andare. È stato un piacere, messere, e grazie delle informazioni».
Spronò i cavalli, per raggiungere il resto della carovana, che ormai li aveva distanziati.  
Alye intanto prese a rimuginare su ciò che aveva detto il mandriano. C’era ancora un drago in vita, Enea non era l’ultimo. E se quello fosse stato suo padre o comunque un suo parente? E se fosse stata un’altra draghessa con delle uova o dei piccoli da nascondere? Chi poteva dirlo?
«Appena possibile dovremmo cambiarvi i vestiti e coprirvi le orecchie» disse Harira, mentre tornava da Enea e Haldamir, che sembrava un po’ dolorante per i morsetti e le unghiate ricevute.
Il draghetto si allontanò, soffiando arrabbiato verso il lauro. Si accovacciò vicino alle due cavallerizze e Harira lo distrasse un po’ con i suoi campanellini.
«Meglio non sbandierare a tutti che siete dei lauri» continuò lei «Potremmo incontrare degli elfi venuti per la caccia al drago».
«Passeremo da Arrantia?» chiese di colpo Alye, ignorando tutto il resto.
«Antia?» provò a ripetere Enea, guardando le sue insegnanti. Il suo entusiasmo, tuttavia, scemò di colpo quando si accorse dello sguardo torvo di Harira. Da qualche giorno, Alye si era accorta che, malgrado non capisse ancora una conversazione, il piccolo drago era in qualche modo capace di percepire la tensione nell’aria e che ciò lo faceva sentire a sua volta a disagio. Si affrettò dunque a fargli una carezza e qualche grattatina dietro le corna, per rassicurarlo.
«Enea ha perso tutta la sua famiglia» disse piano «Incontrare un altro drago potrebbe piacergli e non farlo sentire troppo solo…».
«C’è un altro drago? Qui nella Brelonna?» chiese Haldamir, confuso.
«Un mandriano ha detto che ce n’è uno vicino ad Arrantia» spiegò sbrigativamente Harira «Ma temo che dovremo tenerci a distanza e passare rapidamente oltre».
Quelle parole furono uno schiaffo per Alye. Fino a quel momento i gitani erano stati gli unici, a parte Sibilla, a non mostrare odio verso i draghi. Dopo la storia di Bardhyl e il Balaur, era persino arrivata a credere che per loro fossero una sorta di animali protettori. Come poteva Harira non voler almeno tentare di aiutarne uno?
«So cosa stai pensando, Alye» le disse «Ma è troppo pericoloso. Se anche non ci attaccasse a vista, che potremmo fare per lui? Si sta già rischiando grosso trasportando di nascosto voi tre. Basterebbe essere visti da un cacciatore qualsiasi e tutto sarebbe stato vano».
«In effetti…» le dette manforte Haldamir «Non si può trasportare un drago adulto e poi non sappiamo nemmeno dove si nasconda…».
«Il mandriano ha parlato di Bocche della Terra» rispose Alye, decisa a non arrendersi «Se capiamo che cosa sono, potremmo riuscire a trovarlo prima degli elfi e avvertirlo».
«Le Bocche della Terra sono doline che sorgono nella parte nord del regno, ma ce ne sono troppe e sono molto grandi. Non ci sarebbe il tempo di controllarle tutte» disse ancora Harira, cercando di far desistere la sua piccola allieva.
L’espressione di Alye risoluta crollò di fronte a quelle parole. Si sentiva già in colpa, per dover abbandonare una creatura braccata esattamente come lei.
Harira sembrò intenerirsi e aggiunse: «Ne parlerò con Messer Ianven e poi decideremo cosa fare quando saremo vicino ad Arrantia, va bene?».
La piccola laura non ebbe altra scelta che accettare quel compromesso. Del resto, in quel momento non poteva fare molto se non sperare che il drago, o la draghessa, riuscisse a sopravvivere agli elfi fino al loro arrivo.
Rivolse al piccolo Enea un sorriso, mettendosi poi a giocare con lui. Intanto però ripensava a quando gli elfi si erano vantati di aver ucciso la sua famiglia. Era stato quel momento a spingerla sulla montagna dove lo aveva incontrato e proprio lassù si era resa conto di quanto i draghi fossero simili ai lauri. Non voleva dunque lasciare che gli elfi portassero a termine anche quella caccia, a prescindere da cosa avrebbe deciso Messer Ianven.
Sembrava un’impresa impossibile per una bambina come lei, ma voleva tentare a tutti i costi. Del resto, si ricordò, anche tutti gli eroi nelle storie di Limalon dovevano affrontare ostacoli immensi, ma alla fine vincevano sempre, perché i buoni sono sempre più forti dei cattivi.

Spazio autrice: Ciao draghetti belli! Come forse avrete notato per le persone più umili come i gitani e i mandriani ho utilizzato una parlata più vernacolare, nello specifico toscana. Spero che risulti comunque abbastanza comprensibile, ma in caso aveste problemi a capire il significato o non vi tornasse qualcosa nella grammatica, chiedete pure.
P.S. Datemi un parere sui pensieri di Alye, per favore. Ho paura di non essere riuscita a fare una rappresentazione abbastanza realistica.
Grazie <3
   
 
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