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Autore: Spettro94    27/10/2020    3 recensioni
L'epica battaglia tra la pulsione e la ragione. Ares, Dio della Guerra, si troverà alle prese con la sua sfida più grande dopo aver amato, e perduto, la passione più travolgente di tutte: l'amore.
Genere: Azione, Triste | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: What if? | Avvertimenti: nessuno
- Questa storia fa parte della serie 'Ancora non lo so'
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La calma prima della tempesta: prima che lo scontro cominci e i corni risuonino nel campo di battaglia. Ares un tempo aveva odiato quei momenti che antecedevano la battaglia, dove la paura, la titubanza e la voglia di ritardare l'inizio degli scontri regnavano incontraste. La guerra era violenza, eccitazione e passione. Per migliaia di anni gli uomini avevano combattuto tra loro, fornendo prova della loro abietta natura, ed egli era sempre stato in prima fila: guerrafondaio, crudele ed egoista. Un piacere perverso lo eccitava quando poneva fine alla vita di un avversario; ammirare il suo sguardo in un istante farsi vitreo e il sangue erompere come un fiume dal suo corpo spento, come se non attendesse altro che scivolare lungo le ferite e imbrattare il campo di battaglia con la propria essenza.
  Combattere era un'arte: le grida, le gesta, quel liquido scarlatto che bagnava la terra e le centinaia di corpi ammassate su di essa; in modo casuale, a occhio disattento, ma nascondevano una perfezione che pochi erano in grado di cogliere; ogni caduto rappresentava un percorso, una vittoria, la gloria che avrebbe pervaso il campione fino alla fine dei tempi. Lui era il dio che raffigurava tutto questo: la violenza, l'ebbrezza e la febbre della battaglia, l’ansietà, preludio di un scontro imminente; sentimenti che privavano gli uomini del raziocinio e li facevano sprofondare nella follia, nel caos. Distruzione, violenza, amoralità. C'era una bellezza nella guerra che pochi erano in grado di cogliere: quella seduttrice brama di sangue che spingeva i mortali a comportarsi come animali, e li riavvicinava alla madre natura. Poiché cos'era, l'uomo, se non un parto di Gaia?
  Che senso aveva allontanarsi dalla retta via, la via del caos, dei Titani e del cosmo, e inseguire... Cosa, la razionalità, la morale? Che Atena si gingillasse con la tattica, che Demetra provasse pure a civilizzare le piante selvagge, che Dioniso tentasse di sperimentare quell'ebbrezza con l'artificio del vino. Non gli era mai importato di loro, non avevano mai capito: era la guerra a muovere il mondo, il cosmo e le stelle. Erano forse ricorsi alla razionalità Zeus, Poseidone e Ade per abbattere i loro nemici? I Titani avevano spodestato Urano con la morale? No. Avevano combattuto, si erano ricoperti di gloria e meritati il loro posto al tavolo del vincitore, del conquistatore. Il più forte prevaricava sempre sul più debole: era la legge della natura, quella che sorreggeva il mondo dall’alba della creazione.
  Solo Afrodite era stata in grado di capire, di sperimentare l’esaltazione che s'impossessava di lui, quell’eccitazione che annebbiava i sensi e al tempo stesso li carezzava, come il nettare più pregiato, la melodia più pura, la morbida pelle di una donna, la vista dei campi di battaglia sporcati di cremisi e i corpi privi di vita degli sconfitti, l'odore di sangue e sudore. Essere sopraffatti da un senso di onnipotenza, esserne schiavi... Non esisteva nulla di più piacevole al mondo. Canzoni erano state intonate, ballate scritte sulla loro passione segreta e su quelle sensazioni che li innalzavano sopra gli uomini, sopra gli dei stessi, e che l’artificio del verbo non poteva descrivere. Perché la razionalità era un costrutto che mai avrebbe potuto concepire la vera portata delle emozioni, del fuoco che poteva divampare nel corpo di un uomo, elevandolo oltre i suoi stessi limiti. La sterile e fredda ragione non avrebbe mai raggiunto quelle vette, l'essenza stessa dell'universo.
 
«Allora per quale motivo la natura ci ha donato l'amore verso il prossimo, la compassione e l'amicizia? Perché ci spinge verso l’unità e uno scopo comune?» aveva chiesto Thekla, stretta al suo petto dopo che i loro corpi avevano raggiunto l'appagamento della carne.
  «Solo i deboli si curano di facezie si’ inutili» le aveva risposto, gli occhi levati verso il tetto del modesto capanno ove ella viveva.
  La risata argentina della fanciulla si era levata nell'aria come il melodico canto di un usignolo. Si era sollevata su un gomito per guardarlo in volto. «In tal caso sono debole, mio amore.»
  Gli occhi fiammeggianti del Dio della Guerra avevano incontrato i suoi, blu come il mare, e ancora una volta era stato avvinto dallo strano incanto che essi lanciavano; penetrante e intenso… della cui origine non aveva mai saputo darsi spiegazione. L'aveva incontrata per la prima volta mentre si occupava dei feriti di una guerra che ormai aveva dimenticato; vite prive di valore e scopo. Il suo impegno, la dedizione, la disperazione quando falliva avevano attirato la sua attenzione. L'aveva schernita, umiliata e ostacolata. Eppure, ella aveva persistito, sfidato il suo sguardo fieramente e la sua autorità: un ardire che persino gli eroi leggendari stentavano a mostrare. Qualcosa si era mosso in lui, infine, nel profondo del suo animo: una sensazione nuova, bruciante e pura, che mai aveva provato.
  Lei era debole, eppure la sua forza non poteva esser messa in discussione; fragile, ma resistente più delle armature di Efesto; mortale, e tuttavia eterna ai suoi occhi e bella come una dea.
  «Tu non sei debole» aveva sussurrato, ricevendo in dote il suo più incantevole sorriso.
  Una forza infallibile l'aveva trascinato sopra di lei, un potere a cui nemmeno un divino era in grado di opporsi. Aveva catturato le sue labbra, stretta a sé con il suo immortale vigore. Udire il suo gemito aveva suscitato qualcosa, dentro di lui, che l’aveva elevato oltre le cime più alte dell'Olimpo.
  L'oro della lunga chioma era sparso attorno al suo viso incoronandola regina, le labbra morbide dischiuse la rendevano una meraviglie più innocenti creato; sul suo volto serbava tutto l'amore che provava per lui e il suo cuore immortale aveva perso un battito. «Sei bellissima» aveva sussurrato, prima farla sua ancora una volta, con una passione che non aveva provato per nessun’altra.
L'ambrosia non avrebbe potuto rivaleggiare con quelle labbra, le grida di guerra e terrore non si sarebbero mai elevate al di sopra dei delicati sospiri e le parole d'amore che esalava. Il calore e l'appagamento che quel corpo mortale gli donava non sarebbero stati eguagliati dall'ebrezza di centinaia di guerre; si beava dell'odore della sua pelle, un fragranza più dolce del miele, contro cui nulla potevano il sangue o il sudore. La vista del campo di battaglia, di corpi smembrati o schiacciati, mai avrebbe retto con il mare che si agitava nei suoi occhi, o l'amore con cui essi lo guardavano; quasi riuscissero a raggiungere e cullare un'anima che egli non possedeva.
 
Non avrebbe mai più udito la sua voce melodiosa, né il battito del suo mortale cuore nella notte, o goduto delle sue carezze; mai più sarebbe stato abbagliato dalla luce dei suoi occhi; il sorriso splendente che riservava solo per lui si era trasformato in un piacevole e doloroso ricordo.
  Indossò la sua armatura nel silenzio; un tempo avrebbe gioito e sfidato i suoi uomini con proposte indecenti; aveva persino allontanato Eris, la sua più fidata consigliera. Spettri aleggiavano su di lui: ricordi dolorosi evocati dal rimorso per non essere giunto in tempo, per essere stato, per la prima volta, davvero impotente davanti al destino. Afferrò il clipeo con la mano sinistra e lo Xiphos con la destra, che mise nel fodero.
  “Eccolo lì, il Dio della Guerra” avrebbero detto. Solo, lo sguardo perso nel vuoto e il dolore della perdita ad appesantire le sue membra come neanche il Cielo da Atlante retto avrebbe potuto. La luce della sua donna mai più gli avrebbe indicato la giusta via.
  Uscì dalla tenda ed osservò con attenzione il suo accampamento. In una qualsiasi delle precedenti battaglie sarebbe stato montato in modo disordinato, fallace. Stavolta si presentava gerarchicamente organizzato. I guerrieri si affaccendavano celermente per formare le fila e i generali sbraitavano ordini ai loro sottoposti. Il sole stava per sorgere, una nuova alba donata da Apollo alle ere dell’uomo. La sfera incandescente guidata dal suo carro rubato iniziava timidamente a palesarsi dalla cima dei monti a sud, rischiarando e donando colore al grigiore circostante. In molti si fermarono ad osservarla: rossa come il sangue, presagio del massacro che a breve si sarebbe perpetrato tra le due fazioni; fratelli contro fratelli, bellicosi come gli dei a cui avevano giurato fedeltà e sottomissione.
  «È il momento, mio signore.»
  Si girò verso Eris, timida, quieta come mai si era prestata alla sua presenza. Ares assentì con un cenno del capo e tese la mano verso i servi che, diligenti, offrivano le redini della quadriga, e dei suoi cavalli immortali. Deimos e Phobos si avvicinarono come di consuetudine, ma li respinse con un cenno: nessuna paura, o terrore.
  Quella battaglia sarebbe stata combattuta nel silenzio del suo lutto.
  Afferrò il suo elmo e si portò ai margini del campo, alla testa delle fila spartane che si ammassavano alle sue spalle. La piana su cui avrebbero combattuto si estendeva fin dove occhio poteva vedere, e anche oltre. Sua sorella aveva compiuto un terribile sbaglio scegliendo di non trincerarsi dietro le mura della sua città; e a tempo debito ne avrebbe subito le conseguenze.
  L'esercito ateniese era già schierato e pronto, i fanti in avanguardia e gli arcieri alle spalle, i cavalieri si erano disposti ai lati. Lei era lì, alla testa del suo esercito di poeti e letterati, lo sguardo fiero e un cipiglio soddisfatto sul viso. Atena vestiva un’armatura dorata, la chioma corvina imprigionata in catene fatte di trecce, occhi grigio-tempesta; lo sguardo concentrato che aveva affrontato troppe volte, denso di sdegno e la superbia di chi guardava dall'alto in basso; lo sguardo che lo scherniva dopo ogni sconfitta. La vide impugnare la lancia nella destra e l'egida nell'altra, il volto raccapricciante di medusa a decorare i toni argentati dello scudo.
  La furia montò in lui dal primo istante: una collera silenziosa e mortale, potente quanto quella del mare.
 
Ares aveva inflitto un'altra sconfitta all’esercito ateniese, orfano del favore della loro dea. La vittoria era alle porte e il tempo in cui sarebbe tornato da Thekla per stringerla tra le braccia si avvicinava, condannandolo a un’euforia che lo rendeva uomo, prima che dio.
  Non aveva potuto sottrarsi al suo impegno, nemmeno per lei. La sua statua, dov’era scolpito in catene, simboleggiava la promessa di un giovane dio vanaglorioso, una promessa di gloria, fatta alla gente di Sparta. Doveva essere onorata, a dispetto di ogni altro desiderio; poiché persino un dio era secondo dinanzi al valore di un giuramento.
  «Mio signore!» La voce del suo messaggero era giunta alle sue orecchie urgente e disperata, riportandolo alla realtà spezzando l’idillio del suo ricordo.
  «Vieni al dunque» l'aveva esortato, mentre ripuliva la lama sul corpo di uno sconfitto.
  «Thekla, mio signore. Lei...»
  Si era risollevato subito, di scatto, e volto lo sguardo verso ovest. Il suo rapido e disperato incedere tradiva la fremente paura; un’emozione che l’aveva raggelato e che molti artisti e poeti avrebbero decantato, la stessa che cercava negli occhi dei suoi avversari e ora lo dominava.
  Il sangue era stato funesto presagio dell'innominabile, il corpo senza vita del servitore al quale aveva ordinato di proteggerla non aveva conferito adito a speranza alcuna. E in un mare di sangue l'aveva trovata: un cinghiale si stava cibando delle sue carni; il suo animale protetto che si stava nutrendo di ciò che di più sacro aveva al mondo.
  «No!» Il suo urlo era risuonato in tutta la vallata, fino alle cime dell'Olimpo, angosciato e furibondo.
  Anche il Dio della Guerra si era scoperto poter piangere. Mai aveva provato il freddo abbraccio dello sconforto, prima d’allora; del terrore, che l'aveva reso inerte come un infante; regredito al pari degli uomini che tanto si dilettava a spaventare, che derideva con tanto sdegno. Una sensazione che madre natura gli aveva inferto. Ma non l’aveva elevato, era sprofondato in abissi più presenti del Tartaro, e lasciato lì il suo cuore, a marcire. La fauna aveva abbandonato il suo capezzale, spaventata da quell'urlo agghiacciante. Eppure una bestia aveva avvertito il suo richiamo. Una fiera argentea ed elegante, che con ferocia era emersa dalla foresta e aveva azzannato il cinghiale alla gola: una lupa. I lamenti strazianti della preda si erano spenti in breve e sotto lo sguardo attento del cacciato Ares si era ridestato dal torpore dell’incubo, raggiungendo la sua amata.
  Anche nell'agonia che precede la morte, Thekla aveva mantenuto intatta la sua bellezza. Quella luce incantevole il cui valore superava il cielo; era l'amore che provava per lei a elevarla al di sopra di Afrodite stessa, a renderla splendente come gli astri che brillavano nel cielo notturno, non il desiderio verso la sua avvenenza o l'appagamento che sapevano donarsi nelle notte fredde e silenziose.
  L’aveva sollevata con accortezza e deposta sulle gambe, il di lei capo poggiato sulla sua spalla. «Amor... mio» aveva sussurrato la fanciulla, gli occhi umidi per le lacrime.
  «Resisti! Non lascerò che le Parche ti portino via da me.» Lo sconforto si era impadronito di lui, ma non era stato ancora vinto: avrebbe dato volentieri la sua vita immortale per salvarla.
  La mano delicata della fanciulla si era posata sulla sua; e subito Ares l'aveva stretta con forza. «Hai la presa di un guerriero» aveva elogiato con voce sottile, suscitando in lei il suo ultimo sorriso; che troppo presto si era trasformato in una smorfia di sofferenza. «Ti salverò, amore mio. L'immortalità non è nulla se non posso dividerla con te.»
  Lei non aveva risposto, non ne aveva la forza. Si era limitata a posare le labbra sulle sue, per l'ultima volta.
  Non avrebbe udito ultime parole. Si era spenta con un atto d’amore che ne valeva migliaia, tra le sue braccia. A nulla erano valse le sue grida, lo scuotere di un corpo ormai senza anima. Il Dio della Guerra aveva gridato al cielo il suo sconforto, la disperazione che l'aveva pervaso, e stretto a sé ciò che rimaneva dell’idillio spezzato. Lacrime incontrollate avevano solcato il suo viso. Il cielo stesso aveva cominciato a piangere, come se suo padre avesse condiviso il dolore per quella perdita.
  Mentre dei passi annunciavano la venuta di uno sgradito ospite. «Sembra che il tuo svago sia terminato, fratello.» L'inconfondibile voce atona di Atena l'aveva destato dal suo turbamento.
  Si era girato, iracondo come non era mai stato. «Cosa significa? Cos'hai fatto?»
  La Dea della Saggezza l'aveva guardato con freddezza. «Mostra gratitudine, fratello. Nostro padre era furibondo. Le tue continue assenze sull’Olimpo sono state notate. Quella donna ti sottraeva ai doveri di Dio della Guerra, era necessario estirparla. Ho pensato che porre fine alla sua vita con il tuo animale sacro fosse un gesto esemplare per ricordarti qual è il tuo posto» aveva spiegato, aprendosi in un ghigno di scherno.
  Ares non aveva mai provato tanta ira come in quel momento. Si sarebbe scagliato contro sua sorella, con tutte le sue forze, se il corpo di Thekla non avesse ottenebrato la vendetta, nel suo cuore in tumulto. «Questo affronto non resterà impunito, sorella» aveva sibilato, la voce tremante di rabbia. «Mi hai cavato cuore, farò altrettanto. Seminerò caos e distruzione ad Atene, la tua città prediletta. Strazierò il tuo cuore di pietra e ti farò assistere in catene alla disfatta della tua città! Spargerò sale sui confini di quell'indegna polis, la darò alle fiamme.» La minaccia eruppe con un tono basso e contenuto, fece arretrare la dea di un passo; poiché nessuno mai l'aveva visto controllare la furia; nessuno poteva prevedere cosa sarebbe accaduto. «Prepara il tuo esercito, la guerra incombe.»
  Aveva sentenziato, prima di raccogliere con accortezza il corpo della sua amata e dirigersi verso i piedi delle montagne a est, verso il villaggio natale dove era sempre stato suo desiderio essere sepolta.
 
La lupa lo fiancheggiò. Il suo sguardo ferale era apprensivo e attento.
  «Non dovevi seguirmi anche in un luogo pericoloso come questo» le dice, con  voce sporcata dal dolore e dalla gratitudine. Eppure la fiera non si mosse, persistendo al suo fianco; come un silenzioso guardiano mai vacillava, anche alla vista di così tanti uomini.
  Il Dio della Guerra annuì, colpito dal coraggio di quella creatura così leggiadra eppure così indomita nello spirito; proprio come lei. Si girò, le sue truppe si presentavano sotto ben altre vesti: ansia, terrore sotto uno sguardo che stentava a mantenersi impassibile, confusione. Gli Spartani vivevano per la battaglia, erano soldati nello spirito e altro non conoscevano se non guerra e sangue; erano pronti a morire per la loro patria, per assicurarle il giusto prestigio. Ma questo conflitto non era destinato a soddisfare bieche ambizioni, piuttosto per rendersi giudice delle scellerate azioni di Atena.
  Guardò ad uno ad uno i suoi soldati e per la prima volta comprese le parole di Thekla: l'ebbrezza fugace della battaglia non avrebbe mai unito la Grecia sotto un unico stendardo, non avrebbe reso questi uomini fratelli, né l'avrebbe ricondotto tra le braccia di lei; che quel giorno avessero vinto o perso, Sparta non sarebbe mai salita sulla cima del mondo. Non aveva il cuore, né le capacità, per gestire un simile fardello. Aveva addestrato dei cinghiali: feroci, possenti e letali, ma disordinati come la furia che li pervadeva. Vincitori, non conquistatori.
«Un sole rosso sorge, presagio di morte e distruzione. I nostri nemici sono schierati all'orizzonte» iniziò. «Guardateli bene: freddi, impassibili e sicuri dietro la loro falange fatta di strategia. Sotto il comando di Atena hanno sempre avuto ragione di noi, del nostro ardore, la mia stessa sorella mi ha sconfitto più volte di quante il mio orgoglio voglia ricordare... Tuttavia, questo è il passato. Mia sorella ha addestrato mercanti e poeti, non soldati. Ripugna la forza bruta, ripugna il vigore delle nostre braccia e crede che muovere i suoi uomini con accortezza sia la soluzione. Non è così. La guerra è passione, un fuoco che divampa e incendia i nostri animi, ci sprona a combattere con tutte le nostre forze per un comune obiettivo: la vittoria!» Alle sue parole gli uomini alzarono le lance al cielo ed esultarono più volte come un sol uomo. «Quest'oggi non è un giorno come altri, quest'oggi adempirò al mio voto e spezzerò le catene donandovi la vittoria promessa! Ma non sarà per mera brama dello scontro, non sarà per vendetta. Siamo stati sconfitti perché avevamo paura, io per primo; non degli ateniesi ma della loro razionalità, della loro tattica, che li trasforma ai nostri occhi in mostri irraggiungibili. È il momento di affrontare le nostre paure! Guardate l'uomo al vostro fianco, osservate il terrore che attanaglia il suo animo. Noi siamo uguali: sanguiniamo, siamo terrorizzati allo stesso modo, e così lo sono anche i nostri nemici. La mia richiesta è questa: abbiate coraggio. Superate la paura dell'ignoto, superate le vostre divergenze e abbiate la volontà di affrontare chi si schiera contro di noi. Abbiamo sempre combattuto senza un vero scopo e perso la nostra dignità. Riguadagniamola, allora! Affrontiamo il mostro della ragione e diamo battaglia per l'unica e vera ragione che conta: la vittoria!!»
Ares levò al cielo il suo grido di guerra e gli spartani risposero a gran voce, i loro cuori adesso erano più leggeri, liberi dalla fredde spire dell’oscurità. «All'attacco!» ordinò, indossando l'elmo e spingendo avanti la sua quadriga.
 
Spinse il suo carro verso il centro dello schieramento avversario, il suo esercito seguì fedelmente la sua carica.
  Atena aveva ordinato di attendere, di far stancare i loro nemici. Ma, come un uomo non può predire il moto delle stelle, non avrebbe potuto immaginare la furia con cui i suoi soldati si abbatterono contro gli emissari della ragione. Fu il primo a rompere le linee nemiche, assicurandosi il primo sangue; molti soldati ateniesi furono privati della vita dalle lame affilate che emergevano dai fianchi del suo cocchio. Il sangue zampillò dalle loro membra e si unì al rosso dell'alba, dando più enfasi al massacro di cui la piana sarebbe stata teatro.
  Mulinò la spada in tutte le direzioni, falciando coloro che riuscivano a evitare le lame del carro. Era già immerso nel profondo dello schieramento avversario quando i suoi uomini si scagliarono contro gli ateniesi e abbatterono le prime due linee dell'esercito grazie al loro fomento. Mentre avanzava verso Atena, il Dio della Guerra udì chiaro un ululato di avvertimento e si voltò.
  Il centro dello schieramento degli ateniesi stava arretrando, i suoi uomini guadagnavano terreno e troppo tardi si accorsero che le truppe nemiche iniziavano ad accerchiarli; la cavalleria ateniese che li aveva completamente aggirati e si apprestava a caricarli alle spalle. Gli spartani reagirono disponendosi in circolo e gli arcieri, da Atena posti dietro la fanteria, iniziarono a bersagliarli con una pioggia di frecce. La rabbia montò in lui nel sentire le grida d'agonia e di morte dei suoi soldati, ora prede degli assalti degli uomini a cavallo alle spalle e della fanteria sui fianchi.
  Era pronto a lanciarsi contro sua sorella, suo consueto agire, quando le parole di Thekla risuonarono lentamente, note di una dolce melodia: «Perché la natura ci spinge verso l’unità e uno scopo comune?»
  Scosse la testa, infine aprì davvero gli occhi dinanzi alla verità: aveva sempre combattuto senza uno scopo, schiavo delle sue emozioni per celare il disagio di una ricerca verso qualcosa che non comprendeva. Ora che aveva perso ciò che più amava al mondo, comprese quale il suo più intimo desiderio fosse: non la guerra, né la vittoria che tanto bramava, ma la conquista; non era l'esaltazione di un momento ma la fratellanza, l'unità che solo una causa comune poteva conferire; un sentimento eterno e puro come l'amore, per una patria o un luogo dove tornare; un amore che potesse sfiorare il senso di compiutezza che provava tra le braccia della sua Thekla.
  Aveva sempre agito come il suo animale sacro, come un cinghiale votato a soddisfare le sue più infime voglie, e aveva fallito. Quella fiera argentata lo stava ammonendo. Non commettere l'ennesimo sbaglio della tua immortale esistenza, diceva il suo verso sonoro: una disordinata massa di facoceri avrebbe perduto quella battaglia, ma un branco di lupi poteva sopravvivere; se egli si fosse dimostrato un degno sovrano; non sarebbe mai esistita l'unità senza scopo comun, non sarebbe mai esisto esercito senza comandante.
  Sparta non avrebbe mai compreso quella differenza. Tuttavia, per una sola e unica volta, avrebbe combattuto come un branco unito e agguerrito; aveva instillato in loro uno scopo, spettava a lui prendere in mano la situazione.
  Spronò i cavalli verso di loro, falciando le linee nemiche con ritrovato entusiasmo. «Uomini, alle armi!!» Il suo urlò riecheggiò in tutta la piana e gli spartani risposero tonanti, ricominciando a combattere con ritrovato entusiasmo.
  Scese dal carro, primo tra i pari, e cominciò a guerreggiare al fianco delle sue truppe. Ondate di avversari giungevano da ogni dove, stringendoli in una morsa, eppure nessuno spartano cedette il suo scudo, o terreno. Il sangue scorreva a fiumi, i corpi si ammassavano in pile disordinate, le urla di guerra e clangore di spade si erano fatti assordanti.
  Un uomo a cavallo attirò la sua attenzione, diretto verso di lui. Il Dio della Guerra si piegò sulle ginocchia e tranciò con un fluido movimento ad ascendere le gambe dell'animale. Afferrò il soldato disarcionato per la chioma e recise la gola con facilità.
  Dalla polvere levatasi dalla carica dell'animale giunsero tre ombre. Presero la forma di soldati ateniesi. Usò lo scudo per scagliare lontano il primo con la sua divina possanza, deviò il fendente del secondo con la sua arma e lo decapitò con il bordo del clipeo, infine ruotò attorno al terzo, esibendosi in un montante che squarciò la schiena; questi cadde in ginocchio e Ares lo prese per il capo, sgozzandolo.
  Il sole inondava corpi scintillanti di sudore e illuminava con i suoi raggi il liquido scarlatto che imbrattava i soldati, i cadaveri e il terreno: il rosso dominava la scena e sovrastava ogni altro colore; persino gli steli d'erba che si ergevano coraggiosi ne erano macchiati in modo indelebile. Soldati ne uccidevano altri, frecce trafiggevano bravi guerrieri, uomini a cavallo falciavano i fanti e le picche disarcionavano quest’ultimi con facilità. I due eserciti combattevano senza risparmiarsi e Ares si sentì fiero dei suoi, del loro coraggio e del fuoco dei loro occhi.
  «Ares.» Atena si era infine decisa a scendere dal suo piedistallo e farsi avanti, codarda nell'aver manovrato i suoi uomini come bestie, rimanendo in disparte.
  Il Dio della Guerra aveva atteso con ansia quel momento. Avrebbe posto la testa della Dea della Saggezza su una picca e portata al cospetto di suo padre. Zeus avrebbe preso atto, e presto, dell'abominevole parto della sua mente. I due schieramenti continuarono a combattere, tuttavia un cerchio fu riservato di comune accordo alle due compagini per il divino duello. Si studiarono girandosi attorno per molto tempo.
  Fu il guerriero a iniziare quella danza mortale; Atena era sempre stata guardinga e passiva, sempre alla ricerca di una tattica precisa piuttosto che attaccare con il cuore e la forza di volontà; non fu da meno neanche quella volta. Ares si spostò rapidamente a destra e sinistra, prima di esibirsi in un affondo preciso ed elegante. La dea deviò con l'egida e sfruttò in seguito la lunghezza della sua lancia per contrattaccare. L'arma colpì il braccio del Dio della Guerra, l'icore fuoriuscì dalla lieve ferita e questi strinse i denti. Non arretrò, non sarebbe mai scappato. Caricò la sorella con una serie di fendenti e colpi sgualembrati, che s'infransero sul possente scudo della corvina dea.
  Questa reagì: lo colpì al petto con la sua egida, rompendo la guardia, poi piegò le ginocchia e affondò la lancia verso il suo ventre. Ares deviò a fatica quell'assalto fatale, sbilanciato della precedente offensiva. Un taglio profondo fu aperto dalla punta metallica lungo il fianco.
  Ruggì di rabbia, pronto ad attaccare a testa bassa come un cinghiale preda di un'insana furia. Ancora una volta, l'ululato della lupa lo distolse dai suoi propositi.
  Arretrò, e picchiò il fianco più volte per contenere la perdita di sangue dorato, e chiuse gli occhi; il respiro si regolarizzò, lo spirito tornò quieto e un nuovo istinto prese il sopravvento sull’ira. Li riaprì di scatto, la calma ritrovata, nonostante il ribollire della sua brama sedimentasse ancora nelle viscere.
  Atena era rimasta guardinga e fredda, un gufo che attendeva un passo falso della sua preda per colpire; un cinghiale avrebbe perduto, ma egli era una nuova bestia, ora: un lupo affamato, pronto a stanare la presa e azzannarne la gola. Si mosse rapidamente, arrivando a pochi passi da lei. Fintò un dritto ridoppio, per poi colpirle il volto da destra con l'elsa dello Xiphos. Atena barcollò. Il Dio della Guerra ne approfittò per afferrare la lancia con la mano della spada e la disarmò colpendole il braccio con il clipeo.
  La dea arretrò, visibilmente sorpresa, ed egli sfruttò l'occasione per spezzare l'arma con il ginocchio; quando la sorella si riebbe, estrasse una spada, lo sguardo che esprimeva la sua gelida furia.
  Allora il dio ghignò sprezzante e abbandonò il suo scudo a terra. «Visto che desideri affrontare solo chi ti è inferiore, sorella, dovrò disarmarmi» affermò con un verso di scherno.
  Si privò anche dell'elmo, dell'armatura, degli schinieri e dei bracciali; rimase vestito della sola tunica di seta rossa. Brandì la spada, i piedi nudi calcarono la terra, e scattò verso di lei. Tentò un'imbroccata, ma Atena pose immediatamente lo scudo a difesa del corpo. La sua visuale fu occlusa dalla grandezza dello scudo e non le permise di osservare il seguito dell'offensiva.
  Ares calciò l'egida, facendola arretrare nuovamente. La incalzò continuando a tenerla sulla difensiva e, quando la dea tentò un affondo, scartò di lato. Le afferrò il polso, tirandola vicina. Menò un fendente che scalfì l'armatura. Le girò l'arto dietro la schiena, disarmandola. Atena si abbandonò a una smorfia di dolore mentre cadeva in ginocchio.
  Infine, si vide privata dell'elmo dal fratellastro; cercò di cogliere l'opportunità e sgambettarlo con lo scudo, ma quel disperato tentativo era così prevedibile che Ares si disgustò. Trovò vuoto, dietro quella fredda maschera che era la sua apparenza, una fanciulla spaventata che giocava a fare la guerra. Scartò di lato e calpestò con il piede il braccio della Dea della Saggezza fino a spezzarlo. Atena urlò, avvinta dalla sofferenza, ma la sete di vendetta del fratello esigeva maggiore soddisfazione.
  La colpì più volte, finché le divine ossa non si ruppero sotto i possenti pugni e il di lei volto mutò in una grottesca maschera di sangue dorato. Gridò il suo dolore, lo sfogò sul corpo della sorella, beandosi delle sue deliranti richieste di smetterla, di risparmiarla.
  «Dov'è la ragione di cui ti vanti tanto, sorella?» sussurrò all’orecchio, prima di strattonarla per i capelli verso l'alto. «Dov'è finita la tua spavalderia?!!» La colpì al volto con ferocia. «Sono stato dipinto come un essere cinico e crudele, eppure non sono nulla confronto a te: Aracne, Medusa e le sorelle gorgoni... Thekla. Le tue mani sono lorde di sangue. Scorre a fiumi dai tuoi palmi, non lo vedi? Sappi che darò i tuoi resti in pasto ai miei cinghiali, la tua testa rimarrà l’unico eco di un corpo che non potrai controllare, e guarderai Atene bruciare. Poi sarai appesa sulla cima del mio tempio, un trofeo di caccia di cui nostra sorella Artemide sarà invidiosa per l'eternità. Ora dammi soddisfazione: grida come ha fatto la mia amata.»
  Levò la spada al cielo, pronto a decapitarla.
  «Basta!!!»
 
Un tuono scosse il cielo e i colori scarlatti del sole e del sangue furono oscurati da un grigio plumbeo, come le nubi addensatesi sopra il campo di battaglia. Fulmini e saette annunciarono la sua venuta, ed entrambi gli eserciti s'inchinarono immediatamente, dimentichi del conflitto in cui erano immersi e del sangue dei loro fratelli. Accompagnato da un rombo di tuono, Zeus apparve di fronte alle due divinità, il volto austero.
  «Ares, deponi la tua arma» lo esortò il Sovrano degli Dei.
  «Non rinuncerò alla vendetta, padre.»
  La divinità osservò un punto imprecisato alle spalle del Dio della Guerra. Il quale volse lo sguardo nella medesima direzione, incontrando quello della lupa argentea; gli occhi della fiera sembravano chiedere a gran voce di risparmiare Atena; ancora una volta, si sorprese di riuscire a comprendere così intimamente la volontà della creatura.
  «Ascoltala, figlio mio. Hai ottenuto giustizia, non privare il mondo della sua incarnazione.»
  Fece un cenno con il capo verso la figlia. «Perché dovrei lasciare in vita ciò a cui tieni, quando con tanta leggerezza hai ordito la morte di colei che io amo?» esclamò a denti stretti.
  «Ho sempre agito per il bene di tutti.»
  «Taci! Che nessun'altra menzogna esca dalla tua bocca!!» La voce di Ares, piena di rimorso e rabbia, espresse tutto il suo sconforto.
  La fiera di portò a pochi passi da lui, uggiolando. I suoi lamenti lo fecero esitare, la brama di vendetta che continuava a ribollire come lava. Un tempo, il Dio della Guerra l'avrebbe decapitata senza esitazione, esaltandosi del suo operato. Lo scorrere dei secoli, scoprì infine, aveva intaccato anche il suo spirito, dopo avergli donato e poi strappato dalle mani il tesoro che più era importante. Abbandonò la spada a terra.
  Nulla aveva valore senza la amata, persino il rancore.
  «Atene deve cadere. I luoghi sacri a mia sorella distrutti, ed esigo il totale asservimento dei suoi sudditi a Sparta. Se questi termini non saranno accettati, neanche tu potrai fermarmi, padre.»
  «Acconsento» affermò Zeus, mentre faceva svanire il corpo martoriato della figlia con uno schiocco delle dita. «Prodi guerrieri di Sparta, prestatemi orecchio. La vittoria promessa è giunta. Con la mia benedizione, vi esorto ad assediare e fare di Atene ciò che più riterrete opportuno. Andate, gloriosi guerrieri greci. La vittoria è vostra.»
  I soldati cremisi esplosero in un'ovazione roboante, inneggiarono cori di gloria rivolti al proprio comandate e imprigionarono le truppe ateniesi che, vedendo sconfitto il proprio generale, si sottomisero ai loro nuovi padroni. Ares non si unì a loro. Preferì la solitudine e il silenzio.
  Zeus lo raggiunse alle porte di un accampamento deserto, fermo al suo fianco, le braccia conserte e lo sguardo perso a contemplare l'orizzonte. «Un tempo... l'avresti uccisa senza mezze misure.»
  «Un tempo l'avrei fatto.»
  «So cosa provi. Ho ceduto fin troppe volte alla passione, ma in talune occasioni ho assaggiato anch’io il frutto dell’amore. Ho tradito tua madre, ti ho fatto più volte torto anteponendo ai tuoi diritti la nascita dei tuoi fratelli. Avevo visto per te un grande futuro. Ma più crescevi, più iniziavi a somigliarmi: l'arroganza, il vigore della gioventù e un orgoglio smisurato. Tua madre resterà sempre nel mio cuore, ma non ha mai avuto la forza di cambiarmi, di rendermi migliore. Non ho avuto la tua fortuna.»
  «Hai ordinato la sua morte per invidia, dunque?»
  Il dio scosse la testa. «Siamo creature crudeli, figlio mio. Forze più grandi di noi ci hanno posto al di sopra degli uomini, e come la terra non si cura dei suoi abitanti così noi non ci interessiamo alle vicende delle creature a cui abbiamo acconsentito di vivere. Hai dimostrato di essere divento più saggio di me, per la prima volta hai rispecchiato ciò che ho sempre sperato diventassi: un dio fiero, giusto, fonte d'ispirazione per i suoi sudditi. Hai compiuto un'impresa degna di me. Infine, mi hai reso fiero.»
  «Non mi hai ancora spiegato le tue ragioni» sostenne Ares; Thekla era più importante di vuoti elogi, solo un tempo bramati nel silenzio dei suoi pensieri.
  «Sai bene che nemmeno io posso contraddire le Parche. Il destino di Ares è essere un dio, immortale, imperituro. Quello di un mortale, ahimè, è la fine. Ma ho licenza di farti un dono» asserì, prima di sparire in un turbinio di fulmini.
  «Amore mio.»
  Il cuore del Dio della Guerra perse un battito. Si girò e la vide: bellissima, i capelli sciolti sospinti dal vento, occhi blu che lo osservavano con amore. Si lanciò verso di lei, corse a sfiorarle il suo volto… e un senso di vuoto lo colse quando il suo palmo attraversò quell'eterea immagine; lacrime di frustrazione solcarono il suo viso e non si premurò di asciugarle, non in sua presenza.
  «I Campi Elisi mi hanno chiamata, amore mio. Un infausto destino ci ha voltato le spalle. Non biasimare la tua famiglia. Cerca di trovare nel tuo animo la forza di perdonare» lo esortò Thekla.
  «Mi stai chiedendo di perdonare chi ti ha portato via da me?!!»
  La fanciulla lo guardò con malinconia. «C'era un tempo in cui anch’io ti ho odiato, te ne rammenti? Le crudeltà che seguivano al tuo passaggio, gli orrori, la paura... Il tempo che trascorrevo in tua presenza era un tormento, una tortura. Provavo a serbare il mio rancore, ma nonostante i miei sforzi il mio cuore diventava tuo. Ho iniziato a scoprire il vero Dio della Guerra: il suo senso dell'onore, la sua dedizione nei riguardi dei suoi uomini, la sua forza e carisma. Sia nella vittoria che nella sconfitta sei sempre stato in grado di risollevarti, e i tuoi eserciti ti seguivano. Mi sono infine resa conto che Ares è solo una machera. La tua vera natura è celata sotto l'arroganza, e la crudeltà. Io l’ho vista, ed è bellissima.» La sua voce melodiosa lo carezzò con infinita delicatezza.
  «Non diventerò mai l'uomo che dipingi, se tu non sarai al mio fianco per guidarmi.»
  Thekla sorrise, e fu una luce nel cielo pregno di nubi oscure. Si avvicinò lui, i loro visi che si sfioravano ed entrambi chiusero gli occhi.
  «Vorrei stringerti a me, solo un'altra volta» esclamò il Dio della Guerra. La fanciulla li riaprì, umidi e pieni d'amore. «L'immortalità senza di te non ha senso. È una tortura a cui non posso resistere, mi terrà per sempre lontano da te.»
  «Io sarò sempre al tuo fianco, Ares» sussurrò la sua amata. «Proprio qui.» La mano si arrestò al centro del petto, dove un divino cuore pulsava solo per lei. «Promettimelo, amore mio: sii il dio che sei sempre stato destinato a incarnare, l'uomo a cui ho donato il mio cuore, e porta il tuo verbo al mondo intero. Sei destinato a grandi imprese e alla gloria.»
  «E se io non la volessi? Se volessi te soltanto?»
  Thekla lo fissò intensamente. «Chi non cerca il proprio tornaconto sarà in grado di vivere per instillare il bene nel cuore del prossimo. Poniti un traguardo, amor mio, e raggiungilo. Ti aspetterò alla fine di quella lunga corsa, quando il tempo e lo spazio perderanno di ogni significato e potremo infine ricongiungerci.»
  «Potrei impiegarvi molto tempo.»
  «Io ti seguirò a ogni passo, sempre e fino alla fine dei tempi.» La sua figura iniziava a svanire. Ares sussultò. Provò ingenuamente ad artigliare il vuoto pur di trattenerla. «Fino alla fine dei tempi» sentì sussurrare nel silenzio e scolpì quella frase nel suo cuore: un monito per proseguire, un conforto nella disperazione.
  «Il mio cuore appartiene a te, amore mio.» Le parole del Dio della Guerra furono catturate dal vento, garante della promessa che si erano appena scambiati.
  Cadde in ginocchio, sotto il peso di un'eternità per la prima volta opprimente e struggente. Solo il conforto della lupa, giunta nuovamente al suo fianco, sembrò alleviare il tormento della divinità. La fiera si accoccolò al suo fianco. La carezzò con la stessa premura che aveva sempre riservato a lei, grato di quel conforto conosciuto e sconosciuto al tempo stesso che sentiva in sua presenza.
  «È una fiera così intelligente, non è vero?» La voce di suo padre lo riscosse dalle migliaia di pensieri in cui era scivolato. Guardò l'argentea e incantevole creatura, e non poté assentire. «Il lupo è una creatura maestosa, figlio mio: elegante, feroce, cacciatore, ma capace anche d'amare e proteggere coloro che fan parte del suo branco.»
  Ares scorse un significato latente in quelle parole, qualcosa che si celava in profondità. «Spiegati.»
  «Credevo che Atena avrebbe agito con saggezza, eppure non è stato così: non avevo considerato il profondo astio che vi accomuna. Non possiamo contrastare il volere delle Parche, tuttavia non potevo restare inerme. Quella donna era troppo importante per te.»
  «Cosa hai fatto?» Il Dio della Guerra si tese, muscoli rigidi che tradivano apprensione.
  «Solo una fiera in tutta la foresta ha risposto al tuo disperato richiamo: una creatura incantevole e coraggiosa come la tua Thekla, l'unica degna di ereditarne la volontà di stare al tuo fianco.»
  Il discorso del padre lasciò il dio nell'incredulità. Si abbandonò a un sospiro, prima di osservare la lupa ancora una volta. Questa sembrava fissarlo con lo stesso sguardo della sua amata, gli stessi occhi pieni di d'amore.
  «Io ti seguirò a ogni passo, sempre e fino alla fine dei tempi.»
  La strinse a sé per molto tempo, con un cuore immortale ora sereno e libero dal peso del rimorso. Thekla sarebbe stata lontana, ma la sua volontà non l’avrebbe mai lasciato. Era lì, accanto al suo cuore, come aveva promesso.
  Si rialzò, incontrando lo sguardo di suo padre.
  «È giunto il momento di tornare a casa.»
  «No. Non posso più tornare sull'Olimpo. Devo trovare la mia strada.»
  Il volto del Sovrano degli Dei assunse un'espressione orgogliosa. «Sei sempre stato tu il mio degno erede, Ares. Cerca la tua strada, ricoprirti di gloria e torna a sedere al tuo posto nell'Olimpo da principe, e conquistatore, quando il tuo viaggio giungerà al termine. Il tuo destino è a ovest, in una terra giovane e florida. Cerca una donna di nome Rea Silvia. Quando l'avrai incontrata, scoprirai cosa il fato ha in serbo per te.»
  «Farò come dici, padre, ma tienilo bene a mente: Ares è un guerriero del passato, smarrito e perduto. Quel nome non mi identifica più di qualsiasi altro» sostenne, mentre s’incamminava verso quella terra lontana.
  «Chi sei dunque?» chiese Zeus.
  «Da oggi, e fino alla fine dei tempi, risponderò solo al nome che Gaia sussurra al mio orecchio, bramando il tempo in cui le mie mani si porranno su di lei: Marte.»
   
 
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