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Autore: Leyazara    14/11/2020    2 recensioni
Chi il sangue ha tradito
Chi il sangue ha sporcato
Il sangue il Tàri ha lacerato.
Un tempo regno di pace
Questa terra attende l'erede fugace,
Che tempra vendetta a fiamme di drago
Contro il tiranno dai lauri odiato.
Nel cielo vibrano le possenti ali,
Mentre si lucidano i macchinari astrali.
Si desteranno gli Ent e perirà l'unicorno
Quando l'erede farà ritorno
Sul drago il cui fuoco
Farà rinascere questo loco.
Al passaggio della cometa ciò si compirà
e il sangue degli elfi i fiumi tingerà,
perché con altro sangue il sangue si paga.
Il drago e l'erede saran del re la piaga
E ciò che nel sangue è iniziato,
Da loro nel sangue sarà terminato.
Ma dove li porterà il loro rancore infinito?
-
-
In omaggio al maestro Tolkien in questa opera compaiono gli Ent, con l'unica differenza di essere elevati al rango di esseri divini.
Genere: Avventura, Fantasy, Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Incompiuta, Violenza
Capitoli:
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Alye

Nei giorni seguenti, gli umori della laura e del piccolo drago divennero esatti opposti. Enea era spesso malinconico e sembrava aver perso quasi tutta la voglia di giocare, anche se aveva guadagnato dei nuovi amici tra i piccoli gitani. All’inizio, Alye pensò che fosse malato, ma Elluin e gli altri gitani che si occupavano di animali la rassicurarono, dicendo che era solo una fase passeggera.
«Probabilmente gli manca Valekar» concluse alla fine la bambina.
«È possibile» le rispose Elluin, guardando in alto «Dopotutto è solo un cucciolo e ha bisogno di un genitore di riferimento…».
Dalla sera in cui avevano sentito Valekar volare sopra le loro teste, tutti i gitani della carovana alzavano spesso gli occhi verso il cielo, sperando di scorgere il balaur. Inoltre, era grazie a quel piccolo intervento del drago che la punizione dei tre piccoli fuggiaschi era finita in anticipo.
«Non preoccuparti, Enea. Rivedremo Valekar molto presto» ripeteva lei al draghetto, senza però ottenere molti risultati.
Il suo ottimismo però non vacillava. Era convinta che il drago fosse sempre molto vicino alla carovana, spiandoli e proteggendoli dagli elfi e dai cacciatori. La notte si addormentava sperando di sentire di nuovo il vento smosso dalle sue ali e poi sognava la sua nuova vita nel regno dei nani. In qualche modo avrebbero trovato un nascondiglio per lui ed Enea e poi avrebbero aspettato Surion tutti insieme, per vivere come una grande e bizzarra famiglia. Gli elfi e il Tàri sarebbero stati solo un brutto ricordo.
A ogni città in cui facevano tappa, avvicinandosi al confine della Brelonna, Alye vedeva i suoi sogni farsi sempre più vicini. Arrivò addirittura a immaginare un giorno in cui i nani e gli uomini del Koiran avrebbero capito quali creature meravigliose erano i draghi, accettando tra di loro Enea e Valekar.
Quando raccontava quei suoi sogni ad Haldamir però, lui tentennava. Restava in bilico tra lei ed Enea, senza sapere chi imitare. Sorrideva, per non dare un dispiacere alla sorella, ma poi tornava ad affondare il viso tra le pagine del libro sui draghi, nascondendo la sua espressione corrucciata.
Alye rifiutava di farsi contagiare dall’umore dal suo umore e da quello di Enea. Dopo tutto quello che avevano passato, gli Ent non potevano negare loro un futuro felice!
Dopo Arrantia, la carovana proseguì ancora verso nord, diretta al confine del regno. Ancora qualche città e poi sarebbero stati al sicuro dalle grinfie degli elfi.
Una sera, subito dopo che si erano accampati vicino alla capitale, Messer Ianven annunciò che la sera successiva avrebbero tenuto uno spettacolo nel giardino di una ricca famiglia del posto.
«Uh-uh!» fece Nimmin, sfregandosi le mani «Vedo tanta, tanta grana all’orizzonte!».
«Ripassati le buone maniere, zoticone» lo rimbeccò Elluin «Altrimenti altro che grana. Ti danno ma una spada in pancia!».
I gitani ridacchiarono e il mago alzò le mani in segno di resa. Il giorno successivo avrebbero dovuto muovere i carri verso la tenuta e, ovviamente, tenere nascosto il piccolo drago. Fortunatamente, però, la melanconia di Enea gli impediva di essere chiassoso e impaziente di uscire come al solito.
«Se non abbiamo niente da fare, la mattina potrei portare Alye e Haldamir a fare un giro in città» propose Harira, ammiccando ai due piccoli lauri «Nella capitale c’è un frammento di ogni regno conosciuto. Sarà una piccola anteprima».
Alye era troppo curiosa per rifiutare, mentre Haldamir preferì rimanere con Enea e gli altri bambini della carovana. Per questi ultimi, abituati a fare avanti e indietro per ogni regno conosciuto, la capitale di Brelonna era una città come le altre.
Messer Ianven acconsentì, raccomandando però alla piccola laura di mantenere le orecchie nascoste sotto la stoffa. La loro ultima scappatella aveva offerto agli elfi una ghiotta occasione, fortunatamente sprecata.
La mattina dopo, Alye e Harira si unirono allo stuolo di contadini e viandanti diretti verso la grande porta di Ehapda, da molti definita Il Crogiolo di Nelira, per la grande quantità di razze e genti umane che vi giungevano.
 
Era la città più grande che Alye avesse mai visto. Dietro alle imponenti mura merlate si celava un formicaio brulicante di vita proveniente dai quattro angoli del continente. Le case di mattoni sembravano accalcarsi sul reticolo di strade e viuzze come i loro cittadini e i mercanti, che vociavano decantando la bellezza delle loro merci. Sotto ai tendoni colorati delle bancarelle, erano esposti gli oggetti più pregiati, e talvolta più strambi, che Alye avesse mai visto. Ad esempio, quando lei e Harira passarono sotto a un porticato, la piccola laura scorse una bottega di finissime ceramiche. Vasi e servizi di piatti erano dipinti con superba maestria, in un elegante intreccio di colori e motivi floreali. Su alcuni vi erano persino raffigurate delle storie o immagini sacre degli Ent. Nessuno ne aveva mai visto uno dall’Era Ridente, ma l’artigiano aveva interpretato alla lettera le storie e le prediche dei nemori. Le divinità comparivano su diverse ceramiche come semplici volti al centro di un tronco d’alloro, simili a maschere festive. I loro occhi, dall’iride ambrato, fissavano i passanti con un’espressione placida ma severa, soppesandone forse le colpe.
Un altro piccolo negozio, nascosto tra i mattoni scuri di un edificio, vendeva bizzarri oggetti e monili di ferro contrassegnati con dei numeri. L’insegna sopra la porta raffigurava un sole e una luna, ma Alye non era in grado di leggere la scritta in brelonniano.
«Alye, vieni!» le gridò la sua maestra, già sparita nella calca. Per una volta, la piccola laura fu grata di essere alta quanto un soldo di cacio e di poter quindi sgusciare in mezzo alla gente. In effetti, però, erano proprio le persone a dare un tocco esotico all’intero mercato.
Una volta riunite, Harira le afferrò la mano, ma Alye non riusciva a smettere di guardarsi intorno, affascinata. Limalon le aveva parlato un po’ delle genti che abitavano gli altri regni di Nelira, ma vedersele davanti era ben altra storia.
Scorse persino la pelle azzurra di un idriade, i cui capelli argentei brillavano sotto il sole. Poi d’un tratto, alle sue spalle, udì il battito insistente degli zoccoli sovrastare il cicaleccio del mercato e quando si girò vide la folla aprirsi al passaggio di tre eporedi. La loro cresta, o meglio criniera, che solcava la testa calva dalla fronte alla nuca era inconfondibile. Cavalcavano usando appena una coperta e delle briglie semplici, senza nemmeno il morso, ma i loro destrieri erano alti quasi due braccia al garrese. Uno di essi aveva un manto nero focato e non quattro ma ben otto zampe, che tuonavano possenti sul lastricato.
 «È uno slepiniro» spiegò Harira, mentre Alye lo osservava meravigliata «A occhio e croce gli altri due sembrano bucefali».
«Sono bellissimi!» esclamò lei.
«Sì, ma non dirlo a Yicio e Bippi, sennò si offendono poi» scherzò la gitana «Quando passeremo dall’Ileona magari avrai modo di vedere anche le altre magnifiche razze che allevano laggiù».
Man mano che riprendevano a camminare tra le botteghe e le bancarelle straripanti di verzure fresche e profumate, Harira raccontava altre cose su quella città cosmopolita e sui suoi avventori. La testa di Alye girava come una trottola, attratta da quel marasma così variegato. Scoprì persino razze di cui non aveva mai sentito parlare, come i nivei e gli ossidiani, provenienti dallo Shambala, il Regno Mezzaluna.
Dopo qualche altro passo, le due ragazze sbucarono in un’ampia piazza dalla forma irregolare, sulla quale dominava un imponente palazzo. Il pian terreno, scandito da una serie di archi a falce, era di pietra serena, mentre quelli superiori erano costruiti con mattoni in cotto. In mezzo alle trifore della facciata, spiccava il grande stendardo del regno: un fiero bonnacon dalle cui corna si sviluppava un albero rigoglioso. Sul lato destro, inoltre, svettava una torre alta e sottile, terminante in una guglia anch’essa in pietra serena.
«Quello è il Palazzo Confederale» spiegò Harira, dopo aver comprato due focacce al miele «Là dentro, le grandi famiglie che governano le dodecapoli si riuniscono per prendere le decisioni».
«Quindi non ci sono re?» chiese Alye, incuriosita.
«Non di nome, ma di fatto è come se ogni città ne avesse uno».
Quella risposta lasciò perplessa la piccola laura. Una città, per quanto grande e variegata, non era certo un territorio sufficiente per un re. Harira non era un’esperta di politica, ma nel suo andirivieni tra i vari regni del nord aveva imparato a conoscere, almeno in parte, anche i governanti e accettò di spiegarle ad Alye.
«Tutto il territorio della Brelonna è diviso in tre grandi regioni: la Calymna, l’Ediacara e l’Imbria. Ognuna di esse è governata da una dodecapoli, ovvero una lega di dodici città» le disse, mentre entrambe andavano a sedersi vicino a una grande fontana esagonale, dalla quale emergeva la statua di una sirena. «Sono le grandi di famiglie di mercanti e banchieri a tirarne le redini e le più importanti si riuniscono qui, nel Palazzo Confederale, per decidere il destino della Brelonna. In teoria nessuna di loro vanta titoli nobiliari e dovrebbero essere tutte uguali, ma in concreto ogni famiglia è sovrana della sua città e non è raro che si scontri con le altre rivali, come lupi che si contendono il territorio».
«E come fanno a mettersi d’accordo per decidere poi?» chiese la piccola laura, leccandosi il miele rimasto sulle dita.
La sua maestra si strinse nelle spalle, rispondendole che in teoria avrebbero dovuto votare, ma, anche qui, difficilmente le parole rispecchiavano la realtà.
«In ogni caso, a noi importa poco lo stesso. Di certo non vengono a chiedere la nostra opinione» concluse, poi il suo sguardo si fissò su qualcosa alle spalle di Alye. «Imbria impestata e ladra!» esclamò «Non ne vedevo uno qui da quasi dieci anni!».
Subito Alye si girò a guardare e per un secondo credette di vedere un altro drago.
Anzi, pensandoci bene, sembrava un incrocio tra un cavallo e un drago. Come altezza, batteva lo slepiniro di poco prima, malgrado avesse quasi lo stesso muso allungato, sopra al quale spiccavano due corna ricurve. Le lunghe zampe terminavano in tre dita dotate di spesse unghie, molto più simili a zoccoli che ad artigli. Il corpo era ricoperto di squame ocra, più scure nella parte superiore. Tuttavia, non erano abbastanza grosse e coriacee per formare la tipica armatura dei draghi. Non aveva nemmeno le ali, ma conservava la lunga coda serpentina e le placche rialzate che correvano lungo la sua spina dorsale.
La cosa che più stupiva Alye, però, era vedergli in dosso finimenti e bisacce, mentre il suo cavaliere lo conduceva proprio verso la fontana. L’uomo aveva una lunga barba nera, che gli circondava il viso e scendeva fino al suo petto. La pelle era scura, più di quella di tutti i gitani, e questo faceva risaltare i piccoli gioielli che gli ornavano orecchie e dita. Indossava una lunga tunica blu e arancio, intessuta di motivi geometrici. Dalla stoffa che gli cingeva la vita spiccava l’impugnatura di una lama lunga quanto il braccio di Alye.
Una volta alla fontana, il nuovo venuto smontò dalla sua cavalcatura, permettendole di abbeverarsi. A giudicare dai vestiti inusuali, sembrava provenire dallo Shambala.
Disse qualcosa in una lingua che la piccola laura non comprese, mentre accarezzava il collo tozzo del suo animale. Poi si accorse delle due ragazze e nella sua folta barba catramosa si aprì un sorriso.
«Che il sole splenda sempre su di voi, fanciulle girovaghe» disse loro, nella Lingua Madre.
Alye arrossì al complimento, mormorando: «Grazie… messere».
«Che la luna guidi i vostri passi, o anima cortese» gli rispose Harira, tutt’altro che imbarazzata «Spero possa portarvi al nostro spettacolo, stasera».
«Fortunatamente per voi, credo proprio che sarà così» rispose lo straniero, lavandosi le mani e il viso. «Il mio nome è Assurnarsipal di Eshnunna» si presentò «La mia gente porta la parola Seyfo».
Assu… che?
Alye stava per dire il suo nome, quando Harira le strinse forte la mano e prese la parola: «Harira e Gili, dalla Carovana della Fenice. Su di noi è la parola Porrajmos».
Prima di scappare con il circo, Alye non aveva mai notato quel rituale degli umani. Al posto del cognome, si presentavano attraverso la loro Parola, e quindi con il loro antico dolore. Tuttavia, capiva perché fosse necessario tra di loro: il loro corpo non aveva nessuna peculiarità, non essendo legati a nessun elemento della natura e, dunque, non era possibile intendere a occhio le loro radici.
«Dunque vi rivedremo stasera?» domandò ancora Harira.
«Sono certo che i miei buoni ospiti non si lasceranno sfuggire l’occasione di assistere a qualche gioco circense» rispose lui «Resta però da vedere se mi cacceranno o no una volta visto il mio povero sirrush».
L’animale emise un forte sbuffo, sentendosi chiamato in causa, e il suo fiato arrivò fino al viso di Alye. Sembrava docile e non scorgeva nessuna zanna sporgere dalla bocca.
«È pericoloso?» chiese allo straniero dal nome impronunciabile.
«No. Ha solo la sfortuna di somigliare troppo a un drago» le rispose lui «Puoi accarezzarlo se vuoi».
La bambina non trattenne un sorriso di gratitudine e cominciò ad aggirare la fontana, per avvicinarsi al sirrush e al suo proprietario- Entrambi la affascinavano. Le sembrava di essere saltata dentro a un racconto e avere davanti l’eroe col suo destriero. Vista la spada, lo shambalese poteva benissimo essere un prode guerriero o, chissà, persino un principe di quel regno lontano.
Quando il sirrush la vide avvicinarsi, si girò e protese il collo verso di lei, brontolando curioso.
«Piano, Sargon. Piano» gli disse il suo padrone, tirando appena le redini.
Alye però non indietreggiò. Fin da piccolissima era abituata a trattare con animali molto più grossi di lei. Praticamente aveva imparato a correre e camminare nella stalla della sua fattoria, con le giovenche e i vitellini che le leccavano sempre la faccia, come fosse stata una di loro.
Inoltre, lei e suo fratello avevano affrontato un drago adulto, cosa mai poteva farle un tranquillo animale da sella?
Appena incominciò a toccargli la fronte, l’animale sbuffò di nuovo, facendo tintinnare i suoi campanellini.
«Sputa fuoco?» chiese al suo padrone.
«No, piccola gitana» le rispose «Malgrado la somiglianza, i sirrush non hanno niente a che fare con quelle orrende bestie che infestano i cieli».
Alye fu un po’ amareggiata a sentirlo dire quelle parole, ma cercò di non darlo troppo a vedere. Dopotutto, che cosa poteva aspettarsi? A parte i gitani, tutti a Nelira odiavano i draghi.
«La ringrazio molto, Messer Assun… Assursi… A…» tentò di dire, mentre incespicava su quel nome impronunciabile e arrossiva dalla vergogna.
«Assurnarsipal» ridacchiò lui «Ma puoi chiamarmi Assur. Non sei la prima ad avere difficoltà col nome di questo povero mago».
«Mago?» fece, Harira, incrociando le braccia «Allora anche voi vi intendete di prestidigitazione».
«Oh no, sei in errore, mia cara. Io sono un vero mago, unto dalla Cometa assieme ad altri pochi eletti. Alla mia nascita, il cielo ha dischiuso parte dei suoi misteri».
«Che cosa significa?» chiese subito Alye, con la mano ancora appoggiata sul muso del sirrush. Fissò Assur con occhi grondanti di curiosità, trattenendosi a stento dal chiedergli di fare una vera magia.
«Non conosci la Cometa? Credevo che gli zigani fossero i migliori nel raccontare storie» disse lui, quasi deluso.
«Così mi offendete, messere!» esclamò Harira, ostentando una finta indignazione «In tutto il continente di Nelira non troverete parolieri e cantori migliori di noi e non c’è novella che non vi sapremo narrare. Anzi è proprio perché se ne conosce tante che Gili ancora non ha sentito quella della Cometa. S’ha una lunga lista prima».
Assur alzò le mani in segno di resa, rivolgendo però un’occhiata divertita alla gitana. Sembrava piacergli discutere con lei.
«Chiedo venia» disse mentre si appoggiava al bordo della fontana «Trovavo solo bizzarro che una bambina tanto sveglia all’apparenza non avesse mai visto o sentito parlare di maghi e comete».
Alye si morse l’interno della guancia. Quel mago shambalese le piaceva; era attratta dalla sua figura esotica e misteriosa. Al solo pensiero di venire considerata un’ignorante sempliciotta si sentiva avvampare per la vergogna.
Fortunatamente, però, Assur sembrava in vena di compagnia in quel momento e si trattenne a parlare con loro ancora un per qualche tempo. Raccontò della sua terra d’origine, un luogo di eterna battaglia tra le sabbie arroventate e le foreste lussureggianti. I fiumi aprivano ferite azzurre nei deserti, irrigando floride piantagioni nutrite con il loro fertile limo. Dietro alle grandi porte azzurre, vegliate dai lamassu, si estendevano città fatte di una pietra rosa come l’alba. L’odore di spezi e frutti maturi, assieme alla musica degli incantatori, coloravano l’aria secca di quel termitaio frenetico. Sopra i disordinati agglomerati di case, incombevano i grandi giardini pensili di sacerdoti e nobili, il cui verde sembrava quasi brillare. Dai monti Rodinia, a est, scorrevano i più grandi fiumi del continente, i quali, prima di tuffarsi nel Mare di Mezzo, andavano a innaffiare Il Giglio. Questo lago, la cui forma richiamava appunto quella di un fiore, durante la stagione delle piogge sembrava pretendere il titolo di Mare. Era il vero cuore lussureggiante dello Shambala e, secondo Assur, non esisteva nessun posto al mondo che rassomigliasse l’antico Panxilo più dell’area attorno al Giglio.
«Esclusa ovviamente l’elusiva regione dell’Isilith» precisò.
Alye ascoltava senza capire diverse parole, intraducibili in Lingua Madre, ma non aveva il coraggio di interrompere il mago. Più, parlava e più il mondo nella sua testa si ampliava, disegnandone una grossolana mappa. Per la sua mente avida i dettagli avevano poca rilevanza. L’unica cosa realmente importante era assimilare e ricordare i nomi di ogni regno e spostare sempre più oltre i confini, fino ad abbracciare il mondo intero.
«E poi? Cosa c’è dopo il Mare di Mezzo?».
«Beh, io non ci sono mai stato, ma mi hanno parlato dell’Isola Sacra, sopra la quale galleggia nel cielo l’arcipelago della Sideria…»
«Per ora può anche bastare, Gili» fece Harira tutto a un tratto, poggiandole entrambe le mani sulle spalle «Non vorrai mica che questo mago ti disegni una cartografia del mondo intero? Te lo racconto io quando torniamo ai carri».
Aveva già cominciato a trascinarla via dalla fontana, dopo aver rivolto ad Assur un saluto sbrigativo. Non capendo tutta quella fretta, Alye si mise subito a protestare e fare resistenza. Il mago la salutò con un sorriso divertito e la promessa di continuare il suo racconto la sera stessa dello spettacolo, quando si sarebbero rivisti. La piccola laura, però, voleva almeno chiedergli almeno un’ultima cosa. Cominciò a strattonare Harira e tirare con tutte le sue forze per tornare indietro, ma la ragazza era molto più forte.
«Alye, dobbiamo andare» sibilò a denti stretti continuando a trascinarla.
La piazza intanto si stava riempiendo di gente. Frotte di curiosi mercanti e avventori correvano verso il lato opposto, vicino al Palazzo Confederale. Le due ragazze si trovarono presto a nuotare contro corrente, talvolta spintonate dalla ressa. Grazie al marasma, Alye riuscì a liberarsi dalla presa di Harira e correre di nuovo verso la fontana, svicolando tra la folla.
Una volta arrivata, però, scoprì che Assur e Sargon se ne erano già andati e la calca attorno a lei si stava facendo troppo fitta per vedere da che parte fossero andati. Da ogni via o palazzo altra gente veniva a sgomitare nella piazza, alzandosi sulle punte per vedere qualcosa. Non poteva essere il sirrush…
Nella confusione di lingue e accenti incomprensibili, Alye a un certo punto colse la parola “drago”. Un brivido di terrore corse lungo la sua spina dorsale e subito si arrampicò sulla fontana. Si mise in bilico sul bordo, reggendosi a un braccio della sirena, mentre guardava dall’alto quel bailame colorato che si era riversato nella piazza.
La sua attenzione però fu subito catturata da un corteo di soldati che sfilavano dietro a uno stendardo. Come in una parata di ritorno dalla guerra, i passi dei guerrieri sferragliavano e tuonavano sui mattoni, mentre i cavalieri ammiccavano alla folla adulante da sotto gli elmi a punta. Lo stomaco di Alye si torse per il dolore e il disgusto quando in mezzo a loro riconobbe degli ippoceri, i cavalli-cervi degli elfi. E infatti eccoli lì, accanto agli altri cavalieri, tutti impettiti e orgogliosi a crogiolarsi in tutta quella ammirazione.
Alye sentì una rabbia inaudita crescerle nel petto, innalzarsi come un’onda a ogni loro ricordo che le tornava alla mente. Avevano massacrato tutte le bambine come lei a Thalion. Bambine! E non erano nemmeno le prime persone che uccidevano! Per non parlare di ciò che avevano fatto ai draghi… E ora erano lì, festeggiati come degli eroi.
Alye sentiva di non riuscire più a trattenere quella rabbia. Voleva riversarla su quegli assassini, urlare a tutta Ehapda chi erano davvero, ma poi non ci riuscì. Gli applausi si fecero ancora più fragranti, le grida ancora più gioiose, quando da una via laterale avanzarono due lunghe file di cavalli da tiro. Trainavano un carro gigantesco, sopra al quale era legata una massa informe e sanguinolenta.
Alla piccola laura occorsero alcuni istanti per riconoscere il corpo di Valekar, da cui ancora sporgevano gli arpioni e le fiocine, intrise di sangue rappreso.
La sua rabbia mutò allora in disperazione. Ebbe appena il tempo di urlare, che Harira le afferrò un braccio e la tirò giù, stringendola a sé. Nessuno l’aveva sentita. Nessuno si era accorto di lei. Erano troppo felici di vedere il corpo del drago finalmente morto.
«Mi dispiace…» mormorò Harira, tenendola in braccio «Non volevo che lo vedessi».
Alye singhiozzò per tutto il tempo, mentre si allontanavano. Aveva commesso l’errore di nutrire delle speranze e gli elfi si erano affrettati a schiacciarle. Niente resisteva a loro, sembravano dire, nemmeno l’ultimo drago.

Spazio autrice: ciao draghetti! Mi spiace avervi rovinato così il capitolo, ma purtroppo Valekar non era destinato a vivere ancora a lungo.
Ho un’altra piccola nota di carattere informativo.
La Parola
Seyfo deriva dall’aramaico antico e significa “Spada”. Con essa si identifica il genocidio di cristiani Siriaci, Caldei e Assiri messo in atto dall’Impero Ottomano tra il 1914 e il 1920. Le vittime non sono meno di 275.000 ma alcuni arrivano a parlare di 750.000. Si trattò di una vera pulizia etnica che mirava a cancellare ogni presenza cristiana in quelle terre, distruggendo anche molte chiese e utilizzando lo strumento della guerra santa (al Jihad). A capo dell’operazione c’era il movimento nazionalista dei Giovani Turchi, il quale sperimentò delle tecniche di sterminio poi riprese dal terzo Reich, come le marce della morte.
Vi prego di non accontentarvi di queste mie poche parole ma di fare una breve ricerca in materia, perché se Porrajmos è una storia poco nota di Seyfo a mala pena si parla. Vi lascio qui un paio di link: nel primo si parla del genocidio legato a Seyfo nel secondo di quello legato a Porrajmos. Fatemi sapere se volete altre info. 

http://www.gliscritti.it/blog/entry/3978

https://www.unive.it/media/allegato/centri/CIRDU/seminari_workshop/PORRAJMOS.pdf


 
   
 
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