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Autore: VictoriaParker    16/11/2020    1 recensioni
Charleston, Virginia Occidentale - 1859
West Boone Hall, piantagione e roccaforte dell'omonima famiglia sudista, fa da sfondo alle vicende che caratterizzano la Guerra di Secessione nello stato della Virginia.
Una storia di intrighi e passioni in un climax ascendente di tensione, che cambierà le sorti di Carolina Boone, quintogenita della famiglia, e Tristan, schiavo del lotto dodici.
Genere: Drammatico, Romantico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza | Contesto: Secessione americana
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Charleston, Virginia – Maggio 1859

 

 

George Edward Boone scese nervoso l’imponente scalinata centrale, un sigaro cubano che andava consumandosi tra le labbra serrate ed un giornale stretto convulsamente nella mano sinistra. Negli occhi azzurri il riflesso del duro lavoro di generazioni: West Boone Hall, la più ricca piantagione di Charleston.
West Boone Hall prendeva il nome dal ramo della famiglia che si era trasferito nella Virginia Occidentale poco più di un secolo prima e, con fatica, aveva portato la magione all’attuale splendore. Era paragonabile ad una cittadina in miniatura che si estendeva per più di 2.000 acri lungo il corso del fiume Elk. Al centro di essa sorgeva la casa padronale, un’imponente magione con mattoni a vista in stile palladiano risalente alla prima metà del ‘700 e costruita con pianta ad H, tipica forma dell’architettura elisabettiana e giacobina in Inghilterra. Dal lato est si accedeva ad uno splendido e curatissimo giardino all’inglese caratterizzato da una fontanella che sorgeva al centro di un laghetto artificiale. Il lato ovest, invece, ospitava la depandance, che includeva la cookhouse, collegata da un corridoio coperto alla casa padronale, un dispensa, una lavanderia, una camera di affumicatura, un pollaio, una ghiacciaia
, una latteria, un pozzo coperto per l'acqua ed una cisterna. Il quartiere degli schiavi distava alcune migliaia di metri dalla magione ed era composto da venticinque lotti che ospitavano cinque persone al massimo ciascuno. A differenza della stragrande maggioranza delle case degli schiavi, costruite con materiali scadenti, a West Boone Hall si potevano trovare abitazioni in mattoni dotate di due finestre ed un focolare. La scelta non era certamente dettata da ragioni umanitarie, tutt’altro. George Boone, e i suoi avi prima di lui, avevano capito che gli schiavi erano un vero e proprio investimento. Mantenere condizioni igenico sanitarie adeguate significava evitare il diffondersi di rabbia e malcontento, dunque eventuali ribellioni, nonché migliorare la produttività nelle piantagioni. Non mancavano tuttavia regole ferree che stabilivano con chiarezza il confine invalicabile tra bianchi e neri, la superiorità dei padroni. Rigidi dogmi il cui mancato rispetto costringeva ad impartire durissime punizioni. Le piantagioni si trovavano vicine al quartiere degli schiavi per permettere loro di accedervi facilmente. Si trattava di migliaia di ettari a coltura varia che vantavano inoltre tutte le adeguate strutture e tecnologie per la lavorazione dei prodotti.
I Boone avevano sudato il loro status ed erano sicuramente la famiglia più influente di Charleston, nonché tra i planters più rinomati dell’intera Virginia.
Senza rendersene conto, George accartocciò il giornale irritato dalle notizie lette poco prima: il vento stava cambiando, l’Unione era sempre più forte e le sue pressioni liberali sembravano essere arrivate fino al Sud. Che manico d’ipocriti! La politica adottata dal governo americano era ridicola, da un lato si voleva che l’economia rispondesse alla crescente domanda di cotone, dall'altro era necessario dimostrare all'opinione pubblica, nazionale ed estera, l'effettiva intenzione di smantellare lo schiavismo. Che bisogno ci fosse di dar prova agli europei di essere degli smidollati come loro proprio non lo avrebbe mai capito! Era chiaro che mettere i bastoni tra le ruote alla produzione di cotone e all’imponentissimo mercato di importazione sarebbe stato un grosso danno per gli imprenditori europei, dunque per le economie del continente. Non si sarebbero messi il cappio al collo con le proprie mani.
Il capofamiglia spense con stizza il sigaro sul corrimano della scalinata, se possibile ancor più infastidito di quando aveva abbandonato la colazione sul tavolo nell’impeto della collera.
George, caro, qualcosa ti turba?
La voce di Mery, sua amatissima moglie, sembrò lenire i suoi nervi tesi. Con un leggero movimento del capo l’uomo dissentì e, poco dopo, si voltò per osservare la consorte.
Mery Boone era una donna di bell’aspetto, con i capelli scuri ormai riflessati da sfumature argentee nonostante la giovane età. Aveva il viso tondo, sempre messo in risalto da elaboratissime acconciature, gli occhi marroni e le labbra carnose. Era piuttosto minuta di costituzione, ma padroneggiava un’eleganza innata che pochi potevano vantare. L’aveva conosciuta tempo addietro, quando da ragazzo era andato a trovare uno zio di secondo grado di cui lei era la figlia maggiore. Erano cugini alla lontana, ma non era strano all’epoca. Si era innamorato di Mary non appena vi aveva posato sopra i suoi occhi azzurri, ma l’aveva incominciata ad amare solo dopo il matrimonio, quando si era reso conto di quanto fosse attenta, premurosa, acuta.
“La carrozza ti sta aspettando” gli sorrise la donna con dolcezza.
Solo allora George sembrò ricordarsi di doversi recare ad acquistare nuova forza lavoro al mercato degli schiavi di Norfolk. La sua mente scaltra lo portò a pensare che sarebbe stata una buona occasione per incontrare altri planters e sondare il terreno sulle volontà dei vertici della Virginia. Forse con la sua influenza avrebbe potuto indirizzare il pensiero di altri.
Grazie” l’uomo le accarezzò lievemente il braccio e la precedette sulle scale.
Una volta rientrato alla magione riprese posto in sala da pranzo, dove con calma terminò il pasto. Si ritirò poi nei suoi appartamenti per indossare un abito consono all’occasione, attento a sottolineare il benestare della famiglia Boone. Aveva una missione da compiere!
Prima di uscire si guardò allo specchio. Era un uomo alto, distinto nel suo completo di sartoria. I capelli, ormai grigi, erano folti e ben pettinati ed allo stesso modo erano curati i baffi e le basette. Se ne compiacque e per un attimo i suoi occhi azzurri brillarono d’orgoglio. 
Tirò fuori l’orologio dal taschino del panciotto grigio e, quando vide l’orario, una smorfia di disappunto gli adombrò il viso. Odiava essere in ritardo. Prese il bastone da passeggio ed attraversò la casa, stranamente silenziosa e poco affollata. Solo nel momento in cui mise piede fuori dalla magione capì il perché di tanta quiete: i domestici e la sua famiglia lo stavano aspettando per salutarlo. Non si stupì perché era uso comune salutare il padrone di casa quando si allontanava, specie se per alcuni giorni come in quel caso.
Si chinò a salutare Mary, posandole un tenero bacio sulla guancia. Non servirono parole, ma bastarono gli sguardi. Con gli occhi lui le disse ‘a presto amore mio’ e sorridendo lei rispose ‘mi mancherai’.
“Fate buon viaggio Padre” affermò Thomas, il primogenito.
Sai quel che devi fare” George Boone lo guardò negli occhi azzurri, tratto ereditario di famiglia, e gli tese la mano in segno di saluto.
Thomas l’afferrò prontamente. Era cresciuto con una rigorosissima educazione, come tutti i suoi fratelli, ma su di lui si era riversato anche il peso di una importante eredità: in veste di primogenito iavrebbe dovuto portare avanti il nome e gli affari di famiglia. Questo lo aveva portato ad essere un uomo dedito al lavoro, inflessibile sulle sue decisioni, scaltro e talvolta manipolatore. Aveva assorbito tutto quello che il padre aveva potuto insegnargli, aveva appreso le sue idee politiche e ne aveva fatto dei principi. Thomas era un uomo del Sud fatto e finito, come nemmeno George Boone sarebbe mai potuto essere, e questo rendeva il padre estremamente fiero di lui.
“Fate buon viaggio, George” si intromise Linda, la moglie di Thomas.
I due erano da poco sposati e la ragazza era in attesa del loro primo figlio. Era una bella donna, con occhi verdi e capelli biondi, attentissima alle tendenze in fatto di moda. Non era strano infatti vederla con vestiti da città, poco adatti alle piantagioni. D’altronde passava la maggior parte del suo tempo tra i salotti dell’elite della Virginia. Questo aspetto l’aveva resa ancor più interessante agli occhi del capofamiglia poiché, come moglie di Thomas, avrebbe veicolato rapporti con personaggi influenti e consolidato legami importanti.
“Lo sarà di certo, mia cara!” le baciò educatamente la guancia.
Staccatosi dalla nuora, si trovò davanti George. Fisicamente era il figlio che più gli somigliava, aveva l’altezza e i colori chiari dei Boone, ma il carattere era certamente quello più affabile dei Lee. Non a caso era un medico.
“Padre” gli sorrise il ragazzo biondo tendendogli la mano.
“George, prenditi cura di tua madre e dei tuoi fratelli!” ricambiò la stretta.
Una risatina gli fece girare il viso in direzione della quintogenita, Carolina.
Carolina che aveva ereditato il nome dalla nonna paterna, proveniente dallo stato del Sud, in realtà dei Boone aveva ben poco. Era infatti molto simile a sua madre: aveva lunghi e folti capelli scuri, un viso tondo e leggermente paffuto, e lineamenti delicati. I suoi occhi erano d’un tono di marrone molto vicino al nero, scaldati però da una luce d’impertinenza e vitalità. Era una ragazza, o meglio una donna poiché ormai aveva diciotto anni, estremamente intelligente e perspicace, ma al contempo ingenua e pura. George aveva declinato tutte le proposte di matrimonio che la figlia aveva ricevuto poiché ancora non pronto a separarsene. Talvolta gli sembrava che Carolina fosse l’ultimo baluardo dell’integrità della sua umanità. Quando compiva azioni poco consone alla morale, bastava guardare sua figlia per capire se il limite era stato valicato o meno. Se riusciva a sostenerne lo sguardo limpido ed innocente sapeva che la sua anima era ancora intatta.
“Buon viaggio!” Carolina si inchinò scherzosamente sollevando l’ampia gonna.
“E’ così che congedi il tuo vecchio padre?” la guardò divertito con le braccia sui fianchi.
Carolina non se lo fece ripetere ed in men che non si dica si attaccò al collo del padre che la strinse a se con affetto.
“Ci mancherete padre!” gli sorrise sciogliendo l’abbraccio.
“Anche voi, Carolina!” le diede un buffetto sulla testa.
“Padre, ci porterete dei giocattoli?” domandò una vocina maschile.
George posò lo sguardo sui due figli più piccoli, Mason di sei anni ed Isabelle di dieci. Erano ancora piuttosto piccoli e lui, avendoli avuti in età matura, li considerava quasi più come nipoti che come figli e per questo tendeva a viziarli.
“Vedrò quel che si trova a Norfolk…” lo prese in braccio.
“Credo che ci siano delle splendide bambole, padre!” gli tirò la giacca Isabelle per attirarne l’attenzione.
George scoppiò a ridere. Con un figlio in braccio e l’altra per mano si avvicinò alla carrozza che avrebbe condotto lui ed Isaiah alla stazione.
“Buongiorno Signore” lo salutò l’uomo di colore.
Isaiah era uno schiavo di circa cinquant’anni, suo coetaneo. Era stato acquistato dal padre di George quando aveva solo tredici anni e da allora aveva sempre lavorato per la famiglia. Era uno schiavo modello: un gran lavoratore, ma soprattutto un uomo rispettato dagli altri e fedele. Per questo motivo, a differenza degli altri schiavi, gli era stato permesso di sposarsi ed avere figli che lavoravano a West Boone.
Il capo famiglia accennò ad un saluto con la mano.
Una volta salutati nuovamente i bambini e l’intera famiglia, salì sulla carrozza senza indugio.
Guardò distrattamente Isaiah posizionarsi al posto del cocchiere e schioccare un colpo di frusta facendo partire i cavalli. Sospirando osservò la magione, così imponente e sicura, ed un istinto lo costrinse a coglierne tutti i dettagli, i profumi. Si riempì gli occhi del verde della boscaglia, dei colori degli alberi in fiore, si impresse nella mente il fruscio dell’acqua del fiume e il canto lontano degli schiavi nelle piantagioni. Respirò a pieni polmoni l’aria di casa e il suo cuore sembrò perdere un battito senza un ragione reale.
Un’improvvisa e atipica folata di vento lo costrinse a chiudere la giacca.
Era il cinque maggio e il vento del cambiamento aveva appena iniziato a soffiare.



 


Gentili Lettori,
spero di aver acceso la vostra curiosità. 
Tengo ad una precisazione: i capitoli avranno POV diversi.
Inoltre, essendo una storia in via di scrittura, se qualcuno avesse voglia di condividere le prorie idee e, perchè no, di scrivere a quattro mani i destini di questa famiglia è ben accetto.

Victoria P.
   
 
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