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Autore: Blackellrick    01/12/2020    0 recensioni
Un ragazzo senza un obbiettivo che si ritrova a scrivere una storia, la storia della sua vita disastrosa all’interno di una prigione che gli fungeva da casa.
Un muro a dividerlo dal resto del mondo e solo due persone al suo fianco: un licantropo con i suoi tre cani e un vecchio con indosso un vestito da donna.
Una fuga dolorosa e piena di incertezze, ma che porterà alla nascita di qualcosa di buono: una storia.
Genere: Drammatico, Malinconico, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 1
Ho un buco sul pavimento che mi permette di vedere tutto quello che fa la gente che vive al piano di sotto quando passa in salotto. Una volta passavo di lì per caso, avevo sentito subito i versi. Il mio vicino scopava con un altro tipo in un angolo di casa e da quell'angolazione potevo vedere un fottutissimo porno gay dal vivo, potevo anche mangiare i popcorn visto che per vedere mi ero abbassato verso lo sportello della cucina.
Vi è un tizio al piano di sopra che, puntualmente, ogni notte, inizia ad urlare e a sbattere le sedie al muro e un vicino mannaro con i suoi tre cani.
Me ne andavo girando per il palazzo in mutande e ciabatte, sicuramente fatto. Lasciavo su ogni porta che incrociavo un fiore bianco che avevo raccolto nel piccolo pezzetto di erba dove pisciano i cani nel mio quartiere, oltre quello forse ce né un altro appena fuori il muro di cemento dove piscio io quando il mio bagno è troppo lontano per aspettare.
Non appena lasciata la margherita mezza morta sulla soglia del mio vicino si era aperta la porta e un immenso ragazzo dagli occhi blu e i capelli biondi lunghi fino alle spalle, aveva occupato la mia visuale.


 Aveva lo sguardo freddo e distaccato, le labbra ferme formavano una linea, una guancia un po' arrossata e una mano fasciata da bende giallastre. Non riuscivo a smettere di fissare il tatuaggio che aveva sulla fronte, poi avevo spostato lo sguardo sul suo petto scoperto; indossava solo una camicia azzurra aperta sul busto e dei jeans forse un po’ troppo larghi.
Quasi gli cadevo addosso nel rialzarmi.
Non aveva detto niente, poi il muso affusolato di uno dei suoi cani era sbucato fuori dalla porta, mostrando una fila di denti bianchi e affilati con un ringhio grottesco.
Credo di non essermela fatta sotto solo perché l'avevo fatta poco prima nel vaso della signora del primo piano.
Con un solo sguardo aveva messo a tacere il cane e si era scusato per la reazione, presentandosi con il nome di Miguel e facendomi cenno di entrare.
Ora, non ricordo, non ricordo ne’ perché mi fece entrare ne’ cosa mi avesse detto, tuttavia mi risvegliai sul suo divano il giorno dopo, un po' dolorante, con il fiato di uno dei suoi cani sul collo.
Miguel stava facendo la doccia e io, entrando senza chiedere il permesso, fui illuminato dalla luce di un bagno pulito dopo anni, senza sangue, sperma, pollo o altro spiattellato sulla superficie di esso.


 Senza parlare, ero andato subito verso il wc.
Il ragazzo aveva continuato ad asciugarsi. Era uno spettacolo, meglio del porno al piano di sotto, sarei potuto venire solo guardandolo, ma questo lo tenni esclusivamente per me.
Dopo qualche attimo di silenzio mi aveva chiesto se volessi lavarmi anche io, ma rifiutai, amavo l’odore che avevo addosso.
Il suo sguardo era sempre freddo, non mi guardava molto. La sera prima mi aveva detto il perché mi avesse fatto entrare ma io non lo ricordavo, quindi glielo avevo richiesto.
"Stai simpatico al mio cane."
Mi ricordo di essere tornato a casa dopo e di aver visto lo stesso ragazzo sotto la pioggia che guardava verso di me. Credo di avergli urlato qualcosa, non rammento, è successo molto tempo fa, comunque lui non si era fermato, si era girato dall'altra parte e aveva continuato a camminare, seguito dai suoi cani.
I suoi cani...Non so cosa mi fosse passato per la testa, ma avevo sceso velocemente le scale, indossando una vestaglia rosa, logora e senza ricordare di chi fosse, e dopo averlo


 afferrato per il braccio, avevo fatto forza sulle gambe per non cadere.
Il suo sguardo era sempre stato duro e freddo dal primo momento in cui lo avevo visto.
“Sei fradicio.” Aveva detto in un sussurro, o qualcosa di simile per lo più, forse sto sbagliando, non aveva detto proprio nulla.
Avevo scosso la testa e fatto notare di avere addosso la stupida vestaglia che mi avvolgeva il corpo, ormai trasparente perché bagnata, quindi inutile. Mi sentii un po’ stupido...Sono un po’ stupido.
“I tuoi cani, ho dimenticato di chiederti come si chiamano i tuoi cani.”
Quella volta aveva accennato un sorriso, ne sono sicuro. Avrei sorriso anche io pur di liquidare uno sciocco, probabilmente pazzo, che era venuto a chiedermi il nome dei miei cani come se fosse di vitale importanza. A volte non ragiono e lascio che sia la mia bocca a parlare e il mio corpo ad agire, senza pensare.
“Delta.” Aveva detto indicando quello bianco. “Tiberius.” Quello a macchie.
“Libre.” Quello nero.


 “E tu, come ti chiami?” Una notte in casa sua e non glielo avevo detto?
“Asmodeo.” Avevo mormorato
“E Asmodeo.” Lo avevo sentito ripetere. Non ero il suo cane.
Non sono il suo cane, che sia chiaro.
Vi prego solo di non chiudere il libro o spegnere il telefono se state leggendo questo. Non sono uno scrittore, so a stento scrivere e non ho idea del perché io abbia iniziato con il raccontarvi del buco nel pavimento di casa mia o di Miguel. La storia è nettamente più interessante, vi chiedo solo di avere pazienza e di arrivare alla fine.
Infondo, Miguel non mi è neppure simpatico, è solo un figo con la testa piena di pulci.
E’ l’anno 3100, il mondo si è lasciato un po' andare, ma esistono ancora posti magnifici, non qui però. Mi trovo al confine della Spagna, ormai distrutta, non so dirvi che zona è, con cosa confina, perché sono qui, in un quartiere logoro e decadente, dove la gente non ragiona più per quanta polvere gli si deposita sul cervello. Qui si vive di fumo e alcol, il cibo fa schifo, le malattie sono aumentate, le notti d'inverno si gela, alcuni non hanno neanche le porte o gran


 parte del tetto sopra la testa e per questo mi reputo fortunato.
Il mio palazzo è circondato dagli altri, quasi al centro, formato da dodici piani. Io abito al terzo, o abitavo. La costruzione degli edifici sembra come un disegno. Erano già li quando sono nato e non so chi li abbia costruiti e perché sono posti con così tanta cura a formare questi strani quartieri.
La tecnologia fa schifo, gli unici telefoni pubblici sono a mezz'ora da casa mia, la gente non ha niente da fare, abbiamo smesso pure di lavorare, non vi esiste denaro, non serve a niente, aspettiamo la morte ma anche quella sembra essere troppo importante per avvicinarsi a posti simili.
Niente più film, niente più telegiornale, giornali, notizie di vario tipo, radio, musica, siamo letteralmente soli, in questo piccolo pezzettino di terra, lontani dal cosi detto ‘’mondo buono’’.
Avete presente lo stato? Non esiste più. Non vi sono politici, Re o Regine, capi al governo. Non esiste più il governo. Non c’è assolutamente niente. I buoni propositi, i principi di fondo, i valori della famiglia, le leggi della società, i diritti umani. E’ tutto nullo.
Provate a scendere in strada e a parlare con le persone. Risponderebbero con versi senza senso e non saprebbero


 nemmeno spiegarvi come l’umanità abbia potuto così velocemente toccare il fondo.
Io ci sono nato in questo mondo, era già decaduto da un po', ma almeno la mente di qualche persona era rimasta attiva così da potermi spiegare un singolo pezzettino del nostro passato.
Non posso dire di conoscere il giusto, erano le parole di vari anziani messe insieme, non vi erano prove, ne’ libri su cui basarsi. Quelli avevano fatto la fine peggiore...Bruciati nelle notti di inverno per riscaldarsi.
A proposito di questo...Non so perché ogni cosa mi riporti a lui, ma sto per raccontarvi ancora di Miguel.
Il giorno dopo quello in cui lo avevo incrociato per la prima volta, non mi ero alzato dal letto fino all'ora di pranzo. Morivo di fame e di questi tempi trovarsi da mangiare non è facile.
Il cibo si ottiene scambiando oggetti con una fattoria, ad esempio. Questa cede un animale malato o in fin di vita, ma i nostri anticorpi fanno paura ai morti. Sembra che il nostro sangue sia ormai ferro e le il nostro corpo una malattia vivente.


 Però io avevo la febbre, il mio corpo non stava combattendo molto bene quindi mi ero alzato, andando dalla signora del sesto piano, sperando potesse darmi delle medicine in cambio di qualcosa.
Infatti, per due dannatissime pillole mi aveva chiesto del sesso, ma io non avevo voglia di scopare, tanto meno con lei. Tengo alla mia verginità, più o meno.
Non ricordo di averla persa da sobrio, ma sono sicuro che anche se fossi stato fatto l'avrei capito o ricordato quindi ancora il mio cervello segna che io non abbia mai scopato con nessuno.
Non c'è niente di male infondo, non mi piace sentire qualcuno che mi tocca, ma guardare la gente fottere non è male. Però non esiste un modo per far sesso senza essere toccati, peccato.
L’avevo pregata di cambiare il favore, ma niente, riscesi le scale senza medicine, sarei stato costretto a cambiare palazzo per chiederle, visto che lo "spacciatore" di medicine nel mio era lei.
Che poi, a dirla tutta, più che medicine erano come intrugli preparati in casa che avevano la dannatissima capacità di farti stare peggio di quanto non stessi prima di averle prese.


 Avevo provato con il palazzo accanto, quella volta aveva aperto la porta un uomo grasso e brutto, con i capelli unti e le labbra gonfie.
Mi aveva chiesto di correre nel quartiere accanto e di prendere del buon vino dal suo caro amico Josh. Stavo quasi per accettare, anche se ero stanco e con la febbre, ma mi aveva informato giusto in tempo di potermi dare solo una pillola, essendo fuori dal mio palazzo, se ne avessi voluta un'altra avrei dovuto fargli un altro favore, ma di questo passo mi sarei ammalato di più e due non sarebbero bastate.
Mi ero spostato in un altro palazzo, ma anche lì il prezzo era alto. Ormai tremavo per la febbre, sudavo freddo, sentivo le gambe cedere, dovetti tornare a casa, a tremare sul divano.
Chissà quanto era alta la mia febbre...
Mi ero svegliato dopo aver sentito qualcosa di umido e caldo che mi passava sul viso. Non appena avevo aperto gli occhi mi ero accorto di avere Delta al mio fianco, il cane bianco di Miguel, che mi guardava con aria distaccata e seria.
Aveva abbassato la testa verso un pacchetto, una strana scatola che non avevo mai visto, ma erano medicine. Non erano intrugli strani, non ne avevo mai viste in quel modo. Erano delle piccole pastiglie bianche e tonde.


 Ne avevo ingerito due, tornado a sdraiarmi sul divano, accarezzando il cane, che stranamente mi aveva lasciato fare. Subito dopo mi ero già addormentato.
Al mio risveglio, il cane non era più al mio fianco. Dovevo almeno andare a ringraziare il mio vicino.
Mi ero avvolto in una coperta e avevo indossato delle ciabatte, bussando alla porta del biondo.
Miguel non aveva aperto subito, ma quando lo fece parve sorpreso di vedermi.
Qui i miei ricordi si fanno sempre più confusi, sapevo di doverlo ringraziare, ma dopo un flebile ‘’grazie’’ gli avevo chiesto del bagno.
Credetemi se vi dico che il mio era in condizioni pessime, sono quasi sicuro che dei microorganismi si siano formati dai resti di cibo e schifo depositati sulle mattonelle.
All’inizio non era molto convinto e mi aveva detto che se avessi voluto usare il bagno avrei dovuto pulirlo dopo.
Avevo accettato seppur stanco per la febbre. Alla fine quel bagno non fui io a pulirlo, ma Miguel stesso, che poi aveva anche insistito per farmi restare.
I suoi modi non mi erano affatto piaciuti, ora che ci penso a mente lucida riesco a capire che stesse solo cercando di


 farmi abbassare la febbre ancora alta, ma in quel momento no, riuscivo solo a pensare a quanto freddo avessi mentre mi passava un panno umido di alcol sul corpo.
E ora che ci penso il fatto di essere stato nudo davanti a lui in quel momento aveva solo peggiorato la situazione.
Tutto ciò che mi ricordo sta dopo quel momento.
Una grossa coperta mi riscaldava e il biondo stava seduto sul bordo del divano, vicino a me, con una ciotola di legno in mano colma di brodo di pollo.
Il profumo era buonissimo, forse non avevo mai sentito nulla di così buono in tutta la mia vita. Che non è poi così lunga, ho solo ventun anni.
Stavo decisamente meglio, avevo smesso di tremare e quel brodo era buonissimo. Se mi concentro riesco ancora a ricordarne il sapore.
“Con chi hai scambiato il pollo? Ha un sapore diverso rispetto a tutti quelli che ho mangiato”. Gli avevo chiesto, lui però si era limitato a fare spallucce. Non si può dire affatto che Miguel sia di molte parole.
“Perché ti chiami Asmodeo? E’ un nome particolare, sai?” Non so perché avesse spostato il discorso sul mio nome, ma mi ero solo limitato a rispondere.


 In realtà non ho un ricordo ben preciso di questo, ma rammento che uno dei miei genitori quando ero molto piccolo, cinque o sette anni, mi aveva dato quel nome dicendo che io fossi dannato, prima di allora non avevo mai avuto un nome.
Non mi ricordo nemmeno dei miei genitori, so solo che a dodici anni mi ritrovai da solo in quella grande casa con qualche ferita addosso. Forse la mia mente ha solo deciso di rimuovere quel giorno dai miei ricordi.
Sto dilagando, come sempre mi perdo nei miei infiniti pensieri. Vi dicevo, prima di parlare di ciò, di quel che sapevo sulla storia, no? Dei libri bruciati in inverno quando faceva freddo.
Ho iniziato a parlavi di Miguel solo perché, dopo aver bevuto il brodo, mi ero alzato per indossare dei vestiti che mi aveva dato in prestito, molto più caldi e puliti di quelli che avevo addosso prima.
Nel farlo, mentre infilavo i pantaloni, mi ero poggiato ad uno scaffale e lì avevo visto un libro, poi un altro e un altro ancora.
Non avevo nemmeno chiesto il permesso, lo avevo preso e basta, affondando il volto tra le pagine nel sentirne il buonissimo profumo. Era il primo libro che toccavo, l’odore non riesco nemmeno a descrivervelo. Era fantastico, al tatto


 la carta era ruvida, era giallastra per l’età e le lettere erano piccole e nere. Era scritto in spagnolo, ma era così complesso che io non riuscì bene a capirlo. Troppi termini, un lessico troppo forbito per me.
“Dove li hai presi i libri? Credevo non ne’ esistessero più.” Il biondo aveva accennato un sorriso.
“Non ricordi proprio niente della scorsa sera, uhm? Quelle sostanze che ingerisci ti uccidono il cervello.” Lo aveva detto in modo molto più serio.
La sera prima avevamo parlato molto, ma credetemi, non ricordavo assolutamente niente. Intanto mi aveva detto molte cose e non ha mai detto il perché mi avesse parlato tanto.
Miguel proveniva dal ‘’mondo buono’’, i libri erano dei ricordi e lui si era isolato nei bassi fondi solo perché era un lupo mannaro. Poi non aveva detto nient’altro.
Che ci crediate o no, lo era eccome, un uomo lupo. Siate liberi di credere alla magia, nella follia, al fatto che la licantropia sia un malattia, ma lui lo è e io l’ho visto con i miei occhi.
Gli avevo chiesto anche come lo fosse diventato, ma lui mi aveva spiegato che ci fosse nato. Era tutto un fatto di


 eredità. Anche la nonna lo era, la madre aveva saltato la generazione e a lui era toccato questo enorme fardello.
“Se qui uccido qualcuno quella vita non ha valore per nessuno, se non per me che l’indomani mi ritrovo con i sensi di colpa mentre degno di una sepoltura quel cadavere.”
Quelle parole in un certo senso mi avevano toccato. Se in questo luogo sparisce una persona, il giorno dopo nessuno la va a cercare. Dopo quello, mi sono sentito ancora più solo di quanto già sapessi di essere.
Ora basta parlare di quel biondo che se la tira tanto, perché credetemi, lo fa. Vorrei parlavi di un’altra persona molto importante per lo svolgimento di questa noiosissima vicenda, raccontata da uno svitato.
Oltre al biondo, che era mio vicino ormai da tre anni, l’uomo che abitava ormai da dieci anni al piano di sopra, tutte le notti, come vi ho detto prima, iniziava ad urlare e rompere le cose contro il muro. Non gli avevo mai parlato, non avevo mai davvero parlato con qualcuno prima di Miguel. Non so perché, forse la paura di ritrovarmi solo per tutta la vita, mi spinsero ad andare di sopra e a bussare alla porta.
Non fu un uomo ad aprire la porta, non lo definirei affatto un uomo, bensì un fantasma, uno scheletro, un organismo pelle ed ossa bianco come un morto, gli occhi scavati dentro


 le orbite, i capelli grigi e unti sparpagliati sulla testa per metà calva.
I suoi denti erano gialli, rotti, consumati, ricoperti di tartaro, le unghie non stavano più sulle dita, insanguinate. Il sangue sul vestito da donna che indossava era secco, l’abito era troppo piccolo per riuscire a starci dentro e comprimeva in modo assurdo il suo petto, arrivava a stento a coprire le cosce.
Non ebbi il tempo di aprire bocca, la porta mi si era chiusa di fronte con un gesto rapido e nervoso, carico di rabbia, dopo poco lo avevo sentito iniziare ad urlare e cosa ancora peggiore, a piangere.
Ricordo di averci pensato per tutto il giorno. Lui era solo, era veramente solo con sé stesso. Lui come tanti altri.
Ero andato a prendere delle bustine di cioccolata lo stesso pomeriggio, ripensando ad una frase che avevo sentito spesso: il cioccolato rende felici.
Avevo convinto il ragazzo del sesto piano due palazzi dopo il mio a darmene due bustine in cambio di un favore. Erano scadute e dentro vi avevo trovato un verme, ma il risultato non era stato niente male, sommandolo al fatto che avevo unito la polvere all’acqua piovana raccolta all’interno di un canale.


 Tre tazze in tutto. La prima l’avevo bevuta io, l’altra l’avevo lasciata davanti alla porta di Miguel, limitandomi a bussare, poi ero salito al piano di sopra appena in tempo per non farmi vedere.
Avevo bussato, due, tre volte. Lo avevo chiamato e poi in fine quel vecchio signore aveva aperto la porta, tremante come una foglia, un sopracciglio spaccato.
Non sapevo cosa dire.
“Tieni, il cioccolato è un buon rimedio a tutto.” Onestamente mi pento di averlo detto, insomma, non era poi una frase opportuna se ci ripenso ancora ora, tuttavia forse fu proprio quella a convincerlo di prendere la tazza.
Poi mi aveva chiuso la porta in faccia.
Non ero sceso subito, perché avevo passato il tempo a saltare gli scalini ai piani più alti, ma quando ero tornato di sotto c’era Delta, con i suoi lucenti occhi marroni che mi fissavano, davanti alla mia porta.
Vicino c’era la tazza, perfettamente pulita. Ricordo di essermi abbassato verso di lei, che era seduta, e di averla accarezzata. Il suo pelo bianco era cosi soffice.
Se non sbaglio, lei era il primo cane che Miguel aveva portato con sé tre anni prima. Era una cucciola sottopeso e


 in fin di vita che contro ogni aspettativa era diventata un cane forte e anche molto intelligente.
C’è un altro dettaglio molto importante che devo raccontarvi. Quel giorno, come se si stesse accalcando tutto, ero andato verso la fine della strada. Non mi ero mai spinto tanto oltre. Lì finivano tutti i palazzi, non c’era più nulla se non questo grande e immenso muro di cemento.
C’era una porta, più o meno verso il centro, affiancata da una sorta di piccolo sportello informazioni.
Il muro non finisce mai. Che tu vada a destra o a sinistra, questo è sempre presente. E’ una sorta di cerchio nella quale è racchiuso questo piccolo angolo di mondo, almeno così pensavo.
Quel giorno avevo deciso di arrivare fino alla porta. Sul vetro della finestrella, vi era un messaggio. Un vecchio foglio di carta attaccato dall’interno. Dentro non era altro che un piccolo stanzino di cemento con una sedia ricoperta di ragnatele.
Il biglietto diceva: “Inserire la moneta per pagare il pedaggio.”
Sotto era posto un’apposita entrata per la moneta. Che tipo di moneta era necessaria? Come facevo ad averne una se il denaro non esisteva più? E dopo aver pagato? Cosa c’era lì dietro?


 Avevo continuato a pormi quelle domande per tutto il giorno fino a quando non mi venne in mente Miguel.
Onestamente odio doverci pensare tanto, tuttavia è sempre in mezzo ad ogni cosa e da ora in poi dovrò parlarne spesso.
Quel biondino mi aveva raccontato tante cose, ma non potevo certo dire fossero vere. Avevo bisogno di qualche conferma.
L’indomani mattina ero andato a parlare direttamente con lui. Era strano parlargli a mente lucida, più o meno non assumevo sostanze strane da almeno due giorni, forse era anche per questo che avevo iniziato a pensare.
“Se tu provieni dal mondo buono, saprai sicuramente di più.” Avevo concluso, sedendomi davanti a lui, nel suo salotto ordinato e pulito.
Lui si era limitato a stringersi nelle spalle, come sempre d’altronde.
“E poi io non credo tu sia un licantropo. Sei sicuramente un povero sprovveduto costretto a vivere qui come tutti gli altri.” Questo forse lo aveva colpito un po’. Non aveva cercato di convincermi del contrario, mi aveva solo detto di venire a trovarlo tra due giorni, la notte, quando la luna sarebbe stata piena.
Dovevo ammettere di essere un po’ ansioso, ma quella notte aveva dimostrato che Miguel non mentisse affatto.


 Esattamente due giorni dopo, a mezzanotte, ero davanti la porta di casa sua, la mano sulla maniglia.
Tutti e tre i cani erano seduti davanti all'entrata, lo sguardo fisso su di me, ma non erano affatto minacciosi, in più Delta era anche venuta a farmi le feste. Tra tutti era l’unica che si lasciava toccare, gli altri erano parecchio diffidenti.
Ero andato avanti fino alla porta che mi aveva indicato, infondo al corridoio, non ero mai entrato lì. Non era molto illuminato, l'unica luce proveniva dalla finestra, la tenda nera era stata tirata di lato e un'enorme luna bianca riversava la sua luce riflessa all’interno della camera.
Nella stanza c'era un letto, uno specchio, un armadio e oggetti vari, infine, una gabbia.
Un'enorme gabbia di metallo, alta fino al soffitto e larga quasi più del letto, dentro questa un'immensa figura che spezzava il fiato. Il respiro pesante, entrambe le mani artigliate serrate tra le sbarre, alto più di due metri, ricoperto di un manto quasi biondo, come i capelli di Miguel. Gli occhi blu che riflettevano la luna erano fissi su di me.
Un leggero ringhio aveva riempito la stanza, aveva un muso lungo e una testa gigante, il naso umido annusava l'aria, mentre il lupo indietreggiava tra le sbarre.


 Io ero rimasto immobile, quasi non credevo ai miei occhi, ero euforico nel vederlo, ma anche pieno di terrore, paralizzato dalla crudele bellezza di quella creatura.
Avevo mosso qualche passo, cercando di osservarlo meglio: aveva le zampe posteriori appena piegate, ma stabili, una coda lunga e folta, le orecchie tese e pronte ad avvertire ogni singolo suono. Il mio cuore non accennava a calmarsi, batteva forte e velocemente e io non credevo ancora ciò che vedevo. Ero sobrio però.
Ma riusciva a capirmi? Per qualche secondo avevo pensato di si, i suoi occhi erano sembrati cosi umani. Qualche istante dopo però, mi ritrovai ad uscire di corsa dalla stanza, il cuore in gola per la paura. Il lupo, con un rapido scatto, si era sferrato contro le sbarre con tutto il peso, facendole tremare. Avevo pensato al peggio, un solo istante era servito a farmi capire di dover andare via. Tuttavia, una volta arrivato davanti alla porta di casa, avevo sentito un pianto flebile, come il lamento di un cucciolo, poi null’altro.
   
 
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