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Autore: Leyazara    12/12/2020    1 recensioni
Chi il sangue ha tradito
Chi il sangue ha sporcato
Il sangue il Tàri ha lacerato.
Un tempo regno di pace
Questa terra attende l'erede fugace,
Che tempra vendetta a fiamme di drago
Contro il tiranno dai lauri odiato.
Nel cielo vibrano le possenti ali,
Mentre si lucidano i macchinari astrali.
Si desteranno gli Ent e perirà l'unicorno
Quando l'erede farà ritorno
Sul drago il cui fuoco
Farà rinascere questo loco.
Al passaggio della cometa ciò si compirà
e il sangue degli elfi i fiumi tingerà,
perché con altro sangue il sangue si paga.
Il drago e l'erede saran del re la piaga
E ciò che nel sangue è iniziato,
Da loro nel sangue sarà terminato.
Ma dove li porterà il loro rancore infinito?
-
-
In omaggio al maestro Tolkien in questa opera compaiono gli Ent, con l'unica differenza di essere elevati al rango di esseri divini.
Genere: Avventura, Fantasy, Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Incompiuta, Violenza
Capitoli:
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Enea

I mostri non sembravano volermi mangiare, almeno per il momento, ma di certo ciò non bastava a rassicurarmi.
Dopo aver scacciato il mio branco, mi avevano trascinato in una grotta buia e fetida, senza mai togliermi di dosso tutti quei tentacoli ruvidi. Mi avevano semplicemente dato un colpo all’addome e gettato dentro con ancora quegli affari a stritolarmi la gola e le zampe.
Ora mi mangiano. Ora mi mangiano, avevo pensato, raggomitolandomi a terra per il dolore e la paura. Invece poi se ne erano andati, lasciandomi lì da solo, nella quasi totale oscurità. A fatica, ero riuscito a liberarmi di quei tentacoli e leccarmi la ferita sulla coscia.
Nella caverna non c’era nessuno a parte me. Ero solo. Di nuovo.
Dopo aver girato un po’ in tondo, senza sapere nemmeno cosa sperassi di trovare, mi ero raggomitolato in un angolo e avevo pianto.
Non c’era mia madre, non c’erano i miei fratelli, né Alye, né Haldamir… Tutti quelli a cui volevo bene non c’erano. C’erano solo i mostri, che sarebbero potuti arrivare da un momento all’altro a mangiarmi.
Per la prima volta, mi era tornata in mente quell’enorme ferita che avevano inferto a mia madre. Ne avrebbero fatta una anche a me? Mi era bastato pensarci per sentire una stretta gelata penetrarmi fin nelle ossa.
Rimasi in quello stesso angolo per tutta la notte, sopportando il freddo. Lì non c’erano coperte a scaldarmi e sicuramente i ratti che zampettavano in giro non si sarebbero avvicinati per scaldarmi.
A farmi veramente paura, però, era proprio il fatto di dormire da solo, senza nessuno a proteggermi da ombre spaventose che danzavano nella caverna. Per questo mi schiacciai più che potevo contro le pareti, come chiedendo il loro aiuto.
 Non mi mossi nemmeno il giorno successivo e neppure quello dopo ancora. Il tempo veniva scandito dalla luce pallida e fredda che penetrava da un’apertura sul tetto della grotta, ma per me aveva poca importanza.
Quando non dormivo, piangevo, ma stavo attento a non farmi sentire dai mostri. L’ultima volta che ciò era successo, per poco uno di loro non entrava nella grotta. Dopo essermi un po’ ripreso dal colpo all’addome, infatti, avevo cominciato a chiamare i miei amici con tutto il fiato che avevo in corpo, persistendo per diverso tempo. Mi dicevo che sarebbero arrivati da un momento all’altro a tirarmi fuori da quel posto terribile, ma non fu così. Non importava quanto fossi disperato nei miei richiami, quanto supplicassi il loro aiuto, riuscii solo a far arrabbiare un mostro. A passi svelti aveva raggiunto l’inferriata, per poi sbatterci contro un bastone e ruggire furibondo contro di me. Parlava una lingua diversa da quella di Alye e Haldamir, ma il suo tono era bastato a farmi correre di nuovo nell’angolino, tremante come una foglia.  
Mi facevano paura quei mostri, quasi più dei primi che avevo visto. Erano brutti, troppo pelosi e persino le loro voci erano cattive e spaventose, come i tuoni durante un temporale.
Lasciavo il mio angolino solo per fare i bisogni, ma poi tornavo subito a raggomitolarmi con il muso contro la parete. Un paio di volte sentii i miei carcerieri aggirarsi vicino alla mia grotta, ma senza mai entrare, mugugnando qualcosa tra di loro. Ogni volta che ne percepivo la presenza, respirare diventava molto difficile, come quando mi ero nascosto nell’armadio dei gitani.
 Il giorno dopo la mia cattura, mi accorsi di una ciotola piena di pezzi di pollo belli freschi. Benché avessi fame, però, non mangiai, né quel giorno né i successivi. Non volevo mangiare. Volevo solo dormire, per non vedere i mostri o quello che mi avrebbero fatto e poi, quando chiudevo gli occhi, potevo vedere i miei amici, la mia famiglia…
All’inizio facevo fatica ad assopirmi, per via dello stomaco che brontolava in continuazione e dell’odore del cibo che andava a male. Tuttavia, divenne sempre più facile. Ero sempre più stanco e quell’angolino si faceva sempre più confortevole. A un certo punto pensai quasi che fosse comodo quanto il corpo caldo e tenero di mia madre.
Sì, lei era lì con me. Era stato tutto un brutto sogno e lei non era mai andata via. Non c’erano i mostri. Non esistevano. Anzi esistevano solo quelli buoni, come i gitani del circo. Dopo il bagno arrivavano e cantano le canzoni finché non faceva buio. Tutti noi cuccioli dormivamo accoccolati insieme, vicino al muso della mamma. Eravamo piccoli e lei tanto grande e affettuosa come Elluin. Ovvio che non mi aveva lasciato ai mostri! Se anche fossero esistiti non lo avrebbe mai fatto; ci voleva troppo bene.
C’era anche Valekar, o almeno credevo che fosse lui. Era una grande ombra a forma di drago che osservava e vegliava su tutta la compagnia. I suoi occhi fiammeggianti mostravano un’espressione fiera, ma insieme gentile. Mi facevano sentire al sicuro. Eravamo tutti protetti sotto le sue enormi ali ed è tutto così bello e tranquillo…
 «Ciao piccolo» sibilò a un certo punto una voce che non conosco. Di soprassalto aprii gli occhi, appena capito che era molto vicina a me. Troppo vicino.
Alla fine, erano venuti a mangiarmi.
«Mi hanno detto che non mangi niente… Ti conto quasi le costole in effetti» continuò quello, mentre io cercavo disperatamente di riaddormentarmi.
Mamma. Voglio la mamma. Voglio Alye e Haldamir.
«Prendine solo un boccone. Ti farà bene» disse ancora il mostro, anzi il mostriciattolo: la sua voce era troppo chiara per essere quella di un adulto. In quel momento, però, il fatto che non fosse uno dei miei amici bastava a renderlo pericoloso.
Rabbrividii sentendolo fare un passo avanti. Ero stanco, come al solito in quegli ultimi giorni, ma non riuscivo a dormire di nuovo. Avevo troppa paura.
«Meglio che non vi avvicinate più di così, principe» disse un altro mostro, un adulto «Anche se è indebolito, potrebbe mordere per difendersi».
«Ma se non mangia morirà» guaì il cucciolo «Dobbiamo fare qualcosa, Olyntr!».
«Temo che purtroppo non ci sia molto da fare, Vostra Grazia» rispose ancora l’adulto «Sembra che il drago soffra la mancanza dei suoi amici più di quanto chiunque avrebbe mai creduto».
All’epoca non lo sapevo, ma durante tutti quei giorni di prigionia il piccolo Rixadro era venuto a trovarmi più di una volta. Era curioso di vedere la possente creatura acquistata da suo padre, l’ultimo drago di Nelira, che un giorno sarebbe divenuto la punta di diamante del loro esercito. Invece di un superbo e indomito animale, però, si era trovato di fronte un cucciolo spaurito appena più grosso di lui. Spiandomi da dietro le sbarre, aveva maturato una certa simpatia per me.
«Quindi ti manca Alye, vero piccolo drago?» chiese a un certo punto il cucciolo. Fui sorpreso dal fatto che conoscesse il nome della mia amica. Era anche lei lì sotto, da qualche parte?
«A… Alye» mormorai pianissimo e con la gola secca. Il mostriciattolo però riuscì a sentirmi.
«Io la conosco, lo sai?» fece ancora quello, per poi scandire «Io e lei siamo amici».
«Amici?» chiesi io, alzando appena la testa per guardarlo. Nemmeno l’altro mostro era tanto grosso e nessuno dei due aveva gli artigli. Che volevano da me, però?
«Sì» annuì di nuovo il cucciolo, sorridendo un po’ emozionato «Sembra simpatica».
L’adulto sorrise a sua volta, prima di fare a sua volta un passo avanti e chinarsi verso di me. Il verde grigiastro dei suoi occhi era parzialmente nascosto dalla ragnatela di rughe che gli raggrinziva il viso.
«Vuoi che la tua amica torni, piccolo drago?» mi chiese «Vuoi Alye?».
«Voglio… Voglio Alye e Hal… Haldamir» uggiolai, un po’ dubbioso. Perché si stava comportando così con me? Se era buono come i gitani perché mi aveva strappato da loro?
«Va bene» annuì lui, nel suo tono pacato «Allora facciamo così: tu adesso mangi qualcosa e poi io li vado a cercare. Te li porto qui, d’accordo?».
Restai in silenzio, guardandoli ancora intimorito. Ero già imprigionato tra loro e le pareti della caverna, non avrei potuto scappare in ogni caso, ma non per questo avevo voglia di avvicinarmi a loro.
Il cucciolo continuava a tendere verso di me una grassa coscia di pollo, scuotendola un po’ per invogliarmi a mangiare.
«Dai mangia solo questa. Poi andiamo a chiamare Alye» disse ancora.
Davvero lo avrebbero fatto? E se fosse stata solo una trappola?
D’altro canto, però, forse avevo una possibilità di rivedere i miei amici e in quel momento era la cosa che mi interessava di più.
«Ora mangio e dopo vedere Alye e Haldamir?» chiesi, tossendo un po’.
«Certo» mi rassicurò il mostro più anziano. Con movimenti lenti e misurati, proprio per non spaventarmi, prese poi anche una borraccia colma d’acqua. «Dovresti anche bere un po’. Sei disidratato, piccolo» disse, mentre la versava in una ciotola.
In effetti avevo una gran sete…
Così, decisi di alzarmi e accontentare la loro richiesta, sperando che facessero altrettanto. Il digiuno e i giorni rannicchiato nell’angolo mi avevano rammollito le zampe, che si erano fatte traballanti come quelle di un cucciolo appena uscito dall’uovo. Dopo aver incespicato un po’, però, riuscii a raggiungere la ciotola dell’acqua da cui bevvi avidamente, fino a svuotarla due volte.
Non smisi mai di tenere d’occhio i due mostri, ritraendomi di colpo quando vidi il piccolo allungare una zampa verso di me. Non credevo volesse farmi una carezza, ma lui rispettò la mia diffidenza e non insistette. Spolpai a dovere la coscia di pollo, per poi chiedere: «Quando Alye e Haldamir venire?».
«Molto presto» promise il mostro adulto, per poi rivolgersi al cucciolo «Bene, mio principe. Sarà meglio andare a dire a vostro padre che abbiamo trovato il modo di far mangiare il nostro ospite».
«Sì! Ma meglio non dire a mia madre che siamo entrati nella cella altrimenti sarà un maremoto» gli rispose quello, mentre si avviavano. Prima di uscire, però, agitò la mano verso di me, salutandomi con un sorriso: «Ciao Enea! Ci vediamo dopo».
Non risposi, stranito da quell’insolito comportamento dei due mostri. Erano della stessa specie che mi aveva catturato? All’apparenza sembrava di sì…
In quel momento mi bastava che mantenessero la parola e mi facessero rivedere i miei amici. Così, quella volta, mi accovacciai sul terreno pavimento roccioso col muso rivolto verso l’arcata della caverna, in attesa di veder arrivare i due piccoli lauri.

Alye

Non furono solo Alye e Haldamir a sentire la mancanza di Enea. Anche Lyuba, Stevo, Arman e Vadoma avevano perso tutta la loro voglia di ridere e giocare e non c’era giorno in cui non rivolgessero agli adulti sguardi carichi di rancore.
Non li avrebbero mai perdonati per aver dato via così il loro amico, intascandosi persino dei soldi. D’altro canto, nessuno della carovana aveva la forza di rimproverarli per quelle occhiatacce. Sapevano di meritarsele e la vocetta di Enea che invocava disperato il loro aiuto non li avrebbe mai abbandonati.
Nei successivi giorni dovettero vincere la vergogna di spendere gli ongari ricavati dalla sua vendita, ma d’altro canto furono contenti di disfarsene. Inoltre, nessuno in quel momento sarebbe riuscito a sorridere durante uno spettacolo.
Alye e Haldamir a malapena uscivano dal loro carro, nel quale ancora erano ben visibili i segni lasciati dal draghetto: le impronte dei suoi denti e delle unghie sui mobili, la lettera accartocciata con cui lui si divertiva a giocare, le coperte tutte ammucchiate… Il silenzio ammorbante del carro, tuttavia, rammentava costantemente ai due lauri che il draghetto non era più con loro.
La piccola laura in particolare non riusciva a perdonarsi il fatto di essersi allontanata con quel principino viziato. Se fosse rimasta a tenere buono Enea, lui adesso non sarebbe finito a fare l’animaletto da compagnia. Rabbrividì al pensiero del piccolo drago costretto a esibirsi in stupidi giochetti solo per far ridere un branco di stupidi cortigiani. La cosa, peggiore, però, era che lei non poteva fare niente per impedirlo.
Haldamir non stava molto meglio; fissava con sguardo perso il vecchio libro di Ameiva Nehustan. Tanti mesi passati a leggerlo e rileggerlo, imparando a conoscere meglio la razza del suo amico, per poi vederselo strappare via così.
I pensieri cupi dei due piccoli lauri furono interrotti dal cigolio della porta ed Elluin comparve sulla soglia del carro. Entrò lentamente, come insicuro di averne il permesso, per poi sedersi davanti a loro. Probabilmente si aspettava una pioggia di insulti dai due piccoli lauri, ma loro si limitarono a corrugare la fronte e guardare altrove. Il suo tradimento era stato il più doloroso di tutti. Anche Enea le aveva voluto bene, quasi come a una madre!
«Capisco che siate arrabbiati» iniziò la gitana, con voce pacata «Ma nemmeno noi siamo contenti di questa situazione… Se avessi potuto, avrei fatto di tutto per non lasciarlo laggiù».
Alye non rispose e nemmeno suo fratello aprì bocca. Quando re Axandro aveva annunciato di volere per sé il piccolo drago Elluin e gli altri non si erano nemmeno opposti.
Di fronte al loro silenzio astioso e inamovibile, la gitana sospirò.
«Non doveva finire così…» disse, con la voce che cominciava a incrinarsi «Non doveva… Credetemi non lo avrei mai voluto! Volevo bene a quel cucciolo».
«Non ti credo!» gridò di colpo Alye «Altrimenti non lo avresti mai abbandonato!».
Dava le spalle alla gitana, cercando di convincere la sua mente che lei non era la madre buona e premurosa immaginata per tutto quel tempo. Non riusciva a concepire che lei lo avesse davvero amato visto come aveva trascinato via Haldamir.
«Alye» disse Elluin, con un filo di voce, ferita dalle parole della bambina «Non avevo altra scelta… Non si può dire no a un re».
«Noi lo abbiamo detto a un drago adulto!» protestò Haldamir, con gli occhi già rossi di pianto «Gli abbiamo detto che non ce ne saremmo andati senza Enea e siamo riusciti a tornare a casa insieme! Voi non ci avete nemmeno provato. Siete scappati! Siete dei codardi!».
Tirò su col naso, ritraendosi quando Elluin tentò di asciugargli alcune lacrime. Alye li guardava con la coda dell’occhio. L’espressione della gitana era ricolma di amarezza, con gli occhi umidi che vagavano senza meta tra lei e suo fratello.
«Una volta io e Ianven dicemmo no a un signore della Brelonna» disse, sforzandosi di mantenere saldo il suo tono di voce «Anzi fui io a dire no… E Ianven venne a sostenermi, a difendermi, e così pagammo entrambi un prezzo ancora più alto. L’intera carovana rischiò quasi la forca quel giorno e Ianven porta ancora sulla schiena i segni della frusta… Per chi ha potere non esiste no, al massimo forse quelli che dettano gli Ent, altrimenti c’è solo uno scotto molto caro per chi lo pronuncia».
Una lacrima scivolò silenziosa sulla pelle ambrata di Elluin e per quanto Alye provasse a resistere non riuscì a rimanere insensibile di fronte al dolore che traspariva da quella storia. Tacque, non osando chiedere quale prezzo avesse pagato Elluin per il suo rifiuto.
«Mi dispiace, bambini» disse ancora «Volevo davvero trovare una bella casa per voi ed Enea… Un luogo dove poteste crescere tutti insieme. Solo gli Ent sanno quanto avesse bisogno di voi dopo aver perso i suoi fratelli…».
«I suoi fratelli?» chiese Haldamir «Come sai che aveva dei fratelli?».
Sotto gli sguardi sospettosi dei due bambini, la gitana tacque per qualche istante, prima di arrendersi e spiegare: «Suppongo che ormai non abbia più senso nascondervelo. Indirettamente, io ho… conosciuto la sua famiglia. Sono stata avvicinata da una donna di nome Sibilla, che affermava di voler aiutare una balaur, una madre, e i suoi tre cuccioli. Tutto quello che dovevo fare era portare i piccoli in salvo oltre il confine, sperando che la madre ci raggiungesse. Tuttavia, i cacciatori attaccarono prima del previsto e così io e Sibilla salimmo fino ai pressi del nido, alla ricerca di superstiti. Un solo cucciolo però si era salvato».
«Sibilla lo ha trovato subito dopo di me» constatò Alye, ripensando al suo primo incontro con il draghetto.
«Perché quei draghi erano tanto importanti per Sibilla?» chiese ancora Haldamir, la cui fronte corrucciata non accennava a distendersi.
«Mi è parso di capire che fosse amica della madre» spiegò Elluin «Ma fin dall’inizio mi aveva detto che c’era anche molto altro. Continuava a ripetere quanto fosse grandioso il destino di uno di quei tre cuccioli…».
«Grandioso?» chiese Alye, confusa.
«I nemori mettono spesso in guardia dai così detti veggenti e io, infatti, non le ho mai creduto, ma Sibilla affermava di aver avuto una visione del futuro: un drago stendeva le sue ali sopra il Bosco di Isilith e le tre genti del Tàri si riunivano sotto un'unica corona, un erede di Tharram a quanto diceva… Come se Leoneiros potesse essere tanto clemente da lasciare vivo un bastardo sanguemisto» spiegò Elluin, prima di tornare a guardare i due bambini «In quanto Lautara, però, mi sono sentita in dovere di aiutare un principe del fuoco e della musica e lo avrei volentieri cresciuto e accudito, nel caso in cui voi non foste stati in grado».
La gitana si asciugò una lacrima dalla guancia, cercando di contenersi di fronte ai due bambini. «Nemmeno la libertà di un piccolo balaur, tuttavia, vale una condanna per l’intera carovana e mi sono ripromessa di non mettere mai più in pericolo Ianven».
Calò di nuovo il silenzio, ma nelle teste dei due bambini ronzavano miriadi di pensieri. Fin da subito era stato chiaro che Sibilla non fosse una semplice vecchietta, ma Alye non avrebbe mai immaginato che potesse essere persino una veggente. Tuttavia, i suoi discorsi criptici sul Fato e “il sentiero tracciato” per Enea acquistavano un senso.
Ormai però non possono più avverarsi, pensò.
«Perché non ce lo hai detto prima?» chiese ancora Haldamir.
«Volevo farlo. Volevo raccontarvi tutto come ho fatto anche con Ianven e Shandor, ma poi voi siete scappati nella tana di quel drago. Temevo che per saperne di più su Sibilla e sulle origini di Enea avreste finito per mettervi nei guai…».
Prima che Alye o Haldamir avessero il tempo di ribattere ancora una volta, qualcuno bussò insistentemente alla porta del carro. Elluin si alzò per aprire la porta, trasalendo visibilmente quando vide chi aveva davanti. Qualcosa scattò nei due bambini, un presentimento troppo bello per arrivare in un momento buio come quello. Esitarono a crederci davvero. Tuttavia, quando Elluin si fece da parte, non tardarono un istante a riconoscere Surion, malgrado gli abiti logori e la folta barba incolta che lo coprivano.
Si lanciarono subito tra le sue braccia, rischiando quasi di farlo cadere a terra col loro peso, mentre lui li stringeva con le sue braccia nerborute fin quasi a fargli male. Il pelo ispido e cespuglioso graffiava appena le loro guance tonde e rosate, ma mai come in quel momento i due bambini apprezzarono quella sensazione, appoggiati sulle larghe spalle del lauro.
«P…padre» balbettò Alye per l’emozione, ancora rintanata nell’incavo del suo collo «Mi…mi dispiace per non averti salutato. Io non… non…».
Molte volte aveva pensato a cosa gli avrebbe detto, a come chiedergli perdono, ma in quel momento non riusciva a spiccicare più di poche parole in fila. I singhiozzi e le lacrime la interrompevano costantemente. Non riusciva quasi a credere che fosse davvero lì, a stringerla ancora una volta tra le braccia.
Surion, a sua volta riusciva a stento a trattenere le lacrime, sopraffatto dalla gioia per poter stringere di nuovo i suoi due figli. La sua grossa mano callosa accarezzò gentilmente i capelli di Alye, prima che lui si scostasse per darle un bacio sulla fronte.
«Shh non piangere, Alye» le disse «Non hai niente di cui scusarti. Anzi mi dispiace che tu abbia visto quelle cose orribili. Ma ora è tutto passato. Sono qui. Mi siete mancati molto».
«Ci sei mancato anche tu» singhiozzò Haldamir, appoggiato sull’altra spalla. Suo padre gli scompigliò i capelli con affetto, continuando a stringere e cullare lui e sua sorella con rude tenerezza, come avesse paura di vederli andare via da un momento all’altro.
Rimasero così ancora per un po’, riversando in quell’abbraccio tutte le emozioni e le lacrime accumulate durante i mesi separati. I gitani, intanto, fissavano inteneriti la scena: dopo quei giorni bui vedere la famiglia riunita era un caldo raggio di sole.
Quando finalmente i tre si separarono, Ianven si fece subito avanti, per offrire al lauro qualcosa con cui rifocillarsi. Surion non smise mai di ringraziarlo per aver messo in pericolo tutta la carovana e aver portato i suoi figli fino a quel regno lontano, al sicuro.
Elluin andò a cercare qualche vestito pulito da dargli, mentre lui iniziava a raccontare del suo viaggio oltre le montagne, attraverso l’Ileona, dove aveva chiesto ospitalità a svariati agrafini, ovvero le comunità di eporedi che vivevano spostandosi assieme ai loro cavalli.
Mentre lo ascoltava parlare, Alye non riuscì a non sentirsi in colpa per l’immensa felicità da cui era pervasa. Enea non era lì con loro a festeggiare il ritorno di suo padre, ma probabilmente chiuso in qualche segreta e legato come un comune animale. Nella mente della bambina, un timore si faceva largo, perfido: se si fosse goduta troppo la sua nuova vita, con la sua famiglia nel regno dei nani, avrebbe finito sicuramente per dimenticare il suo migliore amico. In quel momento non aveva nemmeno il coraggio di parlarne a suo padre, sapendo quanto dovesse essere stanco per il viaggio. Dopo aver mangiato, infatti, Surion andò a coricarsi su una delle amache, sfinito, ma il suo riposo ebbe breve durata.
Il cielo aveva già cominciato a rosseggiare, quando un piccolo drappello di guardie naniche si avvicinò a passo imperioso alla carovana. Un moto di rabbia attraversò Alye, quando riconobbe alcune delle guardie che avevano catturato Enea. Guardandoli bene, non erano poi così diversi dagli elfi: malgrado fossero dei soldi di cacio, sfoggiavano la loro stessa tracotanza, forti delle splendide e letali armi che indossavano. Ognuno dei quattro soldati teneva legata alla cinta un possente spadone, mentre il resto del corpo era rivestito da piastre lucide e spigolose, assemblate insieme per formare un’armatura.
Appena la piccola laura si accorse che effettivamente il loro obbiettivo era la carovana dei gitani, si avvicinò un poco, pur restando dietro gli adulti. Suo fratello le fu subito accanto, così come tutti gli altri bambini del circo. Il motivo di quella visita doveva per forza aver a che fare con Enea.
Persino Surion si era affrettato ad alzarsi in piedi e raggiungere i suoi figli. Posò con fare protettivo le sue mani sulle loro spalle, osservando i nuovi arrivati con un’espressione corrucciata.
Il nano in testa al gruppo parlò con voce stentorea e grave: «Chi di voi è Alye e chi Haldamir?».
La presa del lauro sui due bambini aumentò, mentre li spingeva lentamente dietro di sé.
«Per quale ragione li cercate, messere?» fece Messer Ianven, in un tono che tradiva appena il suo sospetto e la sua riluttanza a rispondere.
«È richiesta la loro presenza a Castel Volundr» rispose quello. Alye lo spiava da dietro le gambe di suo padre, con un cipiglio a rabbuiarle il viso. Era più alto di lei di una buona testa, con una folta barba fulva raccolta in una treccia che scendeva fin quasi all’obbiettivo. La celata dell’elmo nascondeva i suoi occhi castani, che squadravano la carovana alla ricerca di lei e suo fratello. Quando la trovarono, le mancò il respiro e non riuscì a trovare rassicurante il sorriso del nano.
«Il loro amico sente molto la loro mancanza e mi è stato detto di portarli da lui» le disse, ammorbidendo il suo tono. 
Bastarono quelle poche parole perché Alye uscisse dal suo nascondiglio, raggiungendo il soldato per fronteggiarlo: «Enea sta bene? Che gli avete fatto?!».
Sentì uno dei soldati mugugnare qualcosa in nanico nelle retrovie, ma non si mosse. Dal canto suo, il capo del drappello rispose con niente di più che uno sbuffo divertito, per poi dire: «Niente per cui tu ti debba preoccupare. Ora però tu e Haldamir dovete seguirci al castello. Presumo che anche voi vogliate rivederlo?».
La bambina annuì, già pronta a seguirli, ma fu spinta di nuovo dietro suo padre, il quale sembrava di tutt’altra idea.
«I miei figli non vanno da nessuna parte» disse, in un ringhio ferale molto simile a quello che aveva usato con gli elfi. I due bambini rabbrividirono quando videro i nani portare le mani alle spade, ma il loro capo non si scompose.
«Puoi venire anche tu, se proprio lo desideri» gli rispose «Ma nessun altro della carovana può seguirci».
Dalla sua voce si capiva che non c’erano altre alternative possibili. Vedendo le nocche del lauro diventare bianche per quanto serrava i pugni, Ianven si avvicinò per sconsigliargli la violenza. «Se ne colpisci uno, la cosa migliore che potrà capitarti sarà non rivedere mai più i tuoi figli. Non accadrà loro niente, sta tranquillo» sussurrò.
Dopo altre assicurazioni, alla fine Surion cedette, ma per tutto il tragitto fino al castello non accettò mai di lasciare le mani dei suoi due bambini. Se avessero saputo che quella era l’ultima volta che vedevano i gitani, Alye e Haldamir avrebbero speso molto più tempo a salutarli.
Vennero condotti nei sotterranei dal capo delle guardie, che appresero in seguito si chiamasse Cariannus. Le segrete, illuminate dalla luce tremula delle fiaccole, ricalcavano perfettamente l’immagine costruita nella testa di Alye, con antri bui e umidi che si aprivano dietro alle inferriate arrugginite. Fortunatamente, erano tutte vuote tranne una.
I due bambini non tardarono un istante a riconoscere il piccolo drago acquattato sul pavimento e nemmeno lui ebbe esitazioni. Appena il nano aprì la cancellata, i piccoli lauri sfrecciarono dentro la cella per correre ad abbracciarlo.
«Alye! Haldamir!» li salutò lui, scodinzolando per l’emozione. La sua vocetta era più fioca del solito e solo dopo averla sentita notarono il suo preoccupante stato di magrezza.
«Avevate detto di non avergli fatto niente!» urlò Haldamir, indignato, mentre sua sorella lo stringeva a sé, stando attenta a non fargli male.
«Ed è così infatti» replicò il nano, serio «Non gli abbiamo torto una squama. Era lui a non voler mangiare, ma ora che ci siete voi dovrebbe accettare il cibo».
Alye allora comprese. Lei stessa e suo fratello avrebbero dovuto contribuire alla prigionia di Enea, a fare di lui l’animaletto domestico del re. Il solo pensiero bastava a inorridirla. Non avrebbe mai accettato di fare una cosa simile al suo amico. Tuttavia, probabilmente re Axandro non le avrebbe lasciato scelta.
«Non ce ne possiamo andare, vero?» chiese a Cariannus, già sapendo di essere a sua volta diventata una prigioniera.
Il nano, infatti, si limitò a un’alzata di spalle e un sospiro quasi rassegnato. «Non l’ho deciso io» precisò, per poi rivolgersi a Surion in un tono molto più conciliante «Fossi in voi, andrei subito a chiedere udienza al re, per discutere i termini di un qualche accordo. O almeno tentare».
Gli occhi del lauro vagavano spaesati da lui ai figli accovacciati vicino a quel piccolo drago, come non credesse di trovarsi veramente in quella situazione.
«Alye, no via andare» supplicò il cucciolo «Nemmeno tu, Haldamir».
«No, non andiamo via. Mai più» lo rassicurò Alye accarezzandolo teneramente. Rivolse a suo padre uno sguardo velato di lacrime, come a chiedergli silenziosamente scusa. Non era rimasta lontana dal draghetto come lui le aveva ordinato.
Surion deglutì, per poi accettare il consiglio di Cariannus e seguirlo fuori dalle segrete. I due bambini lo attesero nella cella, riuscendo a far mangiare a Enea qualche avanzo rimasto in una ciotola. Riuscivano a stento a credere che si fosse privato del cibo tutti quei giorni solo perché non c’erano loro. Malgrado le zampe ancora debolucce, però, il draghetto sembrava aver ritrovato di nuovo tutta la sua voglia di vivere e giocare.
«Hai visto, Enea? Come ti avevamo promesso!» squittì allegra una vocetta alle loro spalle. Niente di meno che il principino e il suo prece-coso li stavano fissando da dietro la porta aperta della cella. Alye nemmeno si accorse dello sguardo micidiale con cui fulminò il piccolo nano. Dopotutto, era solo colpa del suo stupido invito a una stupida passeggiata se adesso erano tutti prigionieri.
«Grazie» squittì Enea, ancora con la voce un po’ fioca. Tuttavia, ciò bastò a sorprendere i due lauri. Che aveva da ringraziarlo?
Il vecchio Olyntr venne in soccorso del giovane allievo, il quale sembrava essersi spaventato dopo lo sguardo infuocato di Alye: «Il principino Rixadro ha promesso al piccolo drago che gli avrebbe riportato i suoi amici».
La piccola testa coronata spostò nervosamente il peso da un piede all’altro, abbassando il visetto colorato dall’emozione. «Gli mancavate tanto» disse «Io e Olyntr siamo riusciti a fargli mangiare qualcosa solo dopo avergli promesso che vi avrebbe incontrati» spiegò, per poi chiedere, speranzoso «Posso accarezzarlo?».
«Non è un cane» replicò Haldamir. Sembrava aver dimenticato cosa gli avesse insegnato Valekar sui toni troppo arditi. Il vecchio nano, però, non lo rimproverò e il principino incassò in silenzio il colpo. Tuttavia, entrò ugualmente nella cella, attento a non sporcarsi il piccolo mantello di broccato, mentre Olyntr prendeva due sgabelli.
«L’ultima volta non abbiamo fatto in tempo. Avrei voluto raccontarti la storia di Daegmund e Pitea» mormorò timidamente, rivolgendosi ad Alye «Ti… ti andrebbe di sentirla ora?».
Quelle parole sorpresero sinceramente la piccola laura. Perché quel principino ci teneva tanto a fare amicizia con lei? E perché si era interessato tanto a Enea? Forse non voleva rovinare quel regalo di onomastico aggiuntivo… Tuttavia, nella sua voce un po’ impacciata non scorgeva nessuna malizia e i suoi modi timidi e dolci stridevano troppo con l’idea di principino viziato che si era fatta Alye. Alla fine, annuì. In ogni caso, come le aveva detto Elluin, non si può dire no a un re o a un principe in quel caso.

Spazio autrice: Ciao draghetti! Siccome questo è un capitolo molto importante della storia, ci tengo particolarmente a un vostro parere. Voglio sapere se sono riuscita a rappresentare bene le emozioni dei personaggi e le dinamiche correlate. Per vostra somma gioia il prossimo capitolo sarà una nuova favola! Spero vi possa piacere come le altre!
Vi prego di nuovo, lasciate una recensione per farmi sapere cosa vi è piaciuto e in cosa invece dovrei migliorare. Grazie mille!
Un caro saluto, 
Leyazara.
 
   
 
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