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Autore: Cartasporca    22/12/2020    2 recensioni
[DAL TESTO]
Huai Lian, l’usurpatore, era alla ricerca di un oggetto ben preciso: la spada del Drago, una lama che, raccontava la leggenda, un drago aveva battezzato con il suo respiro. Tale arma, aveva il potere di imprigionare l’anima di coloro che morivano a causa delle sue ferite. Huai Lian credeva che la spada si trovasse a palazzo ma si sbagliava.
Genere: Avventura, Fantasy | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna, Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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LA SPADA POSSEDUTA
 
Nelle terre a oriente, viveva una ballerina assai famosa per i suoi numeri con la spada, il suo nome era Hu Shan. Ella ballava leggera come una foglia, il vento stesso sembrava corteggiarla nello sfiorarle i capelli. Le lodi sulla sua bravura vennero udite dall’Imperatrice ed ella la chiamò affinché si esibisse a palazzo.
Hu Shan non rifiutò l’invito – e come avrebbe potuto? – e il giorno dopo ballò nel giardino dell’Imperatrice, circondata da fiori profumati.
L’imperatrice godeva di quello spettacolo quando sopraggiunse un povero soldato.
“Mia signora, un gruppo di rivoltosi ha occupato le vie del commercio. Chiedono tasse meno alte per il raccolto secco di quest’anno” disse costui.
“Sana la rivolta, uccidi se necessario, dissipa il trambusto” rispose l’Imperatrice. “Questo è il tuo compito, soldato, perché disturbi me?”
“Ma, vostra eccellenza, non dovremmo andare incontro alle esigenze del popolo? Non sarebbe più giusto…”
L’imperatrice si alzò in piedi e con il viso arrossato dalla collera gridò: “Tu vorresti insegnare a me come governare il mio Impero?! Per tanta sfrontatezza verrai punito!”.
Hu Shan, che era riuscita a conquistare in poco tempo il favore della sovrana, si fece avanti con un  sorrisetto ammiccante.
“Se permettete, mia signora, punirò io stessa questo stolto” affermò.
L’imperatrice, incuriosita, acconsentì. Hu Shan puntò la sua spada verso il soldato.
“Propongo un duello” dichiarò.
Il soldato scosse il capo.
“Non mi batto con una femmina.”
“Femmina? Mi offendete, soldato. Sicuro che la vostra sia educazione e non paura?”
Tutt’attorno cortigiani e servi assistevano trepidanti e diverti, scambiandosi risate e battute.
“Fidatevi” mimò con le labbra Hu Shan.
Nel cogliere quell’inaspettato gesto di complicità, il soldato assecondò il volere della ballerina, sfoderando la sua sciabola.
I due si girarono attorno prima che la ballerina affondasse il primo colpo. Il soldato fu lesto a schivarlo; mentre lui schivava e parava goffamente gli attacchi di Hu Shan, ella ballava con sicurezza. In fine, il soldato inciampò e cadde nello stagno delle ninfee. L’Imperatrice rise e tutta la corte con lei.
“Visto, mia signora?” disse Hu Shan. “Non vale la pena giustiziare quest’uomo, se non un soldato, può ancora essere un ottimo buffone.”
A costo di una piccola umiliazione, il soldato ebbe salva la vita, e quando Hu Shan stava per lasciare il palazzo, egli la incontrò al portone.
“Perché l’avete fatto?” domandò Jiang Guo (questo il suo nome).
“Perché vi trovo carino” rispose Hu Shan, ridendo.
I due si videro ancora, e ancora, come se fosse il fato a farli incontrare, e così s’innamorarono. Avvenne, tuttavia, una calamità. Huai Lian, l’usurpatore, dichiarò guerra all’Impero, e con il suo esercito di criminali attaccò la capitale. L’intera città andò a fuoco e molte persone morirono quella notte. Jiang Guo, assieme agli altri soldati, difendeva il palazzo dell’Imperatrice, ma il nemico abbatté le ultime difese, facendo breccia all’interno. Il lussuoso e ricco palazzo imperiale divenne in pochi attimi lo scenario di un massacro. Jiang Guo combatté fino all’estremo, a corto di forze, si rintanò in una stanza le cui travi di legno ardevano. Non aveva più speranze di uscirne vivo.
Huai Lian, l’usurpatore, era alla ricerca di un oggetto ben preciso: la spada del Drago, una lama che, raccontava la leggenda, un drago aveva battezzato con il suo respiro. Tale arma, aveva il potere di  imprigionare l’anima di coloro che morivano a causa delle sue ferite. Huai Lian credeva che la spada si trovasse a palazzo ma si sbagliava. Da generazioni, la spada veniva tramandata nella famiglia di Hu Shan affinché fosse protetta da chi ne volesse fare un cattivo uso, ma come si può proteggere un’arma tanto importante? Dandole un uso diverso da quello originale, questa era stata la brillante idea di Hu Shan. Aveva trasformato la spada del Drago in un accessorio per le sue danze, non meno comune di un ventaglio o di una scarpetta.
Quella notte, Hu Shan combatté anch’ella contro i soldati di Huai Lian, e fece tutto ciò per raggiungere Jiang Guo, pensando di poterlo salvare, ma rimasero entrambi intrappolati.
Il destino volle che Huai Lian arrivasse fin lì, e vedesse per tempo la spada del Drago nelle mani di Hu Shan. Egli avanzò furente contro di lei ma una trave di legno precipitò bloccandogli la via. Il soffitto della stanza crollò, Hu Shan e Jiang Guo morirono. La spada del Drago non venne mai ritrovata, da quella notte scomparve, e per dieci lunghi anni non si ebbe alcuna traccia di essa.
 
In un povero villaggio a valle di una montagna, viveva un fabbro con la propria moglie; essi avevano una figlioletta di nome Yan Mei, e un altro figlio in arrivo cresceva nel grembo della donna. Nulla preoccupava i due genitori se non il carattere della figlia, che da ribelle giocava nel fango e dava la caccia alle rane. Tutto sommato, si trattava di una famiglia serena.
Ora, dobbiamo dire che, nonostante gli anni passati, Huai Lian non aveva mai smesso di cercare la spada del Drago, seminando distruzione ovunque il suo esercito andasse. Tristemente, confesso, che giunse il giorno in cui anche il villaggio del fabbro e della sua famiglia venne attaccato.
Yan Mei non aveva mai provato una paura talmente profonda, un tipo di paura che avrebbe ricordato per sempre, come se le chele di un granchio le attanagliassero lo stomaco. Le persone correvano spaventate cercando di scappare verso i campi, inseguite dai soldati a cavallo. I bambini piangevano nascondendosi dietro botti e carretti, o stretti fra le braccia delle madri.
“Yan Mei, Yan Mei, guardami!” la chiamò suo padre. “Dobbiamo andare sulla montagna.”
Sulla montagna. Nel villaggio giravano delle voci secondo cui la montagna fosse un luogo maledetto, abitato da mostri e demoni, perciò nessuno vi saliva, né per raccogliere funghi né per fare legna.
Yan Mei non capì perché suo padre volesse andarci. Il fabbro avvolse in un panno cencioso una delle sue spada, e Yan Mei notò che era diversa da quelle da lui fabbricate.
“Statemi vicine, svelte, svelte!” gridò, incitando moglie e figlia a uscire. Fuori, le capanne bruciavano, molte persone erano a terra e non si muovevano. Gli occhi di Yan Mei erano spalancati su tutto quell’orrore, saettavano confusi da una direzione all’altra. Un nitrito acuto le fece voltare la testa, ed ella vide Huai Lian cavalcare verso di loro. Con l’impugnatura della sua spada, egli ferì il fabbro alla testa e quest’ultimo cadde in ginocchio. La moglie, a lui aggrappata, non volle lasciarlo. Huai Lian, con un forte strattone di redini, fece girare il collo del suo forzuto stallone.
“Yan Mei, la spada!” gridò suo padre.
La bambina avrebbe voluto correre verso i genitori, ma semplicemente, restava immobile.
“VAI, YAN MEI!” fu la voce della madre a risvegliarla.
Yan Mei afferrò la spada e scapò in direzione della montagna. Huai Lian la inseguì al galoppo finché, salendo un ripido tratto di terra, Yan Mei non cadde in una fossa, un nascondiglio provvidenziale, perché Huai Lian non riuscì a scovarla. L’urlo di Huai Lian echeggiò nelle orecchie di Yan Mei facendole tremare le ossa.  
“Setacciate ogni angolo, guardate in ogni buca e caverna, trovatemi quella bambina!” ordinò ai suoi uomini.
Gattonando con la spada legata dietro la schiena, Yan Mei riuscì ad allontanarsi ancora un po', ma stanca, con le ginocchia e i palmi graffiati dalle pietre aguzze, si fermò. 
Presto il cielo si oscurò, i soldati abbandonarono il monte per ritornarvi l’indomani.
Yan Mei, allora, s’incamminò sfruttando la poca luce donatagli dalla luna; il freddo della notte l’incita a muoversi per scaldarsi. Avanzava a piccoli passi, abbracciando la spada come fosse una bambola. Versi e suoni striduli giungevano da ogni direzioni incutendole maggiore timore.  
La bambina si fermò di colpo quando vide una sagoma muoversi poco lontano da lei.
Le movenze erano quelle di un grosso cane.
“Ti sei persa, bimba? Sei sola in queste tenebre, forse quello che ti serve è un po' di luce.”
Un cespuglio prese fuoco; sembrava bruciare ma non bruciava davvero.  
Yan Mei sobbalzò indietro e cadde quando riconobbe la creatura che aveva difronte. Era proprio come la descrivevano le storie: Taotie, il demone ghiottone.  
Il demone aveva le fattezze di un grosso animale dalla pelliccia nera e il muso da rettile. Lo chiamavano “ghiottone” perché si raccontava avesse un tale appetito da mordersi persino la testa.
Yan Mei minacciò Taotie con la spada, sebbene fosse un’arma troppo pesante per lei.
“Conosco quella lama” disse Taotie,  affilandosi gli artigli su una roccia. “Attenta a non ferirti con quella, bimba, o perderai l’anima.”
“Non ho paura di te!” esclamò Yan Mei. “Vattene via!”
“Se non hai paura, perché mi cacci? Credimi, bimba, Taotie ti fa un favore, gli altri demoni ti staccherebbero braccia e gambe prima di mangiarti, io invece, sarò veloce!”
Taotie balzò in avanti, qualcosa, però, la colpì poco prima che potesse aggredire la bambina.
Yan Mei vide un ragazzo alzarsi dritto in piedi. Indossava un lunga mantella nera. Il suo viso era pallido quanto la luna e due piccole corna gli spuntavano dalla fronte. Gli occhi brillavano nel buio ambrati come quelli di un gufo.
“Fatti da parte, demone Taotie” disse il ragazzo, mostrando i canini lunghi e bianchi.
Taotie abbassò le orecchie e drizzò il pelo.
“Cosa vuoi, tu, Koshinin, mietitore di anime?”
“Questi non sono affari tuoi, torna nell’ombra prima che ti strappi il cuore!”
Il demone Taotie indietreggiò fino a divenire un tutt’uno con l’oscurità, né i suoi passi né il suo respiro furono più udibili. Il fuoco che aveva avvolto il cespuglio si estinse ma una nuova luce comparve nel palmo destro del Koshinin; una fiammella debole quanto quella di una candela, sufficiente a illuminare entrambi i loro visi.
“Tu, ragazza, qual è il tuo nome?” domandò il Koshinin, con tono rude e inflessibile.   
Le labbra di Yan Mei tremarono, nessun suono uscì dalla sua gola. I suoi occhi rimasero fissi sulla figura del ragazzo. Se non fosse stato per quei pochi tratti innaturali, avrebbe potuto essere un ragazzo comune, invece era un Koshinin, un servo della Morte il cui compito è raccogliere le anime dei morti. “Io…sto per morire?” domandò la bambina, con le lacrime agli occhi.
Il Koshinin sbuffò annoiato.
“Non sono qui per te, ma per quella” disse, indicando la spada. “C’è un’anima intrappolata in quell’arma, è mio compito condurla nell’altro mondo, ma essa è stata affidata a te, dicono bene? Solo tu puoi liberare l’anima che vi è rinchiusa” spiegò.
“E se io la dessi a te?” chiese Yan Mei, porgendogli la spada.
“Mi è impossibile toccare gli oggetti fabbricati dagli uomini” affermò il Koshinin, e glielo provò: la sua mano oltrepassò il ferro della spada come un ago nell’acqua.
“Perché mio padre ha questa spada? Non l’ha fatta lui, lo so, io lo aiuto sempre…” pianse Yan Mei.
“L’anima che vi è rinchiusa potrebbe rivelarcelo” disse il Koshinin.
Egli fece una strana magia: un vapore trasparente e bianco si sollevò dalla spada compattandosi in una grossa nuvola. Stupita, Yan Mei fece cadere la spada.
Con più precisione, dal fumo apparve la sagoma di una donna.
“Anima mortale, io sono un servo della Morte. Raccontami la tua storia e dimmi, perché il padre di questa ragazza era in possesso della spada del Drago?”
“Koshinin” parlò lo spettro, “Yan Mei, ragazza coraggiosa. Il mio nome in vita era Hu Shan. Vi racconterò la mia storia, spero siate pronti ad ascoltarla…”
Lo spettro di Hu Shan narrò quanto già sappiamo, aggiungendo però, come la spada del Drago fosse finita fra gli averi del fabbro.
“Jiang Guo era già morto per le ferite riportate in battaglia, sapevo che presto il fuoco avrebbe ucciso anche me. Era mio compito impedire che Haui Lian ottenesse la spada, perciò, feci ciò che dovevo. Ferii me stessa con la spada del Drago consapevole che la mia anima sarebbe rimasta prigioniera al suo interno. Riuscii in questo modo a condurre la spada in un villaggio lontano, il tuo villaggio Yan Mei, e fu tuo padre a trovarci. Si assunse l’incarico di nascondere la spada. Non lo fece perché qualcuno gliel’aveva chiesto, né mai lui seppe di me; fece solo quello che ritenne giusto. Yan Mei, sai perché tuo padre ti ha chiesto di salire sulla montagna?”
La bambina scosse la testa.
“Sulla cima di questa montagna si trova l’incudine che forgiò la spada. Essa va distrutta, ma niente al mondo riesce a scalfirla, solo l’urto con l’incudine che l’ha creata può. E le mani di chi la custodisce.”
 “Devo farlo io?” domandò Yan Mei, disorientata.
“Ti accompagnerò lungo il tragitto, essere mortale” disse il Koshinin. “Mi assicurerò che l’anima di Hu Shan venga liberata e che nessun demone s’intrometta.”
Yan Mei rivolse al Koshinin uno sguardo di gratitudine e speranza.
“Mi affido ad entrambi”, disse lo spettro di Hu Shan prima di tornare all’interno della spada.
“Finché il sole non sarà sorto ci accamperemo qui. Cerca di riposare, essere mortale” esclamò il Koshinin.
“Potresti chiamarmi Yan Mei, per favore?” chiese la bambina.
Il Koshinin fece una smorfia imbruttita. “Dormi, Yan Mei”, tagliò corto.
All’alba del giorno seguente, Yan Mei venne svegliata dal tocco di una mano gelida sul viso. Spalancò gli occhi per la sorpresa.
“Ssshh, sta calma. Ci sono soldati ovunque” le disse il Koshinin, poi l’aiuto ad alzarsi. “Dobbiamo andare.”
Yan Mei e il Koshinin camminarono per mezza giornata, a quel punto, Yan Mei era sicura che nessuno più li seguisse.
“Ho fame”, si lamentò la ragazza. Il Koshinin si volse a guardarla.
“Giusto, gli esseri mortali devono mangiare. Resta qui” ordinò.
Yan Mei si accasciò a terra con le caviglie dolenti. Sopra di lei le foglie degli alberi luccicavano come smeraldi; l’aria fredda bruciava, ma tutto era calmo e ridente alla luce del sole.
“Spero che Madre e Padre siano al sicuro. Forse anche loro sono qui sulla montagna…” pensò Yan Mei.
Mentre malinconica sospirava, vide avanzare in fila per uno delle bizzarre creature. Si trattava di  funghi da un solo occhio ciascuno dotati di gambette tozze e brevi. Il capofila si fermò notando la presenza di Yan Mei e gli altri dietro caddero di schiena. La ragazza non sapeva se gridare dalla paura o ridere per quanto quelle creature erano buffe.
“Chi sei tu? Che fai qui?” domandò il Mogū (così chiameremo questi demoni).
Yan Mei non ebbe il tempo di schiudere le labbra che il suo stomaco brontolò per la fame e questo attirò l’attenzione dei demonietti. 
“Cos’era quel suono?” chiese uno di loro.
“È il mio stomaco” disse Yan Mei. “Ho molta fame.”
“Oh” esclamò un altro. “Di fame si muore, eh sì! Lei sta morendo di fame!”
“No!” tentò di ribattere Yan Mei, ma le vocine dei Mogū erano assordanti e stridule.
“Sta morendo, sta morendo…ma, chissà, forse morire di fame va di moda” disse il capofila, e tutti gli altri risero.
“Morir di fame, morir di fame, la fame fa venir la voglia, ahahahah!”
“Ehi, voi!” gridò il Koshinin, giungendo di corsa. “Via, voi! Via, sparite!” continuò, e calpestando forte la terra fece spaventare i Mogū che si sparpagliarono in diverse direzioni fino a quando non si videro più. 
Allibita, Yan Mei si volse verso il Koshinin, che teneva per il collo il corpo di un fagiano.
“Non dare peso alle parole di quei demonietti di basso livello, sono parassiti dalla mente ottusa” disse il ragazzo, gettando in terra il corpo dell’animale. “Spennalo. Io raccoglierò della legna per il fuoco” concluse.
Yan Mei annuì; il Koshinin tornò presto e, accatastata la legna tutt’assieme, creò il fuoco usando di nuovo la magia. Quando il fagiano fu ben cotto, Yan Mei lo divorò pezzo per pezzo. Allungò un cosciotto al Koshinin ma egli rifiutò.
“Non mangio e non bevo” dichiarò lui.
Sazia, Yan Mei fece per sdraiarsi e mettersi a riposo ma il Koshinin si alzò.
“Muoviamoci. Il fumo e l’odore della carne attireranno qui sia demoni che soldati.”
Yan Mei, anche se controvoglia, si rimise in cammino affiancando il Koshinin.
“Non so il tuo nome” disse a un tratto Yan Mei.
“Non ti serve saperlo” ribatté il ragazzo.  
“Come posso chiamarti, allora, se fossi in pericolo?” insistette la bambina.
Il Koshinin sbuffò seccato. “Yen Chien” rispose, poco loquace.
Ottenuto quanto voleva, sul viso di Yan Mei comparve un minuscolo sorriso e per un breve tratto di strada restò in silenzio compiacendo le orecchie del Koshinin. Il sole si fece sempre più calante man mano che i due proseguivano. Una nebbiolina, dapprima trasparente, si fece densa, arrivando ad avvolgere l’intera montagna. Yan Mei si aggrappò timorosa alla mantella di Yen Chien.
La nebbia era portatrice di un atmosfera cupa, gli occhi della bambina scrutavano in tutte le direzioni spostandosi inquieti. Delle risate leggere echeggiarono tutt’intorno.
“Le senti?” chiese Yan Mei al Koshinin, ma quando si girò la schiena del ragazzo non c’era e tra le dita lei non stringeva alcun lembo di stoffa: era sola.  
“Yan Mei” la chiamò una voce ovattata. “Yan Mei…”
“Chi c’è? Chi è là?! Yen Chien… Koshinin, dove sei?” gridò la bambina, sperduta.
Nella nebbia apparvero diverse sagome umane; persone che correvano da una parte all’altra e poi svanivano.
“Ho paura, Koshinin!” gemette Yan Mei, poi, infondo, tra i veli opachi, vide una figura femminile. “Mamma!” esclamò. “Mamma!” ripeté.
La voce della madre le disse di raggiungerla. 
“Sì, vengo” disse Yan Mei, “vengo!”
Come ipnotizzata dal richiamo di quella voce, Yan Mei avanzò senza pensare con ragione: era impossibile, infatti, che sua madre si trovasse in quel mare di nebbia.
Due braccia la strinsero tentando a fermarla.
“Yan Mei!” disse il Koshinin, “Riprenditi, questa è solo un’illusione degli Opali!”
“No, lasciami!” si ribellò Yan Mei. “Mamma! Mamma!” gridò. “Sì, vengo. Mamma, arrivo!”
Yen Chen strinse il corpo ossuto della bambina con ancora più forza. Yan Mei gli morse una mano, gli graffiò un braccio, ma il Koshinin non la lasciò andare.
La nebbia si dissipò e gli Opali tornarono a riposare sottoterra. 
Aggrappata alle spalle del Koshinin, Yan Mei pianse e singhiozzò.
“Non era la mia mamma, non era lei! Sono morti, la mia mamma e il mio papà… sono morti, vero? AAAHHH!”
Yen Chen abbracciò Yan Mei finché non si fu calmata.
“So che sei stanca, ma non possiamo fermarci proprio ora. Ti porterò sulla schiena”, bisbigliò il ragazzo.
Yan Mei annuì, debole.
Il cielo si tempestò di stelle e il buio coprì le pendici del monte. Erano così in alto che nulla sembrava esserci dietro di loro.
“Ci siamo quasi, vedo la cima.”
Yan Mei scese dalla schiena del ragazzo. Una grossa incudine, tutt’uno con la roccia come da essa scolpita, troneggiava sopra la sommità dei loro capi.
Nel buoi si accesero d’improvviso delle torce, Yan Mei e il Koshinin trasalirono. Parte dell’esercito di Huai Lian (in molti erano stati divorati dai demoni) li aveva circondati.
“LA SPADA!” tuonò la voce dell’usurpatore. Yen Chen fermò con la sua magia le frecce lanciate su di loro.
“Fallo, Yan Mei, distruggila!” gridò il Koshinin.
La bambina si aggrappò con forza alle sporgenze della parete rocciosa, con sforzo arrivò all’incudine. Sollevò in alto la spada del Drago ma essa, come un filo di aquilone che fugge, restò fluttuante in aria. La lama brillò e com’era già avvenuto, lo spettro di Hua Shan ne uscì fuori.
“Per generazioni la mia famiglia ha protetto quest’arma. Mio padre credeva che la spada del Drago fosse capace di fare del bene nonostante il suo lato malvagio. Non so se questo sia vero. Forse è grazie a essa che ho potuto incontrare Jiang Guo, desidero così tanto rivederlo… ma non posso abbandonare questo mondo, non ancora…”
Lo spettro di Hua Shan impugnò la spada. Il suo aspetto era diverso, ora; seppure in parte fosse ancora composta da fumo, il suo copro appariva più reale e tangibile.
“Hua Shan, cosa vuoi fare? Scomparirai per sempre se resti ancora nel mondo dei mortali, devi andare via! Io devo portarti via!” dichiarò Yen Chen, e per la prima volta nel suo tono inflessibile vibrò un’emozione nuova: la paura.
“Jiang Guo credeva nella giustizia, non nella vendetta. Ma io non sono lui, e io so che Huai Lian continuerà a uccidere finché respirerà. Questa è la mia giustizia, per me, per Jiang Guo.”
Hua Shan sfidò Huai Lian in duello.
“Vedremo come farai, adesso, a uccidere qualcuno che è già morto.”
“AVRÒ QUELL’ARMA!” urlò Huai Lian, andandole incontro.
Disegnerò un cerchio che racchiuda me e te assieme,
dove non ci siano paure,
non ci sia dolore.
Ballando come aveva fatto in vita, Hua Shan fronteggiò gli attacchi di Huai Lian. I ricordi della sua vita si rifletterono nella lama della spada.
Disegnerò un cerchio è sarà la nostra promessa,
dove non ci siano rimpianti,
non ci siano sogni brutti.
I fendetti precisi di Hua Shan costrinsero Huai Lian a indietreggiare. Egli cadde, ma non finì in uno stagno di ninfee. La spada del Drago gli attraversò l’addome. L’anima di Huai Lian fu in essa intrappolata.
Disegnerò un cerchio dove confinare il pianto,
 restare in un mondo dove tu non esisti fa male,
ma non scapperò, né mi nutrirò di risentimento.
Lo spettro di Hua Shan fu richiamato anch’esso all’interno della lama e questa si annerì, come un ferro arrugginito dall’acqua salata. Gli uomini di Huai Lian rimasero inermi e immobili dinanzi a tale evento. La spada tornò di sua volontà nelle mani di Yan Mei. La bambina cercò lo sguardo del Koshinin e appena dopo un suo cenno, ella sollevò di nuovo la spada in alto. La lama si spezzò contro l’incudine in due pezzi. Fu così che ebbe fine una guerra durata un decennio. Il Koshinin raccolse l’anima di Hua Shan e quella di Huai Lian. Avevano la forma di piccole uova di uccello, entrambe emanavano una aura luminosa; una era azzurra, l’altra grigia. Il Koshinin ingoiò intera l’anima di Huai Lian: di questo si nutrivano i servi della Morte, di anime crudeli non degne di reincarnarsi in questo mondo. Di contro, lanciò l’anima di Hua Shan verso il cielo, proprio come una palla, ed essa s’incastonò a perfezione nel cielo notturno, divenendo una stella. Indicò a Yan Mei la sua posizione e quella di una stella vicina.
“Jiang Guo e Hua Shan ora brillano insieme. Quella notte io c’ero. Ci sono sempre durante un massacro. I mortali non possono vedermi ma io ci sono e prendo le loro anime. Quelle dei bambini, dei cani, dei gatti, degli uomini e delle donne. Di quelli nati liberi e quelli nati schiavi; sono tutti uguali per me. Ma le anime offuscate dalla malvagità, quelle non brillano, e io non le alzo in cielo.” Yen Chen si voltò verso quello che restava dell’esercito di Huai Lian.
“Questi uomini, adesso, se ne andranno. Torneranno a saccheggiare e a uccidere perché solo questo sanno fare. E tu, tu ora devi tornare a casa. Ti ho condotto qui e ti riporterò al tuo villaggio.”
Il Koshinin mantenne la promessa data e accompagnò Yan Mei fino al suo villaggio. 
Le case erano state bruciate e abbattute ma gli abitanti si erano messi all’opera per ricostruire tutto da capo. Una vicina che conosceva Yan Mei la riconobbe. Non vide, tuttavia, il Koshinin, perché si era reso invisibile.
“Yan Mei, Yan Mei, piccola Yan Mei!” la chiamò. “Sei viva! Dove sei stata?” domandò la donna, guardando com’era sporca e stanca.
“Sulla montagna” rispose Yan Mei, inumidendosi le labbra secche con la lingua. “I mie genitori…” mormorò.
La vicina scosse la testa e scoppiò a piangere.
“Sono lì” indicò. “Abbiamo seppellito tutti i morti… anche il mio povero marito è con loro.”
Yan Mei visitò la tomba dei suoi genitori e pregò per loro.
“Tu li hai presi?” domandò a Yen Chen.
Lui annuì.
“Ero qui.”
Yan Mei si girò con gli occhi stracolmi di lacrime.
“Fammi venire con te! Voglio stare con te!” affermò.
“No, il tuo posto è qui, con i mortali. Devi vivere. Quando sarà il momento per te di lasciare questo mondo, verrò a prenderti” disse Yen Chen.
Il Koshinin scomparve avvolto nella sua mantella. Per Yan Mei giunse il momento di vivere, e visse a lungo, vi dico, una vita piena: s’innamorò, si sposò, ebbe tre figli, lavorò la terra e di tanto in tanto continuò a dare la caccia alle rane. Ogni sera volgeva lo sguardo sul monte, sentendosi chiamare. Come suo padre prima di lei, Yan Mei si era fatta carico di nascondere i pezzi della spada del Drago, affinché l’arma non tornasse mai a essere una minaccia.
Quando, vecchia, e col viso coperto di rughe, morì nel suo letto, Yen Chen prese la sua anima e la lanciò in cielo.
 
FINE
   
 
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