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Autore: azdrubale    11/01/2021    0 recensioni
«_Quando i miei scelsero di chiamarmi Phoenix, senza sapere che sarei rinato più di una volta_»
Finn porta con sé i colori scuri del Galles, ma è cresciuto nel New England tra il padre assente e la madre super cattolica. E' un uomo semplice, avrebbe voluto una bella ragazza da sposare, una casa in periferia e dei figli da veder crescere e nonostante sia un bell'uomo, ora che è più vicino ai quaranta che ai trenta, si ritrova scapolo, con un cospicuo conto in banca e un recente passato da cui scappare.
Genere: Azione, Fantasy, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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L’umido del terreno è ancora lì, lo sento schiacciarmi la guancia. Se ci fosse un punto del corpo che non mi facesse male, probabilmente avrei il timore di non essere intero. Forse, però, il fatto stesso che sia tutto un dolore è la prova del contrario. Inspiro l’odore acre del terriccio e dell’umidità di quella grotta che metto a fuoco con la luce del giorno che filtra dall’ingresso. L’ho vista sul serio, non stavo sognando, ma evidentemente sono svenuto ancor prima di varcarla. I miei abiti sono sudici e non sono altro che frammenti che a stento riescono a coprirmi per intero. Le tempie pulsano e nella nuca sento l’eco di un rimbombo. Forse ho dato una testata e nell’ancorarmi al muro irregolare e liscio, oltre che cercare di fare attenzione a non scivolare, mi viene anche il dubbio che quel posto abbia il soffitto basso. Rimango incassato nelle spalle e lentamente, con cautela, cerco di tornare eretto come posso su gambe deboli, malconce, ma sane. I dolori che mi offuscano e che mi sembrava di aver percepito questa notte non ci sono più. Forse li avrò sognati. Il soffitto non è così basso, quindi non so se effettivamente abbia preso una botta in testa che continua a martellarmi ad ogni respiro. O magari l’avrò battuta svenendo. Sono circa un metro e ottantatre, quindi posso ipotizzare che quel posto raggiungerà almeno i due metri di altezza. Un piede dopo l’altro e lentamente rimetto in moto una macchina che fatica a carburare, ma risponde alla mia volontà. Sono pervaso dal brio dell’eccitazione per essere in grado di camminare. Lo facevo anche prima di entrare in questa grotta, l’ho fatto negli ultimi trentacinque anni. La luce mi scalda il viso e respiro a fondo l’odore degli alberi e del verde, mentre gli strascichi dell’umidità entrano nei polmoni e abbandonano per sempre le narici. Continuo a reggermi forte al muro e finalmente posso guardare la boscaglia intorno a me e le condizioni da reietto nelle quali mi trovo: non ho più mezza gamba dei pantaloni ed il ginocchio deve aver sanguinato parecchio. La ferita è sporca, ma le piastrine hanno già tamponato l’emorragia, per questo mi tira così tanto. Ho addosso quella che probabilmente sarà stata una felpa, di cui mi rimangono le maniche ed il cappuccio, ma ho la schiena ed il petto scoperti. Avevo una ragazza che indossava sempre un pullover senza maniche, erano state tagliate per moda e lei lo indossava d’estate, quando non fa freddo al punto da aver bisogno di una giacca, ma neanche abbastanza caldo da rimanere con le braccia scoperte. Indossava una specie di furto del vestiario che copre solo le spalle e le braccia. Ho la sensazione di essere stato rapinato, tento di sfilare una manica e rapidamente anche l’altra per lanciare nell’erba quel mozzicone di felpa e constatare che le mie braccia sono la parte meno lesionata, anche la più pulita. Graffi di scarso rilievo solcano l’esterno di entrambe le braccia sino a fermarsi poco sopra i polsi, mentre le mani sembrano aver grattato il terreno per tutta la notte. Non ho unghie, non ho dolore, non le sento. Ecco, in effetti non ho tatto. Recupero quelle maniche per nascondere all’interno le mani, avvolte in malo modo e senza pensarci, mi allontano da quel luogo desolato. Non ci sono rumori, a parte i miei passi e fa davvero male sentire le foglie o gli aghi degli alberi sotto la pianta del piede nudo. Non ho idea di dove stia andando, ma devo continuare a muovermi. Sono sporco e non so dove mi trovo. Sono ferito, senza maglietta e non ho un posto in cui poter andare. Una casa, un cellulare, un numero a memoria. In compenso, ho un martello pneumatico in testa, ma devo resistere se non voglio morire. Alberi senza nessun sentiero. Tronchi senza alcun segno. Sono in mezzo al bosco e non c’è la neve. All’ombra sento freddo, ma il sole è caldo. Continua a camminare, non ti fermare. Ho fame ed ho bisogno di un’aspirina. Ho bisogno di acqua per mandarla giù e di una fonte per lavarmi. Non riuscirei a fare una doccia in questo momento, forse meglio una vasca. Quando arredai casa, scelsi il piatto doccia per praticità, ma oggi vorrei una vasca nella quale distendermi senza il rischio di affondare, perché non ho la forza di sostenermi. Cammina e non ti arrendere, devi vivere adesso. Stai camminando e sai di voler vivere. Mi fisso sulla parola Vivere e istintivamente inspiro a fondo e stringo i pugni nello straccio in cui li ho avvolti. Una fitta lancinante mi spezza il fiato e barcollo, a momenti cado, ma un piede avanti ed uno indietro, sono ancora in piedi.

«Cammina» 

Continua a camminare nel bosco in cui tutto sembra uguale, ad esclusione delle varie inclinazioni del terreno. Scendere è più difficile che salire, perché l’istinto di rotolare mi richiede meno sforzo e minore concentrazione. Ho il fiatone, ma devo raggiungere l’acqua. Il cinguettio intorno si fa più intenso. No, forse è musica. Aumento il passo e cerco di fare orecchio, di seguire la fonte del suono. Sposto delle fronde basse ed esco allo scoperto, improvvisamente non c’è più bosco ma una radura spianata ed io sono scoperto. Ci sono dei tavoli di legno affiancati a barbeque e una cassa che pompa musica su di una panca. Delle ragazze stanno ballando ed una prende ad urlare, sovrastando la musica. Le pulsazioni salgono a picco, mi sforzo di avanzare di qualche passo, vorrei dirle che non voglio far loro del male, ma crollo e questa volta lo sento il colpo alla testa.

  
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