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Autore: Saelde_und_Ehre    15/01/2021    4 recensioni
✠ Il Canto degli Eroi Dimenticati ✠
[IN REVISIONE]
Si narra di un antico poema, il cui nome è sconosciuto ai più.
Un manoscritto ritrovato in un baule di legno nella stanza più remota di una torre, insieme a una spada antica.
Esso narra le vicissitudini di alcuni nobili della Baviera medievale, a cavallo tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo.
Di condottieri valorosi, votati all'onore e alla gloria.
Racconta di donne combattive, guerriere al servizio della loro gente, che combattono insieme ai loro compagni per la difesa dei loro feudi.
Narra di amori indissolubili, di solide amicizie e legami talmente forti da sopravvivere nel tempo.
Ma soprattutto, parla di sentimenti e ideali, perché anche la guerra più cruenta alla fine capitola di fronte alle virtù umane.
Questo è il poema che tenete tra le mani.
Questo è il Canto degli Eroi Dimenticati.
Genere: Avventura, Drammatico, Guerra | Stato: completa
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza | Contesto: Medioevo
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Sælde und êre'
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CXI. Explicit: Gloria eterna, radici profonde

San Giovanni d’Acri, 1214

Fratello Richard consegnò il cavallo a uno scudiero e, con le mani finalmente libere, si sfilò l’elmo ornato da due ali di drago argentate. Un compagno gli porse una tazza colma d’acqua, da cui lui bevve avidamente per dissetarsi dopo la lunga cavalcata.
“Questi saraceni non ci danno proprio pace… sarà la terza carovana di pellegrini che attaccano in una settimana,” esordì l’altro, in un tentativo di avviare una conversazione.
Il giovane cavaliere annuì distrattamente, si abbassò il camaglio e si passò una mano tra i corti capelli castani, umidi di sudore. “Da quando il Papa ha richiamato i cristiani alle armi si sono incattiviti, fratello Meinhard.”
Nel cortile riecheggiavano voci e cozzare di armi; dalla fucina proveniva il picchiettare ritmico del martello del fabbro. Anche se la stagione volgeva verso il freddo, il sole ardeva tenace sulla terra battuta, traendo barbagli luminosi dagli usberghi e dalle lame dei fratelli cavalieri ancora impegnati ad allenarsi. Non tirava un alito di vento, e lo stendardo del Gran Maestro Hermann von Salza, bianco con una croce nera ornata di fregi dorati, riposava sulla torre principale.
Salutò il confratello con un cenno del capo, poi, liberatosi dell’equipaggiamento da battaglia, vestito di una semplice tunica bianca e di un mantello con la croce nera, si diresse verso la chiesa di Santa Maria, mentre i suoi passi riecheggiavano tra le volte sobrie, granitiche, che riflettevano il rigore marziale dell’Ordine. Per quanto amasse la vita comunitaria, il senso di appartenenza e la fratellanza che lo legava ai suoi commilitoni, spesso sentiva il bisogno di ritirarsi in tranquillità, per trascorrere del tempo da solo coi suoi pensieri.
La chiesa, costruita in pietra locale, sembrava più antica di quello che era, e tra le sue navate regnava una piacevole frescura. Fratello Richard si fece il segno della croce ed entrò, trovandola vuota. Dalle vetrate proveniva una luce eterea, che l’avvolgeva in un’atmosfera di pace; decine di candele guizzavano intorno all’altare. Sul leggio notò il solito messale aperto, la cui copertina rossa bordata d’oro spiccava sul candore delle colonne.
Passò oltre, tra le sepolture dei precedenti Maestri, e si fermò di fronte alla tomba monumentale del conte Richard von Thann e il conte Siegfried von Lebenau, unici laici ad avere ottenuto un posto in quella cappella. Egli non aveva mai conosciuto il suo omonimo zio, morto qualche mese prima che lui nascesse, ma ne aveva sentito parlare spesso, più dai suoi confratelli che da sua madre. E lo vedeva lì ogni giorno, insieme al suo compagno, con la croce sul petto e le armi che recavano le loro insegne, scolpiti nella pietra come in un’effigie immortale.
S’inginocchiò ai piedi della tomba e giunse le mani in preghiera.
Giorno dopo giorno, le notizie provenienti dalla Livonia divenivano sempre più fitte e frequenti: i Fratelli della Spada proseguivano la loro avanzata in terre ostili, i missionari diffondevano la religione cristiana tra i pagani, i coloni laici edificavano nuovi castelli; perfino suo fratello Konrad aveva deciso di partire insieme allo zio Adalbert, mentre in Terrasanta si preparava un’altra campagna per la riconquista di Gerusalemme. Aveva sempre dedicato un disinteressato distacco a quei racconti, come se riguardassero un futuro lontano e indefinito, ma in cuor suo sentiva ardere il desiderio per l’avventura.
Era forse superbia crogiolarsi in quei sogni di gloria?
Un eco di passi leggeri interruppe quel flusso di meditazioni. Si voltò e, nel cono di luce chiara proveniente dall’alto, vide la figura di un cavaliere sulla cinquantina, coi capelli biondi che spuntavano da sotto il cappuccio.
“Fratello Sigibert?”
L’altro esitò sulla soglia, come se temesse di disturbarlo, poi, ricevuto un suo cenno, gli si avvicinò. “Fratello Richard.”
Egli si fece da parte per permettergli d’inginocchiarsi, ma l’uomo rimase in piedi. “Il conte Richard e il conte Siegfried… io e fratello Reinbert li conoscevamo bene, eravamo loro vassalli.” Mentre parlava, passò un dito sulla pietra levigata, seguendo il contorno del motto Virtus et Honor. “Avevano conquistato molti castelli nell’impero dei Romei, per poi lasciarseli alle spalle subito dopo, spinti dal desiderio di raggiungere Gerusalemme. Tuo zio è il miglior comandante che io abbia mai avuto, e il conte Siegfried era un condottiero che i suoi compagni avrebbero seguito fino ai confini del mondo…”
Fratello Richard annuì, senza alzare la testa. “Mi sarebbe piaciuto conoscerli.”
“Se i re cristiani avessero avuto anche solo la metà della loro dedizione, nel giro di pochi anni avremmo riconquistato la Terrasanta,” disse l’altro, inginocchiandosi accanto a lui. “Invece si sono lasciati accecare dall’avidità e dall’orgoglio, mentre loro hanno conquistato la Gerusalemme celeste. Ma quando sia i migliori che i peggiori se ne vanno, spetta agli altri fare il lavoro sporco, e qui di lavoro da fare ce n’è ancora parecchio.”
“È per questo che hai deciso di unirti all’Ordine?” azzardò il ragazzo, dopo una breve esitazione.
Fratello Sigibert assentì, lo sguardo rivolto verso un punto indefinito. “Io e fratello Reinbert eravamo rimasti feriti nella stessa battaglia in cui loro sono morti: fummo noi a riportare gli uomini in città quando ormai tutto era finito. A prendersi cura di noi furono i frati dell’Ospedale, che all’epoca era un semplice tendone ricavato dalle vele di una nave. Non avendo niente che ci richiamasse in patria, una volta guariti decidemmo di rimanere, nella speranza di poter riprendere presto a combattere… e quando venimmo a sapere che l’Ordine avrebbe assunto una funzione militare, fummo tra i primi a prendere i voti.”
“Ne sono cambiate di cose, in vent’anni.”
“Sì, e sono convinto che in altri vent’anni ne cambieranno ancora di più. Sono pochi gli uomini in grado di fare la differenza, e meno ancora quelli che riescono a cambiare le cose: uno di questi, se mai Dio gli concederà di sopravvivere così a lungo, è il nostro Gran Maestro. L’Ordine Teutonico è stato bistrattato per anni, sia dagli Ospitalieri che dai Templari che ci hanno sempre guardati dall’alto in basso, ma arriverà un giorno in cui verremo ricompensati, e li supereremo in potenza. Forse non vivrò abbastanza per vederlo, ma ricordati di queste parole.” Sigibert gli poggiò una mano sulla spalla, poi si alzò e si rassettò la tunica bianca. “Adesso ti lascio alla tua preghiera.”
Di nuovo solo, Richard rifletté sulle parole del confratello e sui pensieri che il suo arrivo aveva interrotto: che fosse proprio in quelle terre settentrionali, il futuro di cui parlava?


Livonia, 1218

Il conte Adalbert von Thann si strinse nel mantello foderato di pelliccia e alzò la testa: il cielo pallido prometteva neve. Vista dall’alto, la landa si estendeva bianca per miglia e miglia, disseminata di betulle magre e slanciate e scure foreste di abeti. Un paesaggio all’apparenza immacolato, che nascondeva altrettante paludi insidiose, dove i pagani si muovevano con sicurezza e si appostavano per tendere imboscate ai coloni tedeschi. Si chiese se il suo amico Helmfried von Waldenstein sarebbe riuscito a tornare prima che si scatenasse la tormenta, o se essa lo avrebbe costretto a cercare rifugio lungo la via: si trovavano lì da quattro anni, avevano combattuto molte battaglie e conquistato altrettante terre, ma il vero nemico per i forestieri restava il rigore di quel clima estremo.
“In questo periodo dell’anno, in Terrasanta è un autunno un po’ più freddo,” disse.
Suo nipote Konrad, che gli camminava a fianco, si sporse dalla merlatura e assaporò con voluttà l’aria gelida. “Preferireste essere a Damietta insieme a mio fratello, zio?” gli domandò, con un sorrisetto divertito.
Adalbert si voltò verso di lui; era tentato di rispondergli con qualche motto di spirito, ma quelle semplici parole bastarono a ricordargli quanto in fretta fosse passato il tempo. Non metteva piede in Terrasanta dal secolo precedente, più di vent’anni prima, quando non aveva ancora varcato la soglia dei trent’anni e Konrad era un fanciullo. Adesso si ritrovava fili argentei al posto dei capelli un tempo neri e di fronte a sé aveva un giovane uomo alto e robusto come un abete, coi capelli color nocciola e gli occhi azzurri del padre. “Non credo ci tornerò mai più, anche se all’inizio avevo pensato di farlo,” ammise, dopo una lunga pausa. “Molte volte abbiamo provato, e abbiamo quasi sempre fallito… forse è meglio lasciare il deserto ai saraceni, e concentrarci su ciò che abbiamo da offrire a queste terre.”
“Anch’io penso che il nostro futuro sia qui.” Con un ampio gesto della mano, Konrad sembrò voler abbracciare tutta la terra che si estendeva ai piedi del castello, e che apparteneva a loro. “Abbiamo insegnato a questi pagani la scrittura, la parola di Dio e nuove tecniche per coltivare la terra… forse non oggi, ma prima o poi riconosceranno i nostri meriti.”
Adalbert annuì. Non era sicuro che quel futuro lo riguardasse – la vecchiaia, per lui, si avvicinava ormai inesorabile – ma si ritrovò a condividere il ragionamento del nipote, che più volte aveva dimostrato non soltanto di possedere le capacità strategiche degne di un condottiero, ma anche una lungimiranza che lo portava a capire istintivamente quale fosse la strada giusta da seguire. L’unione di quelle due qualità gli ricordava il suo defunto fratello, con l’unica differenza che Konrad aveva sempre chiesto il suo consiglio, fidandosi delle sue decisioni, mentre Richard aveva iniziato a farlo soltanto molto tardi.
“La ruota gira per tutti: i nostri antenati vollero ribellarsi al dominio dei conquistatori, ma poi ne raccolsero l’eredità. Quello che non è riuscito a fare l’imperatore Barbarossa in Italia, lo sta facendo adesso suo nipote Federico, e quello che non sono riusciti a fare tuo padre e tutti coloro che hanno combattuto qui quarant’anni fa, lo stiamo facendo noi.”
“Voi lo avevate già capito da tempo che venire qui sarebbe stata la scelta migliore, non è così?”
“Ci sono arrivato solo dopo una lunga riflessione, ma sì, sentivo che era questa la mia strada e non ho esitato a imboccarla. Mi mancano le mie terre, tuttavia è lontano da esse che ho ottenuto quello che cercavo, e non rimpiango nulla.” Adalbert ripensò ai dilemmi di quel giorno lontano, sulle mura di Acri. “Quando i sentieri battuti non ci offrono più niente, spetta a noi trovare un’alternativa – e se non c’è, crearcela.”

Il fuoco che crepitava e scoppiettava nel camino faceva da sottofondo alla cantilena sommessa della piccola Kunigunde, la figlia primogenita del giovane Konrad von Peilstein. La contessa Mathilde alzò gli occhi stanchi dalle carte che stava leggendo e rimase a osservarla mentre, seduta sulle pelli adagiate per terra, giocava con una trottola intagliata nel legno. Cantava una canzone storpiandone le parole, con la spensieratezza tipica dell’infanzia, e sua madre Aleidis la guardava sorridendo tiepidamente.
Mathilde rivedeva nel contegno di quella donna la se stessa più giovane: era una cristiana di lingua tedesca originaria di quelle terre, che suo figlio aveva sposato dopo essersi stabilito in Livonia e, come lei, consigliava sempre il marito per le questioni strategiche.
Vicino a loro, alla luce delle candele, Theudelind cuciva in silenzio, e un cane nero dormiva ai loro piedi.
In quel momento la porta si aprì, e un poderoso ululato di vento accompagnò l’entrata di Konrad e Adalbert coi mantelli costellati di cristalli di neve. Il più giovane la richiuse con una spallata, mentre lo zio si congedò rivolgendogli una battuta sarcastica.
Il cane drizzò le orecchie ringhiando sommessamente; poi, zittito dalla voce di Aleidis, si rimise a dormire.
Konrad si scrollò i fiocchi bianchi di dosso, salutò la moglie e la figlia e si avvicinò a sua madre. “Altre corrispondenze?” le chiese, occhieggiando la pergamena che teneva tra le mani.
Mathilde annuì. “È Elisabetta, la moglie di tuo zio Friedrich.”
“Vi ha detto qualcosa di suo figlio Reinhard?”
“Ti porge i suoi saluti, come sempre. Si chiede quando lo andrai a trovare.”
“Lui se la passa bene in Italia, alla corte dell’imperatore Federico,” commentò il giovane, con un certo ironico risentimento. “Sapete quante volte gli ho proposto di venire qua? Cento, forse mille. Ma lui non vuole starmi a sentire!”
“Prima o poi si convincerà,” gli disse la donna. “Bisogna avere pazienza.”
“Se si trasferisse qui, non sarebbe più un semplice vassallo, ma un signore delle sue stesse terre.” Seppur all’apparenza nervoso, il tono di Konrad tradiva una nota di malinconia. Si avvicinò al fuoco, allacciò le braccia dietro la schiena e borbottò, tra sé e sé: “Quando eravamo più giovani, mi dava sempre retta.”
Mathilde sorrise senza farsi vedere e lasciò cadere il discorso, tornando alla sua lettera. Non vedeva Elisabetta da molto tempo, ma la normanna non mancava mai di scriverle lunghe lettere in cui le raccontava con dovizia di particolari tutto ciò che accadeva in Italia, i suoi pensieri, le imprese di suo marito, e riservarle lo stesso interesse. Lei non era altrettanto prolissa, ma i modi calorosi ed espansivi dell’amica avevano portato uno spiraglio di luce nella sua vita quando la tetra cappa del lutto era tornata ad opprimerla.
Distolse di nuovo lo sguardo dalla lettera e lo spostò sulle fiamme, colta da un’improvvisa ondata di malinconia: aveva salutato suo marito prima che partisse di nuovo per la Terrasanta, nell’anno del Signore 1196, e non l’aveva più rivisto. Aveva accettato di buon grado la solitudine, ma una fiamma così potente, che proteggeva e scaldava, una volta spenta, aveva lasciato che il ghiaccio tornasse a regnare nel suo animo. Tuttavia, si era imposta di non indugiare troppo sul passato, ma di trarre forza dal pensiero che si sarebbe ricongiunta a lui, in un mondo o nell’altro.
Aveva giurato di dedicarsi alla sua missione, e voleva portarla avanti fino alla fine.


Tra la Germania e la Livonia, 1238

Il vento portava l’odore degli abeti, che avvolgevano la landa come una scura coperta, e il fiume che la tagliava a metà era una lastra di metallo che rifletteva i colori del cielo: rosso e arancio, indaco e lilla, con qualche pennellata d’oro. Il sole primaverile aveva dissipato la coltre di neve, ma il freddo era restio ad abbandonare quelle terre, e dai comignoli delle case si levavano fili di fumo che si torcevano nell’aria, confondendosi con le nuvole dorate.
Sullo sperone di roccia che dominava la vallata, fiero e austero si ergeva il castello di Treyden, un’ombra nera contro la luce del vespro. Gli unici tocchi di colore erano le torce sugli spalti, che illuminavano le bandiere dell’Ordine Teutonico e le sagome degli uomini di ronda.
Di fronte a esso, come il secondo pilastro di una volta invisibile, il castello del signore locale era arroccato su un’altura tra le foreste di abeti e il fiume. Un drago sventolava sul pennone della torre più alta.
Solo due cavalieri percorrevano la strada principale del villaggio, ormai deserta a quell’ora di sera: uno, il conte Konrad von Peilstein, aveva un mantello blu drappeggiato sulle spalle e un drago rosso sulla cotta d’arme; suo fratello Richard, Komtur di Treyden, cavalcava un morello dagli occhi di giaietto e sul petto portava la croce nera dell’Ordine.
Tutto era silente, a parte lo scalpiccio degli zoccoli e il tintinnio dei finimenti.
“Dimmi, come si trova mio figlio Hasso con voi?” interloquì il primo, dopo un breve silenzio. “Si comporta bene?”
“Vuole sempre fare di testa sua: quando viene ripreso si comporta come un cavallo bizzoso, ma è capace anche di fare il bravo soldato se il suo valore viene riconosciuto. Va saputo prendere, insomma,” rispose il Teutonico con una scrollata di spalle. “Però devo dire da quando ci siamo trasferiti qui si è mitigato un po’. Sembra che si trovi meglio.”
“È sempre stato interessato alla strategia e ai fatti militari, più che alla vita claustrale.”
“Sì, di questo non ho di che lamentarmi: se l’è cavata bene alla sua prima battaglia.” Ripensando all’ultima parte della frase, Fratello Richard gli rivolse un sorriso sardonico. “E poi, che cosa vorresti insinuare? Noi Teutonici non siamo mica dei fraticelli scalzi che cantano lodi da mane a sera! Siamo cavalieri prima che monaci: la spada è la nostra arma, e la fede è ciò che ci rende forti.”
“Non l’ho mai messo in dubbio, bruoder, dato che combattiamo per un obiettivo comune,” obiettò il conte Konrad. “E comunque c’è una cosa che non mi hai ancora spiegato: cos’è questo San Martino di Livonia di cui tutti parlano? Una chiesa? Un monastero?”
Fratello Richard si lasciò scoppiare una risata. “Siete sempre così prosaici, voi laici!”
“Allora cos’è? Un missionario, un cavaliere che si è guadagnato la gloria combattendo i pagani?”
“No e no.” Il Komtur rallentò il passo e si voltò verso di lui, guardandolo dritto in viso: lo sguardo dell’altro brillava di un sentimento diviso tra curiosità e impazienza. “Dimmi un po’, che cosa fece San Martino?”
Konrad aggrottò le sopracciglia. “Non ho capito, vuoi giocare agli indovinelli?”
“Sei sempre il solito.” Fratello Richard scrollò la testa, senza nascondere un sorriso divertito. “San Martino donò il suo mantello a un mercante infreddolito,” spiegò poi. “Qualche mese fa, in pieno inverno, un mio confratello di Segewold fece lo stesso con un pagano, che ora vive al castello: è da qui che è nata la leggenda di San Martino di Livonia.”
“E quel Curo si è convertito davvero?”
“Figuriamoci. Ha ottenuto la protezione dell’Ordine, ma sono convinto che in segreto continui ad adorare i suoi idoli. Ma che importa?” Tacque per qualche istante, assorto nei suoi pensieri, lasciando che la brezza vespertina gli increspasse il bordo del mantello. “È dai piccoli miracoli quotidiani che si ottengono grandi mutamenti: bisogna solo avere pazienza e apprezzare il frutto dei nostri sforzi, giorno dopo giorno, con un occhio sempre rivolto al futuro.”
“Spero anch’io che sia come dici tu,” replicò il conte. “Fin da prima di decidere di imbarcarmi in quest’impresa, ho sempre sentito che sarebbe stata la scelta giusta.”
Il Komtur annuì, fissando la sagoma lontana di Treyden e quella del castello di suo fratello, che incombeva su di loro con la sua mole. Gli tornarono in mente le parole di fratello Sigibert, quel giorno nella cappella in Terrasanta, e le riflessioni che da esse erano scaturite. “Anch’io lo credevo da tempo, prima ancora della sconfitta di Damietta,” ammise. “E mi duole dirlo, ma temo che ogni speranza in Terrasanta sia perduta: ciò che cercavamo, ciò che cercavano i nostri antenati e i nostri predecessori, è qui.”
Senza attendere replica alzò lo sguardo verso il cielo, dove la stella del vespro, come una gemma dorata, ardeva in un blu profondo screziato di rosso. Gli abeti continuavano a vigilare sulla vallata, delineando l’orizzonte.
Aveva atteso quasi metà della sua vita, ma alla fine le sue visioni si erano avverate.

La contessa Mathilde ripose l’ultimo volume all’interno di un baule, richiuse il coperchio con un pesante tonfo e si alzò dallo scrittoio, sistemandosi il velo e il soggolo. Ormai era calata l’oscurità, e la luce delle numerose candele impediva alla sua vista affaticata di proseguire.
Mandò a chiamare la badessa Hildegard, il cui arrivo fu annunciato da un leggero scalpiccio di passi sul pavimento.
La porta si aprì, rivelando un’esile figura nerovestita, che la salutò con familiarità.
“È l’eredità che lascio alle suore di Frauenwörth,” le disse la contessa, indicando il baule, “conservateli, copiateli, miniateli… l’importante è che non facciate il mio nome.”
La suora si chinò per guardare al suo interno, sfogliando i libri, e per un istante Mathilde non poté fare a meno di rivedere, in quella donna fiera che non esitava a contraddire vescovi, duchi e imperatori, la stessa bambina curiosa che la ascoltava leggere storie di fronte al camino. “Sarà un onore occuparcene, signora.”
La contessa trattenne a stento un sorriso. “So che saranno in buone mani.”
Aveva passato la sua intera vita a rifinire, ampliare e perfezionare quei manoscritti, in un’opera che contava più volumi: aveva parlato della Baviera, della Terrasanta e della Livonia, omettendo i dettagli più triviali e magnificando le imprese dei suoi compagni. Aveva cercato di mantenersi fedele ai resoconti, ma si era resa conto di aver inserito nella sua narrazione molti dettagli di fantasia, simboli e visioni che come intuizioni improvvise guidavano la sua penna; non col freddo rigore del cronista, ma con l’ispirazione del poeta.
La sua memoria vacillava, il passato le sembrava un insieme sfocato di impressioni più che una raccolta ordinata di ricordi, ma le parole di suo zio Adalbero le erano rimaste impresse nella mente: “Per raccontare una Historia degna di tale nome, probabilmente dovrai inventarti delle storie per compensare la mancanza di quegli elementi che la memoria non ha conservato. Tuttavia, il potere delle tue parole non ti dà licenza di distorcere la verità.” A distanza di tutti quegli anni, poteva dire di aver mantenuto la parola: non aveva falsificato gli eventi, né volto le sconfitte in vittorie e gli empi in giusti, né alterato la progressione dei fatti.
Tutto, nella sua visione, aveva un perché nel grande disegno delle cose, ed ella era fermamente convinta che il modo più nobile per tramandare una storia fosse far sì che essa sopravvivesse alla prova del tempo, come una fiamma perpetua in grado di riscaldare e illuminare il cammino, ispirando le azioni dei posteri.
Un senso di pace e completezza mai provato prima pervase il suo animo.

Qui termina
il canto degli Eroi Dimenticati

Carissimi,
siamo finalmente giunti al termine di questa novella dello stento.
Ne approfitto per rivolgermi in particolare a tutti voi che siete arrivati fin qui, che mi avete tenuto compagnia, che con la vostra sola presenza mi avete esortato a proseguire: per il prezioso sostegno, per i vostri commenti, per gli spunti e le nuove interpretazioni che mi avete suggerito; ma mi rivolgo anche ai lettori silenziosi, ai nuovi arrivati e a chi terminerà la storia tra qualche tempo.
È stato bello vivere questa avventura, ma è stato ancora più bello poterla condividere (e vivere) insieme a voi.
Senza perdermi in troppi giri di parole, vi dico solo GRAZIE di cuore, perché in un certo senso questa avventura è anche vostra. Siete voi che mi avete accompagnato fino alla fine, e il mio pensiero va a tutti voi.
  
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